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Full text of "Istoria del Concilio tridentino vol. 1"

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SCRITTORI D’ITALIA 


FRA PAOLO SARPI 


ISTORIA 

DEL 

CONCILIO TRIDENTINO 

A CURA d: 

GIOVANNI GAMBARIN 

VOLUME PRIMO 



BARI 

GIUS. LATERZA & FIGLI 

TIPOGRAFI-KDITORI-LIBRAI 

1935 
















SCRITTORI D’ITALIA 


FRA PAOLO SARPI 

OPERE 


HI 



FRA PAOLO SARPI 


ISTORIA 


DEL 


CONCILIO TRIDENTINO 


A CURA DI 

GIOVANNI GAMBARIN 


VOLUME PRIMO 



BARI 

GIUS. LATERZA & FIGLI 

TIPOGR AFI-ED1TORI-LIBR Al 


1935 



GENNAIO MCMXXXV - 82427 




L’ISTORIA DEL CONCILIO TRIDENTINO 

scritta da PIETRO SOAVE POLANO 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


i 

















LIBRO PRIMO 


CAPITOLO I 
(1502-1531) 


[Disegno dell’autore. — Uso antico di convocare concili. — Condizioni della 
Chiesa nel secolo XVI. — Leone X e le indulgenze. — Protesta di 
Martin Lutero. — Viene citato a Roma: suo incontro ad Augusta col 
cardinale Gaetano. — Bolla di Leone X in favore delle indulgenze. — 
Ripercussioni nella Svizzera.— Bolla di Leone X contro Lutero, che si 
appella al concilio. — Lutero fa bruciare la bolla e le decretali. — Si 
presenta alla dieta di Worms ed è messo al bando dell’ Impero. — La 
sua dottrina è condannata dall’università di Parigi e riprovata da 
Enrico Vili d’Inghilterra. — Nuovi torbidi in Svizzera. — Conferenza 
di Zurigo. — Generale desiderio di un concilio.] 


Il proponimento mio è di scrivere l’istoria del concilio 
tridentino, imperocché, quantonque molti celebri istorici del 
secol nostro nelli loro scritti abbiano toccato qualche parti- 
colar successo in quello, e Gioanni Sleidano, diligentissimo 
autore, abbia con esquisita diligenzia narrato le cause ante¬ 
cedenti, nondimeno, quando bene fossero tutti raccolti insieme, 
non si componerebbe un’intiera narrazione. 

Io immediate che ebbi gusto delle cose umane, fui preso 
da gran curiosità di saperne l’intiero; ed oltre l’aver letto 
con diligenzia quello che trovai scritto, e li pubblici docu¬ 
menti usciti in stampa o divulgati a penna, mi diedi a ricer¬ 
care nelle reliquie de' scritti delli prelati ed altri in concilio 
intervenuti, le memorie da loro lasciate, e li voti cioè pareri 


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l’istoria del concilio tridentino 


detti in pubblico, conservati dalli autori propri o da altri, e 
le lettere d’avvisi da quella città scritte, non tralasciando fatica 
o rìiligenzia; onde ho avuto grazia di veder sino qualche 
registri intieri di note e lettere di persone che ebbero gran 
parte in quei maneggi. Ora avendo tante cose raccolte, che 
mi possono somministrar assai abbondante materia per narra¬ 
zione del progresso, vengo in resoluzione di ordinarla. 

Raccontarò le cause e li maneggi d’una convocazione eccle¬ 
siastica, nel corso di ventidue anni, per diversi fini e con vari 
mezzi da chi procacciata e sollecitata, da chi impedita e diffe¬ 
rita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre 
celebrata con vari fini, e che ha sortito forma e compimento 
tutto contrario al disegno di chi l’ha procurata e al timore di 
chi con ogni studio l’ha disturbata: chiaro documento per 
rassignare li pensieri in Dio e non fidarsi della prudenza 
umana. 

Imperocché questo concilio, desiderato e procurato dagli 
uomini pii per riunire la Chiesa che principiava a dividersi, 
per contrario ha cosi stabilito lo scisma ed ostinate le parti, 
che ha fatto le discordie irreconciliabili; e maneggiato dai 
principi per riforma dell’ordine ecclesiastico, ha causato la 
maggior disformazione che sia mai stata dopo che il nome 
cristiano si ode; e dalli vescovi adoperato per racquistar l’auto¬ 
rità episcopale, passata in gran parte nel solo pontefice romano, 
gliel’ha fatta perder tutta intieramente, ed interessati loro stessi 
nella propria servitù; ma temuto e sfuggito dalla corte di Roma, 
come efficace mezzo per moderare l’esorbitante potenza da pic¬ 
cioli principi pervenuta con vari progressi ad un eccesso illi¬ 
mitato, gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte 
restatagli soggetta, che mai fu tanta né cosi ben radicata. 

Si che non sarà inconveniente chiamarlo la Iliade del secol 
nostro: nella esplicazione della quale seguirò drittamente la 
verità, non essendo posseduto da passione che mi possi far 
deviare. E chi mi osserverà in alcuni tempi abbondare, in 
altri andar ristretto, si raccordi che non tutti li campi sono di 
ugual fertilità, né tutti li grani meritano d’esser conservati; 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


e di quelli che il mietitore vorrebbe tenir conto, qualche spica 
anco sfugge la presa della mano o il filo della falce, cosi com¬ 
portando la condizione d’ogni mietitura, che resti anco parte 
per rispigolare. 

Ma inanzi ogn’altra cosa mi convien raccordare esser stato 
antichissimo costume nella chiesa cristiana di quietare le con¬ 
troversie in materia di religione e riformare la disciplina tra¬ 
scorsa in corruttela per mezzo delle convocazioni de sinodi. 
Cosi la prima, nata, vivendo ancora molti delli santi apostoli, 
se le genti convertite a Cristo erano tenute all’osservanza della 
legge mosaica, fu composta per reduzione in Gerusalem di 
quattro apostoli e di tutti li fedeli che in quella città si ritro¬ 
vavano: ad esempio di che nelle occorrenze che alla giornata 
in ciascuna provincia nacquero, per duecento e più anni se¬ 
guenti, anco nel fervor delle persecuzioni, si congregarono li 
vescovi e li più principali delle chiese per sedarle e mettervi 
fine; essendo questo unico rimedio di riunire le divisioni e 
reconciliare le opinioni contrarie. 

Ma dopo che piacque a Dio di dar pace alla sua Chiesa 
con eccitar al favor della religione Costantino, si come fu più 
facile che molto più chiese comunicassero e trattassero insieme, 
cosi ancora le divisioni si fecero più comuni ; e dove che 
avanti non uscivano d’una città, o vero al più d’una provincia, 
per la libertà della comunicazione si estesero in tutto l’Im¬ 
perio; per il che anche l’usato rimedio delli concili fu neces¬ 
sario che si raccogliesse da piu ampli luochi. Onde in quel 
tempo essendo congregato da quel principe un concilio di 
tutto l’Imperio, ebbe nome di santa e grande sinodo; e qualche 
tempo dopo fu anco chiamato concilio generale ed ecumenico, 
se bene non raccolto da tutta la Chiesa, de quale gran parte 
si estendeva fuori dell’imperio romano, ma dall’uso di quel 
secolo di chiamar l’imperadore patrone universale e di tutta 
la terra abitata, con tutto che sotto l’Imperio non fosse con¬ 
tenuta la decima parte d’essa. Ad esempio di questo, in altre 
occorrenze di dissidi della religione, simili concili furono con¬ 
gregati dalli successori di Costantino: e se ben l’Imperio più 


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L’ISTORIA DEL CONCILIO TRIDENTINO 


volte fu diviso in orientale e occidentale, nondimeno, maneg¬ 
giandosi gli affari sotto nome comune, continuò ancora la 
convocazione delle sinodi dall’ Imperio tutto. 

Ma dopo che fu diviso l’Oriente dall’Occidente, non rima¬ 
nendovi comunione nel principato, e dopo che l’orientale fu 
in gran parte da saraceni occupato e l’occidental partito in 
molti principi, il nome di concilio universale ed ecumenico 
non più fu derivato dall’unità dell’imperio romano, ma ap¬ 
presso greci dal convento delli cinque patriarchi, e nelle re¬ 
gioni nostre dall’unità e comunione di quei regni e stati che 
nelle cose ecclesiastiche rendevano obedienza al pontefice ro¬ 
mano: e di questi la congregazione si è continuata, non prin¬ 
cipalmente per sopir le dissensioni della religione come già, 
ma o vero per far la guerra di Terra Santa, o per sopir scismi 
e divisioni della chiesa romana, o vero anco per controversie 
che fossero tra li pontefici e li principi cristiani. 

Principiando il secolo XVI dopo la natività di Nostro 
Signore, non appariva urgente causa di celebrar concilio, né 
che per longo tempo dovesse nascere, perché parevano a fatto 
sopite le querele di molte chiese contra la grandezza della 
corte, e tutte le regioni de’ cristiani occidentali erano in co¬ 
munione e obedienza della chiesa romana: solo in una pic- 
ciola parte, cioè in quel tratto de monti che congiongono le 
Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie degli antichi 
valdesi, o vero albigesi, nelli quali però era tanta semplicità 
e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a comu¬ 
nicar la loro dottrina ad altre persone; oltra che erano posti 
in cosi sinistro concetto d’impietà ed obscenità appresso li 
vicini, che non vi era pericolo che la contagione potesse pas¬ 
sar in altri. 

In alcuni cantoni ancora di Boemia vi erano certi pochi 
della medesima dottrina, reliquie pur degli stessi dalli boemi 
chiamati piccardi, li quali, per la stessa ragione, non era da 
dubitare che potesser aumentarsi. Nell’istesso regno di Boemia 
erano li seguaci di Giovanni Hus, che si chiamavano cali- 
stini, o vero sub utraque : li quali, fuor che in questo partico- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


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lare che nella santissima comunione ministravano al popolo 
il calice, nelle altre cose erano non molto differenti dalla 
dottrina della chiesa romana: ma né questi venivano in 
considerazione, cosi per il loro picciol numero, come perché 
mancavano di erudizione, né si vedeva che desiderassero 
comunicar la loro dottrina, né che altri fossero curiosi d’in¬ 
tenderla. 

Vi fu ben un poco di pericolo di scisma, perché avendo 
Giulio II atteso più alle arti della guerra che al ministerio 
sacerdotale, e amministrato il pontificato con eccessivo imperio 
verso li principi e cardinali, aveva necessitato alcuni di essi 
a separarsi da lui e congregar un concilio. Al che aggiongen- 
dosi che il re Luigi XII di Francia, scomunicato dallo stesso 
pontefice, gli aveva levato l'obedienza e si era congionto con 
li cardinali separati, pareva che potesse passar questo prin¬ 
cipio a qualche termine importante. Ma morto opportunamente 
Giulio ed essendo creato Leone, con la sua desterità in brevis¬ 
simo tempo reconciliò li cardinali e il regno di Francia insieme, 
si che fu con mirabile celerità e facilità estinto un fuoco che 
pareva dovesse arder la Chiesa. 

Leon X, come quello che era nobilmente nato e educato, 
portò molte buone arti nel pontificato, fra quali erano una 
erudizione singolare nelle buone littere di umanità, bontà e 
dolcezza di trattare maravegliosa, con una piacevolezza più 
che umana, insieme con somma liberalità e inclinazion grande 
a favorir li litterati e virtuosi, che da longo tempo non s’erano 
vedute in quella sede qualità né uguali né prossime alle sue. 
E sarebbe stato un perfetto pontefice, se con queste avesse 
congionto un poco di cognizione delle cose della religione e 
alquanto più d’inclinazione alla pietà, dell’una e dell’altra de’ 
quali non dimostrava aver gran cura. E si come era liberalis¬ 
simo e ben intendente dell’arte del donare, cosi dell’arte del- 
l’acquistare non era sufficiente da sé, ma si serviva dell’opera 
di Lorenzo Pucci Cardinal di Santiquattro, il quale in questa 
parte valeva assai. 

Ritrovandosi adonque Leone in questo stato quieto, estinto 


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l’istoria del concilio tridentino 


in tutto e per tutto il scisma, senza alcun avversario, si può 
dire, (poiché quei pochi valdesi e calistini non erano in 
considerazione), liberale nello spendere e donare cosi alli pa¬ 
renti come alli cortegiani e alli professori di lettere, esausti 
gli altri fonti di onde la corte romana suole tirar a sé le ric¬ 
chezze delle altre regioni, pensò valersi di quello delle indul¬ 
genze. 

Questo modo di cavar danari fu messo in uso dopo il 1100. 
Imperocché avendo poco prima papa Urbano II concesso in¬ 
dulgenza plenaria e remissione di tutti li peccati a chi andava 
nella milizia di Terra Santa per conquistar e liberar il sepolcro 
di Cristo dalle mani di maomettani, fu seguitato per più cen- 
tenara d’anni dalli successori, avendo alcuni di essi (come 
sempre si aggiunge alle nove invenzioni) aggiontovi la mede¬ 
sima indulgenza a quelli che mantenessero un soldato, non 
potendo essi o non volendo personalmente andar nella milizia; 
e poi, col progresso, concesso le medesime indulgenze e remis¬ 
sioni anco per far la guerra a quelli che, se ben cristiani, non 
erano obedienti alla chiesa romana. E per il più erano fatte 
abbondantissime esazioni di danari sotto li pretesti detti di 
sopra, li quali però erano poi applicati o tutti o la maggior 
parte ad altri usi. 

Seguendo questi esempi Leone, cosi consigliato dal Cardinal 
Santiquattro, mandò una indulgenzia e remissione de’ peccati 
per tutte le regioni di cristiani, concedendola a chi contri¬ 
buisse danari, ed estendendola anco alli morti, pe’ quali, quando 
fosse fatta la esborsazione, voleva che fossero liberati dalle 
pene del purgatorio: aggiongendo anco facoltà di mangiar ova 
e latticini nei giorni di digiuno, di eleggersi confessore, ed 
altre tali abilità. E se bene l’esecuzione di quest’impresa di 
Leone ebbe qualche particolare poco pio e onesto, come si 
dirà, il quale diede scandolo e causa di novità, non è però 
che molte delle concessioni simili, già fatte dalli pontefici per 
T manzi, non avessero cause meno oneste e non fossero eser¬ 
citate con maggior avarizia ed estorsione. Ma molte volte 
nascono occasioni sufficienti per produr notabili effetti, e sva- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


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niscono per mancamento d’uomini che se ne sappiano valere; 
e quello che più importa, è necessario che per effettuare alcuna 
cosa venga il tempo nel quale piaccia a Dio di correggere li 
mancamenti umani. Queste cose tutte si scontrarono nel tempo 
di Leone, del quale parliamo. 

Imperocché avendo egli nel 1517 pubblicata la universale 
concessione delle indulgenze, distribuì anco una parte delle 
rendite prima che fossero raccolte né ben seminate, donando 
a diversi le revenute di diverse provincie, e riservandone anco 
alcune per la sua camera. In particolare donò il tratto delle 
indulgenze di Sassonia e di quel braccio di Germania che di 
là cammina fino al mare a Maddalena sua sorella, moglie di 
Franceschetto Cibo figlio naturale di papa Innocenzio Vili; 
per ragione del qual matrimonio Leone era stato creato cardinale 
in età di quattordici anni, che fu il principio delle grandezze 
ecclesiastiche nella casa de’ Medici. Ed usò Leone quella libe¬ 
ralità, non tanto per affetto fraterno, quanto per ricompensa 
delle spese fatte dalla casa Cibo in quel tempo che stette reti¬ 
rato in Genova, non potendo dimorar in Roma mentre Ales¬ 
sandro VI era congionto con li fiorentini, nemici di casa 
Medici, che l’avevano scacciata di Fiorenza. Ma la sorella, 
acciò il dono del pontefice li rendesse buon frutto, diede la 
cura di mandar a predicare l’indulgenze e dell’esazione del 
danaro al vescovo Aremboldo, il quale nell’assonzione della 
dignità e carico episcopale non s’era spogliato di alcuna delle 
qualità di esatto mercatante genovese. Questo diede la facoltà 
di pubblicarle a chi si offerì di più cavarne, senza risguardo 
della qualità delle persone, anzi così sordidamente, che nes¬ 
suna persona mediocre potè contrattar con lui, ma solo trovò 
ministri simili a sé, non con altra mira che di cavar danari. 

Era costume nella Sassonia che quando dalli pontefici si 
mandavano indulgenzie, erano adoperati per pubblicarle li frati 
dell’ordine degli eremitani. A questi non volsero inviarsi li 
questori ministri dell’Aremboldo, come a quelli che, soliti a 
maneggiar simili merci, potevano anco aver maniera di trarne 
occultamente frutto per loro, e da’ quali anco, come usati a 



IO 


l’istoria del concilio tridentino 


questo ufficio, non aspettavano cosa straordinaria e che li po¬ 
tesse fruttare maggiormente del solito; ma s’inviarono alli 
frati dell’ordine di San Dominico. Da questi nel pubblicar le 
indulgenze furono dette assai novità che diedero scandolo, 
mentre essi volevano amplificare il valore più del solito. Si 
aggionse la cattiva vita delli questori, i quali nelle taverne 
ed altrove, in giuochi ed altre cose più da tacere, spendevano 
quello che il popolo risparmiava del suo vivere necessario 
per acquistar le indulgenzie. 

Dalle quali cose eccitato Martino Lutero, frate dell’ordine 
degli eremitani, si portò a parlar contra essi questori, prima 
riprendendo solamente li nuovi ed eccessivi abusi; poi, pro¬ 
vocato da loro, incominciò a studiare questa materia e voler 
veder li fondamenti e radice dell’indulgenzia: li quali esami¬ 
nati, passando dagli abusi novi alli vecchi e dalla fabbrica 
alli fondamenti, diede fuora novantacinque conclusioni in 
questa materia, le quali furono proposte da esser disputate in 
Vittemberga; né comparendo alcuno contra di lui, se ben viste 
e lette, non furono da alcuno oppugnate in conferenzia vocale; 
ma ben frate Giovanni Thecel dell’ordine di San Dominico ne 
propose altre contrarie a quelle in Francfort di Brandeburg. 

Queste due mane di conclusioni furono come una conte- 
stazione di lite, perché passò inanzi Martino Lutero a scrivere 
in defesa delle sue e Giovanni Ecchio ad oppugnarle; ed es¬ 
sendo andate cosi le conclusioni come le altre scritture a Roma, 
scrisse contra Lutero frate Silvestro Prierio dominicano: la 
qual contenzione di scritture sforzò una parte e l’altra ad 
uscir della materia e passare in altre di maggior importanza. 

Perché essendo l’indulgenzie cosa non ben esaminata nelli 
prossimi secoli dinanzi, non era stato ancora ben considerato 
come se defendesse e sustentasse, si come non era stato con¬ 
siderato come si oppugnasse: non era ben nota né la loro 
essenza né le cause. Alcuni riputavano quelle non esser altro 
che una assoluzione e liberazione, fatta per autorità del pre¬ 
lato, dalle penitenzie che negli antichissimi tempi, per ragion 
di disciplina, la Chiesa imponeva a’ penitenti (la qual impo- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I I I 

sizione fu nelli seguenti secoli assonta dal solo vescovo, poi 
delegata al prete penitenziario, e finalmente rimessa all’arbi¬ 
trio del confessore), ma non liberassero di pagar il debito alla 
divina giustizia. Il che parendo ad altri che cedesse più a 
maleficio che a beneficio del popolo cristiano, quale, coll’esser 
liberato dalle pene canoniche, si rendeva negligente a sodisfar 
con pene volontarie alla divina giustizia, entrarono in opi¬ 
nione che fossero liberazione e dell’una e dell’altra. E questi 
erano divisi: volendo alcuni che fossero liberazion senza che 
altro fosse dato in ricompensa di quelle; altri aborrendo un 
tal arbitrio, dicevano che, stante la comunione in carità delli 
membri di santa Chiesa, le penitenzie di uno si potevano co¬ 
municar all’altro e con questa compensazione liberarlo. Ma 
perché pareva che questo convenisse più agli uomini di santa 
ed austera vita che all’autorità delli prelati, nacque la terza 
opinione, che le fece in parte assoluzione, per il che se li ri¬ 
cerchi l’autorità, ed in parte compensazione. Ma non vivendo 
li prelati in maniera che potessero dar molto delli loro meriti 
ad altri, si fece un tesoro della Chiesa pieno de’ meriti di tutti 
quelli che ne hanno abbondanzia per loro propri. La dispen¬ 
sazione del quale è commessa al pontefice romano; il quale, 
dando 1’ indulgenzie, ricompensa il debito del peccatore con 
assegnare altrettanto valor del tesoro. Né qui era il fine delle 
difficoltà, perché opponevasi che, essendo li meriti de’ santi 
finiti e limitati, questo tesoro potrebbe venir a meno; per il 
che volendolo far indeficiente, v’aggionsero li meriti di Cristo, 
che sono infiniti ; onde nacque la difficoltà a che fosse bisogno 
de gocciole de meriti d’altri, quando si aveva un pelago infi¬ 
nito di quelli di Cristo: che fu ragione ad alcuni di far essere 
il tesoro delli meriti della Maestà sua solamente. 

Queste cose, cosi incerte allora e che non avevano altro 
fondamento che la bolla di Clemente VI fatta per il giubileo 
del 1350, non parevano bastanti per oppugnar la dottrina di 
Martino, risolvere le sue ragioni e convincerlo; per il che 
Thecel, Ecchio e Prierio, non vedendosi ben forti nelli luochi 
propri di questa materia, si voltarono alli comuni, e posero 



12 l’istoria del concilio tridentino 

per fondamento l’autorità pontificia e il consenso del li dottori 
scolastici: concludendo che, non potendo il pontefice fallare 
nelle cose della fede, ed avendo egli approvata la dottrina de’ 
scolastici, e pubblicando esso le indulgenzie a tutti li fedeli, 
bisognava crederle per articolo di fede. Questo diede occa¬ 
sione a Martino di passar dalle indulgenzie all’autorità del 
pontefice; la qual essendo dagli altri predicata per suprema 
nella Chiesa, da lui era sottoposta al concilio generale legit¬ 
timamente celebrato, del quale diceva esservi di bisogno in 
quella instante ed urgente necessità. E continuando il calore 
della disputa, quanto più la potestà papale dagli altri era 
inalzata, tanto più da lui era abbassata, contenendosi però 
Martino nei termini di parlar modestamente della persona di 
Leone e riservando alle volte il suo giudicio. E per l’istessa 
ragione fu anco messa a campo la materia della remissione 
de’ peccati, e della penitenzia e del purgatorio, valendosi di 
tutti questi luochi li romani per prova delle indulgenzie. 

Più appositamente di tutti scrisse contra Martin Lutero fra’ 
Giacomo Ogostrato dominicano, inquisitore, il quale, tralasciale 
queste ragioni, esortò il pontefice a convincer Martino con 
ferro, fuoco e fiamma. 

Tuttavia si andava esacerbando la controversia, e Martino 
passava sempre innanzi a qualche nova proposizione, secondo 
che gli era dato occasione. Per il che Leone pontefice, nel¬ 
l’agosto del 1518, lo fece citar a Roma da Gerolimo vescovo 
d’Ascoli auditor de camera; e scrisse un breve a Federico 
duca di Sassonia, esortandolo a non proteggerlo; scrisse anco 
a Tomaso de Vio cardinale Gaetano, suo legato nella dieta 
d’Augusta, che facesse ogn’opera per farlo pregione e man¬ 
darlo a Roma. Fu operato col pontefice per diversi mezzi che 
si contentasse far esaminar la sua causa in Germania, il 
qual trovò buono che fosse veduta dal legato suo, al quale 
fu commesso quel giudicio, con instruzione che, se avesse sco¬ 
perto alcuna speranza in Martino di resipiscenza, lo dovesse 
ricever, e prometterli impunità delli defetti passati, ed anco 
onori e premi, rimettendo alla sua prudenzia. Ma quando lo 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


1 3 


trovasse incorriggibile, facesse opera con Massimiliano impe¬ 
ratore e con gli altri principi di Germania che fosse castigato. 

Martino, con salvocondotto di Massimiliano, andò a trovar 
il legato in Augusta, dove dopo una conveniente conferenza 
sopra le materie controverse, scoprendo il cardinale che con 
termini di teologia scolastica, nella professione della quale 
era eccellentissimo, non poteva esser convinto Martino, che 
si valeva sempre della Scrittura divina, che da scolastici è 
pochissimo adoperata; si dechiarò di non voler disputar con 
lui, ma l’esortò alla retrattazione, o almeno a sottometter i 
suoi libri e dottrina al giudicio del pontefice, mostrandogli il 
pericolo in che si trovava persistendo, e promettendoli dal 
papa favori e grazie. Al che non essendo risposto da Martino 
cosa in contrario, pensò che non fosse bene col molto pre¬ 
mere cavar una negativa, ma interponer tempo, acciò le mi- 
naccie e le promesse potessero far impressione; per il che 
lo licenziò per allora. Fece far anco ufficio in conformità da 
frate Giovanni Stopiccio, vicario generale dell’ordine ere¬ 
mitano. 

Tornato Martino un’altra volta, ebbe il cardinale con lui 
colloquio molto longo sopra li capi della sua dottrina, più 
ascoltandolo che disputando, per acquistarsi credito nella pro¬ 
posta dell’accomodamento; alla quale quando discese, esortan¬ 
dolo a non lasciar passare un’occasione tanto sicura ed utile, 
rispose Lutero con la solita efficacia, che non si può far patto 
alcuno a pregiudicio del vero; che non aveva offeso alcuno 
né aveva bisogno della grazia di qual si voglia; che non te¬ 
meva minaccie, e quando fosse tentato cosa contro di lui in¬ 
debita, averebbe appellato al concilio. Il cardinale (al quale 
era andato ad orecchie che Martino fosse assicurato da alcuni 
grandi per tener un freno in bocca al pontefice), suspicando 
che parlasse cosi persuaso, si sdegnò, e venne a riprensioni 
acerbe e villanie, e a concludere che li principi hanno le 
mani longhe: e se lo scacciò dinanzi. Martino parti dalla pre¬ 
senza del legato, e memore di Giovanni Hus, senza altro dire 
parti anco da Augusta; di dove allontanato, e pensate meglio 


14 


l’istoria del concilio tridentino 


le cose sue, scrisse una lettera al cardinale, confessando d’es- 
ser stato troppo acre e scusandosi sopra la importunità delli 
questori e delli scrittori suoi avversari; promettendo di usar 
maggior modestia nell’avvenire, di sodisfar al papa e di non 
parlar delle indulgenzie più: con condizione però che li suoi 
avversari anco facessero l’istesso. Ma né essi né egli pote¬ 
vano contenersi in silenzio; anzi l’uno provocava l’altro; onde 
la controversia s’inaspriva. 

Per il che in Roma la corte parlava del cardinale con 
gran vituperio, attribuendo tutto il male all’aver trattato Lu¬ 
tero con severità e con villanie; li attribuivano a mancamento 
che non gli avesse fatto promessa di gran ricchezze, d’un 
vescovato, ed anco d’un cappel rosso da cardinale. E Leone, 
temendo di qualche gran novità in Germania, non tanto contra 
l’indulgenzie quanto contra l’autorità sua, fece una bolla sotto 
il 9 novembre 1518, dove dechiarò la validità delle indul¬ 
genzie, e che esso come successor di Pietro e vicario di Cristo 
aveva potestà di concederle per li vivi e per li morti ; e che 
questa era la dottrina della chiesa romana, la quale è madre 
e maestra di tutti li cristiani, che doveva esser recevuta da 
qualonque vuol esser nel consorzio della Chiesa. Questa bolla 
la mandò al cardinale Gaetano; il quale, essendo a Linz in 
Austria superiore, la pubblicò e ne fece far molti esemplari 
autentici, mandandone a ciascuno delli vescovi di Germania, 
con comandamento di pubblicarli e di comandar severamente 
e sotto gravi pene a tutti di non aver altra fede. 

Da questa bolla vide chiaramente Martino che da Roma 
e dal pontefice non poteva aspettar altro che esser condan¬ 
nato; e si come per l’inanzi aveva per lo più riservato la per¬ 
sona e il giudicio pontificio, cosi dopo questa bolla venne a 
risoluzione di rifiutarlo. Per il che mandò fuori un’appella¬ 
zione; dove avendo prima detto di non voler contrapporsi 
all’autorità del pontefice quando insegna la verità, soggionse 
che egli non era esente dalle comuni condizioni di poter 
fallare e peccare, allegando l’esempio di san Pietro ripreso 
da san Paolo gravemente. Ma ben era cosa facile al papa, 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


15 


avendo tante ricchezze e seguito, senza rispetto d’alcuno op¬ 
primere chi non sente con lui: a’ quali non resta altro rimedio 
che il rifuggirai concilio col beneficio dell’appellazione, poiché 
per ogni ragione debbe esser preposto il concilio al pontefice. 
Andò per Germania la scrittura dell’appellazione, e fu letta 
da molti e tenuta per ragionevole; per il che la bolla di Leone 
non estinse l’incendio eccitato in Germania. 

Ma in Roma, avendo come dato animo alla corte, non altri¬ 
menti che se il fuoco fosse estinto, fu mandato fra’ Sanson da 
Milano, dell’ordine di San Francesco, a predicar le medesime 
indulgenzie ne’ svizzeri: il qual dopo averle pubblicate in molti 
luochi e raccolto fino a cento venti mila scudi, finalmente capitò 
in Zurich, dove insegnava Ulrico Zuinglio canonico di quella 
chiesa. Il qual opponendosi alla dottrina del frate questore, 
furono tra loro gravi dispute, passando anco d’una ma f eria 
nell’altra, non altramente di quello che era accaduto in Ger¬ 
mania: onde avvenne che Zuinglio fosse da molti ascoltato, 
e acquistasse credito e potesse parlare non tanto contra gli 
abusi delle indulgenzie, ma contra le indulgenzie stesse, ed 
anco contra l’autorità del pontefice che le concedeva. 

Martino Lutero, vedendo la dottrina sua esser ascoltata ed 
anco passar ad altre regioni, fatto più animoso, si pose ad 
esaminar altri articoli ; e in materia della confessione e della 
comunione si parti dall’intelligenza delli scolastici e della 
romana chiesa, approvando più la comunione del calice usata 
in Boemia, e ponendo per parte principale della penitenza non 
la diligente confessione al sacerdote, ma più tosto il propo¬ 
sito di emendar la vita per l’avvenire. Passò anco a parlar 
delli voti, e toccare li abusi dell'ordine monastico; e cammi¬ 
nando li suoi scritti arrivarono in Lovanio e in Colonia, dove 
veduti dalle università di quei teologi, ed esaminati, furono 
da loro condannati. Né questo turbò punto Martino, anzi li 
diede causa di passar inanzi a dechiarare e fortificar la sua 
dottrina quanto più era impugnata. 

Con queste più tosto contenzioni che risolute discussioni 
passò l’anno 1519, quando, moltiplicando gli avvisi a Roma 



i 6 l’istoria del concilio tridentino 

delli moti germanici ed elvetici, aumentati con molte ampli¬ 
ficazioni ed aggionte, come è costume della fama, massime 
quando riporta cose lontane, Leone era notato di negligenza, 
che in tanti pericoli non dasse mano a gagliardi rimedi. I 
frati particolarmente biasimavano che attento alle pompe, alle 
caccie, alle delizie ed alla musica, de quale sopra modo si 
dilettava, tralasciasse cose di somma importanza. Dicevano 
che nelle cose della fede non conviene trascurar cosa minima, 
né differir un punto la provvisione; la quale si come è facilis¬ 
sima prima che il male prenda radice, cosi quando è invec¬ 
chiato riesce tarda; che Ario fu una minima scintilla che con 
facilità sarebbe stata estinta, e pure abbruggiò tutto il mondo; 
che avrebbero a quell’ora fatto altrettanto Giovanni Hus e Ge¬ 
ronimo da Praga, se dal concilio di Costanza non fussero 
stati oppressi nel principio. In contrario Leone era pentito di 
tutte le azioni fatte da lui in queste occorrenze, e più di tutto 
del breve dell’indulgenze mandato in Germania; parendogli 
che sarebbe stato meglio lasciar disputare li frati tra di loro 
e conservarsi neutrale e riverito da tutte le parti, che col 
dechiararsi per una constringer l’altra ad alienarsi da lui; 
che quella contenzione non era tanto gran cosa; che non bi¬ 
sognava metterla in reputazione; che mentre sarà tenuta per 
leggiera pochi ci penseranno, e se il nome pontificio non 
fosse entrato sino allora dentro, avrebbe fatto suo corso e 
sarebbe dileguata. 

Con tutto ciò, per le molte instanze de’ prelati di Germa¬ 
nia, delle università che, interessate per la condanna, ricer¬ 
cavano l’autorità pontificia per sostentamento, e piu per le 
continue importunità de’ frati di Roma, venne in risoluzione 
di ceder all’opinione comune. E fece una congregazione di 
cardinali, prelati, teologi e canonisti, alla quale rimesse in¬ 
tieramente il negozio. Da quella con grandissima facilità e 
prestezza fu concluso che si dovesse fulminar contra tanta 
impietà; ma furono discordi li canonisti dalli teologi, volendo 
questi che immediate si venisse alla fulminazione, e dicendo 
quelli che fosse necessario precedesse prima la citazione. Al- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 17 

legavano i teologi che la dottrina si vedeva con evidenza empia, 
che li libri erano divulgati e le prediche di Lutero notorie. Di¬ 
cevano gli altri che la notorietà non toglieva la difesa, che è 
de iure divino et naturali , correndo alli luoghi soliti, Adam 
ubi es? Ubi est Abel frater tuusf e nell'occorrenza delle cin¬ 
que città, Descendam et videbo. Aggiongevano che la citazione 
dell’auditore deH’anno inanzi, in virtù della quale il giudicio 
fu rimesso al Gaetano in Augusta e restò imperfetto, quando 
altro non fosse, la mostrava necessaria. Dopo molte dispute, 
nelle quali li teologi attribuivano a sé soli la decisione trat¬ 
tandosi di cosa di fede, e li giurisconsulti se l’appropriavano 
quanto alla forma del giudicio, fu proposto composizione tra 
loro, distinguendo il negozio in tre parti : la dottrina, li libri 
e la persona. Della dottrina concessero li canonisti che si 
condannasse senza citazione; della persona persistevano in 
sostener che fosse necessaria; però non potendo vincer gli 
altri, che insistevano con maggior acrimonia e si coprivano 
col scudo della religione, trovarono temperamento che a Mar¬ 
tino fosse fatto un precetto con termine conveniente, che cosi 
si risolverebbe in citazione. Delli libri vi fu più che fare, 
volendo li teologi che insieme con la dottrina fossero dan¬ 
nati assolutamente, e li canonisti che si ponessero dal canto 
della persona e si comprendessero sotto il termine. Non po¬ 
tendosi accordare in questo, fu fatto l’uno e l’altro; prima 
dannati di presente, e poi dato il termine per abbruggiarli. E 
con queste risoluzioni fu formata la bolla sotto il di 15 giu¬ 
gno 1520, la quale essendo come principio e fondamento del 
concilio di Trento, di cui abbiamo da parlare, è necessario 
rappresentar qui un breve compendio di quella. 

Nella quale il pontefice inviando il principio delle sue pa¬ 
role a Cristo, il quale ha lasciato Pietro e li suoi successori 
per vicari nella sua Chiesa, lo eccita ad aiutarla in questi 
bisogni; e da Cristo voltatosi a san Pietro, lo prega per la 
cura recevuta dal Salvatore voler attender alle necessità della 
chiesa romana consecrata col suo sangue; e passando a san 
Paulo, lo prega del medesimo aiuto, aggiongendo che se ben 


Sarpj, Istoria del Concilio Tridentino - i. 


2 



i8 l’istoria del concilio tridentino 

egli ha giudicato le eresie necessarie per prova dei buoni, è 
però cosa conveniente estinguerle nel principio. Finalmente 
rivoltatosi a tutti li santi del cielo e alla Chiesa universale, 
li prega ad interceder appresso Dio che la Chiesa sia purgata 
da tanta contagione. Passa poi a narrare come li era pervenuto 
a notizia, ed aveva veduto con gli occhi propri, essere rin¬ 
novati molti errori già dannati de’greci e boemi, ed altri, 
falsi, scandalosi, atti ad offender le pie orecchie ed ingannar 
le menti semplici, seminati nella Germania, sempre amata da 
lui e da’ suoi predecessori. Li quali, dopo la transazione del- 
l’imperio greco, hanno pigliato sempre defensori da quella 
nazione, e da quei prencipi pii sono emanati molti decreti 
contra gli eretici, confirmati anco dalli pontefici. Per il che egli, 
non volendo più tollerare simili errori ma provvedervi, vuol 
recitarne alcuni d’essi. E qui recita quarantadue articoli, che 
sono nelle materie del peccato originale, della penitenzia e 
remissione de’ peccati, della comunione, delle indulgenze, 
della scomunica, della potestà del papa, dell’autorità de’ 
concili, delle buone opere, del libero arbitrio, del purga¬ 
torio e della mendicità, i quali dice che respettivamente sono 
pestiferi, perniciosi, scandalosi, con offesa delle pie orecchie, 
contra la carità, contra la riverenzia dovuta alla romana 
chiesa, contra l’obedienzia che è nervo della disciplina ec¬ 
clesiastica. Per la quale causa volendo proceder alla condan¬ 
nazione, ne ha fatto diligente esamine con li cardinali e gene¬ 
rali degli ordini regolari, con altri teologi e dottori dell’una 
e l’altra legge; e pertanto li condanna e reproba respettiva¬ 
mente come eretici, scandalosi, falsi, in offesa delle pie orecchie 
ed inganno delle pie menti, e contrari alla verità cattolica. 
Proibisce, sotto pena di scomunica e di innumerabili altre 
pene, che nissuno ardisca tenerli, defenderli, predicarli o fa¬ 
vorirli. E perché le suddette asserzioni si ritrovano nelli libri 
di Martino, però li danna, comandando sotto le stesse pene 
che nissuno possa leggerli o tenerli, ma debbiano esser ab- 
bruggiati, cosi quelli che contengono le proposizioni predette 
come qualunque altri. Quanto alla persona di esso Martino, 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


19 


dice che l’ha ammonito più volte e citato e chiamato con 
promessa di salvocondotto e del viatico; che se fosse andato 
non averebbe trovato tanti falli nella corte come diceva; e 
che esso pontefice li averebbe insegnato che mai li papi suoi 
predecessori hanno errato nelle constituzioni loro. Ma perché 
egli ha sostenute le censure per un anno ed ha ardito d’ap¬ 
pellare al futuro concilio, cosa proibita da Pio e Giulio II 
sotto le pene degli eretici, poteva proceder alla condanna¬ 
zione senz’altro; nondimeno, scordato delle ingiurie, ammo¬ 
nisce esso Martino e quelli che lo defendono, che debbiano 
desister da quelli errori, cessar di predicar, ed in termine di 
sessanta giorni sotto le medesime pene aver revocato tutti gli 
errori suddetti e abbruggiati li libri; il che non facendo, li 
dechiara notorii e pertinaci eretici. Appresso comanda a cia¬ 
scuno sotto le stesse pene che non tenga altri libri dello stesso 
Martino, se ben non contenessero tali errori. Poi ordina che 
tutti debbiano schivare cosi lui come li suoi fautori; anzi co¬ 
manda ad ognuno che debbiano prenderli e presentarli per¬ 
sonalmente, o almeno scacciarli dalle proprie terre e regioni: 
interdice tutti li luochi dove anderanno, comanda che siano 
pubblicati per tutto, e che la sua bolla debbia esser letta in 
ogni luoco, e scomunicando chi impedirà la pubblicazione; 
determina che si creda alli transonti, ed ordina che la bolla 
sia pubblicata in Roma, Ilrandeburg, Misna e Mansperg. 

Martino Lutero, avuto nova della dannazione della sua 
dottrina e libri, mandò fuora una scrittura, facendo repetizione 
dell’appellazione interposta al concilio e replicandola per le 
stesse cause. Ed oltre di ciò, perché il papa abbia proceduto 
contra uno non chiamato e non convinto, e non udita la con¬ 
troversia della dottrina, anteponendo le opinioni sue alle sacre 
lettere e non lasciando luoco alcuno al concilio, si offeri di 
mostrare tutte queste cose; pregando Cesare e tutti li magi¬ 
strati che per difesa dell’autorità del concilio ammettano 
questa sua appellazione; non riputando che il decreto del 
papa obblighi persona alcuna, sin che la causa non sia legitti¬ 
mamente discussa nel concilio. 


20 


l’istoria del concilio tridentino 


Ma gli uomini sensati, vedendo la bolla di Leone, resta¬ 
rono con maraviglia per più cose: prima, quanto alla forma, 
che con clausole di palazzo il pontefice fusse venuto a de- 
chiarazione in una materia che bisognava trattare con le pa¬ 
role della Scrittura divina, e massime usando clausule tanto 
intricate e cosi longhe e prolisse, che a pena era possibile di 
cavarne senso, come se si avesse a far una sentenzia in causa 
feudale; ed in particolare era notato che una clausula, la qual 
dice: inhibentes omnibus ne prcsfatos errores asserere prcrsumant, 
è cosi allongata con tante ampliazioni e restrizioni, che tra 
Vinhibentes ed il prcesumant vi sono interposte più di quattro- 
cento parole. Altri, passando un poco più inanzi, consideravano 
che l’aver proposto quarantadue proposizioni e condannatele 
come eretiche, scandalose, false, offensive delle pie orecchie e 
ingannatrici delle menti semplici, senza esplicare qual di loro 
fossero le eretiche, quali le scandalose, quali le false, ma col 
vocabolo rcspeltiiamente attribuendo a ciascuna di esse una 
qualità incerta, veniva a restar maggior dubbio che inanzi: il 
che era non difinir la causa, ma renderla più controversa che 
prima, e mostrar maggiormente il bisogno che vi era di altra 
autorità e prudenza per finirla. 

Alcuni ancora restavano pieni d’ammirazione come fosse 
detto che fra le quarantadue proposizioni vi fossero errori de’ 
greci già dannati. Ad altri pareva cosa nova che tante propo¬ 
sizioni in diverse materie di fede fossero state decise in Roma 
col solo conseglio delli cortegiani, senza parteciparne con li 
altri vescovi, università e persone letterate d’Europa. 

Ma le università di Colonia e Lovanio, liete che per l’editto 
pontificio fosse dato colore al giudicio loro, abbruggiarono 
pubblicamente li libri di Lutero; il che fu causa che egli ancora 
in Vittemberga, congregata tutta quella scola, con forma di 
giudicio pubblicamente facesse abbruggiare non solo la bolla 
di Leone,Vma insieme anco le decretali pontificie: e poi con 
un longo manifesto, pubblicato in scritto, rendesse conto al 
mondo di quell’azione, notando il papato di tirannide nella 
Chiesa, perversione della dottrina cristiana ed usurpazione 
della potestà de’ legittimi magistrati. 



LIBRO PRIMO * CAPITOLO I 2 1 

Ma cosi per l’appellazione interposta da Lutero, come per 
queste ed altre considerazioni, ognun venne in opinione che 
fosse necessario un legittimo concilio, per opera del quale non 
solo le controversie fossero decise, ma ancora fosse rimediato 
a gli abusi da longo tempo introdotti nella Chiesa; e sempre 
tanto più questa necessità appariva, quanto le contenzioni cre¬ 
scevano, essendo continuamente dall’una parte e l’altra scritto. 
Perché Martino non mancava di confermar con diversi scritti 
la dottrina sua, e secondo che studiava scopriva più lume, 
camminando sempre qualche passo inanzi, e toccando articoli 
ai quali nel principio non aveva pensato. Il che egli diceva 
fare per zelo della casa di Dio; ma era anco costretto da ne¬ 
cessità: perché i pontificii avendo fatto opera efficace in Co¬ 
lonia con l’elettore di Sassonia, per mezzo di Geronimo Alean- 
dro, che dasse Martino prigione al papa, o per altra via li 
facesse levar la vita, egli si vedeva in obbligo di mostrar a 
quel prencipe e aili popoli di Sassonia e ad ogn’altro che la ra¬ 
gione era dal canto suo, acciò il suo principe o qualche altro 
potente non desse luogo a gli uffici pontificii contra la vita sua. 

Con queste cose essendo passato l’anno 1520, si celebrò 
in Germania la dieta di Vormazia del 1521, dove Lutero fu 
chiamato con salvocondotto di Carlo, eletto due anni inanzi 
imperatore, per render conto della sua dottrina. Egli era con¬ 
segnato a non andarvi, poiché già era pubblicata ed affissa 
la sua condanna fatta da Leone, onde poteva esser certo di 
non riportare se non conferma della condannazione, se pur 
non li fosse avvenuto cosa peggiore. Nondimeno, contra il 
parere di tutti gli amici, sentendo egli in contrario, diceva 
che se ben fosse certo d’aver contra tanti diavoli quanti 
coppi erano nelli tetti delle case di quella città, voleva andarvi; 
come fece. 

Ed in quel luoco a’ 17 di aprile, in presenza di Cesare e 
di tutto il convento de’ principi, fu interrogato se egli era 
l’autore de’ libri che andavano fuora sotto suo nome, de’ quali 
furono recitati li titoli e mostratigli esemplari posti in mezzo 
del consesso; e se voleva defendere tutte le cose contenute in 



22 


l’istoria del concilio tridentino 


quelli o retrattarne alcuna. Il quale respose, quanto alli libri, 
che li recognosceva per suoi, ma il risolversi di defender o 
non le cose contenute in quelli esser di gran momento, e per¬ 
tanto avere bisogno di spazio per deliberare. Li fu concesso 
tempo quel giorno, per dar la risposta il seguente. Il qual ve¬ 
nuto, introdotto Martino nel consesso, fece una longa orazione: 
scusò prima la sua simplicità se, educato in vita privata e 
semplice, non avesse parlato secondo la dignità di quel con¬ 
sesso e dato a ciascuno li titoli convenienti ; poi confermò di 
riconoscer per suoi li libri; e quanto al defenderli, disse 
che tutti non erano d’una sorte, ma alcuni contenevano la 
dottrina della fede e pietà, altri reprendevano la dottrina de’ 
pontificii, un terzo genere era delli scritti contenziosamente 
contra li defensori della contraria dottrina. Quanto alli primi, 
disse che, se li retrattasse, non farebbe cosa da cristiano e 
uomo dabbene, tanto più quanto per la medesima bolla di 
Leone, se ben tutti sono condannati, non però tutti sono giu¬ 
dicati cattivi. Quanto alli secondi, che era cosa pur troppo 
chiara che tutte le provincie cristiane e la Germania massime 
erano espiliate e gemevano sotto la servitù; e però il retrat¬ 
tare le cose dette non sarebbe stato altro che confermar quella 
tirannide. Ma nelli libri del terzo genere confessò di esser 
stato più acre e veemente del dovere, scusandosi che non 
faceva professione di santità né voleva defender i suoi co¬ 
stumi, ma ben la dottrina; che era parato di dar conto a qua- 
lonque persona si volesse, offerendosi di non esser ostinato, 
ma quando gli fosse mostrato qualche suo errore con la Scrit¬ 
tura in mano, era per gettar li suoi libri in foco. Si voltò 
all’imperatore ed alli prencipi, dicendo esser gran dono di Dio 
quando vien manifestata la vera dottrina, si come il repudiarla 
è un tirarsi a dosso causa di estreme calamità. 

Finita l’orazione, fu per ordine dell’imperatore ricercato 
di piana e semplice risposta, se voleva defender o no li suoi 
scritti: al che rispose di non potere revocar alcuna cosa delle 
scritte o insegnate, se non era convinto con le parole della 
Scrittura o con evidenti ragioni. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


Le quali cose udite, Cesare fu risoluto, seguendo li ve¬ 
stigi de’ suoi maggiori, di defender la chiesa romana ed usar 
ogni remedio per estinguer quell’ incendio, non volendo però 
violar la fede data, ma passar al bando dopo che Martino 
fosse ritornato salvo a casa. Erano nel consesso alcuni che, 
approvando le cose fatte in Costanza, dicevano non dover 
egli servar la fede: ma Lodovico, conte palatino elettore, si 
oppose come a cosa che dovesse rieder a perpetua ignominia 
del nome tedesco, esprimendo con sdegno esser intollerabile 
che per servizio de’ preti la Germania dovesse tirarsi a dosso 
l’infamia di mancar della pubblica fede. Erano anco alcuni, 
quali dicevano che non bisognava correr cosi facilmente alla 
condanna, per esser cosa di gran momento e che poteva ap¬ 
portar gran consequenze. 

Fu ne’ giorni seguenti trattato in presenza di alcuni delli 
prencipi, ed in particolar dall’arcivescovo di Treveri e da 
Gioachin elettor di Brandeburg, e dette molte cose da Mar¬ 
tino in defesa di quella dottrina, e da altri contra, volendo 
indurlo che rimettesse ogni cosa al giudicio di Cesare e del 
consesso e della dieta senza alcuna condizione. Ma dicendo 
egli che il profeta proibiva il confidarsi negli uomini, eziandio 
nei prencipi, al giudicio de’ quali nessuna cosa doveva esser 
manco permessa che la parola di Dio, fu in ultimo proposto 
che sottomettesse il tutto al giudicio del futuro concilio; al 
che egli acconsenti, con condizione che fossero cavati prima 
dai libri suoi gli articoli che gli s’intendeva sottoporvi, e che 
di quelli non fosse fatta sentenzia se non secondo le Scritture. 
Ricercato finalmente che rimedi pareva a lui che si potessero 
usare in questa causa, rispose: « Quelli soli che da Gamaliele 
furono proposti agli ebrei »: cioè che se l’impresa era umana, 
sarebbe sfumata; ma se da Dio veniva, era impossibile impe¬ 
dirla; e che tanto doveva sodisfar anco al pontefice romano, 
dovendo esser certi tutti (come egli ancora era), se il suo di¬ 
segno non veniva da Dio, che in breve tempo sarebbe andato 
in niente. Dalle qual cose non potendo esser rimosso, e re¬ 
stando fermo nella sua risoluzione che non accetterebbe alcun 


24 


l’istoria del concilio tridentino 


giudicio se non sotto la regola della Scrittura, gli fu dato com¬ 
miato e termine di ventun giorni per tornar a casa, con condi¬ 
zione che nel viaggio non predicasse né scrivesse. Di ch’egli 
avendo ringraziato, a’ 26 d’aprile si parti. 

Dopo, Carlo imperatore il giorno 8 di maggio nel mede¬ 
simo consesso di Vormazia pubblicò un editto, dove avendo 
prenarrato che aH’officio dell’imperator tocca aggrandire la 
religione ed estinguer l’eresie che incominciassero a nascere, 
passò a raccontare che fra’ Martin Lutero si studiava di mac¬ 
chiar la Germania di quella peste, si che non ovviandovi, tutta 
quella nazione era per cadere in una detestabile pernicie; che 
papa Leone l’aveva paternamente ammonito, e poi il conse- 
glio de’ cardinali ed altri uomini eccellenti avevano condan¬ 
nato i suoi scritti e dechiarato lui eretico, se fra certo termine 
non revocava gli errori; e di quella bolla della condanna ne 
aveva mandato copia ad esso imperatore, come protettor della 
Chiesa, per Gerolemo Aleandro suo noncio, ricercandolo che 
fosse eseguita nell’imperio, regni, domimi e provincie sue: 
ma che per ciò Martino non si era corretto, anzi alla giornata 
moltiplicava libri pieni non solo di nove eresie, ma ancora di 
già condannate dalii sacri concili, e non tanto in lingua la¬ 
tina, ma ancora in todesca. E nominati poi in particolare 
molti errori suoi, conclude non vi esser alcuno scritto dove 
non sia qualche peste o aculeo mortale, si che si può dir che 
ogni parola sia un veneno. Le qual cose considerate da esso 
imperatore e dalli consegli suoi di tutte le nazioni suddite a 
lui, insistendo ne’vestigi degl’imperatori romani suoi prede¬ 
cessori, avendo conferito in quel convento di Vormazia il tutto 
con gli elettori ed ordini dell’Imperio, con conseglio loro ed 
assenso, se bene non conveniva ascoltar un condannato dal 
sommo pontefice ed ostinato nella sua perversità e notorio 
eretico, nondimeno per levar ogni materia di cavillare, dicendo 
molti ch’era necessario udir l’uomo prima che venir all’ese¬ 
cuzione del decreto del pontefice, l’aveva mandato a levare 
per uno de’ suoi araldi, non per conoscere e giudicare le cose 
della fede, il che s’aspetta al solo pontefice, ma per ridurlo 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


25 


alla dritta via con buone persuasioni. Passa poi a raccontare 
come Martino fu introdotto nel pubblico consesso, e quello di 
che fu interrogato, e che rispose, si come di sopra è stato 
narrato; e come fu licenziato e parti. 

Poi segue concludendo che pertanto, ad onor di Dio e ri- 
verenzia del pontefice e per debito della dignità imperiale, 
con conseglio ed assenso degli elettori, prencipi e stati, ese¬ 
guendo la sentenzia e condanna del papa, dechiara di aver 
Martin Lutero per notorio eretico, e determina che da tutti 
sia tenuto per tale; proibendo a tutti di riceverlo o defenderlo 
in qualunque modo; comandando sotto tutte le pene a li pren¬ 
cipi e stati che debbano, passato il termine delli venti giorni, 
prenderlo e custodirlo, e perseguitar ancora tutti li complici, 
aderenti e fautori suoi, spogliandoli di tutti li beni mobili ed 
immobili. Comanda ancora che nessuno possi legger o tener 
li libri suoi, non ostante che vi fosse dentro alcuna cosa di 
buono, ordinando tanto alli prencipi, quanto agli altri che 
amministrano giustizia, di abbruggiarli e destruggerli. E perché 
in alcuni luoghi sono composti e stampati libretti estratti dalle 
opere di quello, e sono divulgate pitture ed immagini in ver¬ 
gogna di molti ed anco del sommo pontefice, comanda che 
nessuno possi stamparne, dipingerne o tenerne; ma dalli ma¬ 
gistrati sieno prese ed abbruggiate, e puniti li stampatori, 
compratori e venditori; aggiongendo una generai legge, che 
non possi esser stampato alcun scritto dove si tratti cosa della 
fede, benché minima, senza volontà dell’ordinario. 

In questo medesmo tempo ancora la università di Parigi, 
cavate diverse conclusioni dalli libri di Lutero, le condannò, 
parte come rinnovate dalla dottrina di Vigleffo ed Busso, e 
parte novainente prononciate da lui contra la dottrina cattolica. 
Ma queste opposizioni tutte non causavano altro se non che, 
rispondendo Lutero, si moltiplicava in libri dall’una parte e 
dall’altra, e le contenzioni s’inasprivano, e s’eccitava la cu¬ 
riosità di molti che, volendo informarsi dello stato della con¬ 
troversia, venivano ad avvertire gli abusi ripresi, e cosi si 
alienavano dalla devozione pontificia. 



2 6 


l’istoria del concilio tridentino 


Tra li più illustri contradittori che ebbe la dottrina di 
Lutero, fu Enrico Vili re d’Inghilterra, il qual non essendo 
nato primogenito regio, era stato destinato dal padre per arci¬ 
vescovo di Cantorberi, e però nella puerizia fatto attendere 
alle lettere. Ma morto il primogenito, e dopo quello anco il 
padre, egli successe nel regno; ed avendo per grand’onore 
adoperarsi in una controversia di lettere cosi illustre, scrisse 
un libro dei sette sacramenti, defendendo anco il pontificato 
romano ed oppugnando la dottrina di Lutero: cosa che al 
pontefice fu tanto grata che, ricevuto il libro del re, lo onorò 
col solito titolo di Defensore della fede. Ma Martino non si 
lasciò spaventare dal splendor regio, che non rispondesse a 
quella maestà con altrettanta acrimonia, veemenzia e poco 
rispetto, con quanta aveva risposto alli piccioli dottori. Questo 
titolo regio entrato nella controversia, la fece più curiosa; e 
come avviene nelli combattimenti, che li spettatori s’inclinano 
sempre al più debole ed esaltano più le azioni mediocri di 
quello, cosi qui concitò la inclinazione universale più verso 
Lutero. 

Subito che fu per tutto pubblicato il bando dell’impera¬ 
tore, l’istesso mese Ugo vescovo di Costanza, sotto la diocesi 
del quale è posta la città di Zurich, scrisse al collegio dei 
canonici di quel luogo, nel numero de’ quali era Zuinglio, ed 
un’altra littera al senato della medesma città. In quelle con¬ 
siderò il danno che le chiese e le repubbliche ancora pativano 
per le novità delle dottrine, con molto detrimento della salute 
spirituale, confusione della quiete e tranquillità pubblica. Gli 
esortò a guardarsi dai novi dottori, mostrando che non sono 
mossi se non da propria ambizione ed istigazione diabolica. 
Mandò insieme il decreto di Leone e il bando di Cesare, esor¬ 
tando che il decreto del papa fosse recevuto ed obedito, e 
quello dell’imperatore imitato, e notò particolarmente la per¬ 
sona e dottrina di Zuinglio e delli suoi aderenti, si che co¬ 
strinse Zuinglio a dar conto, di tutto quello che insegnava, 
alli colleghi e satisfare il senato. E scrisse ancora al vescovo, 
insistendo principalmente sopra questo, che non erano da tol- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


2 7 


lerar più longamente i sacerdoti concubinarii, di dove veniva 
l’infamia dell’ordine ecclesiastico e il cattivo esempio alli 
popoli e la corruzione della vita generalmente in tutti: cosa 
che non si poteva levare se non introducendo, secondo la 
dottrina apostolica, il matrimonio. Scrisse ancora in propria 
defesa a tutti li cantoni de’ svizzeri, facendo in particolar 
menzione di un editto fatto dalli loro maggiori, che ogni prete 
fosse tenuto ad aver la concubina propria, acciò non insidiasse 
la pudicizia delle donne oneste; soggiongendo che, se ben 
pareva decreto ridiculoso, era nondimeno fatto per necessità 
e non doveva esser mutato, se non che quanto era costituito 
a favor del concubinato, al presente doveva esser tramutato 
in matrimonio legittimo. 

Il moto del vescovo indusse li dominicani a predicar contra 
la dottrina di Zuinglio e lui a defendersi. Per il che anco 
egli scrisse e pubblicò sessantasette conclusioni, le quali conte¬ 
nevano la sua dottrina e toccavano li abusi del clero e delli 
prelati. Onde nascendo molta confusione e dissensione, il se¬ 
nato di Zurich entrò in deliberazione di sedare li tumulti, e 
convocò tutti li predicatori e dottori della sua giurisdizione. 
Invitò anco il vescovo di Costanza a mandar qualche persona 
di prudenzia e dottrina per assister a quel colloquio, a fine 
di quietare li tumulti e di statuir quello che fosse a gloria di 
Dio. Fu mandato dal vescovo Giacomo Fabro suo vicario, che 
fu poi vescovo di Vienna: e venuto il giorno statuito del con¬ 
gresso, raccolta gran moltitudine di persone, Zuinglio ripro¬ 
dusse le sue conclusioni, si offerì defenderle e rispondere a 
qualunque avesse voluto contradirle. Il Fabro, dopo molte 
cose dette da diversi frati dominicani e altri dottori contra 
Zuinglio, e da lui risposte, disse che quel tempo e luogo non 
erano da trattar simile materia, che la cognizione di simil pro¬ 
positi toccava al concilio; il qual anco presto si doveva cele¬ 
brare, perché cosi diceva esser convenuto il pontefice con li 
principi e maggiori prelati di cristianità. Il che tanto più diede 
materia a Zuinglio di fortificarsi, dicendo che queste erano 
promesse per nutrir il popolo con vane speranze e tra tanto 



28 


l’istoria del concilio tridentino 


tenerlo sopito nell’ignoranza; che ben si poteva, aspettando 
anco una più intiera dechiarazione dal concilio delle cose 
dubbie, trattar allora le certe e chiare nella Scrittura divina 
e nell’uso dell’antica chiesa. E tuttavia instando che dicesse 
quello che si poteva opponere alle conclusioni sue, si ri¬ 
dusse il Fabro a dire che non voleva trattare con lui in 
parole, ma che averebbe resposto alle sue conclusioni in 
scritto. Finalmente si fini il consesso, avendo il isenato decre¬ 
tato che l’Evangelio fosse predicato secondo la dottrina del 
vecchio e nuovo Testamento e non secondo alcun decreto o 
costituzione umana. 

Vedendosi adonque che le fatiche dei dottori e prelati della 
chiesa romana, e il decreto del pontefice che era venuto alla 
condanna assoluta, e il bando imperiale cosi severo, non solo 
non potevano estinguer la nova dottrina, anzi, non ostante 
quelli, faceva ogni giorno maggior progresso, ognuno entrò in 
pensiero che questi rimedi non fossero propri a tal infirmità, e 
che bisognasse venire finalmente a quella sorte di medicina, 
che, per il passato in simil occasioni usata, pareva avesse 
sedato tutti li tumulti : il che era la celebrazione del concilio. 
Onde questa fu desiderata da ogni sorte di persone come re¬ 
medio salutare ed unico. 

Veniva considerato che le novità non avevano avuto altra 
origine se non dagli abusi introdotti dal tempo e dalla negli- 
genzia del li pastori; e però non essere possibile rimediare alle 
confusioni nate se non rimediando agli abusi che n’avevano 
dato causa; né esserci altra via di provveder a quelli concor¬ 
demente e uniformemente, se non con una congregazione gene¬ 
rale. E questo era il discorso delli uomini pii e ben intenzionati; 
non mancando però diversi generi di persone interessate, a’ 
quali per li loro fini sarebbe stato utile il concilio, ma cosi 
regolato e con tal condizioni, che non potesse essere se non 
a favor loro e non contrario alli loro interessi. Primieramente, 
quelli che avevano abbracciate le opinioni di Lutero volevano 
il concilio con condizione che in quello tutto fosse deciso e 
regolato con la Scrittura, escluse tutte le constituzioni ponti- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO I 


29 


ficie e le dottrine scolastiche, perché cosi tenevano certo non 
solo di defender la loro, ma anco che ella dovesse esser sola 
approvata. Ma un concilio che procedesse come [si] era fatto 
per ottocento anni inanzi, non lo volevano, e si lasciavano in¬ 
tendere di non remettersi a quel giudicio. E Martino usava di 
dire che in Vormazia fu troppo pusillanime, e che era tanto 
certo della sua dottrina, che come divina non voleva manco 
sottometterla al giudicio degli angeli, anzi che con quella egli 
era per giudicare gli uomini e gli angeli tutti. Li principi ed 
altri governatori de’ paesi, non curando molto quello che il con¬ 
cilio dovesse risolvere intorno alla dottrina, lo desideravano 
tale che potesse redurre li preti e frati al loro principio, spe¬ 
rando che per quel mezzo ad essi dovessero tornar li regali e 
le giurisdizioni temporali, che con tanta abbondanzia ed am¬ 
piezza erano passate nell’ordine ecclesiastico. E però dicevano 
che vano sarebbe far un concilio dove soli li vescovi ed altri pre¬ 
lati avessero voto deliberativo, perché essi dovevano essere 
riformati, ed era necessario che altri ne avessero il carico, quali 
dal proprio interesse non fossero ingannati e costretti a risol¬ 
vere contra il ben comune della cristianità. Quelli del populo 
ancora, che avevano qualche cognizione delle cose umane, 
desideravano moderata l’autorità ecclesiastica, e che non fossero 
cosi aggravati li miseri popoli con tante esazioni sotto pretesto 
di decime, liinosine e indulgenzie, né oppressi dalli officiali 
de’ vescovi sotto pretesto di correzioni e di giudicii. La corte 
romana, parte principalissima, desiderava il concilio in quanto 
avesse potuto restituir al pontefice l’obedienzia che li era le¬ 
vata, e approvava un concilio secondo le forme nelli prossimi 
secoli usate; ma che quello avesse facoltà di riformar il pon¬ 
tificato e di levare quelle introduzioni da quali la corte rice¬ 
veva tali emolumenti e per quali colava in Roma gran parte 
dell’oro della cristianità, questo non piaceva loro. 11 pontefice 
Leone, angustiato da ambedue le parti, non sapeva che desi¬ 
derare. Vedeva che ogni giorno l’obedienza andava diminuen¬ 
dosi e li popoli intieri separandosi da lui, e ne desiderava il 
rimedio del concilio; il quale quando considerava dover esser 



30 


l’istoria del concilio tridentino 


peggior del male, portando la riforma in consequenzia, l’abor¬ 
riva. Andava pensando via e modo come far un concilio in 
Roma o in qualche altro luoco dello stato ecclesiastico, come 
il suo precessore ed esso avevano celebrato pochi anni inanzi 
il lateranense con buonissimo frutto, avendo con quel mezzo 
sedato il scisma, ridotto il regno di Francia ch’era separato, 
e, quello che non era di minor importanza, abolita la pragma¬ 
tica sanzione, doppiamente contraria alla monarchia romana, 
si perché era un esempio di levarli tutte le collazioni de’ be¬ 
nefici (gran fondamento della grandezza pontificia), come anco 
perché era una conservazione della memoria del concilio basi- 
liense, e per conseguente della soggezione del pontefice al 
concilio generale. Ma non vedeva poi come un concilio di 
quella sorte potesse rimediar al male, il quale non era nelli 
principi e gran prelati, appresso i quali vagliono le pratiche 
e gl’interessi, ma era nei popoli, con quali averebbe bisognato 
usar realtà e vera mutazione. 


CAPITOLO II 

(1522 - settembre 1523) 


[Morte di Leone X ed elezione di Adriano VI. — Sua intenzione di ema¬ 
nare una nuova bolla sulle indulgenze, contrastata dal cardinale 
Gaetano. — Il cardinale Puccio lo dissuade dal ristabilire l’uso delle 
penitenze canoniche e il cardinale Soderini dall’agire contro gli abusi, 
consigliandolo a valersi della forza contro i luterani. — Il cardinale 
Chieregato è inviato nunzio della dieta di Norimberga: sua azione. — 
I Centum gravammo, della dieta trasmessi a Roma. — Giudizi sulla 
condotta di Adriano VI; sua morte.] 

In questo stato di cose, nel fine dell’anno 1521 passò di 
questa vita papa Leone. E nel principio dell’anno seguente, 
il 9 di gennaro, fu creato Adriano, la cui assonzione al pon¬ 
tificato, essendo fatta di persona che mai era stata veduta in 
Roma, incognita alli cardinali e alla corte, e che allora si 
ritrovava in Spagna, (e del rimanente anco era opinione del 
mondo che non approvasse i costumi romani e il libero modo 
di vivere delli cortegiani) rivoltò i pensieri di tutti a questo, 
si che le novità luterane non erano più in nessuna conside¬ 
razione. Temevano alcuni che egli fosse pur troppo inclinato 
alla riforma; altri che chiamasse a sé i cardinali e portasse 
fuori d’Italia la sede romana (come altre volte era intervenuto). 
Ma presto restarono quieti da tanto timore, perché il nuovo 
pontefice, il di seguente dopo avuto l’avviso della sua elezione 
(che fu il 22 dell’istesso mese nella città di Vittoria in Bisca- 
glia), non aspettati li legati che li erano mandati dal collegio 
de’ cardinali per significargliela e aver il suo consenso, con¬ 
gregati quei pochi prelati che potè avere, consenti all’elezione, 
e assonto l’abito e le insegne si dechiarò pontefice, e non 
differi a passar in Barcellona, dove scrisse al collegio de’ 


32 


I.’ISTORIA DEL CONCILIO TRIDENTINO 


cardinali la causa perché aveva assonto il nome ed il carico 
di pontefice, e s’era posto in viaggio senza aspettar li legati, 
commettendo anche loro che tanto facessero noto per tutta 
Italia. Fu costretto aspettar in Barcellona tempo opportuno per 
passar il mar di Lione, assai pericoloso: non però differi più 
di quanto era necessario ad imbarcarsi per venir in Italia; e 
vi arrivò in fine di agosto del 1522. 

Ritrovò Adriano tutta Italia in moto per la guerra tra 
Cesare e il re di Francia, la sede apostolica implicata in guerra 
particolare con li duchi di Ferrara ed Urbino, Arimini nova- 
mente occupato da’ Malatesti, li cardinali divisi e diffidenti, 
l’assedio posto da’ turchi all’ isola di Rodi, tutte le terre della 
Chiesa esauste ed in estrema confusione per otto mesi di anar¬ 
chia; nondimeno applicò principalmente il pensier suo a com- 
poner li dissidi della religione in Germania: e come quello 
che era dalla fanciullezza nodrito, allevato e abituato nelli 
studi della scolastica teologia, teneva quelle opinioni per cosi 
chiare ed evidenti, che non credeva poter cadere il contrario 
in animo d’alcun uomo ragionevole. Per il che non dava 
altro titolo alla dottrina di Lutero se non di insipida, pazza 
ed irragionevole; giudicava che nissuna persona, se non 
qualche pochi sciocchi, la credessero, e il seguito che Martino 
aveva fosse di persone che in sua conscienzia tenessero per 
indubitate le opinioni romane, fingendo altrimenti irritati dalle 
oppressioni; e però essere cosa facilissima estinguere quella 
dottrina, che non era fondata salvo che sopra gl’interessi. 
Onde pensava che col dare qualche sodisfazione facilmente si 
risanasse quel corpo, quale più tosto faceva sembiante d’esser 
infermo, che in verità lo fosse. E per esser egli nativo di 
Utrecht, città di Germania inferiore, sperava che tutta la na¬ 
zione dovesse facilmente porger orecchie alle proposte sue, 
e interessarsi anco a sostenere l’autorità sua, come d’uomo 
germano, e per tanto sincero, che non trattasse con arti e 
per fini occulti. E tenendo per fermo che importasse molto 
l’usare celerità, deliberò far la prima proposizione nella dieta 
che si preparava a Noremberg; la quale acciò fosse gratamente 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


33 


udita e le sue promesse fossero stimate reali, inanzi che trat¬ 
tare cosa alcuna con essi loro, pensava necessario dar saggio 
con principio di reforma, levando li abusi stati causa delle 
dissensioni. A questo effetto chiamò a Roma Giovanni Pietro 
Caraffa, arcivescovo di Chieti, e Marcello Cazele gaetano, 
uomini stimati di bontà e costumi irreprensibili, e molto pe¬ 
riti delle cose spettanti alla vera disciplina ecclesiastica, acciò 
col conseglio loro e delli cardinali più suoi confidenti trovasse 
qualche medicina alle più importanti corruttele, tra’ quali prima 
si rappresentava la prodigalità delle indulgenze, per aver ella 
aperta la via al credito acquistato da’ novi predicatori in 
Germania. 

Il pontefice, come teologo che già aveva scritto in questa 
materia prima che mai Lutero pensasse di trattarla, era in 
parere di stabilire per decreto apostolico e come papa quella 
dottrina che come privato aveva insegnata e scritta; cioè, che 
concessa indulgenzia a chi farà una tal pia opera, è possibile 
assai che da alcuno l’opera sia eseguita in tanta perfezione 
che quello conseguisca l’indulgenzia: se però l’opera manca 
di quella esattezza, l’operante non ottiene indulgenzia tutta, 
ma solo tanta parte a proporzione che corrisponda all’opera 
imperfetta. Riputava il pontefice che in questa maniera non 
solo fosse provveduto per l’avvenire ad ogni scandolo, ma 
anco rimediato ni 1 i passati; poiché potendo ogni minima opera 
essere cosi bene qualificata di circostanze che meriti ogni gran 
premio, restava resoluta l’obiezione fatta da Lutero, come per 
l’oblazione d’un danaro fosse conseguito tanto tesoro; e poiché 
per defetto dell’opera chi non guadagna tutta l’indulgenzia 
ne ottiene però una parte proporzionale, non si ritraevano 
fedeli dal cercare l’indulgenze. 

Ma frate Tommaso da Gaeta cardinale di San Sisto, teo¬ 
logo consumato, lo dissuadeva, dicendogli che ciò era un 
pubblicar quella verità, la quale per salute delle anime era 
meglio ritenere solo appresso gli uomini dotti, e più tosto come 
disputabile che come decisa. Per il che anco esso, qual viva¬ 
mente in conscienzia la sentiva, nello scrivere però l’aveva 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


3 


34 


l’istoria del concilio tridentino 


in tal maniera portata, che solo gli uomini consumatissimi 
potevano dalle sue parole cavarla. La qual dottrina quando 
fosse vulgata ed autorizzata, esserci pericolo che gli uomini, 
eziandio litterati, non concludessero da quella che la conces¬ 
sione del papa non giovasse niente, ma tutto dovesse esser 
attribuito alla qualità dell’opera; il che diminuirebbe a fatto 
il fervore in acquistare le indulgenze, e la stima dell’autorità 
pontificia. Aggionse il cardinale che dopo l’aver, per coman¬ 
damento di Leone, fatto esatto studio in questo soggetto l’anno 
medesmo che nacquero le contenzioni in Germania, e scrittone 
un pieno trattato, l’anno seguente, essendo legato in Augusta, 
ebbe occasione di ventilarlo e trattarne più diligentemente, 
parlando con molti ed esaminando le difficoltà e motivi che 
turbavano quelle provincie; e in due colloqui che ebbe con 
Lutero in quella città discusse pienamente la materia, la quale 
avendo ben digerita, non dubitava di poter dire asseverante- 
mente e senza pericolo di prender errore che altra maniera 
non vi era di remediare al li scandoli passati, presenti e futuri, 
che ritornando le cose al suo principio. Esser cosa chiara, 
che quantunque il papa possi liberare col mezzo delle indul¬ 
genze li fedeli da qualsivoglia sorte di pena, leggendo però 
le decretali chiaramente apparisce che è assoluzione e libera¬ 
zione dalle pene imposte nella confessione solamente. Per il 
che ritornando in osservanza li canoni penitenziali, andati in 
dissuetudine, ed imponendo secondo quelli le condecenti peni- 
tenzie, ognuno chiaramente vederà la necessità ed utilità delle 
indulgenze e le cercherà studiosamente per liberarsi dal gran 
peso delle penitenze; e ritornerà il secolo aureo della Chiesa 
primitiva, nel quale li prelati avevano assoluto governo sopra 
li fedeli, non per altro, se non perché erano tenuti in continuo 
esercizio con le penitenzie; dove nei tempi che corrono, fatti 
oziosi, vogliono scuotersi dall'obedienzia. Il popolo di Germa¬ 
nia, sepolto nell’ozio, presta orecchie a Martino che predica la 
libertà cristiana; se fosse con penitenzie tenuto in freno, non 
potrebbe pensar a questa novità, e la sede apostolica potrebbe 
farne grazia a chi le riconoscesse da lei. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


35 


Piaceva al pontefice questo parere, come fondato sopra 
l’antichità, ed al quale non vedeva che opposizione potesse 
esser fatta. Lo fece propor in penitenziaria, per trovar modo 
e forma come metterlo in uso prima in Roma poi in tutta la 
cristianità. Furono fatte perciò diverse radunanze dalli depu¬ 
tati sopra la riforma, insieme con li penitenzieri, per trattare 
come praticarlo; e tante difficultà si vedevano attraversare, 
che finalmente Lorenzo Puccio fiorentino, cardinale di Santi- 
quattro, che fu datario di papa Leone e ministro diligente per 
trovar danari, come già s’è detto, e fatto poi sommo peniten- 
ziero, col parere universale riferi al pontefice che era stimata 
irreuscibile la proposta, e quando fosse tentata, in luoco di 
remediare alli presenti mali ne averebbe suscitati di molto 
maggiori. Che le pene canoniche erano andate in disuso, per¬ 
ché, mancato il fervor antico, non si potevano più sopportare; 
però volendo ritornarle, prima era necessario ritornare l’istesso 
zelo e calore di carità. Che il secolo non era simile alli pas¬ 
sati, quando tutte le deliberazioni della Chiesa erano ricevute 
senza pensarci più oltre; ma al presente ognuno vuol farsi 
giudice ed esaminare le ragioni; il che se si vede farsi nelle 
cose che nulla o poco di gravezza portano seco, quanto mag¬ 
giormente in una che sarebbe gravissima! Esser vero che il 
rimedio è appropriato al male, ma supera le forze del corpo 
infermo, ed in luoco di guarirlo sarebbe per condurlo a morte; 
e pensando di racquistar la Germania, farebbe perdere l’Italia 
prima, ed alienar quella maggiormente. Soggionse il cardinale: 
« Mi par d’udir uno che dica come san Pietro; Perché tentar 
Dio, imponendo sopra le spalle dei discepoli quello che né 
noi né i padri nostri abbiamo potuto sopportare?». Si scor¬ 
dasse Sua Santità di quel celebre luogo della Glossa, al¬ 
legato da lei nel suo quarto delle Sentenzie, che intorno al 
valore delle indulgenze la querela è vecchia ed ancor dubbia; 
considerasse le quattro opinioni tutte cattoliche e tanto di¬ 
verse che quella Glossa riferisce. Da che appare chiaro che 
la materia ricerca in questi tempi più tosto silenzio che altra 
discussione. 



3 6 


l’istoria del concilio tridentino 


Penetrarono queste ragioni nell’animo d’Adriano e lo re¬ 
sero incerto di quello che dovesse fare; e tanto più perplesso, 
quanto non trovava minor difficoltà nelle altre cose che s’era 
proposto in animo di riformare. Nella materia delle dispense 
matrimoniali, il levar molte delle proibizioni di contrattar 
matrimoni tra certo genere di persone, che parevano superflue 
e difficili da osservare, (a che egli molto inclinava e sarebbe 
stato gran sollevamento al popolo), era biasmato da molti come 
cosa che rallentasse il nervo della disciplina; il continuarle 
prestava materia alli luterani di dire che erano per trar da¬ 
nari. Il ristringer le dispense ad alcune qualità di persone 
era dar nova materia di querimonie alli pretendenti che nelle 
cose spirituali, ed in quello che al ministerio di Cristo appar¬ 
tiene, non vi sia differenza alcuna di persone. Il levar le spese 
pecuniarie per queste cause, non si poteva fare senza ricom¬ 
prar gli uffici venduti da Leone, li compratori de’ quali trae¬ 
vano emolumenti da questo. 11 che anco impediva da levare 
li regressi, accessi, coadiutorie ed altri modi usati nelle col¬ 
lazioni de’ benefici, che avevano apparenza (se più veramente 
non si deve dire essenza) di simonia. Il ricomprar gli uffici 
era cosa impossibile, attese le gran spese che era convenuto 
fare e tuttavia continuare. E quel che più di tutto li confon¬ 
deva l’animo, era che quando aveva deliberato di levar qualche 
abuso, non mancava chi con qualche colorata apparenza pi¬ 
gliava a sostenere che fosse cosa buona o necessaria. In queste 
ambiguità afflisse il pontefice l’animo suo sino al novembre, 
desideroso pur di far qualche notabile provvisione che potesse 
dar al mondo saggio dell’animo suo, risoluto a porgere ri¬ 
medio a tutti gli abusi, prima che incominciar a trattar in 
Germania. 

In fine lo fermò e fece venir a resoluzione Francesco So- 
derino cardinale prenestino, chiamato di Volterra, allora suo 
confidentissimo; se ben dopo entrato cosi inanzi nella desgrazia 
sua, che lo fece anco impregionare. Questo cardinale, versa¬ 
tissimo nelli maneggi civili ed adoperato nelli pontificati di 
Alessandro, Giulio e Leone, pieni di vari ed importanti acci- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


O/ 


denti, in ogni ragionamento col pontefice andava gettando 
parole che potessero instruirlo: li commendava la bontà ed 
ingenuità sua e l’animo propenso alla riforma della Chiesa 
ed all’estirpazione dell’eresie, aggiongendo però che non po¬ 
teva avere laude della sola buona intenzione, insufficiente da 
se stessa per far il bene, se non vi s’aggiongesse anco un’esatta 
elezione de’ mezzi opportuni ed un’esecuzione maneggiata con 
somma circonspezione. Ma quando lo vidde costretto dall’an¬ 
gustia del tempo a risolversi, gli disse non esservi speranza 
di confondere ed estirpare li luterani con la correzione delli 
costumi della corte; anzi questo esser un mezzo di aumentar 
il credito agli autori. Imperocché la plebe, che sempre giudica 
dall’evento, quando per l’emenda seguita restarà certificata 
che con ragione il governo pontificio era ripreso in qualche 
parte, si persuaderà similmente che anco le altre novità pro¬ 
poste abbiano buoni fondamenti; e gli eresiarchi, vedendo 
d’averla vinta in una parte, non cesseranno nel riprender 
le altre. In tutte le cose umane avvenire che il ricevere sodi- 
sfazione in alcune richieste dà pretensione di procacciarne 
altre e di stimar che li siano dovute; che leggendo le passate 
istorie dei tempi che sono state eccitate eresie contra l’auto¬ 
rità della chiesa romana, si vederà tutte avere preso pretesto 
dalli costumi corrotti della corte. Con tutto ciò mai nessun 
pontefice reputò utile mezzo il reformarli; ma solo, dopo usate 
le ammonizioni e instruzioni, indurre i prencipi a protegger la 
Chiesa. Quello che per il passato è riuscito, doversi tener ed 
osservar sempre. Nissuna cosa far perire un governo maggior¬ 
mente, che il mutar li modi di reggerlo; l’aprir vie nuove e 
non usate esser un esporsi a gravi pericoli, e sicurissimo è cam¬ 
minare per li vestigi dei santi pontefici che sempre hanno 
avuto esito felice delle loro imprese. Nissuno aver mai estinto 
l'eresie con le riforme, ma con le cruciate e con eccitar pren¬ 
cipi e popoli all’estirpazione di quelle. Raccordarsi che Inno¬ 
cenzo III oppresse felicemente con questo mezzo gli albigesi 
di Linguadocca; e li pontefici seguenti non con altri modi 
hanno estinto in altri luochi li valdesi, li piccardi, poveri di 



3» 


l’istoria del concilio tridentino 


Lione, arnaldisti, speronisti e patarini, si che al presente 
resta il solo nome. Non esser per mancare prencipi in Ger¬ 
mania che, concedendogli la sede apostolica di occupar lo 
stato dei fautori dei luterani, non debbiano avidamente rice¬ 
vere la condizione, e facendogli seguito de’ popoli colle indul¬ 
genze e remissioni a chi anderà a quel soccorso. Li considerò 
anco il cardinale che non era da pensare alli moti di religione 
in Germania, come se non vi fosse altro pericolo imminente 
alla sede apostolica; perché soprastava la guerra d’Italia, cosa 
di maggior pericolo, alla quale era necessario applicare prin¬ 
cipalmente l’animo: nel maneggio della quale se si ritrovasse 
senza nervo, che è il danaro, potrebbe ricevere qualche notabil 
incontro; e nessuna riforma si può fare la qual non diminuisca 
notabilmente le entrate ecclesiastiche: le quali avendo quattro 
fonti, uno temporale, le rendite dello stato ecclesiastico, gli 
altri spirituali, le indulgenze, le dispense, e la collazione de’ 
benefici, non si può otturar alcuno di questi, che l’entrate non 
restino troncate in un quarto. 

Il papa, conferendo queste remostranze con Guielmo 
Enckenvvort, che poi creò cardinale, e Teodorico Hezio, suoi 
familiari e confidentissimi, affermava essere misera la condi¬ 
zione de’ pontefici ; poiché vedeva chiaro che non potevano 
far bene, neanco volendo e faticandosene; concluse che non 
era possibile, inanzi l’espedizione che doveva far in Germania, 
mandar ad effetto alcun capo di riforma, e che bisognava che 
si contentassero di credere alle sue promesse, le quali era ri¬ 
soluto di mantenere, quando anco avesse dovuto ridursi senza 
alcun dominio temporale, e anco alla vita apostolica. Diede 
però stretta commissione ad ambidue, uno de’ quali era datario 
e l’altro secretarlo, che nella concessione dell’indulgenze, nelle 
dispense, nelli regressi e coadiutorie si usasse parcità, sin 
tanto che si trovasse come regolarlo con legge e perpetua 
eonstituzione. Le quali cose avendo io letto diffusamente nar¬ 
rate in un diario del vescovo di Fabriano, dove tenne memoria 
delle cose notabili da lui vedute ed udite, ho voluto riportarle 
qui sommariamente, dovendo servir molto per intelligenza delle 
cose che si diranno. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


39 


Nel primo concistoro di novembre, col parere delli cardi¬ 
nali, destinò Francesco Chiericato, conosciuto da lui in Spagna 
e creato vescovo di Fabriano (il quale ho nominato poco fa), 
per noncio alla dieta di Norembergo, che si celebrava senza 
la presenza di Cesare, che alcuni mesi inanzi era stato sfor¬ 
zato passar in Spagna per quietar li tumulti e sedizioni nate 
in quei regni. Arrivò il noncio a Norembergo nel fine del¬ 
l’anno, e presentò littere del pontefice agli elettori, prencipi 
e oratori delle città, scritte in comune sotto il 25 novembre, 
nelle quali si doleva prima che essendo stato Martin Lutero 
condannato per sentenza di Leone e la sentenza eseguita per 
un editto imperiale in Vormazia, pubblicato per tutta Germania, 
nondimeno egli perseverasse nelli medesmi errori, pubblicando 
continuamente libri pieni d’eresia, e fosse favorito non solo 
da plebei, ma anco da nobili: soggiongendo che, se ben pre¬ 
disse l’apostolo che le eresie erano necessarie per esercizio 
dei buoni, quella necessità però era tollerabile nelle opportu¬ 
nità de’ tempi, non in quelli quando, trovandosi la cristianità 
oppressa dall’arme de’ turchi, si doveva metter ogni studio 
per purgare il mal interno, ché il danno ed il pericolo, qual 
da se stesso porta, impedisce anco l’adoperarsi contra un tanto 
inimico. Esorta poi li prencipi e popoli a ben considerare che 
non mostrino di consentire a tanta scelleratezza col tollerarla 
longamente. Gli rappresenta essere cosa vergognosissima che 
si lascino condurre da un fraticello fuora della via de’ loro 
maggiori, quasi che solo Lutero intenda e sappia. Gli avver- 
tisce, se li seguaci di Lutero hanno levato l’obedienzia alle 
leggi ecclesiastiche, molto maggiormente vilipenderanno le 
secolari; e se hanno usurpato li beni della Chiesa, meno si 
asteniranno da quei de’ laici; ed avendo ardito di metter mano 
nelli sacerdoti di Dio, non perdoneranno alle case, mogli e 
figlioli loro. Aggionse esortazione che, se non potranno con 
le vie della dolcezza redur Martino ed i suoi seguaci nella 
dritta via, vengano alli remedi aspri e affocati, per risecar 
dal corpo li membri morti, come fu fatto nelli tempi antichi 
a Datan ed Abiron, ad Anania e Saffira, a Gioviniano e 



40 


l’istoria del concilio tridentino 


Vigilanzio, e finalmente come li maggiori fecero contra Gioanni 
Hus e Gerolimo da Praga nel concilio di Costanza; l’esempio 
de’ quali, quando non possino far altramente, debbono imitare. 
In fine rimesse il soprapiù, cosi in quel particolare come in 
altri negozi, alla relazione di Francesco Chiericato suo noncio. 
Scrisse anco lettere quasi a tutti li principi con gl’ istessi con¬ 
cetti : all’elettore di Sassonia in particolare, che ben conside¬ 
rasse qual macchia sarebbe stata alla sua posterità, avendo 
favorito un frenetico che metteva confusione in tutto ’l mondo 
con invenzioni empie e pazze, rivoltando la dottrina stabilita 
col sangue de’ martiri, vigilie de’ santi dottori ed armi di tanti 
prencipi fortissimi; camminasse per le vestigie de’suoi mag¬ 
giori, non lasciandosi abbagliare gli occhi dalla rabbia d’un 
uomicciuolo a seguire gli errori dannati da tanti concili. 

Presentò il noncio alla dieta non solo il breve del papa, 
ma ancora la sua instruzione, nella quale gli era commesso 
di esortar i prencipi ad opporsi alla peste luterana, con sette 
ragioni. Prima, perché a ciò li doveva movere il culto di Dio 
e la carità verso il prossimo; secondariamente, la infamia della 
loro nazione; in terzo luoco, il loro onor proprio, mostrandosi 
non degenerare dalli loro progenitori che intervennero alla 
condannazione di Giovanni Hus in Costanza e degli altri eretici, 
conducendone alcuni d’essi colle proprie mani al fuoco; e non 
volessero mancare della propria parola e costanzia, avendo la 
maggior parte di essi approvato l’editto imperiale contra 
Lutero. In quarto luoco, li doveva muovere l’ingiuria fatta da 
Lutero ai loro progenitori, pubblicando un’altra fede che la 
creduta da essi, e concludendo per conseguente che tutti siano 
all’ inferno; in quinto luoco, si debbino mover dal fine dove 
i luterani tendono, cioè di voler snervar la potestà secolare, 
dopo che averanno annichilata l’ecclesiastica con falso pretesto 
che sia usurpata contra l’Evangelio, se ben astutamente mo¬ 
strano di salvar la secolare per ingannarli; in sesto luogo 
considerino le dissessioni e turbulenzie che quella setta eccita 
in Germania; e finalmente avvertano che Lutero usa la mede¬ 
sima via usata già da Macometto, permettendo che siano sa- 


I.IBRO PRIMO - CAPITOLO II 


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ziate l’inclinazioni carnali, se ben mostra di farlo con maggior 
modestia per più efficacemente ingannare. E se alcuno dicesse 
Lutero esser stato condennato non udito e non defeso, e però 
che sia conveniente udirlo, debbia responder esser giusto 
udirlo in quello che tocca al fatto, cioè se ha predicato o 
scritto, o no; ma sopra le cose della fede e la materia de’ 
sacramenti ciò non esser conveniente, perciò che non s’ha 
da metter in dubbio quello che una volta è stato approvato 
dalli concili generali e da tutta la Chiesa. 

Poi gli dà commission il pontefice di confessar ingenua- 
mente che questa confusione è nata per i peccati degli uomini, 
massime de’ sacerdoti e prelati : confessando che in quella 
santa sede, già alcuni anni, sono state fatte molte cose abo¬ 
minevoli, molti abusi nelle cose spirituali, molti eccessi nelli 
precetti, e finalmente tutte le cose mutate in male; in maniera 
che si può dire che l’infermità sia passata dal capo nei mem¬ 
bri, dalli summi pontefici nelli inferiori prelati, si che non vi 
è stato chi faccia bene, neppur uno. Alla correzione del qual 
male egli, per propria inclinazione e debito, è deliberato ado¬ 
perarsi con tutto lo spirito, ed usar ogn’opera acciocché inanzi 
ogn’altra cosa la corte romana, di onde forse tanto mal è pro¬ 
ceduto, si riformi: il che tanto piu farà, quanto vede che 
tutto ’l mondo avidamente lo desidera. Nessun però dover ma- 
ravegliarsi se non vederà cosi immediate emendati tutti gli 
abusi; perché essendo il male invecchiato e multiplice, bi¬ 
sogna a passo a passo proceder nella cura e cominciar dalle 
cose più gravi, per non turbar ogni cosa col voler fare tutto 
insieme. Commise ancora il pontefice che promettesse per suo 
nome che egli li serverebbe li concordati e che s’informerebbe 
delli processi avocati dalla rota, per rimetterli ad partes 
secondo la giustizia; e in fine che sollecitasse li prencipi e 
stati per nome suo a risponder alle lettere, ed informar lo 
pontefice delli mezzi mediante i quali si potesse ovviar più 
comodamente ai luterani. Oltre l'aver presentato il breve 
del papa e l’instruzione, propose anco il noncio che in Ger¬ 
mania si vedeva quasi per tutto li religiosi uscir del monastero 


42 


l’istoria del concilio tridentino 


e ritornar al secolo, e li preti maritarsi con gran sprezzo e 
vilipendio della religione, e la maggior parte di essi ancora 
commetter molti eccessi ed enormità: per il che era necessario 
che fosse pigliata provvisione, per la quale questi sacrileghi 
matrimoni fossero separati, gli autori di quelli severamente 
puniti, e gli apostati remessi nella potestà de’ loro superiori. 

Fece la dieta risposta al nuncio in iscritto, dicendo di 
aver letto con reverenzia il breve del pontefice e la instruzione 
presentata nel negozio della fazione luterana, e rendere grazie 
a Dio della assonzione di Sua Beatitudine al pontificato, pre¬ 
gandoli dalla Maestà divina ogni felicità. E (dappoi aver detto 
quello che occorreva circa la concordia tra prencipi cristiani 
e la guerra contra turchi) quanto alla dimanda d’eseguire la 
sentenzia promulgata contra Lutero e l’editto di Vormes, ri¬ 
sposero essere paratissimi a metter ogni loro potere per estirpar 
gli errori, ma aver tralasciato di eseguir la sentenza e l’editto 
per grandissime ed urgentissime cause. Imperocché la maggior 
parte del popolo è persuasa dalli libri di Lutero che la corte 
romana abbia inferiti molti gravami alla nazion germanica; 
onde se si fosse fatta alcuna cosa per esecuzione della sen¬ 
tenza, la moltitudine sarebbe entrata in sospetto che fosse fatto 
per sostentar e mantenir gli abusi e impietà, e ne sarebbono 
nati tumulti populari, con pericolo di guerre civili. Per il che 
esser di bisogno, in queste difficoltà, di remedi più opportuni, 
massime confessando esso nuncio per nome del pontefice che 
questi mali vengano per gli peccati degli uomini, e promet¬ 
tendo riforma della corte romana, gli abusi della quale se non 
fossero emendati, e levati li gravami, e reformati alcuni arti¬ 
coli che li prencipi secolari daranno in scritto, non è possibile 
metter pace tra gli ecclesiastici e secolari, né estirpar li pre¬ 
senti tumulti. E perché la Germania consenti il pagamento delle 
annate con condizione che si convertissero nella guerra contra 
i turchi, le quali per tanti anni sono state pagate, né mai 
convertite in quell’uso, pregano il pontefice che per l’avvenire 
non abbi la corte romana cura di esigerle, ma siano lasciate 
al fisco dell’ Imperio per le spese di quella guerra. Ed a quello 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


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che la Sua Santità ricercava conseglio delli mezzi co’ quali si 
potesse ovviar a tanti inconvenienti, risposero che dovendosi 
trattar non di Lutero solamente, ma tutt’insieme di stirpar 
molti errori e vizi radicati per invecchiata consuetudine, per 
diversi rispetti, da chi per ignoranza, da chi maliziosamente 
difesi, nissun altro rimedio giudicavano più comodo, efficace 
ed opportuno, che se la Santità sua, col consenso della Maestà 
cesarea, convocherà un concilio pio, libero e cristiano, quanto 
più presto sia possibile, in un luoco conveniente in Germania: 
cioè in Argentina, Magonza, Colonia o vero Metz, non diffe¬ 
rendo la convocazione più d’un anno; e che in quel concilio ad 
ognuno, cosi ecclesiastico come secolare, sia concesso di poter 
parlare e consegliar a gloria di Dio e salute deU’anime, non 
ostante qualunque giuramento o vero obbligazione. Il che te¬ 
nendo dovere essere eseguito da Sua Santità con prontezza e 
celerità, né volendo restar di far al presente quelle meglior 
provvisioni che possibili siano per il tempo intermedio, hanno 
deliberato di procurar con l’elettor di Sassonia che li luterani 
non scrivino né stampino altro, e che per tutta Germania li pre¬ 
dicatori, taciute le cose che possono muover tumulto popolare, 
debbino predicar sinceramente e puramente il santo Evangelio 
secondo la dottrina approvata dalla Chiesa, non movendo di¬ 
spute, ma riservando sino alla determinazione del concilio 
tutte le controversie. Che i vescovi deputino uomini pii e lit- 
terati per sopraintender alli predicatori e informarli e correg¬ 
gerli, ma in maniera che non si possi sospettar che si vogli 
impedir la verità evangelica; che per l’avvenire non si stampi 
cosa nuova, se non veduta e reconosciuta da uomini di pro¬ 
bità e dottrina, sperando con questi mezzi di ovviar alli tumulti, 
se la Santità sua farà la debita provisione alli gravami e 
ordinarà il libero e cristiano concilio: sperando che cosi li 
tumulti si quieteranno e che la maggior parte si ridurrà a 
tranquillità. Perché gli uomini da bene senza dubbio vorranno 
aspettar la deliberazione del concilio, quando vederanno che 
si sia per celebrar presto. E quanto alli preti che si maritano 
e religiosi che ritornano ai secolo, poiché nelle leggi civili 



44 


l’istoria del concilio tridentino 


non vi è pena, pensano che basti se siano puniti dagli ordi¬ 
nari con le pene canoniche; ma se commetteranno alcuna 
scelleratezza, il prencipe o vero podestà, nel territorio de’ 
quali falleranno, gli dovrà dare il debito castigo. 

Il nuncio non restò sodisfatto di questa resposta e venne 
in resoluzione di replicare. E prima, quanto alla causa perché 
non fosse eseguita la sentenzia del papa e l’editto dell’impe- 
rator contra Lutero, disse non satisfare la ragione allegata 
che si fosse fatto per fuggir li scandali, non convenendo tol¬ 
lerar il male acciò ne venga bene, e dovendo tenir più conto 
della salute delle anime che della tranquillità mondana. 
Aggionse che non si dovevano scusar li seguaci di Lutero 
per li scandali e gravami della corte romana; perché se ben 
fossero veri, non si debbe perciò partire dall’unità cattolica, 
ma piu tosto sopportar pazientissimamente ogni male. Per il 
che li pregava dell’esecuzione della sentenzia e dell’editto, 
inanzi che la dieta si finisse: e se la Germania è in alcun 
conto gravata dalla corte romana, la sede apostolica sarà 
pronta di sollevarla; e se vi sono discordie tra gli ecclesiastici 
e li prencipi secolari, il pontefice le componerà ed estinguerà. 
Che quanto alle annate, altro non diceva per allora, poiché 
opportunamente Sua Santità averebbe dato resposta; ma quanto 
alla domanda del concilio, replicò che sperava non dover de- 
spiacer a Sua Santità se l’avessero domandato con parole più 
convenienti, e però ricercava che fossero levate tutte quelle 
che potessero dar qualche ombra alla Beatitudine sua; come 
quelle parole, che il concilio sia convocato col consenso della 
Maestà cesarea; e quelle altre, che debbia esser libero e che 
debbiano esser relassati i giuramenti, e il concilio sia celebrato 
più in una città che in un’altra; perché, se non si levino, 
parerà che voglino legar le mani alla Santità sua; cosa che 
non farà buon effetto. Quanto alli predicatori, ricercò che si 
osservasse il decreto del pontefice che per l’avvenire nissui 
potesse predicar, se la dottrina sua non fosse esaminata da 
vescovo. Quanto alli stampatori e divulgatori de’ libri, replicc 
che in nissun modo le piaceva la risposta; ma che dovesse! 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


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eseguir la sentenzia del papa e dell’ imperatore; che i libri 
si abbruciassero e fossero puniti li divulgatori di essi: instando 
ed avvertendo che in questo sta il tutto. E quanto alli libri 
da stamparsi, si debbia servar il moderno concilio latera- 
nense. Ma quanto alli preti maritati, la risposta non li dispia¬ 
cerebbe se non avesse un aculeo nella coda, mentre si dice 
che se commetteranno alcuna sceleratezza saran puniti dalli 
prencipi o potestà; perché questo sarebbe contra la libertà 
ecclesiastica, e sarebbe metter la falce nel campo d’altri e 
toccar quelli che sono reservati a Cristo. Conciossiacosaché 
non debbono li principi presumer di credere che per l’apo¬ 
stasia si devolvino alla loro giurisdizione, né possino esser 
castigati da loro degli altri delitti; imperocché restando in loro 
il carattere e l’ordine, sono sempre sotto la potestà della Chiesa, 
né possono far altro li principi che denonciarli ai loro vescovi 
e superiori che li castighino; concludendo in fine che li ricer¬ 
cava ad aver sopra le medesime cose più matura deliberazione, 
e dar riposta megliore, più chiara, più sana e meglio con¬ 
sultata. 

Nella dieta non fu gratamente veduta la replica del nuncio, 
e comunemente tra quei prencipi si diceva il noncio aver 
una misura del bene e del male per sola relazione all’utilità 
della corte, e non alle necessità della Germania; la conserva¬ 
zione dell’unità cattolica dovere maggiormente muovere a fare 
il bene, facile da eseguire, che a sopportar il male, difficile a 
tollerare. E nondimeno il noncio ricercava che la Germania 
sopportasse pazientissimamente le oppressioni inferitegli dalla 
corte romana, non volendo essa piegarsi pur un poco al bene, 
anzi più tosto a desistere dal male se non con sole promesse; 
ed averebbe mostrato troppo vivo senso quando fosse restata 
offesa dalla dimanda del concilio, tanto modesta e necessaria. 
E dopo longa discussione fu risoluto di comun parere di 
non far altra risposta, ma aspettar quello che il pontefice risol¬ 
vesse sopra la già data. 

Li principi secolari poi a parte fecero una longa querela 
di ciò che pretendevano contra la corte romana e contra tutto 



46 


l’istoria del concilio tridentino 


l’ordine ecclesiastico, reducendola a cento capi, che per ciò 
chiamarono Centum gravamìna : li quali, perché il nuncio, 
col quale erano stati conferiti, si parti prima che fossero di¬ 
stesi, mandarono al pontefice con una quasi protesta di non 
voler né poterli tollerar più, e di esser dalla necessità ed ini¬ 
quità costretti a cercar di liberarsene con ogni industria per 
le più comode vie che potessero. 

Longo sarebbe esprimer il contenuto: ma in somma si 
querelavano del pagamento delle dispense ed assoluzioni, delli 
danari che si cavavano per indulgenze, delle liti che si tira¬ 
vano in Roma, delle reservazioni de benefici e altri abusi di 
commende ed annate, della esenzione degli ecclesiastici nelli 
delitti, delle scomuniche ed interdetti ingiusti, delle cause 
laiche con diversi pretesti tirate all’ecclesiastico, delle gran 
spese nelle consegrazioni di chiese e cimiteri, delle penitenzie 
pecuniarie, delle spese per aver i sacramenti e la sepoltura. 
Li qual tutti riducevano a tre principali capi : al mettere in 
servitù li popoli, spogliarli de’ danari ed appropriarsi la giu¬ 
risdizione del magistrato secolare. 

A’ 6 di marzo fu fatto il recesso con li precetti contenuti 
nella risposta al nuncio, e fu poco dopo ogni cosa stampata; 
cosi il breve del papa come anco la instruzione del nuncio, 
le risposte e repliche e li cento gravami, e furono divulgati 
per Germania, e di là passarono ad altri luoghi ed anco a 
Roma. 

Dove la aperta confessione del pontefice, che dalla corte 
romana ed ordine ecclesiastico venisse l’origine d’ogni male, 
non piacque, e generalmente non fu grata alli prelati; parendo 
che fosse con troppo ignominia e che dovesse renderli più 
odiosi al secolo e potesse esser causa anco di farli sprezzare 
dalli popoli; anzi dovesse farli luterani più audaci e petulanti. 
E sopra tutto premeva il vedere aperta una porta, dove per 
necessità sarebbe introdotta o la tanto aborrita moderazione 
de’ comodi loro, o vero convinta la incorriggibilità. E quelli 
che scusavano più il pontefice, l’attribuivano alla poca cogni- 
zion sua delle arti con quali si mantiene la potenzia pontificia 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO II 


47 


e l’autorità della corte, fondate sopra la riputazione; e loda¬ 
vano papa Leone di giudicio e prudenzia, che seppe attribuir 
la mala opinione, che la Germania aveva del li costumi curiali, 
alla poca cognizione che di essa avevano; e però nella bolla 
contra Martino Lutero disse che se egli, essendo citato, fosse 
andato a Roma, non averebbe trovato nella Corte gli abusi 
che si credeva. 

Ma in Germania li mal affetti alla corte romana interpre¬ 
tavano quella candidezza in sinistro, dicendo che era una 
solita arte di confessar il male e prometterne il rimedio, senza 
alcun pensiero d’effettuar niente, per addormentar gl’incauti 
e goder il beneficio del tempo, e tra tanto, col mezzo delle 
pratiche con li prencipi, fortificarsi in modo che potessero 
meglio assoggettir i popoli e levargli il potersi opponer ai loro 
voleri ed anco il poter parlar de’ loro mancamenti. 

E perché diceva il pontefice che bisognava nel remediare 
non tentar di provveder a tutto insieme, per il pericolo di 
causar mal maggiore, ma far le cose a passo a passo, si ride¬ 
vano, soggiongendo che ben a passo a passo, ma in maniera 
che tra un passo e l’altro intervenisse la distanzia d’un secolo. 

Ma attesa la buona vita tenuta da Adriano inanzi il pon¬ 
tificato. cosi dopo assonto al vescovato e cardinalato, come 
anco per inanzi, e la buona intenzione che si scopriva in tutte 
le sue azioni, gli uomini pii interpretarono il tutto in buon 
senso, credendo veramente che egli confessasse gli errori per 
ingenuità e che fosse anco per porgervi rimedio pili presto di 
quello che prometteva. Né l’evento lasciò giudicar il contrario; 
perché non essendo la corte degna di un tal pontefice, piacque 
a Dio che passasse all’altra vita quasi immediate dopo rice¬ 
vuta la relazione dal suo nuncio di Norembergo. Perché a’ 
13 settembre egli fini il corso delli suoi anni. 

Ma in Germania, quando fu pubblicato il decreto del re¬ 
cesso di Norembergo con li precetti sopra le prediche e stampe, 
dalla maggior parte non ne fu tenuto conto alcuno; ma li 
interessati, cosi quelli che seguivano la chiesa romana come 
li luterani, l’intesero a loro favore. Perché dicendosi che si 



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l’istoria del concilio tridentino 


tacessero le cose che potriano mover tumulti popolari, inten¬ 
devano i cattolici che si dovessero tacer le cose introdotte da 
Lutero nella dottrina e la reprensione degli abusi dell’ordine 
ecclesiastico; e li luterani dicevano esser stata mente della 
dieta che si dovessero tacere le difese degli abusi, per le quali 
il popolo si moveva contro li predicatori quando udiva rap¬ 
presentar le cose cattive come le buone: e quella parte del 
decreto che comandava di predicar l’Evangelio secondo la 
dottrina de scrittori approvati dalla Chiesa, li cattolici inten¬ 
devano secondo la dottrina delli scolastici e degli ultimi po¬ 
stillatori delle Scritture; ma li luterani dicevano che s’inten¬ 
deva delli santi padri, Ilario, Ambrosio, Agostino, Gieronimo 
e altri tali ; interpretando anco fosse loro lecito, per virtù 
dell’editto del recesso, continuar insegnando la loro dottrina 
sino al concilio, siccome li cattolici intendevano che la mente 
della dieta fosse stata che si dovesse continuar nella dottrina 
della chiesa romana: onde pareva che con quell’editto, in 
loco d’estinguersi il fuoco delle controversie, quelle si fossero 
maggiormente accese; e per tanto restava nelle pie menti il 
desiderio del concilio libero, al quale pareva che ambe le 
parti si sottomettessero, sperandosi che per quello dovesse 
seguir la liberazione da tanti mali. 



CAPITOLO III 

(ottobre 1523 - 1529). 


[Elezione di Clemente VII. — Invio del cardinale Campegio alla dieta 
di Norimberga. — A Ratisbona fa ratificare da alcuni principi e ve¬ 
scovi la sua proposta di riforme, dagli altri non accettate. — L’im¬ 
peratore disapprova il decreto della dieta. — Nuova dieta di Spira: 
decisione di nulla mutare, in attesa di un concilio. — Lega santa di 
Cognac: Clemente VII invia due brevi a Carlo V. — Risposte del¬ 
l’imperatore, sue lagnanze, appello al concilio e lettera al collegio 
dei cardinali. — I colonnesi contro il papa: saccheggio del Vaticano: 
scomunica di essi, che si appellano al concilio. — Sacco di Roma da 
parte degl’ imperiali e cacciata dei Medici da Firenze: prigionia e 
liberazione del papa. — La riforma si afferma in Svizzera: tentativi 
anche in Italia. — Clemente VII si riconcilia con Carlo V. Dieta di 
Spira e suo decreto: protesta di alcuni principi : dal che il nome di 
«protestanti». — Lutero e Zuinglio: vano tentativo di conciliazione 
a Marburgo. — Carlo V e Clemente VII a Bologna: il papa distoglie 
1* imperatore dall’ idea d’un concilio. — Incoronazione dell’ imperatore 
e convocazione d’una dieta in Augusta.] 

Dopo la morte di Adriano fu creato successore Giulio de’ 
Medici, cugino di papa Leone, che fu chiamato Clemente VII, 
il quale immediate applicò l’animo alle cose di Germania; e 
come quello ch’era molto ben versato nella cognizione dei 
maneggi, vedeva chiaramente che papa Adriano, contra il te¬ 
nore sempre usato da savi pontefici, era stato troppo facile 
cosi in confessar li difetti della corte conte in promettere la 
riformazione, e troppo abietto in aver domandato alli Germani 
conseglio come si potesse provvedere alle contenzioni di quel 
regno, perché con questo egli aveva tiratosi a dosso la dimanda 
del concilio, che molto importava, massime con la condizione 
di celebrarlo in Germania, ed aveva dato troppo animo alli 
prencipi con queste sue azioni, che perciò avevano avuto non 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1 . 


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50 


l’istopia del concilio tridentino 


solo ardire di mandar a lui, ma di metter ancora in stampa 
li Cento gravami , scrittura ignominiosa per l’ordine ecclesia¬ 
stico di Germania, ma molto più per la corte romana. E ben 
pensate tutte le cose, venne in resoluzione che fosse necessario 
dar qualche satisfazione alla Germania: in maniera tale però 
che non fosse posta in pericolo l’autorità sua né levati li 
comodi della corte. Considerò che nelli cento gravami, se 
ben molti riguardavano la corte, la maggior parte però toc¬ 
cavano li vescovi, officiali, curati ed altri preti di Germania. 
Per il ché venne in speranza che se questi fossero reformati, i 
tedeschi facilmente s’averebbono lasciato indur a tacere per 
allora di quello che toccava a Roma, e con questa medesima 
riforma s’averebbe divertito la trattazione del concilio. Pertanto 
giudicò bene spedir immediate un legato di prudenzia e auto¬ 
rità alla dieta che si doveva celebrar di là tre mesi in Norem- 
bergo, con instruzione di camminar per le sopradette vie; e 
sopra tutte le cose dissimular di sapere le proposizioni da 
Adriano fatte e le risposte a lui date, per non ricevere da 
quelle alcun pregiudicio nelle trattazioni sue, ma per poter 
procedere come re integra. 

11 legato fu Lorenzo Campegio, Cardinal di Santa Ana¬ 
stasia; il quale gionto nella dieta, dopo aver trattato diverse 
cose con alcuni particolari per disponer il suo negoziato, parlò 
anco in pubblico, dove disse sentir molta maraveglia che 
tanti principi e cosi prudenti potessero sopportare che fosse 
estinta ed abolita la religione, li riti e cerimonie ne’ quali 
erano nati ed educati essi, e li loro padri e maggiori morti, 
senza considerare che tal novità tendesse alla ribellione del 
popolo contra i magistrati. Che il pontefice, non mirando ad 
alcun interesse suo, ma paternamente compatendo alla Germa¬ 
nia incorsa in spirituali e temporali infermità e soggetta a 
maggiori pericoli imminenti, l’aveva mandato per trovar modo 
di sanar il male: non esser intenzione della Santità sua di 
prescriver loro cosa alcuna, né meno di voler che a lui fosse 
prescritta, ma ben di consegliar insieme con loro delli remedi 
opportuni; concludendo che se fosse rifiutata da loro la dili- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


genzia della Santità sua, non sarebbe poi ragionevole rivoltare 
colpa alcuna sopra di quella. 

Li fu risposto dalli prencipi (perché Cesare era in Spagna, 
come si è detto di sopra), prima ringraziando il pontefice della 
benevolenza, e poi dicendo che ben sapevano il pericolo im¬ 
minente per la mutazione della dottrina nella religione; e per 
tanto nella dieta dell’anno inanzi avevano mostrato al nuncio 
del pontefice Adriano il modo e via di componer li dissidi, 
al quale anco avevano dato in scritto tutto quello che deside¬ 
ravano e ricercavano da Roma, la qual scrittura credevano 
che fosse stata da Adriano ricevuta, avendo il noncio promesso 
di consegnarla; si come anco tenevano che a tutti fossero 
noti li gravami che la Germania riceveva dall’ordine eccle¬ 
siastico, essendo pubblicati in stampa; e sino a quell’istante 
erano stati aspettando che li loro giusti desideri fossero esau¬ 
diti, come tuttavia aspettavano; per il che s’egli allora aveva 
qualche ordine o instruzione dal pontefice, lo pregavano di 
esporlo, acciò si potesse insieme con lui ben consigliare il 
tutto. 

A questo il legato, seguendo la commissione datagli dal 
pontefice, replicò: non sapere che fosse stata portata al papa 
né a’ cardinali alcuna instruzione del modo e via di componer 
il dissidio della religione; bene gli accertava della ottima vo¬ 
lontà del pontefice, dal quale egli aveva pienissima potestà 
di far tutto quello che avesse servito a tal fine; per il che 
toccava a loro di metter inanzi la via, li quali sapevano la 
condizione delle persone e li costumi della regione. Esser 
loro molto ben noto che Cesare nella dieta di Vormazia, con 
loro consenso, aveva pubblicato un editto contra i luterani, 
al quale alcuni avevano obedito e altri no; della qual diver¬ 
sità e varietà egli non sapeva la ragione, ma ben li pareva 
che inanzi ogn’altra cosa si dovesse deliberar del modo di 
eseguirlo. Che se ben non aveva ancora inteso che li cento 
Gravami fossero stati pubblicati per presentargli al pontefice, 
sapeva però esserne stati portati tre esemplari a Roma ad alcuni 
privati, ed egli ne aveva veduto uno, ed erano stati veduti 



52 


l’istoria del concilio tridentino 


anco dal pontefice e dalli cardinali, quali non si poteron per¬ 
suader che fossero raccolti per ordine delli principi, ma ben 
pensavano che da qualche malevolo per odio della corte ro¬ 
mana fossero mandati fuori. Che se ben egli non aveva nissun 
ordine né instruzione dal pontefice in quella materia, non do¬ 
vessero però pensare che non avesse autorità di trattarne se¬ 
condo l’espediente; ben li diceva che in quelle domande ne 
erano molte che derogavano alla potestà del pontefice e sen¬ 
tivano il fetor di eresia, delle quali egli non poteva trattare; 
ma si offeriva di conoscere e parlar di quelle che non erano 
contro al pontefice e avevano fondamento di equità; che poi 
se restasse qualche cosa da trattarsi col pontefice, la potreb- 
bono proponer, ma con modi più moderati ; che non poteva 
restar di biasimare che si fossero messi in stampa e fatti pub¬ 
blicare, parendogli questo troppo; ma però esser certo che 
per amor della Germania il pontefice farà ogni cosa, essendo 
egli pastore universale: ma se la voce del pastore non sarà 
udita, il pontefice ed egli non potranno far altro che portarlo 
in pazienza e rimetter ogni cosa a Dio. 

La dieta, se ben non ebbe per verisimile che il cardinale 
e il pontefice non fossero consci delle cose trattate con Adriano, 
e giudicasse che nelle risposte del legato vi potessero essere 
qualche artifici, nondimeno, desiderando che si prendesse buona 
deliberazione al fine della quiete di Germania, deputarono al¬ 
cuni principi per negoziare col cardinale, li quali non potèro 
da lui aver altro se non che egli averebbe fatto una buona 
riforma per il clero di Germania; ma quanto agli abusi della 
corte, non fu possibile farlo condescendere ad alcuna cosa, 
perché egli, come si introduceva ragionamento di quelli, o che 
diceva il riprenderli esser eresia, o che si rimetteva al ponte¬ 
fice, dicendo che con lui bisognava trattare. 

Fece il cardinale la formula della riforma di Germania, 
la quale non toccando se non il clero minuto, e parendo loro 
che dovesse non solo fomentar il male, come fanno sempre 
li remedi leggieri, anzi giudicando alcuni che dovesse servir 
ad accrescere maggiormente il dominio della corte e delli 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


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prelati maggiori a pregiudicio dell’autorità temporale, e dar 
adito a maggiori estorsioni di danari, non fu ricevuta; dicendo 
essi che era una mascherata per deludere l’aspettazione di 
Germania e per ridurla sotto maggior tirannide, con tutto che 
il legato facesse accurati ed efficaci uffici per ottenerlo; né 
da lui fu acconsentito ad alcuna delle proposizioni fattegli da 
deputati della dieta. Laonde, vedendo che era impossibile di 
concludere alcuna cosa con lui, pubblicarono il recesso a’ 
18 aprile, con decreto che dal pontefice, col consenso di Cesare, 
fosse intimato quanto prima un concilio libero in Germania, 
in luoco conveniente, e che li stati dell’Imperio si congre¬ 
gassero a Spira per li 11 novembre, per determinar che cosa 
si dovesse seguire, tra tanto che era dato principio al concilio; 
che ciascun principe nel suo stato congregasse uomini pii e 
dotti, li quali raccogliessero le cose da disputare nel concilio; 
che li magistrati avessero cura che fosse predicato l’Evangelio 
secondo la dottrina delli scrittori approvati dalla Chiesa e 
fossero proibite tutte le pitture e libri contumeliosi contra la 
corte romana. Il legato, avendo opposto a tutti i capi del 
decreto e mostrato che non era officio de’ secolari deliberar 
alcuna cosa intorno alla fede e dottrina o predicazione di 
quella, quanto al concilio solamente promise che averebbe 
dato conto al pontefice. 

Partendosi li prencipi dalla dieta, fece il legato ufficio con 
quelli che più erano aderenti alle cose romane di riedurli 
insieme con lui per pubblicar la riforma non ricevuta in dieta; 
e si ridussero in Ratisbona con lui Ferdinando fratello del- 
l’imperatore, il cardinale arcivescovo di Salzburg, due delli 
duchi di Baviera, li vescovi di Trento e Ratisbona insieme 
con li agenti di nove vescovi, e là fecero prima un decreto 
sotto il di 6 di luglio: che essendo stato ordinato nel convento 
di Norembergo che l’editto di Vormazia contra Lutero fosse 
eseguito quanto si poteva, per tanto essi, ad instanzia del car¬ 
dinale Campegio legato, comandavano che fosse osservato in 
tutti li loro domini e stati ; che fossero castigati gli innova¬ 
tori secondo la forma dell’editto; che non si mutasse cosa 



54 


l’istoria del concilio tridentino 


alcuna nella celebrazione della messa e dei sacramenti ; si 
castigassero li monaci e monache apostati, e preti che si ma¬ 
ritavano, e quelli che ricevevano l’eucaristia senza confessarsi 
o mangiavano cibi proibiti; che tutti li loro sudditi, quali 
erano nell’accademia di Vittemberg, fra tre mesi partissero, 
tornando a casa o vero andando in altro luogo cattolico. Poi 
il giorno seguente delli sette pubblicò il cardinale le sue con- 
stituzioni della reforma, le quali furono approvate da tutti li 
sopra nominati principi, e comandato che per li loro stati e 
domini fossero promulgate, ricevute ed osservate. 

Nel proemio di esse constituzioni diceva il cardinale che 
essendo di molto momento, per estirpar l’eresia luterana, re¬ 
formare la vita e costumi del clero, col conseglio delli prelati 
e prencipi seco ridotti aveva statuito quei decreti, li quali 
comandava che fossero recevuti per tutta Germania dagli arci¬ 
vescovi, vescovi ed altri prelati e preti e regolari, e pubblicati 
in tutte le città e chiese. Contenevano trentasette capi: circa 
il vestire e conversare dell’ordine clericale, circa il ministrare 
gratis li sacramenti ed altre fonzioni ecclesiastiche, sopra li 
conviti, sopra le fabbriche delle chiese, sopra quelli che s’ave¬ 
vano a ricever agli ordini, sopra la celebrazione delle feste, 
sopra i digiuni, contra li preti che si maritavano, contra quelli 
che non si confessavano e comunicavano, contra li biastema- 
tori, sortilegi e divinatori ed altre tal cose. In fine era co¬ 
mandata la celebrazione delli concili diocesani in ogni anno 
per osservanza di quei statuti, dando alli vescovi potestà d’in¬ 
vocar il braccio secolare contra li transgressori. 

Divulgato l’editto di riforma, li principi e vescovi, che nella 
dieta non avevano consentito alla dimanda del cardinale, re¬ 
starono offesi cosi di lui come di tutti quelli che erano con¬ 
venuti con esso in Ratisbona, parendo loro restar ingiuriati 
dal legato che avesse voluto far un ordine generale per tutta 
Germania con intervento di alcuni pochi solamente; e tanto 
più dopo che essi gli avevano dimostrato che non sarebbe 
stato per riuscirne alcun bene. Si riputarono anco ingiuriati 
da que’ pochi prencipi e vescovi, che soli s’avessero assonto 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


55 

d’intervenire ad obbligare tutta la Germania, contra il parere 
degli altri. Si opponeva anco a quella riformazione: prima, 
che tralasciate le cose importanti, come se in quelle non vi 
fosse alcun disordine, provvedesse alle cose di leggerissimo 
rilevo, perché poco male pativa la Germania per li abusi del 
clero minuto, ma gravi per le usurpazioni del li vescovi e pre¬ 
lati, e gravissimi per quelle della corte romana; e nondimeno, 
come se questi fossero stati più ordinati che nella primitiva 
Chiesa, non si faceva menzione di loro. Poi, per quanto 
s’aspettava anco al minuto clero, non si trattava delli princi¬ 
pali abusi, ma di quelli che meno importavano, che era quasi 
un approvar gli altri ; e quelli anco che si riprendevano erano 
lasciati senza li veri rimedi col solo notarli, non applicandovi 
la medicina necessaria per sanar il male. 

Ma al legato e alli sopradetti prencipi con lui convenuti 
poco importava quello che fosse detto in Germania e meno 
quello che fosse per seguire dalla pubblicazione dell’editto, 
perché il loro fine non era altro che dar sodisfazione al pon¬ 
tefice, né il fine del pontefice altro che mostrare d’avere prov¬ 
veduto, si che non vi fosse bisogno del concilio. Perché Cle¬ 
mente, molto versato nelli maneggi di stato, eziandio vivendo 
Adriano, sempre aveva tenuto e defeso che nelle occorrenze 
di quei tempi era conseglio pernicioso valersi del mezzo de’ 
concili; ed era solito dire che il concilio fosse utile sempre 
che si tratta altro che dell’autorità del papa; quando quella 
viene in contenzione, nessuna cosa è più perniciosa. Perché si 
come per li tempi passati l’arma de’ pontefici fu il ricorso 
alli concili, cosi adesso la sicurezza del pontificato consiste 
in declinarli e fuggirli: e tanto più quanto ch’avendo già 
Leone X condannato la dottrina di Lutero, non si può trattare 
la medesma materia in un concilio né metterla in esame, senza 
metter in dubbio l’autorità della sede apostolica ancora. 

Cesare, ricevuto il decreto di Noremberg, si commosse 
assai, parendoli che il trattar e dar risposta cosi risoluta, senza 
sua saputa, a prencipe forestiero [in] cosa di tanta importanza, 
fosse di poca riputazione alla Maestà sua imperiale. Non li 



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l’istoria del concilio tridentino 


piacque ancora il rigore del decreto, prevedendo il dispiacere 
del pontefice, il quale desiderava tenersi grato e ben affetto, 
per la guerra che si faceva allora da’ suoi capitani con fran¬ 
cesi. Per il che rescrisse in Germania alli prencipi, lamentan¬ 
dosi che avendo egli condannato tutti li libri di Lutero, la 
dieta si fosse ristretta alli soli contumeliosi; ma più grave¬ 
mente li riprese che essi avessero fatto decreto di celebrar 
concilio in Germania e avessero ricercato il legato di trattarne 
col pontefice, quasi che questo non appartenesse più ad esso 
pontefice e a sé che a loro: li quali se credevano che fosse 
tanto utile alla Germania la congregazione d’un concilio, do¬ 
vevano aver ricorso a lui che l’impetrasse dal pontefice. Con 
tutto ciò, conoscendo egli ancora che ciò sarebbe stato utile 
per la Germania, era risoluto che si celebrasse, in tempo e 
luoco, però, quando e dove egli potesse ritrovarsi in persona. 
Ma toccando l’aver ordinato una nova reduzione in Spira per 
regolare le cose della religione sino al concilio, soggiunse che 
egli non voleva in modo alcuno concedere loro il ridursi, anzi 
comandava che attendessero ad obedir all’editto di Vormazia 
e non trattassero cosa alcuna di religione sin tanto che non 
si congregasse un concilio per ordine del pontefice e suo. Le 
lettere imperiali, più imperiose di quelle che la Germania era 
solita ricevere dalli predecessori, mossero umori assai perico¬ 
losi negli animi di molti prencipi, che fluttuando averebbono 
facilmente sortito qualche fastidioso termine. 

Ma il moto presto restò sedato; e rimase anco l’anno se¬ 
guente 1525 senza nessuna negoziazione in questa materia di 
concilio, perché in Germania si eccitò la rebellione delli villani 
contra li prencipi e magistrati, e la guerra degli anabattisti 
che tenne ognuno occupato; e in Italia successe nel bel prin¬ 
cipio dell’anno la giornata di Pavia e la pregionia del re Fran¬ 
cesco di Francia, la quale inalzò cosi l’animo di Cesare, che 
li pareva aver ricevuto tutto ’l mondo in suo arbitrio; ma poi 
lo tenne tutto occupato per le leghe di molti prencipi che si 
trattarono contra di lui, e per la negoziazione della liberazione 
del re. Il pontefice ancora, per esser restata l’Italia senza de- 




LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


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fesa in arbitrio delli ministri cesarei, pensava a se stesso e 
come congiongersi con altri che lo potessero defendere dal¬ 
l’imperatore, dal quale si era alienato, avendolo veduto fatto 
cosi potente che il pontificato restava a discrezione sua. 

Nell’anno 1526 si tornò alle medesme trattazioni in Ger¬ 
mania e in Italia. In Germania, essendo redotti tutti gli ordini 
dell’ Imperio alla dieta in Spira nel fine di giugno, fu posto 
in deliberazione, per ordine speciale di Cesare, in che modo 
si potesse conservare la religione cristiana e gli antichi costumi 
della Chiesa, e castigare li violatori. Ed essendo li pareri cosi 
diversi, che non era possibile concludere cosa alcuna, li rap¬ 
presentanti cesarei fecero leggere le lettere imperiali, dove 
Carlo diceva aver deliberato di passar in Italia e a Roma per 
la corona e per trattare col pontefice di celebrar il concilio; 
e per tanto comandava che nella dieta non si statuisse alcuna 
cosa contra le leggi, ceremonie e vecchi usi della Chiesa, ma 
fosse osservata la formula dell’editto di Vorinazia e si con¬ 
tentassero di portar in pazienzia quella poca dimora, sin che 
egli avesse trattato col pontefice la celebrazione del concilio; 
il che sarà in breve, perché col trattar le cose della religione 
in una dieta più tosto ne nasce male che bene. 

Le città per la maggior parte risposero esser loro desiderio 
di gratificar ed obedir Cesare, ma non veder il modo di far 
quello che egli nelle lettere comandava, per esser accresciute 
e crescere continuamente le controversie, massime sopra le 
ceremonie e riti ; e se per il passato non s’aveva potuto osser¬ 
var l’editto di Vormazia per tema di sedizioni, la difficultà 
esser molto maggiore al presente, come s’era demostrato al 
legato del pontefice, si che se Cesare si ritrovasse presente e 
fosse informato dello stato delle cose, non ne farebbe altro 
giudicio. E quanto alla promessa della Sua Maestà per la 
celebrazione del concilio, diceva ciascuno che egli poteva ben 
effettuarla nel tempo che scrisse le lettere, perché allora era 
in buona concordia col pontefice; ma dopo, essendo nati tra 
loro disgusti e avendosi armato il pontefice contra lui, non 
si vedeva come in questo stato di cose si potesse congregar 


58 


l’istoria del concilio tridentino 


concilio. Per questi respetti alcuni proponevano che, per rime¬ 
diar alli pericoli imminenti, fosse ricercato Cesare di conce¬ 
dere un concilio nazionale in Germania; il che se non li piacesse, 
almeno, per ovviar alle gravissime sedizioni, si contentasse di 
differire l’esecuzione dell’editto di Vormazia sino al concilio 
generale. Ma li vescovi, che non avevano altra mira se non 
al conservar la loro autorità, dicevano che nella causa della 
religione non si dovesse venir ad alcuna trattazione duranti 
le discordie tra Cesare e il pontefice, ma tutto fosse differito 
a meglior tempo. 

Le opinioni erano cosi diverse e si eccitò tanta discordia 
tra gli ecclesiastici e gl’inclinati alla dottrina luterana, che le 
cose si viddero in manifesto pericolo di guerra civile; e molti 
delli prencipi si mettevano in ordine per partirsi. Ma Ferdi¬ 
nando e gli altri ministri di Cesare, vedendo chiaramente 
quanto male sarebbe partorito se con tal dissensione d’animi 
si fosse dissoluta la dieta e si fossero partiti li principi senza 
alcun decreto (perché secondo li vari interessi diversamente 
averebbono operato, con pericolo di divider irreconciliabilmente 
la Germania), si diedero a placar gli animi de’ principali cosi 
dell’una come dell’altra parte, e finalmente si venne alla riso¬ 
luzione di far un decreto, il quale se ben in esistenzia non 
concludeva secondo la mente di Cesare, nondimeno mostrava 
apparenzia di concordia fra gli stati ed obedienzia verso l’im¬ 
peratore. La continenzia del decreto fu che essendo necessario 
per dar ordine e forma alle cose della religione, e per man¬ 
tenimento della libertà, celebrar un legittimo concilio in Ger¬ 
mania, o vero un universale di tutta la cristianità, il quale 
s’incominci inanzi che passi un anno, si debbi mandar amba¬ 
sciatori a Cesare a pregarlo di voltar l’occhio al misero e 
tumultuoso stato dell’ Imperio e ritornar in Germania quanto 
prima e procurarlo; e fra tanto che si possi ottener o l’un o 
l’altro delli concili necessari, nella causa della religione e 
dell’editto di Vormazia tutti li principi e stati debbino nelle 
loro provincie e giurisdizioni governarsi in maniera che pos- 
sino render buon conto delle loro azioni alla Maestà divina 
e all’imperatore. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


59 


Ma in Italia Clemente, che aveva passato tutto l’anno 
inanzi in perplessità e timori, parendogli di veder Carlo ora 
armato in Roma per occupar lo stato ecclesiastico e racqui- 
stare la possessione dell’ imperio romano, occupato con arti 
da’ suoi predecessori, ora di vederlo in un concilio a mode¬ 
rare l’autorità pontificia nella Chiesa, senza di che ben vedeva 
esser impossibile diminuire la temporale; e sopra tutte le cose 
aveva concetto un mal presagio che tutti li ministri, mandati 
in Francia per trattar con la madre del re e col governo, 
erano nel viaggio periti; finalmente nell’uscir del marzo di 
quest’anno respirò alquanto, intendendo che il re, liberato, 
era tornato in Francia. Mandò in diligenzia a congratularsi con 
lui [Capino da Capo] ed a concluder la confederazione contra 
l’imperatore; la qual poiché fu stabilita in Cugnac il 22 mag¬ 
gio tra sé, quel re e li prencipi italiani con nome di lega san¬ 
tissima, e assolto il re dal giuramento prestato in Spagna per 
osservazione delle cose convenute, liberato dal timore, affetto 
che lo dominava molto, parendogli d’esser in libertà, ed ir¬ 
ritato sommamente perché non solo in Spagna e in Napoli 
erano pubblicate ordinazioni in pregiudicio della corte ro¬ 
mana, ma, quel che più gli premeva, in quei giorni un notaro 
spagnolo ebbe ardire di comparir in rota pubblicamente e far 
comandamento, per nome di Cesare, a due napolitani che de¬ 
sistessero di litigar in quell’auditorio; venne in risoluzione di 
far palese l’animo suo per dar cuore alli collegati. E scrisse a 
Carlo, sotto il 23 giugno, un breve assai longo in forma d'in¬ 
vettiva, dove commemorati li benefici fattigli da sé, cosi es¬ 
sendo Cardinal come dopo nel pontificato, e li partiti grandi 
che aveva recusato da altri prencipi per star nella sua ami¬ 
cizia, vedendo di esser mal rimeritato e non esserli corrisposto 
né in benevolenza né meno in osservazione delle promesse, 
anzi in contrario esserli data molta materia di suspizione e 
fatte molte offese, con eccitamento di nove guerre in Italia e 
altrove, le qual tutte ancora commemorò particolarmente, im¬ 
putando all’imperatore la colpa di tutti i mali, e mostrando 
che in tutto la dignità pontificale fosse lesa; e passando anco 



6o 


l’istoria del concilio tridentino 


ad un altro genere di offensioni fattegli con aver pubblicato 
leggi in Spagna e prammatiche in Napoli contro la libertà 
ecclesiastica e la dignità della sede apostolica, concluse final¬ 
mente non, secondo il consueto delli pontefici, con minacce di 
pene spirituali, ma protestandogli che se non vorrà ridursi alle 
cose del giusto, cessando dall’occupazione d’Italia e da per¬ 
turbar le altre parti della cristianità, egli non sarà per man¬ 
care alla giustizia e libertà d’Italia, nella quale sta la tutela 
di quella santa sede, ma moverà le arme sue giuste e sante 
contra di lui, non per offenderlo, ma per defender la co¬ 
mune salute e la propria dignità. 

Ispedito il dispaccio in Spagna, il di seguente scrisse ed 
espedi all’imperatore un altro breve senza far menzione del 
primo, dove in sostanza diceva: che egli era stato costretto, 
per mantenere la libertà d’Italia e soccorrer alli pericoli della 
sede apostolica, venir alle deliberazioni che non si potevano 
tralasciar senza mancar all’ufficio di buon pontefice e di giusto 
prencipe, alle quali se la Maestà sua vorrà porger il remedio 
a lei facile, utile e glorioso, la cristianità sarà liberata da 
gran pericolo, di che gli darà più ampio conto il suo noncio 
appresso lui residente; che la pregava per la misericordia di 
Dio ad ascoltarlo e provveder alla salute pubblica e contener 
tra li termini del giusto le voglie sfrenate e ingiuriose de’ 
suoi, acciò gli altri possino restar sicuri delli beni e della vita 
propria. Sotto queste ultime parole comprendeva il pontefice 
principalmente Pompeo cardinale Colonna, Vespasiano ed 
Ascanio, con altri di quella famiglia, seguaci delle parti im¬ 
periali e aiutati dal viceré di Napoli, da’ quali riceveva quo¬ 
tidianamente varie opposizioni a’ suoi pensieri. E, quello che 
nell’animo suo faceva impressione maggiore, temeva anco che 
non li mettessero in difficoltà il pontificato. Imperocché il Car¬ 
dinal su detto, uomo ardito e fastoso, non si conteneva di parlar 
pubblicamente di lui come di asceso al pontificato per vie 
illegittime; e magnificando le cose operate dalla casa Colonna 
contra altri pontefici (come egli diceva) intrusi ed illegittimi, 
aggiùngeva esser fatale a quella fameglia l’odio dei pontefici 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


61 


tiranni, e ad essi Tesser repressi dalla virtù di quella; e mi- 
naciava di concili, facendo ufficio con tutti li ministri impe¬ 
riali per indur l’imperatore a congregarlo. Di che non solo 
irritato il pontefice, ma ancora per prevenire, pubblicò un severo 
monitorio contra quel cardinale, citandolo a Roma sotto gra¬ 
vissime pene e censure, nel qual anco toccava manifestamente 
il viceré di Napoli e obliquamente T imperatore. Ma non pas¬ 
sando prosperamente la mossa d’arme in Lombardia e diffe¬ 
rendo a comparire l’esercito del re di Francia, ed insieme 
essendo successa in Ungaria la sconfitta dell’esercito cristiano 
e la morte del re Lodovico, e moltiplicando tuttavia in Ger¬ 
mania il numero di quelli che seguivano la dottrina di Lutero, 
e richiedendo tutti un concilio che conciliasse una pace uni¬ 
versale tra’ cristiani e mettesse fine a’ tanti disordeni, il papa, 
avendo prima composte le cose coi colonnesi ed abolito il 
monitorio pubblicato contra il cardinale, congregato il conci¬ 
storio il di 13 settembre, con longhissimo discorso commisero 
le miserie della cristianità, deplorò la morte del re d’Ungaria 
e attribuì ogni infortunio all’ira divina eccitata per li peccati, 
confessando che tutti avevano origine dalla disformazione del¬ 
l’ordine ecclesiastico: monstrò come era necessario per pla¬ 
carla incominciar (cosi disse) dalla casa di Dio; al che voler 
dar lui esempio nella propria persona. Scusò la mossa delle 
armi e il processo contra li Colonna; esortò i cardinali all’emen¬ 
dazione de’ costumi; disse che voleva andar in persona a tutti 
li prencipi per maneggiar una pace universale, risoluto più 
tosto di lasciar la vita che cessar da quest’impresa, sin che 
non l’avesse condotta ad effetto, avendo nondimeno ferma 
speranza nell’aiuto di Dio di vederne la conclusione; la qual 
ottenuta, era risoluto celebrar il concilio generale, per estin¬ 
guere anco la divisione nella Chiesa e sopir le eresie. Esortò 
i cardinali a pensar ciascuno e proporli tutti quei mezzi che 
giudicassero poter servire a questi due scopi: d’introdur la 
pace e sradicare le eresie. 

Si pubblicò per Roma ed anco per Italia il ragionamento 
del papa, e ne fu mandata copia per mano di molti; e quan- 


6 2 


l’istoria del concilio tridentino 


tonque da’ suoi fosse molto aiutato con la commendazione, ebbe 
però fede di sincero appresso pochi. 

Ma in Spagna, essendo state presentate le due lettere dal 
noncio pontificio all’imperatore, l’una un di dopo l’altra, si 
eccitò molto pensiero nel conseglio di quel prencipe. Crede¬ 
vano alcuni di essi che Clemente, pentito dell’acerbità della 
prima, avesse scritta la seconda per medicina; per il che consi¬ 
gliavano che non convenisse mostrarne risentimento: e questa 
opinione era fomentata da una disseminazione sparsa dal noncio, 
che con la seconda avesse avuto ordine, se la prima non era 
presentata, di non renderla, ma, consignando solo la seconda, 
rimandarla. Li più sensati ben vedevano che non vi essendo 
differenza maggiore che di un giorno, se fosse stato penti¬ 
mento, averebbe il papa potuto, facendo accelerar il corriere 
secondo, prevenir il primo; poi non esser verisimile che un 
prencipe prudente come quello, senza gran consulta fosse ve¬ 
nuto a deliberazione di scrivere con tanta acerbità. Però ripu¬ 
tavano che fosse stato un artificio di protestare e non voler 
risposta. E fu risoluto che dall’ imperatore fosse imitato, ri¬ 
spondendo parimente alla prima con li termini convenienti 
alla severità, e un giorno dopo alla seconda, corrispondendo 
alla maniera tenuta in quella. 

E cosi fu esequito, e sotto il 17 settembre scritta dall’im¬ 
peratore una lettera apologetica, che nel suo originale conte¬ 
neva ventidue fogli in carta bombasina, la qual Mercurio da 
Gattinara, cosi aperta, presentò al noncio e gliela lesse, e in 
sua presenza la sigillò e consegnò, acciò la facesse capitar al 
papa. Nell’ingresso della lettera mostrò Cesare il modo tenuto 
dal pontefice esser disconveniente all’ufficio di un vero pastore 
e non corrispondente alla filial osservanza usata da sé verso 
la sede apostolica e la Santità sua, la quale lodava tanto le 
proprie azioni e condennava con titoli di ambizione e avari¬ 
zia quelle di lui, che lo costringeva di mostrar la sua inno¬ 
cenza. Ed incominciata la narrazione da quello che passò in 
tempo di Leone, poi in tempo di Adriano, e finalmente nel 
suo pontificato, andò mostrando in tutte le sue azioni aver 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 63 

avuto ottima intenzione e necessità di operare come aveva 
fatto, revoltando la colpa nel pontefice. Commemorò ancora 
molti benefici fattigli, e per il contrario molte trattazioni di 
esso pontefice contra di lui in diverse occasioni ; e finalmente 
concluse che nissuna cosa più desiderava che la pubblica quiete 
e la pace universale e la giusta libertà d’Italia: le quali se 
anco erano desiderate dalla Santità sua, ella doveva metter 
giù l’arme riponendo la spada di Pietro nella vagina; perché, 
fatto questo fondamento, era facile edificarvi sopra la pace, e 
attendere a corregger gli errori de’ luterani ed altri eretici, in 
che averebbe trovato lui ossequente figliuolo. Ma se la San¬ 
tità sua facesse altramente, protestava inanzi a Dio e agli 
uomini che non si poteva ascriver a colpa sua nessuna delle 
sinistre cose che sarebbono avvenute alla religione cristiana, 
promettendo che se Sua Santità ammetterà le sue giustifica¬ 
zioni come vere e legittime, egli non si raccorderà delle in¬ 
giurie ricevute; ma se continuerà contra di lui con l’arme 
(poiché ciò non sarà far ufficio di padre, ma di parte, né di 
pastore, ma di assalitore), non sarà conveniente che sia giu¬ 
dice in quelle cause; né essendovi altro a chi aver ricorso 
contro di lui, per propria giustificazione rimetterà tutto alla 
recognizione e giudicio d’un concilio generale di tutta la cri¬ 
stianità, esortando nel Signore la Santità sua che dovesse in¬ 
timarlo in luogo sicuro e congruo, prefiggendovi termine con¬ 
veniente: perché vedendo lo stato della Chiesa e religion 
cristiana tutto turbarsi, per provveder alla salute propria e della 
repubblica ricorre ad esso sacro e universal concilio, e a quello 
appella di tutte le minacce e futuri gravami. 

La risposta alla seconda fu sotto il 18; e in quella diceva: 
essersi rallegrato vedendo nelle seconde lettere la Santità sua 
trattar più benignamente e di miglior animo desiderar la pace: 
la quale se fosse cosi in potestà di lui di stabilire, come in 
mano d’altri il mover la guerra, vederebbe qual fosse l’animo 
suo; se ben tiene che la Santità sua parli spinta da altri e 
non di animo spontaneo, e spera in Dio che ella debbia più 
tosto procurar la salute pubblica che secondar gli affetti d’altri. 


6 4 


l’istoria del concilio tridentino 


Per il che la prega a risguardar le calamità del populo cri¬ 
stiano; imperocché egli chiama Dio in testimonio che sempre 
è per fare che ognuno conosca lui non aver altro fine che la 
gloria di Dio e la salute del suo popolo, come nelle altre 
lettere ha scritto più diffusamente. 

Scrisse ancora l’imperatore, sotto il 6 di ottobre, al col¬ 
legio de’ cardinali: sentir grandissimo dolore che il papa, scor¬ 
dato della dignità pontificia, cercasse turbar la tranquillità 
pubblica; e mentre egli pensava, per l’accordo fatto col re di 
Francia, aver ridotto tutto ’l mondo in pace, gli fossero soprav¬ 
venute lettere dal pontefice, quali mai averebbe creduto dover 
uscir da un padre comune e vicario di Cristo: le quali ancora 
ha creduto esser state deliberate non senza loro conseglio, 
pensando che il pontefice non tratti cose di tanto momento 
senza comunicargliele. Per il che si è molto turbato, vedendo 
che da un pontefice e da padri di tanta religione procedessero 
guerre, minacce e perniciosi consegli contra un imperator pro¬ 
tettore della Chiesa e tanto benemerito; il qual, per compiacer 
loro, in Vormazia otturò le orecchie alle preghiere portegli 
da tutta la Germania contra le oppressioni e gravami che pa¬ 
tiva dalla corte romana, non tenendo conto delle oneste di- 
mande fattegli che fosse convocato un concilio per ovviar 
alle su dette oppressioni, che sarebbe ovviar insieme all’eresia 
luterana. Che per servizio della sede romana ha proibito il 
convento che la Germania aveva intimato in Spira, prevedendo 
che sarebbe stato un principio di separar la Germania dal- 
l’obedienza romana, e ha divertito i pensieri di quei prencipi 
col prometterli il concilio. Di che avendo scritto al pontefice 
e datogli conto, la Santità sua lo ringraziò che avesse vietato 
il convento di Spira, e lo pregò a differir di parlar di concilio 
a tempo più opportuno. Ed egli per compiacer alla Santità 
sua tenne più conto di sodisfarlo che delle preci della Ger¬ 
mania, tanto necessarie; e con tutto ciò il papa li scriveva ora 
lettere piene di querele ed imputazioni, dimandandoli anco 
cose che non poteva con giustizia e con sicurtà sua concedere. 
Delle qual lettere manda loro la copia, avendo voluto signi- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


6 5 


ficarli il tutto, acciocché sovvengano alla cristianità cadente 
e si adoperino a divertir il pontefice da cosi perniciosa deli¬ 
berazione, nella qual se persevererà immobile, lo esortino 
alla convocazione del concilio; a che quando non voglia conde- 
scendere, secondo l’ordine della legge, ricerca Loro Paternità 
reverendissime ed il sacro collegio che, negando o differendo 
il pontefice la convocazione, debbino convocarlo essi, servato 
il debito ordine; perché se essi negheranno di concederli que¬ 
sta giusta dimanda, o differiranno più di quello che sia con¬ 
veniente, egli provvederà con l’autorità imperiale, usando li 
rimedi giusti e opportuni. 

Fu presentata questa lettera a’ 12 di decembre nel conci¬ 
storio, ed insieme anco fu presentato nel medesimo luogo al 
pontefice un duplicato della lettera che fu consegnata al noncio 
in Granata. Furono immediate stampate in diversi luoghi di 
Germania, Spagna e Italia tutte queste lettere, e n’andarono 
per mano degli uomini molti esemplari. Le persone che, se ben 
osservano li accidenti del mondo, non sono però di molta 
capacità, e sogliono viver e regolarsi dagli esempi d’altri e 
massime delli grandi, e che per le demostrazioni fatte da 
Carlo contra i luterani, cosi in Vormazia come in altre occa¬ 
sioni, a favor del pontificato, tenevano che per religione e 
conscienzia Carlo favorisse la parte del papa, veduta la mu¬ 
tazione dell’imperatore, restarono pieni di scandolo, massime 
per quel che diceva aver otturato orecchie alle oneste pre¬ 
ghiere di Germania per far piacere al pontefice. E li ben in¬ 
tendenti ebbero opinione che quella Maestà non fosse stata 
ben consegnata a divulgar un tanto arcano e dar occasione 
al mondo di credere che la riverenza dimostrata verso il papa 
era un’arte di governo, coperta di manto della religione. 
E oltre ciò aspettavano che per quelle lettere si dovesse veder 
qualche gran risentimento del pontefice, avendo l’imperatore 
toccati due grand’arcani del pontificato: l’uno, appellando dal 
papa al futuro concilio contra le constituzioni di Pio e Giulio 
secondi, l’altro, avendo invitato li cardinali a convocar con¬ 
cilio, in caso della negativa data o dilazione interposta dal 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - i. 


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66 


l’istoria del concilio tridentino 


pontefice; ed era necessario che questo principio tirasse seco 
gran conseguenti. 

Ma si come li semi, quantonque fertilissimi, gettati in terra 
fuori di stagione non producono, cosi li gran tentativi fuori 
dell’opportunità riescono vani. E tanto avvenne in questa 
occasione: perché mentre il pontefice trattava con le arme sue 
e di tanti prencipi risentirsi, per dover poi adoperar li rimedi 
spirituali dopo fatto qualche fondamento temporale, li colon- 
nesi, o non fidandosi delle promesse di Clemente o per altra 
causa, armati gli uomini delle loro terre e altri seguaci di 
quella fazione, si accostarono a Roma dalla parte del Borgo 
il di 20 settembre, che misse gran spavento nella famiglia 
pontificia; ed il papa, soprapreso alla sprovvista e tutto confuso, 
non sapendo che risoluzione prendere, dimandava gli abiti 
pontificali solenni, dicendo voler cosi vestito, ad imitazione 
di Bonifacio Vili, sedendo nella sede pontificale, aspettar di 
veder se ardissero di aggionger alla prima una seconda vio¬ 
lazione della dignità apostolica nella propria persona del pon¬ 
tefice. Ma cesse facilmente al conseglio de’ suoi, che lo per¬ 
suasero a salvar la persona sua per il corridore nel Castello, 
e non dar occasione d’esser notato d’imprudenza. 

Entrarono li colonnesi in Roma, e saccheggiarono tutta la 
suppellettile del palazzo pontificio e la chiesa di S. Pietro. 
Si estesero ancora alle prime case del Borgo; ma facendoli 
resistenza gli abitanti e sopravvenendo li Orsini, contraria fa¬ 
zione, in soccorso, furono costretti ritirarsi nell’alloggiamento 
sicuro che avevano preso vicino, portando nondimeno la preda 
del Vaticano, con immenso dispiacere del papa. E in quel luogo 
ingrossandosi ogni giorno più con aiuti che giongevano da 
Napoli, il papa, temendo qualche maggior incontro, vinto dalla 
necessità chiamò in Castello don Ugo di Moncada, ministro 
imperiale, e concluse con lui tregua per quattro mesi, con 
condizione che li colonnesi e napolitani si ritirassero da Roma 
e il papa ritirasse le sue genti di Lombardia. Il che esequendo 
ambedue le parti, Clemente fece ritornar le genti sue a Roma 
sotto pretesto d’osservare li capitoli della tregua; e con quelle 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


6 7 


assicurato, fulminò contra tutti li colonnesi, dechiarandoli ere¬ 
tici e scismatici e scomunicando qualonque li prestasse aiuto, 
conseglio o favore, o vero li desse ricetto. E privò ancora il 
cardinale delia dignità cardinalizia; il quale ritrovandosi in 
Napoli, non stimate le censure del papa, pubblicò un’appella¬ 
zione al concilio, proponendo non solo la ingiustizia e nullità 
delli monitorii, censure e sentenze, ma ancora la necessità 
della Chiesa universale, la quale, ridotta in manifesto ester- 
minio, non poteva esser per alcun mezzo sollevata, se non per 
la convocazione d’un legittimo concilio che la riformasse nel 
capo e ne’ membri : in fine citando Clemente al concilio che 
l’imperatore averebbe convocato in Spira. 

Di questa appellazione, o vero citazione, o pur manifesto, 
dalli partegiani de’ colonnesi ne fu affisso in Roma di notte 
sopra le porte delle chiese principali e in diversi altri luoghi 
l’esemplare, e disseminato per Italia: il che a Clemente causò 
gran perturbazione, il quale aborriva sommamente il nome di 
concilio, non tanto temendo la moderazione dell’autorità pon¬ 
tificia e delli comodi della corte, quanto per li rispetti suoi 
propri. Imperocché, quantonque Leone suo cugino, volendolo 
crear cardinale, facesse provare che tra la madre sua e il 
padre Giuliano fosse promessa di matrimonio, nondimeno la 
falsità delle prove era notoria; e se ben non vi è legge che 
proibisca agl’illegittimi l’ascender al pontificato, nondimeno 
l’opinione vulgare è persuasa che con tal qualità non possi 
stare la degnità papale. Lo faceva dubitar assai che ad un tal 
pretesto, se ben vano, non fosse dato vigore dalli suoi nemici, 
sostentati dalla potenzia dell’imperatore; ma più ancora temeva 
perché, conscio a se stesso con che arti fosse asceso al pon¬ 
tificato e come il cardinale Colonna avesse maniera di provarle, 
attesa la severa bolla di Giulio II che annulla l’elezione si¬ 
moniaca e vieta che possi esser convalidata per consenso sus- 
sequente, aveva gran dubitazione che non avvenisse a sé quello 
che a Baltassar Cossa, detto Giovanni XXIII. Ma che nego¬ 
ziazione fosse di un concilio di Spira non ho potuto venir 
in maggior cognizione, non avendone trovato menzione se non 


68 


l’istoria del concilio tridentino 


nel manifesto sopra detto e appresso Paulo Giovio nella Vita 
del sopra nominato cardinale. 

Nel colmo di questi tumulti venne il fine dell’anno, con 
pubblica espettazione e timore dove fosse per cadere tanta tem¬ 
pesta. Per il che nel seguente anno 1527 andarono in silenzio 
le negoziazioni di concilio, secondo l’uso delle cose umane, 
che nei tempi della guerra le provvisioni delle leggi non hanno 
luoco. Successero nondimeno notabili accidenti, i quali è ne¬ 
cessario narrare per l’intelligenzia delle cose che succedettero 
dopo nella materia che noi trattiamo. Imperocché, pretendendo 
il viceré di Napoli che il pontefice, col procedere contra i 
colonnesi, avesse violata la tregua, e incitato dal cardinale 
e altri di quella famiglia, ritornò a rinviar le genti sue verso 
Roma; e dall’altro canto ancora Carlo di Borbone, capo del¬ 
l’esercito imperiale in Lombardia, non avendo da pagar l’eser¬ 
cito e temendo che si ammutinasse o almeno dileguasse, 
volendolo in ogni maniera conservare, s’inviò verso lo stato 
ecclesiastico; al che anco era incitato efficacemente da Giorgio 
Fronsperg, capitano tedesco: il qual aveva condotto in Italia un 
numero di tredici in quattordici mila soldati di Germania, 
quasi tutti aderenti alle opinioni di Lutero, non con altra paga 
che con avergli dato un scudo per uno del suo proprio e 
promesso di condurli a Roma, mostrandogli la grand’occasione 
di predare e farsi ricchi in una città dove cola l’oro di tutta 
Europa. 

Nel fine di gennaro Borbone passò il Po con tutta questa 
gente e s’inviò verso la Romagna; della qual mossa Clemente 
ebbe molta perturbazione, considerando la qualità della gente 
e le continue minacce di Fronsperg, che appresso all’insegna 
faceva portar un laccio, dicendo con quello voler impiccar il 
papa, per inanimir li suoi a star uniti e sopportar di cammi¬ 
nare, ancorché non pagati. Le qual cose tutte indussero il 
pontefice a dar orecchie a Cesare Fieramosca napolitano, il 
quale, di novo venuto di Spagna, li aveva portato una longa 
lettera di Cesare piena di offerte: e fattogli fede che l’impe¬ 
ratore aveva sentito male l’ingresso de’ colonnesi in Roma 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


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e che era desideroso di pace, indusse il pontefice a prestar 
orecchie ad una trattazione di tregua, la qual si sarebbe ma¬ 
neggiata tra lui e il viceré di Napoli. E se ben nel marzo 
sopravvenne un accidente d’apoplessia al capitan Giorgio P'ron- 
sperg che lo condusse quasi a morte, nondimeno, perché l’eser¬ 
cito era già entrato nello stato ecclesiastico e tuttavia cammi¬ 
nava, in fine del mese si risolse il papa di venire all’accordo, 
quantonque lo vedeva dover esser con grand’indignità ed anco 
con dar sospizione alli collegati, e forse alienarli dalla sua 
difesa. Fu adonque stabilita sospensione d’arme per otto mesi, 
pagando il pontefice sessanta mila scudi e concedendo asso¬ 
luzione dalle censure alli colonnesi e la restituzione della 
dignità al cardinale; al che condescese con estrema difficoltà. 

Ma la tregua, se ben conclusa col viceré e seguita la 
esborsazione delli danari e la restituzione delli colonnesi, non 
fu accettata dal duca di Borbone; il qual, seguitando il cammino, 
il di 5 maggio alloggiò appresso Roma e il giorno seguente 
diede l’assalto dalla parte del Vaticano; dove, quantonque li 
soldati del papa e la gioventù romana, massime della fazione 
guelfa, s’opponesse nel principio arditamente e Borbone re¬ 
stasse morto d’archibugiata, nondimeno l’esercito entrò, fug¬ 
gendo li defensori nel Borgo. Il pontefice, come ne’ casi re¬ 
pentini, pieno di timore, con alcuni cardinali si salvò nel 
Castello; e quantonque fosse consegliato a non fermarvisi, ma 
passar immediate in Roma e di là salvarsi in qualche luoco 
sicuro, nondimeno, ripudiato il buon conseglio, forse per di¬ 
sposizione di causa superiore, risolvè di fermarvisi. La città 
ritrovandosi senza capo, restò piena di confusione, in maniera 
che nissun venne al rimedio che sarebbe stato proprio in 
quel tempo, di romper i ponti che sopra il Tevere passano 
dal Borgo in Roma e mettersi alla difesa; il che se fosse stato 
fatto, averebbero li romani almeno avuto tempo di retirar le 
persone di conto e le robe preciose in luogo sicuro. Ma non 
essendo questo fatto, passarono li soldati nella città, spoglia¬ 
rono non solo le case, ma le chiese ancora di tutti li orna¬ 
menti, gittate in terra e conculcate le reliquie e altre cose 



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l’istoria del concilio tridentino 


sacre non di valore; fecero pregioni li cardinali e altri prelati, 
facendo anco derisione delle persone loro con menarli sopra 
le bestie vili, in abito e con le insegne pontificali. Certo è 
che li cardinali di Siena, della Minerva e Poncetta furono ben 
battuti e menati vilissimamente in processione, e che li car¬ 
dinali spagnoli e tedeschi, con tutto che si fidassero, per esser 
l’esercito composto de’ soldati delle nazioni loro, non furono 
meno mal trattati degli altri. 

Fu assediato il papa, ritirato nel Castel Sant’Angelo, e fu 
costretto ad accordarsi, cedendo il Castello, insieme alli capi¬ 
tani imperiali, e consegnando la persona sua pregione in 
quello, nel quale anco fu tenuto da loro assai stretto. Dove 
essendo per le cose successe in grandissima afflizione, se glie 
n’aggionse una, secondo la sua stima, molto maggiore: che 
il cardinale di Cortona, il qual era al governo di Fiorenza 
per suo nome, immediate udita la nova, si ritirò dalla città 
e la lasciò libera. La qual subito scacciati li Medici e vendi¬ 
catasi in libertà, riordinò il suo governo; e la maggior parte 
de’ cittadini dimostrò tanta acerbità verso il papa e la casa 
sua, che scancellò tutte le insegne di quelli, eziandio ne’ luochi 
loro privati, e disformò con molte ferite le immagini di Leone 
e di Clemente che erano nella chiesa della Nonciata. 

Ma l’imperatore, ricevuto avviso del sacco di Roma e 
della pregionia del papa, diede molti segni di grandissimo 
dolore, e ne fece dimostrazione col far immediate cessar dalle 
solenni feste che si facevano in Vagliadolid per essergli nato 
un figliuolo a’ 21 di quel medesmo mese: colle qual apparenze 
averebbe fatto fede al mondo di pietà e religione, se insieme 
con quelle avesse immediate comandato almeno la liberazione 
della persona del papa. Ma il mondo che vidde il pontefice 
restar pregione ancora sei mesi, s’accorse quanta differenzia 
sia dalla verità all’apparenza. 

Fu dato immediate principio a trattare dell’accommoda- 
mento e liberazione del pontefice; e voleva l’imperatore che 
fosse condotto in Spagna, giudicando come veramente sarebbe 
stato sua gran riputazione se d’Italia in due anni fossero stati 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


71 


condotti in Spagna doi cosi gran pregioni, un re di Francia 
e un pontefice romano. Ma perché tutta Spagna, e specialmente 
li prelati, detestavano di veder cogli occhi una tanta ignominia 
della cristianità, che fosse menato là pregione chi rappresen¬ 
tava la persona di Cristo, cessò da questa pretensione, avendo 
anco considerazione di non concitarsi troppo grand’invidia e 
irritar l’animo del re d’ Inghilterra, del qual temeva molto, 
quando l’avesse constretto a congiongersi più strettamente di 
quel che era congionto, per la pace pubblicata nell’agosto, 
col re di Francia, il quale aveva già mandato potente esercito 
in Italia e ottenuto diverse vittorie in Lombardia. Concesse 
per tanto in fine dell’anno l’imperatore che il pontefice fosse 
liberato, con queste condizioni: che non gli fosse contrario 
nelle cose di Milano e Napoli, e per sicurtà di ciò li mettesse 
in mano Ostia, Civita Vecchia, Civita Castellana e la rocca 
di Furli, e stativi Ippolito ed Alessandro suoi nipoti; li con¬ 
cedesse la crociata in Spagna e una decima delle entrate eccle¬ 
siastiche di tutti li suoi regni. Conclusa la liberazione e 
ricevuta facoltà di partire di Castello il di 9 deceinbre, non 
si fidò d’aspettar quel tempo, ma ne usci la notte degli 8 con 
poca scorta, in abito di mercante, e si ritirò immediate a Monte 
Fiascone, e, poco fermatosi, di là passò ad Orvieto. 

Mentre li prencipi tutti stavano occupati nella guerra, le 
cose della religione andavano alterandosi in diversi luochi, 
dove per pubblico decreto de’ magistrati e dove per sedizione 
popolare. Imperocché Berna, fatto un solenne convento e de’ 
suoi dottori e de’ forestieri, e udita una disputa di più giorni, 
ricevè la dottrina conforme a Zurich; e in Basilea, per sedi¬ 
zione popolare, furono minate e abbruggiate tutte le immagini 
e privato il magistrato, e in luoco di quello creati altri e sta¬ 
bilita la nova religione. E dall’altro canto si congregarono 
otto cantoni, quali nelle terre loro stabilirono la dottrina della 
chiesa romana e scrissero una longa esortazione alli bernesi, 
confortandoli a non far mutazione di religione, come cosa che 
non può aspettare ad un popolo o ad una regione, ma al solo 
concilio di tutto ’l mondo. Ma con tutto ciò l’esempio di Berna 



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l’istoria del concilio tridentino 


fu seguito a Genéva, Costanza e altri luochi circonvicini; e in 
Argentina, fatta una pubblica disputa, per pubblico decreto fu 
proibita la messa, sin tanto che li defensori di quella mostras¬ 
sero che fosse culto grato a Dio; non ostante che dalla ca¬ 
mera di Spira li fosse fatto una grande e longa rimostranza, 
che non solo ad una città, ma neanco a tutti gli ordini del- 
l’Imperio fosse lecito far innovazione de riti e dottrina, essendo 
ciò proprio d’un concilio generale o nazionale. 

In Italia ancora, essendo questi due anni senza papa, senza 
corte romana, e parendo che le calamità di quelli fossero ese¬ 
cuzione d’una sentenzia divina contra quel governo, molte 
persone s’accostarono alla riforma; e nelle case private in di¬ 
verse città, massime in Faenza terra del papa, si predicava 
contra la chiesa romana e cresceva ogni giorno il numero 
di quelli che gli altri dicevano luterani, ed essi si chiamavano 
evangelici. 

L’anno seguente 1528 l’esercito francese fece gran pro¬ 
gresso nel regno di Napoli, occupatolo quasi tutto; il che 
costrinse i capitani imperiali a condur l’esercito fuori di Roma 
molto diminuito, parte per quelli che carichi di preda la vol¬ 
lero condur in sicuro, e parte per la peste che causò in loro 
gran mortalità. Li collegati facevano grand’instanzia al pon¬ 
tefice che, essendo Roma liberata per necessità e non per 
volontà dell’ imperatore, non avendo più bisogno di tempo¬ 
reggiar con lui, in quell’occasione si dechiarasse congionto 
con loro e procedesse contra lui con le arme spirituali, e lo 
privasse del regno di Napoli e dell’ Imperio. Ma il papa, cosi 
per esser stanco dalli travagli, come anco perché, restando li 
collegati superiori, averebbono mantenuto la libertà di Fiorenza, 
il governo della quale egli più desiderava di ricuperare che 
di vendicarsi delle ingiurie ricevute da Carlo, fece risoluta 
deliberazione di non esserli contrario, anzi di congiongersi 
con lui la prima occasione per ricuperar Fiorenza: la quale 
certo era che se il re di Francia e li veneziani fossero restati 
superiori in Italia, averebbero voluto mantener in libertà. 
Tenendo nondimeno questo per allora nel petto suo, si scusò 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


73 


che per la povertà ed impotenzia sua sarebbe stato di gra¬ 
vezza e non di giovamento alli collegati, e che la privazione 
dell’imperatore sollevarebbe la Germania, per gelosia che non 
pretendesse di applicar a sé l’autorità di crear imperatore. La 
qual risposta accorgendosi che da’ collegati era penetrato dove 
mirava, come era eccellente in coprire i suoi disegni, faceva 
ogni demonstrazione d’aver deposto tutti li pensieri delle cose 
temporali: fece per molti mezzi intendere a’fiorentini esser 
alienissimo dal pensiero d’intromettersi nel loro governo; sola¬ 
mente desiderare che lo riconoscessero come pontefice, e non 
più di quanto facevano gli altri prencipi cristiani ; che non 
perseguitassero li suoi nelle cose loro private, si contentassero 
che nelle fabbriche de’ suoi maggiori vi fossero l’insegne loro. 
D’altro non parlava che di riforma della Chiesa e di ridur i 
luterani, ché era risoluto andar in Germania in persona e 
dar tal esempio che tutti si sarebbono convertiti. E con tal 
termini sempre parlò tutto questo anno: in modo che molti 
credevano certo che le vessazioni, mandateli da Dio per emen¬ 
dazione, avessero prodotto il debito frutto. Ma le cose seguite 
gli anni dopo fecero creder alle persone pie che fossero stata 
semenza gettata sopra la pietra o vero appresso la strada, e alli 
più avveduti che fossero esca per addormentar li fiorentini. 

Nel seguente anno 1529, maneggiandosi la pace tra l’im¬ 
peratore e il re di Francia, remesso l’ardore della guerra, si 
ritornò alle trattazioni di concilio. Imperocché avendo Fran¬ 
cesco Quinones, cardinale di Santa Croce, venuto di Spagna, 
portato da Cesare al papa la relassazione di Ostia e Civita 
Vecchia e altre terre della Chiesa consegnate alli ministri 
imperiali per sicurezza delle promesse pontificie, insieme con 
ampie offerte per parte dell’imperatore, Clemente, attesa la 
trattazione di pace col re di Francia che si maneggiava, e 
considerando quanto gl’interessi suoi ricercassero che si con- 
giongesse strettamente con Carlo, gli mandò Girolamo vescovo 
di Vasone, suo maestro di casa, in Barcellona, per trattare 
gli articoli della convenzione. Alla conclusione de’ quali facil¬ 
mente si venne, promettendo il papa l’investitura di Napoli 


74 


l’istoria del concilio tridentino 


con censo solo d’un cavai bianco, il iuspatronato delle venti- 
quattro chiese, passo alle sue genti e la corona imperiale: 
dall’altro canto l’imperatore promettendo di rimetter in Fio¬ 
renza il nepote del papa, figlio di Lorenzo, e darli Margarita 
sua figlia naturale per moglie, e aiutarlo alla ricuperazione di 
Cervia, Ravenna, Modena e Reggio, occupategli da’ veneziani 
e dal duca di Ferrara. Convennero anco di riceversi insieme 
alla coronazione con le ceremonie consuete. Solo un articolo 
fu longamente disputato, proponendo li pontifica che Carlo e 
Ferdinando si obbligassero a costringer con le armi li luterani 
a ritornare all’obedienza della chiesa romana, e rechiedendo 
li imperiali che, per ridurli, il papa convocasse il concilio 
generale: sopra che dopo longa discussione, essendo nel resto 
convenuti, per non troncare tant’altri importanti disegni sopra 
quali erano in buon pontamento, fu deliberato in quest’articolo 
star nei termini generali, e concluso che, per ridur li luterani 
all’unione della Chiesa, il pontefice s’averebbe adoperato con 
li mezzi spirituali, e Carlo e Ferdinando con li temporali; 
quali sarebbono anco venuti alle armi, quando quelli fossero 
stati pertinaci ; e il pontefice in quel caso sarebbe obbligato ad 
operare che gli altri prencipi cristiani li porgessero aiuto. 

In questo tenore fu conclusa la confederazione, con molta 
allegrezza di Clemente e maraviglia del mondo come, avendo 
perduto tutto lo stato e la riputazione, in cosi breve tempo 
fosse ritornato nella medesma grandezza; il che in Italia, la 
qual vidde un accidente cosi pieno di varietà anzi contrarietà, 
da ciascuno era attribuito a miracolo divino, e dalli amatori 
della corte ascritto a dimostrazione di favore di Dio verso la 
sua Chiesa. 

Ma in Germania, essendo intimato un convento in Spira, 
al qual fu dato principio li 15 marzo, vi mandò il papa Gio¬ 
vanni Tommaso dalla Mirandola per esortare alla guerra contra 
il Turco, promettendo di contribuir esso ancora, quanto li 
concedessero le sue forze esauste per le calamità patite negli 
anni passati, e ad assicurare di adoperarsi con ogni spirito 
per accordare le differenze tra l’imperatore e il re di Francia, 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


7 5 

acciò, quietate tutte le cose e levati tutti gl’impedimenti, si 
potesse attendere quanto prima alla convocazione e celebra¬ 
zione del concilio, per ristabilire la religione in Germania. 

Nel convento si trattò prima della religione; e li cattolici 
pensarono di metter dissensione tra li avversari divisi in due 
opinioni, seguitando alcuni la dottrina di Lutero ed altri 
quella di Zuinglio, se il langravio di Assia, persona prudente 
e avveduta, non avesse ovviato al pericolo, mostrando che la 
differenzia non era di momento, e dando speranza che s’ave- 
rebbe facilmente concordato, e mostrando il danno che sarebbe 
nato dalla divisione e l’avvantaggio che averebbono avuto gli 
avversari. Dopo longa disputa nella dieta per trovar qualche 
forma di composizione, finalmente si fece il decreto: che es¬ 
sendo stato con sinistre interpretazioni storto il decreto dell’an- 
terior convento di Spira a defender ogni assurdità d’opinioni, 
e per tanto essendo necessario ora dichiararlo, ordinavano che 
chi aveva osservato l’editto cesareo di Vormazia dovesse 
continuare nell’osservazione, constringendo anco a ciò il popolo 
sino al concilio, il quale Cesare dava certa speranza che do¬ 
vesse esser presto convocato; e chi aveva mutato dottrina e 
non poteva ritirarsi senza pericolo di sedizione, si fermasse 
in quello che era fatto, non innovando altro di più sino al 
tempo del concilio; che la messa non fosse levata, né meno 
postoli impedimento in nessun luogo dove fosse introdotta la 
nova dottrina; che l’anabattismo fosse sotto pena capitale se¬ 
condo l’editto pubblicato dall’imperatore, il quale ratificavano; 
e che circa le prediche e stampe fossero servati li decreti delle 
due ultime diete di Norimberga, cioè che i predicatori siano 
circonspetti, si guardino dall’offender alcuno con parole, non 
dieno occasione al popolo di sollevarsi contra il magistrato, 
non propongano dogmi novi o vero poco fondati nelle sacre 
lettere, ma predichino l’Evangelio secondo l’interpretazione 
approvata dalla Chiesa, senza toccar altre cose che sono in 
disputa, aspettando la determinazione del concilio, dove sarà 
il tutto legittimamente deciso. 

A questo decreto si opposero l’elettor di Sassonia e cinque 



7 6 


l’istoria del concilio tridentino 


altri principi, dicendo che non conveniva partirsi dal decreto 
fatto nell’anterior dieta, nel quale fu concesso a ciascuno la 
propria religione sino al concilio; il qual decreto, essendo fatto 
di coni un consenso di tutti, non si poteva se non con comun 
consenso mutare. Che nella dieta di Norimberga fu molto 
chiaramente veduta l’origine e causa delle dissensioni, ed il 
medesimo pontefice la confessò, al quale furono mandate le 
domande ed esplicati i cento gravami ; né per questo si era 
veduta alcuna emendazione. Che in tutte le deliberazioni sempre 
era stato concluso non esser via più espediente per levar le 
controversie che il concilio; quale mentre s’aspetta, l’accettar 
il decreto fatto da loro sarebbe un negar la parola di Dio 
pura e monda; e il concedere la messa, rinnovar li disordini. 
Che lodavano ben quella particola di predicar l’Evangelio 
secondo l’interpretazioni approvate dalla Chiesa, ma però re¬ 
stava in dubbio qual fosse la vera chiesa. Che il stabilir un 
decreto cosi oscuro era aprir la strada a molte turbe e con¬ 
troversie: e però che in nessun modo volevano assentir al 
decreto, e del suo parer n’averebbono dato conto a tutti, e a 
Cesare ancora. E mentre che si darà principio ad un concilio 
generale di tutta la cristianità, o vero nazionale di Germania, 
non faranno cosa che con ragione possi essere reprobata. 

A questa dichiarazione si congionsero quattordici città prin¬ 
cipali di Germania, e da questa venne il nome de «protestanti», 
col quale sono chiamati quelli che seguitano la religione rin¬ 
novata di Lutero; imperocché questi principi e città diedero 
fuora la loro protesta e appellazione da quel decreto a Ce¬ 
sare e al futuro concilio generale, o vero nazionale di Ger¬ 
mania, e a tutti li giudici non sospetti. 

E perché si è fatta menzione della differenzia d’opinione 
nella materia dell’ Eucarestia tra Lutero e Zuinglio, è ben 
narrar qui come, essendo principiata la rinnovazione della 
dottrina in doi luochi e da due persone independenti Luna 
dall’altra, cioè da Lutero in Sassonia e da Zuinglio in Zurich, 
essi furono concordi in tutti li capi della dottrina sino al 1525; 
ed allora neH’esplicar il ministerio del santissimo sacramento 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


77 


dell’Eucarestia, se ben s’accordarono ambidoi con dire che 
il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo sono nel 
sacramento solamente in uso e sono ricevuti con il cuore e 
colla fede, nondimeno insegnava Lutero che le parole dette 
da Nostro Signore : questo è il mio corpo , debbino esser rice¬ 
vute in senso nudo e semplice; ed in contrario insegnava 
Zuinglio che erano parole figurate spiritualmente e sacramen¬ 
talmente, non carnalmente intese. E la contenzione s’accrebbe 
sempre e fecesi ogni giorno più acerba, massime dal canto 
di Martino, il qual la trattava con maniera assai contumeliosa 
verso la contraria parte. E questo diede materia alli cattolici 
nella dieta di Spira, tenuta quest’anno, di valersene (come 
s’è detto) a metter in diffidenzia e disgusto una parte con 
l’altra. Ma il langravio d’Assia che, scoperto l’artificio delli 
avversari, aveva tenuti li suoi in concordia con speranza di 
conciliare le contrarie opinioni, cosi per mantener la sua pro¬ 
messa come per ovviare alli pericoli futuri procurò che si ve¬ 
nisse a colloquio. Sollecitò li svizzeri che dovessero mandare 
li suoi, e assegnò luoco per la conferenzia la città di Marpurg 
e tutto l’ottobre dell’istesso anno 1529. Là si ridussero di 
Sassonia Lutero con doi discepoli, e di svizzeri Zuinglio ed 
Ecolompadio. Disputarono Lutero e Zuinglio solamente, e la 
disputa continuò più giorni: con tutto ciò non fu mai possi¬ 
bile che convenissero, o fosse questo perché, essendo passata 
la controversia tanto inanzi, pareva che si trattasse dell’onore 
degli autori, o vero perché, come avviene in tutte le questioni 
verbali, la tenuità della differenza è fomento dell’ostinazione; 
o per quello che Martino dopo qualche tempo scrisse ad un 
amico, che vedendo molto moto eccitato, non volse con la 
forma di dire zuingliana, sopramodo aborrita dalli romanisti, 
rendere li suoi prencipi più esosi ed esporli a pericolo mag¬ 
giore. Ma fosse qual si voglia di queste la causa, una più 
universale è ben vera, che piacque alla Maestà divina ser¬ 
virsi di quella differenza d’opinioni per diversi effetti seguiti 
dopo. Fu necessario metter fine al colloquio senza conclusione; 
se non che convennero, per opera del langravio, in questo: 



78 


l’istoria del concilio tridentino 


che essendo d’accordo negli altri capi, dovessero per l’avve¬ 
nire astenersi dalle acerbità in questo particolare, pregando 
Dio che mostrasse qualche lume di concordia: la qual con¬ 
clusione, quantonque deliberata con prudenza e, come essi 
dicevano, con carità, non seguita dalli successori, ritardò assai 
il progresso della rinovata dottrina. Perché nelle cause di re¬ 
ligione ogni subdivisione è potente arma in mano della con¬ 
traria parte. 

Ma essendo, come si è detto, conclusa la lega tra il papa 
e l’imperatore e fermato l’ordine per la coronazione, fu depu¬ 
tato per questo effetto la città di Bologna, non parendo al 
papa conveniente che quella solennità si facesse in Roma col- 
l’intervento di quelli che due anni prima l’avevano saccheg¬ 
giata ; cosa che fu anco grata a Carlo, come quella che faceva 
le cerimonie di piu breve ispedizione: il che era desiderato 
da lui, per passar in Germania quanto prima. Arrivò perciò 
in Bologna prima il pontefice come maggiore, e poi l’impe¬ 
ratore a’ 5 di novembre; dove si fermò per quattro mesi, abi¬ 
tando in un istesso palazzo col papa. Molte cose furono trattate 
da questi due principi, parte per quiete universale della cri¬ 
stianità e parte per interesse dell'uno e dell’altro. Le prin¬ 
cipali furono la pace generale d’Italia e la estinzione de’ 
protestanti in Germania. Della prima non appartiene al sog¬ 
getto che si tratta parlare; ma per quello che tocca a’ prote¬ 
stanti, da alcuni conseglieri di Cesare era proposto che, 
considerata la natura de’ tedeschi, tenaci della libertà, fosse 
meglio con mezzi soavi e dolci rappresentazioni, e dissimu¬ 
lando molte cose, operare che li prencipi all’obedienzia pon¬ 
tificia ritornassero, perché essendo levata quella protezione 
alli novi dottori, al rimanente sarebbe facilmente rimediato. 
E per far questo, il vero e proprio rimedio essere il concilio, 
cosi perché da loro era richiesto, come anco perché a quel 
nome augusto e venerando ognuno s’inchinerebbe. 

Ma il pontefice, che di nessuna cosa più temeva che di 
un concilio, e massime quando fosse celebrato di là da’ monti, 
libero e con l’intervento di quelli che già apertamente ave- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


79 


vano scosso il giogo dell’obedienza, vedeva benissimo quanto 
fosse facil cosa che da questi fossero persuasi anco gli altri. 
Oltre di ciò considerava che se ben la causa sua era co¬ 
mune con tutti li vescovi, quali le rinovate opinioni cercavano 
di privare delle ricchezze possedute, nondimeno anche tra loro 
e la corte romana restava qualche materia di disgusti; preten¬ 
dendo essi che fosse usurpata tra loro la collazione delli bene¬ 
fizi con le reservazioni e prevenzioni, e ancora levata gran 
parte dell’amministrazione e tirata a Roma con avocazione 
di cause, reservazioni di dispense e assoluzioni ed altre tal 
facoltà, che, già comuni a tutti li vescovi, s’avevano i pon¬ 
tefici romani appropriate: onde si figurava che la celebrazione 
del concilio dovesse esser una totale diminuzione dell’autorità 
pontificale. Per il che voltò tutti li suoi pensieri a persuader 
l’imperatore che il concilio non era utile per quietare li moti 
di Germania, anzi pernicioso per l’autorità imperiale in quelle 
provincie. Li considerava due sorti di persone infette: la mol¬ 
titudine e li principi e grandi; esser verisimile che la molti¬ 
tudine sia ingannata, ma il sodisfarla nella dimanda del concilio 
non esser mezzo per illuminarla, anzi per introdur la licenzia 
populare. Se si concedesse di metter in dubbio o ricercar 
maggior chiarezza della religione, averebbe immediate preteso 
di dar anco legge al governo, e con decreti restringere l’auto¬ 
rità de’ prencipi ; e quando avessero ottenuto di esaminare e 
discutere l’autorità ecclesiastica, imparerebbono a metter dif¬ 
ficoltà anco nella temporale. Gli mostrò esser più facile op¬ 
porsi alle prime dimande della moltitudine che, dopo averla 
compiaciuta in parte, volergli metter termine. Quanto alli 
principi e grandi poteva tener per certo essi non aver fine di 
pietà, ma d’impatronirsi de’ beni ecclesiastici e deventar asso¬ 
luti, riconoscendo niente o poco l’imperatore; e molti di loro 
conservarsi intatti da quella contagione per non aver ancora 
scoperto l’arcano; il quale fatto manifesto, tutti s’addrizze- 
ranno allo stesso scopo. Non esser dubbio che il pontificato, 
perduta la Germania, perderebbe assai; maggior però sarebbe 
la perdita imperiale e della casa d’Austria: a che volendo 



So 


l’istoria del concilio tridentino 


provvedere, non aveva altro mezzo che severamente adoperare 
l’autorità e l’imperio mentre la maggior parte l’ubidiva, nel 
che era necessaria la celerità, inanzi che il numero cresca 
maggiormente e sia dall’universale scoperto il comodo che vi 
sia seguendo quelle opinioni. Alla celerità tanto necessaria 
niente esser più contrario che trattar di concilio ; perché quan- 
tonque ognuno v’inclinasse e non vi fosse posto impedimento 
alcuno, non si potrà però congregar se non con longhezza 
d’anni, né trattar le cose se non con prolissità; il che solo 
voleva considerare, perché parlare dell’impedimenti che si 
ecciterebbono per diversi interessi di persone che con vari 
pretesti si opponerebbono, interponendo dilazione per il meno 
a fine di venirne a niente, sarebbe cosa infinita. Esser sparsa 
fama che li pontefici non vogliono concili per timore che 
l’autorità loro sia ristretta: ragione che in lui non fa impres¬ 
sione alcuna, essendo l’autorità sua data da Cristo immediate, 
con promessa che manco le porte dell’inferno non potranno 
prevalere contro quella, ed avendo l’esperienza de’ tempi pas¬ 
sati mostrato che per nissun concilio celebrato è stata dimi¬ 
nuita l’autorità pontificale; anzi che, seguendo le parole del 
Signore, li Padri l’hanno sempre confessata assoluta ed illi¬ 
mitata, come veramente è. E quando i pontefici per umiltà 
o per altro rispetto si sono astenuti d’usarla intieramente, li 
Padri sono stati autori di fargliela metter tutta in esecuzione. 
E questo può veder chiaro chi leggerà le cose passate; per¬ 
ché sempre li pontefici si sono valuti di questo mezzo contra 
le nove opinioni di eretici e in ogn’altra necessità, con 
aumento dell’autorità loro. E quando si volesse anco tralasciar 
la promessa di Cristo, che è il vero e unico fondamento, e 
considerar la cosa in termini umani, il concilio consta di 
vescovi ; alli vescovi la grandezza pontificia è utile, perché 
da quella sono protetti contro li prencipi e populi. Li re e 
altri soprani ancora, che hanno inteso e intenderanno ben le 
regole di governo, sempre favoriranno l’autorità apostolica, 
non avendo altro mezzo di reprimer e tenir in ufficio li loro 
prelati, quando hanno spirito di trapassare il grado proprio. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO III 


8 r 


Concluse il papa esser nell’animo suo tanto certo dell’esito, 
che poteva parlarne come profeta e affermare che, facendosi 
concilio, seguirebbono maggiori disordini in Germania; perché 
chi lo richiede, mette innanzi per pretesto di continuare sino 
allora nelle cose attentate; quando da quello le opinioni loro 
saranno condannate (ché altro non può succeder), piglieranno 
altra coperta per detraere al concilio; e per fine l’autorità 
cesarea in Germania resterà annichilata e nelli altri luochi 
concussa; la pontificia in quella regione si diminuirà, e nel 
resto del mondo s’amplificherà maggiormente. E però tanto 
più doveva Cesare creder al parer suo, quanto non era mosso 
da proprio interesse, ma da desiderio di veder la Germania 
unita alla Chiesa e l’imperatore ubidito. Che era irreuscibile, 
se non si fosse transferito in Germania quanto prima e im¬ 
mediate usata l’autorità, con intimare che senza alcuna replica 
fosse eseguita la sentenzia di Leone e l’editto di Vormazia, 
non ascoltando qualonque cosa li protestanti siano per dire, 
(dimandando o concilio o maggior instruzione, o allegando la 
loro appellazione e protesta o altra iscusazione, ché tutte non 
possono esser se non pretesti d’impietà), ma al primo incontro 
di disubedienzia passando alla forza, la quale li sarebbe stata 
facile usare contra pochi, avendo tutti li prencipi ecclesiastici 
e la maggior parte de’ secolari che s’averebbono armato con 
lui a questo effetto; che cosi, e non altrimenti, conviene all’uf¬ 
ficio dell’imperatore, avvocato della chiesa romana, e al giu¬ 
ramento fatto nella coronazione di Aquisgrana, e che doverà 
far nel ricever la corona per mano sua. Finalmente, esser 
cosa chiara che la tenuta del concilio, e qualonque trattazione 
o negoziazione che s’introducesse in quest’occasione, neces¬ 
sariamente terminarebbe in una guerra. Esser adonque meglio 
tentar di componer quei desordeni col vigor dell’ imperio ed 
assoluto comando, cosa che si può reputar dover riuscir facil¬ 
mente : e quando ciò non si potesse ben effettuare, venir più 
tosto alla forza ed arme, che relasciar il freno alla licenzia po¬ 
polare, all’ambizione delli grandi e alla perversità degli ere¬ 
siarci! i. 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


6 



82 


l’istoria del concilio tridentino 


Queste ragioni, sebben disdicevoli in bocca di frate Giulio 
de’ Medici cavalier di Malta (ché cosi si chiamava il ponte¬ 
fice inanzi che creato cardinale), non che di Clemente papa VII, 
valsero nondimeno appresso Carlo, aiutate dalle persuasioni 
di Mercurio da Gattinara, cancellier imperiale e cardinale; 
al quale fece il papa molte promesse, e particolarmente 
d’aver risguardo a’ suoi parenti e dependenti nella prima pro¬ 
mozione de cardinali che preparava fare; e anco dalla propria 
inclinazione di Cesare, d’aver in Germania imperio più asso¬ 
luto di quello che fu concesso al suo avo e all’avo del padre. 

Si fecero in Bologna tutti li atti e solite ceremonie della 
coronazione, alla quale fu dato compimento il 24 febbraro: 
e Cesare, risoluto di passar personalmente in Germania per 
metter fine a quei disordini, intimò la dieta imperiale in Augu¬ 
sta per li 8 aprile, e in marzo si pose in viaggio. 


CAPITOLO IV 

(1530-settembre 1534). 


[Inizio della dieta d’Augusta, presenti l’imperatore e il legato Campegio. 
— I protestanti presentano la loro professione di fede (confessione 
augustana). Impressioni e discussioni suscitate da essa. — Vano tenta¬ 
tivo d’accordo. — Recesso imperiale del 19 novembre, sostanzialmente 
contrario ai protestanti. — Malcontento del papa per l’ingerenza di 
Carlo V nelle cose di religione. — Sua lettera ai principi, con pro¬ 
messa di concilio. — Lettera di difesa dei protestanti. — I re di Francia 
e d’Inghilterra dichiaransi favorevoli al concilio. — Resistenza dei 
protestanti al recesso imperiale: Carlo V indice una dieta a Ratisbona. 
— Lotte fra i cantoni svizzeri: morte di Zuinglio. — Insistenze del- 
l’imperatore presso il papa per il concilio. — Esigendo il papa che 
si faccia in Italia, e generale, le trattative s’interrompono. — Carlo V, 
necessitandogli la pace interna, concede libertà di religione fino al 
concilio (transazione di Norimberga). — Nuovo incontro del papa e 
dell’imperatore a Bologna. — Invio del legato Rangoni in Germania 
per trattare del concilio: i protestanti convocati a Smalcalda rigettano 
le sue proposte. — Il papa s’accorda col re di Francia, che si sforza 
invano di far accettare ai protestanti un concilio secondo i desideri 
papali.— Enrico Vili e lo scisma d’Inghilterra. — Nuove trattative 
di concilio, interrotte dalla morte di Clemente VII.] 

Parti l’imperator da Bologna con questa ferma risoluzione 
di operare nella dieta con autorità e con l’imperio, si che li 
principi separati ritornassero all’obedienzia della chiesa ro¬ 
mana, e di proibire le prediche e libri della rinnovata dottrina; 
ed il pontefice li diede in compagnia il Cardinal Campegio 
come legato, che lo seguisse nella dieta. Mandò ancora Pietro 
Paulo Vergerio noncio al re Ferdinando, dandoli instruzione 
di operar con lui che nella dieta non si disputasse né si de¬ 
liberasse cosa alcuna della religione, né meno si risolvesse 
di far concilio in Germania a questo effetto; e per aver questo 


8 4 


l’istoria del concilio tridentino 


prencipe favorevole, il qual, come fratello di Cesare e che 
era già stato tanti anni in Germania, pensava che dovesse 
poter molto, li concesse di poter cavar una contribuzione dal 
clero di Germania per la guerra contra i turchi, e di potersi 
anco valere delli ori e argenti deputati ad ornamento delle 
chiese. 

Alla dieta arrivarono quasi tutti li principi inanzi Cesare, 
il qual vi gionse a’ 13 di giugno, vigilia della festa del Corpus 
Domini, ed intervenne alla processione il giorno seguente, 
non avendo però potuto ottenere che li principi protestanti si 
contentassero di esser presenti. La qual cosa essendo sentita 
con estremo dispiacere dal legato per il pregiudicio fatto al 
pontefice con quella (diceva egli) contumacia, per superar 
questo passo e far intervenir alle ceremonie della chiesa ro¬ 
mana li protestanti, fu autore che Cesare otto giorni dopo, 
dovendosi dar principio alla radunanza, ordinò all’elettore di 
Sassonia che portasse la spada inanzi, secondo il suo ufficio, 
nell’andar e star alla messa. All’elettore pareva di contravvenir 
alla professione sua se condiscendeva, e di perder la dignità 
sua ricusando, avendo presentito che sopra la sua ripugnanza 
Cesare era per dar l’onore ad un altro. Ma fu consegliato 
da’ suoi teologi discepoli di Lutero che senza alcun’offesa della 
sua conscienzia poteva farlo, intervenendo come ad una cere- 
monia civile, non come a religiosa, con l’esempio del profeta 
Eliseo, il qual non ebbe per inconveniente che il capitano 
della milizia di Sona, convertito alla vera religione, s’inchi¬ 
nasse nel tempio dell’idolo quando s’inchinava il re appog¬ 
giato sopra il suo braccio. Conseglio che da altri non era 
approvato, potendosi da quello concludere che a ognuno fosse 
lecito intervenire a tutti li riti d’altra religione come a cere¬ 
monie civili, non mancando a qualsivoglia persona ragione di 
necessità o vero utilità, che l’induca all’intervento. Ma altri, 
approvando il conseglio e la deliberazione dell’elettore, con¬ 
cludevano appresso che, se li novi dottori avessero usato per 
il passato ed usassero all’avvenire questa ragione, in molte 
occasioni non sarebbe aperta la porta a diversi inconvenienti. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


«5 


dovendo con quell’esempio esser lecito a ciascuno, per con¬ 
servar la dignità propria o lo stato suo o la grazia del suo 
signore o di altra persona eminente, non ricusar di prestar 
assistenza a qualonque azione, in quale, se ben gli altri in¬ 
tervenissero come ad atto religioso, esso vi assistesse come a 
cosa civile. 

In quella messa, inanzi l’offertorio, fece un’orazione latina 
Vincenzo Pimpinella, arcivescovo di Rossano, noncio aposto¬ 
lico, nella quale non parlò ponto di cosa alcuna spirituale o 
religiosa, ma solo rimproverò alla Germania i’aver sopportato 
tanti mali dai turchi senza vindicarsi, e con molti esempi 
delli capitani antichi della repubblica romana li esortò alla 
guerra contra loro. Il disvantaggio della Germania disse esser 
perché li turchi obedivano a un solo prencipe, dove in Ger¬ 
mania molti non rendevano obedienzia; che li turchi vivono 
in una religione e li germani ogni giorno ne fabbricano di 
nove e si ridono della vecchia come rancida; li riprese che, 
volendo far mutazione di fede, non n’avessero cercato almeno 
una più santa e più prudente; che imitando Scipion Nasica, 
Catone, il populo romano e i loro maggiori, averebbono os¬ 
servato la cattolica religione; li esortò finalmente a lasciar 
quelle novità ed attender alla guerra. 

Nel primo consesso della dieta il Cardinal Campegio, le¬ 
gato, presentò le lettere della sua legazione e fece un’orazione 
latina nel convento in presenzia di Cesare; la sostanza della 
quale fu che delle tante sette, le quali in quel tempo regna¬ 
vano, la causa era la carità e benevolenzia estinte; che la 
mutazione della dottrina e dei riti aveva non solo lacerata la 
Chiesa, ma orribilmente destrutto ogni polizia. Al qual male 
per rimediare, li pontefici passati avendo mandato legazioni 
alle diete e non essendosi fatto frutto, Clemente aveva inviato 
lui per esortar, consegliar ed operar quel tutto che avesse 
potuto per restituir la religione. E lodato l’imperatore, esortò 
tutti ad ubidire quello che ordinerà e resolverà nelle cause 
della religione e intorno gli articoli della fede. Esortò alla 
guerra contr’a’ turchi, promettendo che il papa non perdonerà 



86 


l’istoria del concilio tridentino 


a spesa per aiutarli. Li pregò per amor di Cristo, per la sa¬ 
lute della patria e loro propria, che, deposti gli errori, atten¬ 
dessero a liberar la Germania e tutto il cristianesino: che 
cosi facendo, il papa, successor di san Pietro, li dava la be¬ 
nedizione. 

All’orazione del legato, di ordine dell’imperatore e della 
dieta, rispose il Magontino che Cesare, per debito di supremo 
avvocato della Chiesa, tenterà tutti li mezzi per componer le 
discordie, impiegherà tutte le sue forze nella guerra contr’ a’ 
turchi, e tutti li principi si giongeranno con lui, operando 
si fattamente che le loro azioni saranno approvate da Dio e 
dal papa. Udite dopo questo altre legazioni, l’elettor di Sas¬ 
sonia, con li principi e città protestanti congionte seco, pre¬ 
sentò all’imperatore la confessione della loro fede scritta in 
latino e in tedesco, facendo instanzia che fosse letta. Né vo¬ 
lendo l’imperator che si leggesse in quel pubblico, fu rimesso 
questo al giorno seguente; quando il legato, per non ricever 
qualche pregiudicio, non volle intervenire. Ma congregati li 
principi inanzi all’imperatore in una sala capace di circa 
dugento persone, fu ad alta voce letta: e le città che seguivano 
la dottrina di Zuinglio separatamente presentarono la confes¬ 
sione della loro fede, non differente dalla su detta se non nel¬ 
l’articolo dell’eucaristia. 

La confessione dei prencipi, che poi, da questo comizio 
dove fu letta, si chiamò augustana, conteneva due parti. Nella 
prima erano esposti gli articoli della loro fede in numero 
ventuno: della unità divina, del peccato originale, dell’incar¬ 
nazione, della giustificazione, del ministerio evangelico, della 
Chiesa, del ministerio dei sacramenti, del battesimo, dell’eu¬ 
caristia, della confessione, della penitenzia, dell’uso dei sacra¬ 
menti, dell’ordine ecclesiastico, delli riti della Chiesa, della 
repubblica civile, del giudicio finale, del libero arbitrio, della 
causa del peccato, della fede, delle buone opere, del culto 
dei santi. Nella seconda erano esplicati li dogmi differenti 
della chiesa romana e gli abusi che li confessionisti repro¬ 
bavano; e questi erano esplicati in articoli sette assai lon- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


87 


gamente distesi: della santa comunione, del matrimonio dei 
preti, della messa, della confessione, della distinzione de’ cibi, 
dei voti monacali e della giurisdizione ecclesiastica. Si offe' 
rivano in fine, bisognando, di presentar ancora informazione 
più ampia. Ma nel proemio di essa esposero aver messo in 
scritto la sua confessione per obedir alla proposta di Sua 
Maestà che tutti dovessero presentarli la loro opinione; e però 
se anco gli altri principi daranno in scritto le loro, sono ap¬ 
parecchiati di conferir amicabilxnente per venir ad una con¬ 
cordia. Alla quale quando non si possi pervenire, avendo la 
Sua Maestà in tutte le precedenti diete fatto intendere di non 
poter determinare e concludere alcuna cosa in materia di re¬ 
ligione per diversi rispetti allora allegati, ma ben esser per 
operare col pontefice romano che sia congregato un concilio 
generale; e finalmente avendo fatto dir nel convento di Spira 
che, essendo vicino a componersi le differenzie tra Sua Maestà 
e l’istesso pontefice, non si poteva più dubitare che il papa 
non fosse per acconsentir al concilio, si offerivano di compa¬ 
rire e di render ragione e difender la loro causa in un tal 
generai, libero e cristiano consesso, del qual si è sempre trat¬ 
tato nelle diete celebrate gli anni del suo imperio. Al qual 
concilio anco, ed a Sua Maestà insieme, hanno in debita forma 
di ragione appellato; alla qual appellazione ancora aderiscono, 
non intendendo né per questo trattato né per alcun altro ab¬ 
bandonarla, se la defferenzia non sarà prima in carità redotta 
a concordia cristiana. 

In quel giorno non si passò ad altro atto. Ma l’imperatore, 
prima che far risoluzione alcuna, volle aver l’avviso del legato; 
il quale, letta e considerata, con li teologi d’Italia condotti, 
la confessione, se ben il giudicio loro fu che si dovesse op¬ 
pugnare e pubblicare sotto nome di lui una censura, con 
tutto ciò egli, prevedendo che avrebbe dato occasione di 
maggiori tumulti e dicendo chiaramente che, quanto alla dot¬ 
trina, in buona parte la differenza gli pareva verbale e poco 
importava dire più ad un modo che all’altro, e non esser 
ragionevole che la sede apostolica entri in parte nelle dispute 



8S 


l’istoria del concilio tridentino 


delle scole, non consenti che il suo nome fosse posto nelle 
contenzioni. E all’imperatore fece risposta che non faceva 
bisogno per allora entrar in stretto esamine della dottrina, ma 
considerare l’esempio che s’averebbe dato a tutti li spiriti 
inquieti e sottili, a’ quali non averebbono mancato infinite 
altre novità da proporre con non minore verisimilitudine, le 
quali avidamente sarebbono state udite, per il prurito d’orec¬ 
chie che eccitano nel mondo le novità. E quanto agli abusi 
notati, il correggerli causerebbe maggiori inconvenienti di 
quelli che si pensa rimediare. Il suo parere esser che, essendo 
letta la dottrina de’ luterani, per levare il pregiudicio fosse 
letta una confutazione parimente, la quale non si pubblicasse 
in copie per non aprir strada alle dispute, e s’attendesse col 
mezzo del negozio ad operare che li protestanti ancora s’aste¬ 
nessero dal camminar più inanzi, proponendo favori e minacce. 
Ma la confessione letta, negli animi de’ cattolici che l’udirono 
fece diversi effetti: alcuni ebbero li protestanti per più empi 
di quello che si erano persuasi prima che fossero informati 
delle loro particolari opinioni; altri in contrario remisero 
molto del cattivo concetto in che li avevano, riputando li loro 
sensi non tanto assurdi quanto avevano stimato: anzi, quanto 
a gran parte degli abusi, confessavano che con ragione erano 
ripresi. Non è da tralasciare che il Cardinal Matteo bangi, 
arcivescovo di Salzburg, a tutti diceva esser onesta la riforma 
della messa, e conveniente la libertà nei cibi, e giusta la di¬ 
manda d’esser sgravati di tanti precetti umani; ma che un 
misero monaco riformi tutti, non esser cosa da sopportare. E 
Cornelio Sceppero, secretario dell’imperatore, disse che se li 
predicatori protestanti avessero denari, facilmente comprereb- 
bono dagl’italiani qual religione più li piacesse; ma senza 
oro non potevano sperare che la loro potesse rilucere nel 
mondo. 

Cesare, conforme al conseglio del legato, approvato dalli 
conseglieri propri ancora, desideroso di componer il tutto con 
la negoziazione, cercò prima di separar gli ambasciatori delle 
città dalla congionzione con li principi; il che non essendo 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


89 


riuscito, fece fare una confutazione della scrittura dei prote¬ 
stanti ed un’altra a parte di quella che produssero le città: 
e convocata tutta la dieta, disse alli protestanti d’aver consi¬ 
derato la confessione presentatali e dato ordine ad alcuni pii 
ed eruditi di doverne far il loro giudicio. E qui fece leggere 
una confutazione di essa, nella quale, tassate molte delle opi¬ 
nioni loro, nel fine si confessava nella chiesa romana esser 
alcune cose che meritavano emendazione, alle quali Cesare 
prometteva che sarebbe provveduto; e però dovessero li pro¬ 
testanti rimettersi a lui e ritornar alla Chiesa, certificandoli 
che ottenirebbono ogni loro giusta dimanda: ma, altrimenti 
facendo, egli non mancherebbe di mostrarsi protettore e de- 
fensore di quella. 

Li prencipi protestanti si offerirono pronti per far tutto 
quello che si poteva, salva la conscienzia, e, se con la Scrit¬ 
tura divina in mano li fosse mostrato esser qualche errore 
nella loro dottrina, di correggerlo; o se vi fosse bisogno di 
maggior dechiarazione, dechiararla. E perché, delli capi pro¬ 
posti da loro, alcuni nella confutazione gli erano concessi, 
altri rifiutati, se della confutazione li fosse data copia, si espli- 
cherebbono più chiaramente. 

Dopo molte trattazioni, finalmente furono eletti sette delli 
cattolici e sette delli protestanti, i quali conferissero insieme 
per trovar modo di composizione; né potendo convenire, il 
numero fu restretto a tre per parte; e se ben furono accordati 
alcuni pochi ponti di dottrina meno importanti e altre cose 
leggieri appartenenti ad alcuni riti, finalmente si vide che la 
conferenza non poteva in modo alcuno terminar a concordia, 
perché nessuna delle parti si disponeva a conceder le cose 
importanti all’altra. Consumati molti giorni in questa tratta¬ 
zione, fu letta la confutazione della confessione presentata 
dalle città; la qual udita, gli ambasciatori di quelle risposero 
che erano recitati molti articoli della loro scrittura altrimenti 
che da loro erano stati scritti, e tirate a cattivo senso molte 
altre delle cose da loro proposte, per renderli odiosi: alle qual 
obiezioni tutte averebbono risposto, se li fosse data copia della 



9 o 


l’istoria del concilio tridentino 


confutazione; tra tanto pregare che non si vogli credere alia 
calunnia, ma aspettare d’udire la loro difesa. Fu negato di 
darli copia, con dire che Cesare non vuole permettere che le 
cose della religione siano poste in disputa. 

Tentò l’imperatore, per via della pratica, di persuader li 
principi, massime con dire che essi erano pochi e la loro 
dottrina era nova; che era stata sufficientemente confutata in 
questa dieta; esser grande l’ardire loro di voler dannar d’er¬ 
rore ed eresia e falsa religione l’imperiai Maestà, tanti prencipi 
e stati di Germania, co’ quali comparati essi non fanno nu¬ 
mero; e quello che è peggio, aver anco per eretici i loro 
propri padri e maggiori, e dimandar concilio, ma nondimeno 
tra tanto volendo camminar inanzi negli errori. Le qual per¬ 
suasioni non giovando, poiché negavano la loro dottrina esser 
nova e li riti della romana chiesa essere antichi, Cesare, met¬ 
tendo in opera li altri rimedi consegliati dal legato Cainpegio, 
fece trattar con ciascuno a parte, proponendo qualche sodisfa- 
zione nelle cose di loro interesse molto desiderate, ed anco 
mettendo loro inanzi diverse opposizioni e attraversamenti che 
egli averebbe eccitati alle cose loro, mentre persistessero fermi 
nella risoluzione di non riunirsi alla Chiesa. Ma, o perché 
quei principi pensassero di far bene i fatti loro perseverando, 
o pur perché anteponessero ad ogni altro interesse il conservar 
la religione appresa, gli uffici, se ben potenti, non partorirono 
effetto. Né meno potè ottener Cesare da loro che si conten¬ 
tassero di conceder nelle loro terre l’esercizio delia religione 
romana sino al concilio, che egli prometteva doversi intimar 
fra sei mesi, avendo li protestanti penetrato ciò esser inven¬ 
zione del legato pontificio, il quale, non potendo ottener di 
presente il suo intento, giudicava far assai se, con stabilir in 
ogni luogo l’uso della dottrina romana, mettesse confusione 
nelli populi già alienati, onde restasse la via aperta alli acci¬ 
denti che potessero dar occasione di estirpar la nuova; perché, 
quanto alla promessa d’intimar il concilio fra sei mesi, sapeva 
bene che molti impedimenti s’averebbono potuto alla giornata 
pretendere per metter dilazione, e finalmente per deluder ogni 
espettazione. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


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Non avendosi potuto concludere alcuna cosa, partirono 
li protestanti in fine di ottobre, e Cesare fece un editto per 
stabilimento delli antichi riti della religione cattolica romana: 
il quale in somma conteneva che non si mutasse cosa alcuna 
nella messa, nel sacramento della confirmazione e dell’estrema 
onzione; che le immagini non fossero levate da alcun luogo, e 
le levate fossero riposte; che non fosse lecito negar il libero 
arbitrio, né meno tener opinione che la sola fede giustifica; 
che si conservassero li sacramenti, le ceremonie, li riti, le 
esequie de’ morti nel medesimo modo. Che li benefici si des¬ 
sero a persone idonee, e che li preti maritati o lascino le 
mogli o siano soggetti al bando; tutte le vendite delli beni 
della Chiesa e altre usurpazioni siano irritate; nell’insegnare 
e predicare non si possi uscir di questi termini, ma si esorti 
il popolo a udir la messa, invocar la Vergine Maria e li altri 
santi, osservar le feste e digiuni; dove li monasteri e altri 
sacri edifici sono stati destrutti, siano reedificati; e sia ricercato 
il pontefice di far il concilio e inanzi sei mesi intimarlo in 
luoco idoneo; e dopo, fra un anno al più longo, darli prin¬ 
cipio; che tutte queste cose siano ferme e stabili, e nessuna 
appellazione o eccezione, che se gli faccia contra, abbia luoco; 
e che per conservar questo decreto ognuno debbia metterci 
tutte le sue forze e facoltà, e la vita ancora ed il sangue; e 
la camera proceda contra chi si opponerà. 

Il pontefice, avuta notizia delle cose nella dieta successe 
per avviso del suo legato, fu toccato d’un interno dispiacere 
d’animo, scoprendo che, se ben Carlo aveva ricevuto il suo 
conseglio usando imperio e minacciando la forza, però non 
aveva proceduto come avvocato della chiesa romana, al quale 
non appartiene prender cognizione della causa, ma esser mero 
esecutore delli decreti del pontefice: a che era a fatto contrario 
l’aver ricevuto e fatto legger le confessioni e l’aver instituito 
colloquio per accordar le differenze. Si doleva sopra modo 
che alcuni ponti fossero accordati, e maggiormente che avesse 
acconsentito l’abolizione d’alcuni riti, parendogli che l’autorità 
pontificia fosse violata, quando cose di tanto momento sono 


92 


l’istoria del concilio tridentino 


trattate senza participazione sua; se almeno l’autorità del suo 
legato fosse intervenuta, s’averebbe potuto tollerare. Consi¬ 
derava appresso che l’aver a ciò consentito li prelati era con 
sommo suo pregiudicio, e sopra tutto gli premeva la promessa 
del concilio, tanto abborrito da lui: nella quale se ben pareva 
fatta onorevole menzione dell’autorità sua, però l’aver pre¬ 
scritto il tempo di sei mesi a convocarlo e d’un anno a prin¬ 
cipiarlo era metter mano in quello che è proprio del pontefice, 
e far l’imperatore principale e il papa ministro. Osservando 
questi principii, concluse che poco buona speranza poteva 
avere nelle cose di Germania, ma che conveniva pensare ad 
un defensivo, a ciò il male non passasse alle altre parti del 
corpo della Chiesa. E poiché non si poteva rifar altrimenti il 
passato, era prudenza non mostrar che fosse contra suo vo¬ 
lere, ma farsene esso autore, dovendo in tal modo ricever 
minor percossa nella riputazione. 

Pertanto diede conto delle cose passate a tutti li re e 
principi, spedendo sue lettere sotto il primo decembre, tutte 
dello stesso tenore: che sperava potersi estinguer l’eresia lu¬ 
terana con la presenzia di Cesare, e che per tal causa prin¬ 
cipalmente era andato a Bologna per fargliene instanzia, se 
ben lo conosceva in ciò da se stesso assai animato; ma avendo 
inteso per avvisi dell’ imperatore e del Campegio suo legato 
che li protestanti si sono fatti più ostinati, esso, avendo co¬ 
municato il tutto con li cardinali e insieme con loro avendo 
chiaramente veduto che non vi resta altro rimedio se non 
l’usato dalli maggiori, cioè un generai concilio, per tanto gli 
esorta ad aiutar con la presenzia loro, o veramente per mezzo 
de ambasciatori, nel concilio che si convocherà, una causa 
cosi santa, che egli, quanto prima si potrà, ha deliberato 
metter in effetto, intimando un generale e libero concilio in 
qualche luoco comodo d’Italia. 

Le lettere del pontefice furono a tutto il mondo note, fa¬ 
cendo opera li ministri pontifici in ogni luogo, che passassero 
a notizia di tutti ; non perché né il papa né la corte deside¬ 
rassero o volessero applicar l’animo a concilio dal quale erano 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


93 


alienissimi, ma per trattener gli uomini, acciò con l’aspetta¬ 
zione che gli abusi ed inconvenienti sarebbono presto rime¬ 
diati restassero fermi nell’obedienza. Però pochi restarono 
ingannati, non essendo difficile scoprire che l’instanza fatta 
a’ principi di mandar ambasciatori ad un concilio, de quale 
non era determinato né tempo né luoco né modo, era troppo 
affettata prevenzione. 

Ma li protestanti da quelle lettere presero essi ancora oc¬ 
casione di scrivere medesimamente alli re e principi; e l’anno 
seguente, nel mese di febbraro, per nome comune di tutti 
formarono una lettera a ciascuno di questo tenore: esser nota 
alle Maestà loro la vecchia querimonia fatta dagli uomini pii 
contra li vizi ecclesiastici, notati da Giovanni Gersone, Nicolò 
Clemangis e altri in Francia, e da Giovanni Coletto in In¬ 
ghilterra, e da altri altrove: il che anco era avvenuto in questi 
prossimi anni in Germania, nata occasione per il detestabile 
e infame guadagno che alcuni monaci facevano pubblicando 
indulgenze. E da questo passando a narrar tutte le cose dopo 
successe sino all’ultima dieta, seguirono dicendo che li loro 
avversari erano intenti ad eccitar Cesare e altri re contra 
loro, usando varie calunnie; le quali si come hanno ributtate 
nella Germania, cosi più facilmente le confuterebbono in un 
concilio generale di tutto ’l mondo: al quale si rimetteranno, 
pur che sia tale che in lui non abbiano luoco li pregiudici 
e gli affetti. Che tra le calunnie date loro questa è la princi¬ 
pale, che dannino i magistrati e sminuiscano la dignità delle 
leggi; il che non solo non è vero, ma, si come hanno mo¬ 
strato nella dieta d’Augusta, la loro dottrina onora li magi¬ 
strati, defende il valor delle leggi più che sia stato mai fatto 
nelle altre età, insegnando alli magistrati che lo stato loro e 
quel genere di vita è gratissimo a Dio, e predicando alli po- 
puli che sono tenuti a prestar onore e obedienzia al magistrato 
per comandamento di Dio, il quale non lascierà senza puni¬ 
zione li disubedienti, poiché il magistrato ha il governo per 
ordinazione divina. Che hanno voluto scriver queste cose ad 
essi re e principi di tanta autorità per scolparsi appresso loro, 


94 


l’istoria del concilio tridentino 


pregandoli a non dar fede alle calunnie e servar il loro giu- 
dicio intiero, sin che gl'imputati abbiano luoco di scolparsi 
pubblicamente. E perciò vogliono pregare Cesare che per 
utilità della Chiesa congreghi quanto prima un concilio pio e 
libero in Germania, e non voglia proceder con la forza, sin 
che la causa non sia disputata e difinita legittimamente. 

Rispose il re di Francia con littere molto ufficiose, in so¬ 
stanza rendendo grazie della comunicazione di un affare di 
tanto momento; mostrò esserli stato molto grato intender la 
loro discolpazione, approvare l’instanza che li vizi siano 
emendati, nel che troveranno congionta anco la volontà sua 
con la loro. La richiesta del concilio esser giusta e santa, anzi 
necessaria, non solo per i bisogni di Germania, ma per tutta la 
Chiesa; non essere cosa onesta venir alle armi, dove si può con 
la trattazione metter fine alle controversie. Del medesmo te¬ 
nore furono anco le lettere del re d’Inghilterra, oltre che in 
particolare si dechiarò desiderare esso ancora il concilio e vo¬ 
lersi interporre con Carlo per trovar modo di concordia. 

Andata per tutta Germania la notizia del decreto imperiale, 
immediate fu dato principio ad accusar nella camera di Spira 
quelli che seguivano la nova religione, da chi per zelo e da 
altri per vendetta di proprie inimicizie, e da alcuni ancora 
per occupar li beni delli avversari; furono fatte molte sen- 
tenzie, molte dechiarazioni e molte confiscazioni contra prin¬ 
cipi, città e privati; e nessuna ebbe luogo, se non qualcuna 
contra quelli privati, li beni de’ quali erano nel dominio de 
cattolici. Dagli altri le sentenzie erano sprezzate, con gran 
diminuzione non solo della reputazione della camera, ma anco 
di quella di Cesare. Il quale si avvidde presto che la medicina 
non era appropriata al male, che quotidianamente andava 
facendosi maggiore; perché li prencipi e città protestanti, oltre 
il tenir poco conto delli giudicii camerali, si erano restrette 
tra loro e preparate alla difesa e fortificatesi anco con le in¬ 
telligenze forestiere; si che camminando le cose inanzi, si 
vedeva nascere una guerra pericolosa per ambe le parti e, 
in qualonque modo l’esito succedesse, perniciosa alla Germa- 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


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nia. Per il che concesse che alcuni principi s’interponessero 
e trovassero modo di concordia. Per questo effetto anco si 
negoziarono molti capi e condizioni di convenzione per tutto 
quest’anno del 1531. E per darli qualche conclusione fu or¬ 
dinato una dieta in Ratisbona per l’anno seguente. 

Tra tanto le cose restavano piene di suspizioni, onde le 
diflìdenzie tra l’una parte e l’altra più tosto crescevano. Ed 
occorse quest’anno anco in svizzeri un notabile evento, il quale 
fu causa di coinponer le cose tra loro. Imperocché, quantonque 
la controversia, nata per causa della religione tra quei di 
Zurich, Berna e Basilea da una parte contra li cantoni pon¬ 
tifici, fosse stata più volte per interposizione di diversi sopita 
per allora, gli animi però restavano esulcerati, e nascendo 
quotidianamente qualche nova occasione di disgusti, spesso le 
controversie si rinnovavano. Quest’anno furono grandissime, 
avendo tentato quei di Zurich e di Berna impedir le vetto¬ 
vaglie alli cinque cantoni: per il che l’una parte e l’altra 
s’armarono. Nel campo de’ zuricani usci con loro Zuinglio, 
se ben da molti amici esortato a rimaner a casa e lasciar che 
un altro andasse a quel carico; il che egli non volse a nessun 
modo, per non parer che solo nella chiesa dasse animo al 
populo e li mancasse in occasione pericolosa. Vennero a gior¬ 
nata alli n ottobre, nella quale quei di Zurich ebbero il 
peggio e restò anco Zuinglio morto: di che ebbero più alle¬ 
grezza li cattolici che della vittoria; anzi per questo fecero 
diversi insulti e ignominie a quel cadavero. E quella morte 
fu potissima causa che, per interposizione d’altri, di nuovo 
s’accomodarono insieme, ritenendo tutte due le parti la pro¬ 
pria religione; tenendo per fermo li cinque cantoni cattolici 
che, levato di mezzo quello che stimavano con le sue pre¬ 
diche esser stato autore della mutazione di religione nel 
paese, tutti dovessero ritornar alla vecchia. Nella qual spe¬ 
ranza si confermarono tanto più, perché Ecolampadio, ministro 
in Basilea, unanime con Zuinglio, mori pochi giorni dopo 
per afflizione d’animo contratta per la perdita dell’amico, attri¬ 
buendo li cattolici l’una e l’altra morte alla divina provvidenza, 



96 


l’istoria del concilio tridentino 


che, compassionando la nazione elvetica, avesse punito e 
levato li ministri della discordia. E certamente è pio e re¬ 
ligioso pensiero l’attribuir alla divina provvidenza la disposi¬ 
zione d’ogni evenimento; ma il determinar a che fine siano 
da quella somma sapienza gli eventi inviati è poco lontano 
dalla presunzione. Gli uomini tanto strettamente e religiosa- 
mente sposano le opinioni proprie, che si persuadono quelle 
esser altrettanto amate e favorite da Dio come da loro. Ma le 
cose succedute nelli seguenti tempi hanno mostrato che, dopo 
la morte di questi due, li cantoni chiamati evangelici hanno 
fatto maggior progresso nella dottrina da loro ricevuta: argo¬ 
mento manifesto che da più alta causa venne che dall’opera 
di Zuinglio. 

In Germania si negoziò la concordia delli protestanti con 
gli altri dagli elettori di Magonza e palatino, e molte scrit¬ 
ture furono fatte e mutate, perché non davano intiera sodi- 
sfazione né all’una né all’altra parte. Il che fece venir Cesare 
in resoluzione che il concilio fosse sommamente necessario; e 
conferita la sua deliberazione col re di Francia, mandò uomo 
in posta a Roma per trattarne col pontefice e col collegio de’ 
cardinali. Non faceva l’imperatore capitale di luoco prescritto 
nè di altra condizione speciale, purché la Germania restasse 
sodisfatta, si che protestanti v’intervenissero e si sottomettes¬ 
sero; la qual sodisfazione il re ancora diceva esser giusta, e 
s’offeriva per coadiuvare. Fu esposta l’ambasciata al pontefice 
in questi termini: che avendo tentato l’imperatore ogni altra 
via per riunire li protestanti alla Chiesa, avendo adoperato 
l’imperio, le minacce, gli uffici e il mezzo della giustizia 
ancora, non restando più se non o la guerra od il concilio, 
né potendo venir alle arme, poiché le preparazioni che faceva 
il Turco contra di lui lo proibivano, era necessitato ricorrer 
all’altro partito. E però pregare la Sua Santità che, imitando 
i suoi predecessori, si contentasse di conceder un concilio al 
quale protestanti non facessero difficoltà di sottomettersi, aven¬ 
dosi loro più volte offerto di star alla determinazione d’uno 
libero, nel quale debbiano esser giudici persone non interessate. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


97 


Il papa, che in modo alcuno non voleva concilio, udita 
la richiesta, non potendo darvi aperta negativa, acconsenti, 
ma in modo che sapeva che non sarebbe accetto. Propose per 
luoco una delle città dello stato ecclesiastico, nominando 
Bologna, Parma o vero Piacenza, città capaci di ricever una 
moltitudine e opulente per nodrirla, e d’aria salubre e con 
territorio ampio circonstante, dove protestanti non dovevano 
far difficoltà di andare per dover esser uditi; a’quali egli 
averebbe dato pieno ed ampio salvocondotto, e si sarebbe 
trovato anco in persona, acciò le cose fussero trattate con 
pace cristiana, e non fusse fatto torto ad alcuno. Non poter 
in alcun modo consentire alla dimanda di celebrarlo in Ger¬ 
mania, perché l’Italia non comporterebbe di esser posposta; 
e la Spagna e Francia, che nelle cose ecclesiastiche cedono 
all’Italia per la prerogativa del pontificato che è proprio di 
quella, non vorrebbono ceder alla Germania; e sarebbe poco 
stimata l’autorità di quel concilio dove vi fossero soli tede¬ 
schi e pochi di altra nazione, perché indubitatamente italiani, 
francesi e spagnoli non s’indurrebbono ad andarvi. La me¬ 
dicina non si mette in potestà dell’infermo, ma del medico: 
per il che la Germania, corrotta per la moltiplicità e varietà 
delle nove opinioni, non potrebbe dare in questa materia buon 
giudicio come l’Italia, Francia e Spagna, che sono ancora 
incorrotte e perseverano tutte intiere nella soggezione della 
sede apostolica, la qual è madre e maestra di tutti li cristiani. 
Quanto al modo di difinire le cose in concilio, diceva il pon¬ 
tefice non esser necessario trattar altro, non potendo in questo 
nascere difficoltà, se non si voleva far una nova forma di 
concilio non più nella Chiesa usata. Esser cosa chiara che 
nel concilio non hanno voto se non li vescovi per dritto delli 
canoni, e gli abbati per consuetudine, ed alcuni altri per 
privilegio pontificio: gli altri che pretendono esser uditi deb¬ 
bono sottomettersi alla determinazione di questi, facendosi 
ogni decreto per nome della sinodo, se il papa non interviene 
in persona; ché essendovi la sua presenza, ogni decreto si 
spedisce sotto suo nome, con la sola approbazione dei padri 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino 1 1. 


7 



9 S 


l’istoria del concilio tridentino 


della sinodo. Li cardinali ancora parlavano nell’istesso tenore, 
sempre però interponendo qualche ragione a mostrare che il 
concilio non era necessario, stante la determinazione di Leone, 
la qual esequendo, tutto sarebbe rimediato. E chi ricusa di 
rimettersi alla determinazione del papa, massime seguita col 
conseglio de’ cardinali, maggiormente sprezzarà ogni decreto 
conciliare. Vedersi chiaro che protestanti non chiamano con¬ 
cilio, se non per interpor tempo all’esecuzione dell’editto di 
Vormazia; perché sanno bene che il concilio non potrà far 
altro che approvare quello che Leone ha determinato, se non 
vorrà esser conciliabulo, come tutti quelli che si sono scostati 
dalla dottrina e obedienzia pontificia. 

L’ambasciator cesareo, per trovar temperamento, ebbe 
molti congressi col pontefice e con li cardinali da quello sopra 
ciò deputati. Considerò che non l’Italia, né la Francia, né la 
Spagna avevano il bisogno di concilio, né lo richiedevano; 
però non era in proposito metter in conto li loro rispetti; che 
per medicar li mali di Germania era ricercato; a’ quali do¬ 
vendo esser proporzionato, conveniva eleggere luoco dove 
tutta quella nazione potesse intervenire; che quanto alle altre 
bastavano li soggetti principali, poiché di quelle non si trat¬ 
tava; che le città proposte erano dotate di ottime qualità, ma 
lontane da Germania; e quantunque la fede di Sua Santità 
dovesse assicurar ognuno, però li protestanti essere insospettiti 
per diverse ragioni e vecchie e nove, tra quali riputavano 
la minima che Leone X suo cugino già gli aveva condannati 
e dechiarati eretici. E se ben tutte le ragioni si risolvono con 
questo solo, che sopra la fede del pontefice ognuno debbe 
acquetarsi, nondimeno la Santità sua, per la molta prudenza 
e maneggio delle cose, poteva conoscer esser necessario con- 
descendere all’imperfezione degli altri, e compassionando ac¬ 
comodarsi a quello che, quantunque secondo il rigore non è 
debito, però secondo l’equità è conveniente. E quanto alli 
voti deliberativi del concilio, discorreva che, essendo intro¬ 
dotti per consuetudine, e parte per privilegio, s’apriva un gran 
campo a lui di esercitar la sua benignità, introducendo altra 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


99 


consuetudine più propria a’ presenti tempi. Perché se già gli 
abbati per consuetudine furono ammessi per essere li più dotti 
e intendenti della religione, la ragione vuole che al presente 
si faccia l’istesso con persone d’ugual o maggior dottrina, se 
ben senza titolo abbaciale. Ma il privilegio dar materia di 
sodisfar ognuno; perché, concedendo simile privilegio a qua¬ 
lunque persona che possi far il servizio di Dio in quella 
congregazione, si farà appunto un concilio pio e cristiano 
come il mondo desidera. 

A queste ragioni essendo risposto con li motivi detti di 
sopra, non potè Cesare ottener altro dal pontefice; onde restò 
per allora il negoziato imperfetto, e attese l’imperatore a sol¬ 
lecitar il trattato di concordia incominciato. 11 quale redutto 
a buon termine, instando la guerra turchesca, fu pubblicata 
finalmente la composizione alli 23 di luglio: che fosse pace 
comune e pubblica tra la cesarea Maestà e tutti li stati del- 
l’Imperio di Germania, cosi ecclesiastici come secolari, sino 
ad un generale, libero e cristiano concilio; e fra tanto nissuno 
per causa di religione possi mover guerra aH’altro, né pren¬ 
derlo o spogliarlo o assediarlo, ma tra tutti sia vera amicizia 
e unità cristiana. Che Cesare debbi procurar che il concilio 
sia intimato fra sei mesi, e fra un anno incominciato: il che 
se non si potesse fare, tutti li stati dell’Imperio siano chia¬ 
mati e adunati per deliberare quello che si doverà fare, cosi 
nella materia del concilio come nelle altre cose necessarie. 
Che Cesare debbia suspendere tutti i processi giudiciali in 
causa di religione fatti dal suo fiscale o da altri contra l’elet¬ 
tore di Sassonia e suoi congionti, sino al futuro concilio, 
o vero alla deliberazione suddetta delli stati. Dall’altra parte 
l’elettore di Sassonia e li altri principi e città promettessero 
di servare questa pubblica pace con buona fede, e render a 
Cesare la debita obedienzia e conveniente aiuto contra il Turco. 
La qual pace Cesare con sue lettere date alli 2 d’agosto ra¬ 
tificò e confirmò. Sospese anco tutti li processi, promettendo 
di dar opera per la convocazione del concilio fra sei mesi, e 
per il principio fra un anno. Diede anco conto alli principi 



IOO 


i/istoria del concilio tridentino 


cattolici della legazione mandata a Roma per la celebrazione 
del concilio, soggiongendo che per ancora non si erano po¬ 
tute accordar alcune difficultà molto grandi circa il modo e 
luoco. Però continuerebbe operando che si risolvessero e che 
il pontefice venisse alla convocazione, sperando che non sa¬ 
rebbe per mancar al bisogno della repubblica ed al suo officio: 
ma quando ciò non riuscisse, intimerebbe un’altra dieta per 
trovarvi rimedio. 

Fu questa la prima libertà di religione che li aderenti alla 
confessione di Lutero, chiamata augustana, ottennero con pub¬ 
blico decreto; del quale variamente si parlava per il mondo. 
A Roma era ripreso l’imperatore d’aver messo (dicevano) la 
falce nel seminato d’altri, essendo ogni principe obbligato, con 
strettissimi legami di censure, all’estirpazione delli condannati 
dal pontefice romano, in che debbono esponere l’avere, lo 
stato e la vita; e tanto più gl’imperatori, che fanno di ciò 
giuramenti tanto solenni; a’ quali avendo contravvenuto Carlo 
con inudito esempio, doversi temere di vederne presto la ce¬ 
leste vendetta. Ma altri commendavano la pietà e la prudenza 
dell’imperatore, il qual avesse anteposto il pericolo imminente 
al nome cristiano per le armi de’ turchi, che di diretto op¬ 
pugnano la religione; a’ quali non avrebbe potuto resistere 
senza assicurar li protestanti, cristiani essi ancora, se ben 
differenti dagli altri in qualche riti particolari : differenzia tol¬ 
lerabile. La massima tanto decantata in Roma, che convenga 
più perseguitar gli eretici che li infedeli, essere ben accomo¬ 
data al dominio pontificio, non però al beneficio della cristia¬ 
nità. Alcuni anco, senza considerare a’ turchi, dicevano li 
regni e principati non doversi governare con le leggi e inte¬ 
ressi delli preti, più d’ogni altro interessati nella propria 
grandezza e comodi, ma secondo l’esigenza del pubblico bene, 
quale alle volte ricerca la tolleranza di qualche difetto. Esser 
debito d’ogni principe cristiano l’operare ugualmente che li 
soggetti suoi tengano la vera fede, come anco che osservino 
tutti li comandamenti divini, e non più quello che questo; 
con tutto ciò, quando un vicio non si può estirpare senza 




LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


IOI 


ruina dello stato, esser grato alla Maestà divina che sia per¬ 
messo; né esser maggior l'obbligo di punir gli eretici che li 
fornicatori ; quali se si permettono per pubblica quiete, non 
esser maggior inconveniente se si permetteranno quelli che 
non tengono tutte le nostre opinioni. E quantunque non sia 
facile allegare esempio de principi che abbiano ciò fatto da 
ottocento anni in qua, chi risguarderà però li tempi inanzi, 
lo vederà fatto da tutti e lodevolmente, quando la necessità 
ha costretto. Se Carlo, dopo aver tentato per undici anni di 
rimediare alle dissensioni della religione con ogni mezzo, non 
ha potuto ottenerlo, chi potrà riprenderlo che, per esperimen- 
tare anco quello che si può far col concilio, abbia tra tanto 
stabilita la pace in Germania, per non vederla andar in ro¬ 
vina? Non saper governar un prencipato altri che il proprio 
prencipe, il qual solo vede tutte le necessità. Distruggerà 
sempre lo stato suo qualunque lo governerà risguardando 
gl’interessi d’altri: tanto riuscirebbe male il governar la Ger¬ 
mania secondo che li romani desiderano, come governar 
Roma a gusto de’ tedeschi. 

A nessuno che leggerà questo successo doverà esser mara¬ 
viglia se questi e molti altri discorsi passavano per mente 
degli uomini, essendo cosa che a tutti tocca nell’interno; 
poiché si tratta se ciascuna delle regioni cristiane debbino 
esser governate come il loro bisogno e utilità ricercano, o 
se siano serve di una sola città, per mantener le comodità 
della quale debbino le altre spendere se stesse, ed anco de¬ 
solarsi. Li tempi seguenti hanno dato e daranno in perpetuo 
documenti che la risoluzione dell’imperatore fu conforme a 
tutte le leggi divine ed umane. Il pontefice, che di questo ne 
fu più di tutti turbato, come quello che di governar di stato 
era intendentissimo, vidde bene di non avere ragione di que¬ 
relarsi, ma insieme anco concluse che gli interessi suoi non 
potevano convenire con quei dell’ imperatore; e però nell’animo 
s’alienò totalmente da lui. 

Scacciato il Turco dall’Austria, Cesare passò in Italia, e 
in Bologna venne in colloquio col pontefice, dove trattarono 



102 


l’istoria del concilio tridentino 


di tutte le cose comuni: e se ben tra loro fu renovata la con¬ 
federazione, dal canto però del pontefice non vi era intiera 
sodisfazione, per la libertà di religione concessa in Germania, 
come s’è detto, e perché non erano concordi nella materia 
del concilio. Perseverava l’imperator, conforme alla proposi¬ 
zione deH’ambasciator suo l’anno inanzi, richiedendo concilio 
tale che potesse medicar i mali di Germania: il che non po¬ 
teva esser, se li protestanti non vi avevano dentro parte. Il 
pontefice insisteva nella deliberazione d'allora, che non ave- 
rebbe voluto concilio di sorte alcuna; ma pure, quando vi 
fosse stato necessità di farlo, che non si celebrasse fuori 
d’Italia, e che non vi avessero voto deliberativo se non quelli 
che le leggi pontificie determinano. Alla volontà del pontefice 
Cesare si sarebbe accomodato, quando si fosse trovato via di 
operare che li protestanti si fossero contentati ; e per certificar 
di ciò il pontefice, propose che mandasse in Germania un 
noncio, ed egli un ambasciatore, per trovar forma e tempera¬ 
mento a queste difficoltà, promettendo che l’ambasciator suo 
si reggerebbe secondo la volontà del noncio. Il pontefice ri¬ 
cevette il partito, non però pienamente sodisfatto dell’impe¬ 
ratore, tenendo per fermo che, quando l’ufficio di ambidue li 
ministri non avesse sortito effetto, Carlo averebbe cercato che 
la Germania avesse sodisfazione; e d’allora risolvè Clemente 
di restringersi col re di Francia, per poter con quel mezzo 
metter sempre impedimento a quello che l’imperator pro¬ 
ponesse. 

In esecuzione del partito proposto e accettato, dopo la 
Pasca del '33 mandò il pontefice Ugo Rangone vescovo di 
Reggio; il quale, andato con un ambasciator di Cesare a Gio¬ 
vanni Federico elettore di Sassonia, che pochi mesi inanzi 
era successo al morto padre, come principale dei protestanti, 
espose la sua commissione. Che Clemente dal principio del 
suo pontificato sempre aveva sopra le altre cose desiderato 
che le differenzie della religione nate in Germania si com¬ 
ponessero, e perciò vi aveva mandato molte persone erudi¬ 
tissime; e se ben la fatica loro non era riuscita, ebbe il pon- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV I03 

tefice nondimeno speranza che all’andata di Cesare, dopo la 
sua coronazione, il tutto si perfezionasse: né avendo sortito 
il fine desiderato, Cesare, ritornato in Italia, li aveva dimo¬ 
strato che non vi era rimedio più comodo che per un concilio 
generale, desiderato ancora dalli principi di Germania. La 
qual cosa essendo piaciuta al pontefice, cosi per bene pubblico 
come per far cosa grata a Cesare, aveva mandato lui per 
pigliar appuntamento del modo del futuro concilio, e del tempo 
e del luogo; e che quanto al modo e ordine proponeva il 
pontefice alcune condizioni necessarie. 

La prima, che dovesse essere libero e generale, si come 
per il passato li padri sono stati soliti di celebrare; poi, che 
quelli da chi è ricercato il concilio promettino e assicurino 
di dover ricevere li decreti che saranno fatti, imperocché 
altrimenti la fatica sarebbe presa in vano, non giovando fare 
leggi che non si voglino osservare; poi ancora, che chi non 
potrà esser presente vi mandi ambasciatori per fare la pro¬ 
messa e dare la cauzione. Appresso di questo, esser necessario 
che tra tanto tutte le cose restino nello stato che si ritrovano, 
e non si faccia nessuna novità inanzi il concilio. Aggionse il 
nuncio che quanto al luoco il pontefice aveva avuta longa, fre¬ 
quente e grande considerazione, imperocché bisognava prov¬ 
vederlo fertile che potesse supplire di vettovaglie ad un tanto 
celebre concorso, e di aria salutifero ancora, acciocché dalle 
infirinità non fosse impedito il progresso. E finalmente li pa¬ 
reva molto comodo Piacenza, Bologna o vero Mantova, la¬ 
sciando che la Germania eleggesse qual luogo più le piaceva 
di questi. Ma aggiongendo che se alcun principe non venirà, 
o non manderà legati al concilio e recuserà di obedir alli 
decreti, sarà giusto che tutti gli altri difendano la Chiesa. 
Infine concluse che se dalla Germania sarà risposto a queste 
proposte convenientemente, il pontefice immediate tratterà con 
gli altri re, e tra sei mesi intimerà il concilio, da principiarsi 
un anno dopo, acciocché si possi fare provvisione di vettova¬ 
glie, e tutti, massime li più lontani, si possino preparar al 
viaggio. 



104 


l’istoria del concilio tridentino 


Diede il nuncio la sua proposizione anco in scrittura, e 
l’ambasciatore dell’imperatore fece l’istesso officio coll’elet¬ 
tore. Il quale avendo richiesto spacio per rispondere, senti di 
ciò il noncio piacere inestimabile, non desiderando egli altro 
che dilazione, ed ebbe la risposta per presagio che il suo 
negozio dovesse sortire riuscita felice, e non si potè contenere 
di non lodarlo che interponesse spacio in una deliberazione 
che lo meritava. Rispose nondimeno dopo pochi giorni l'elet¬ 
tore, avere sentito molta allegrezza che Cesare ed il pontefice 
siano venuti in deliberazione di far il concilio, dove, secondo 
la promessa fatta più volte alla Germania, si trattinò legitti¬ 
mamente le controversie con la regola della parola divina. 
Che egli, quanto a sé, volentieri risponderebbe allora alle 
cose proposte; ma, perché sono molti principi e città che nella 
dieta di Augusta hanno ricevuta la medesima confessione che 
lui, non essere conveniente che egli risponda senza loro, né 
meno utile alla causa; ma essendo intimato un convento per 
li 24 di giugno, si contenti di concedere questa poca dilazione, 
per aver conclusione più comune e risoluta. Tanto maggiore 
fu il piacere e la speranza del noncio, il quale averebbe de¬ 
siderato che la dilazione fosse più tosto di anni che di mesi. 

Ma li protestanti, redutti in Sinalcalda al su detto tempo, 
fecero risposta ringraziando Cesare che per gloria di Dio e 
salute della repubblica abbi preso questa fatica di far celebrar 
un concilio; la qual fatica vana riuscirebbe quando fosse ce¬ 
lebrato senza le condizioni necessarie per risanar li mali di 
Germania, la quale desidera che in esso le cose controverse 
siano definite col debito ordine; e spera d’ottenerlo, avendo 
anco Cesare in molte diete imperiali promessone un tale, quale 
con matura deliberazione delli principi e stati è stato risoluto 
che si celebrasse in Germania; attesoché, essendo con occa¬ 
sione delle indulgenze predicate scopertosi molti errori, il 
pontefice Leone condannò la dottrina e li dottori che manife¬ 
starono gli abusi: nondimeno quella condanna fu oppugnata 
con li testimoni delli profeti e degli apostoli. Onde è nata la 
controversia, la quale non può essere terminata se non in un 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV' IO.} 

concilio, dove la sentenzia del pontefice e la potenza di qual- 
sisia non possa pregiudicar alla causa, e dove ii giudicio si 
faccia non secondo le leggi de’ pontefici o le opinioni delle 
scole, ma secondo la sacra Scrittura. Il che quando non si 
facesse, vanamente sarebbe presa una tanta fatica, come si 
può vedere per gli esempi di qualche altri concili celebrati 
per inanzi. Ora le proposizioni del pontefice essere contrarie 
a questo fine, alle richieste delle diete e alle promesse del- 
l’imperatore. Perché quantunque il papa proponga un libero 
concilio in parole, in fatti però lo vuole legato, si che non 
possino essere ripresi li vizi né gli errori, ed egli possa de¬ 
fender la sua potenzia. Non essere dimanda ragionevole che 
alcuno si obblighi a servar li decreti prima che si sappia che 
ordine e che modo e forma si debbi tenere in farli; se il papa 
sia per volere che la suprema autorità sia appresso di lui e 
delli suoi; se vorrà che le controversie siano discusse secondo 
le sacre lettere, o vero secondo le leggi e tradizioni umane. 
Parergli anco cavillosa quella clausula che il concilio debbia 
essere fatto secondo il costume vecchio, perché intendendosi 
di quell’antico, quando si determinava conforme alle sacre 
lettere, non lo ricusarebbono; ma li concili dell’età superiore 
essere molto differenti da quei più vecchi, dove troppo è stato 
attribuito alli decreti umani e pontifici. Essere speciosa la 
proposta, ma levar affatto la libertà dimandata e necessaria 
alla causa. Pregar Cesare che voglia operare si che il tutto 
passi legittimamente. Tutti li popoli esser attenti e star in 
speranza del concilio e dimandarlo con voti e preghiere, che 
si volterebbono in gran mestizia e cruccio di mente, quando 
questa espettazione fosse delusa con dar concilio si, ma non 
quale è desiderato e promesso. Non esser da dubitare che 
tutti gli ordini dell’Imperio, e li altri re e principi ancora, 
non siano nel medesmo parer di rifiutar quei lacci e legami 
con che il pontefice pensa di stringerli in un novo concilio; 
all’arbitrio del quale se sarà permesso maneggiar le cose, 
rimetteranno il tutto a Dio e penseranno quello che doveranno 
fare. E con tutto ciò, se fossero citati con sicurezza certa e 


io6 l’istoria del concilio tridentino 

legittima, quando vedessero di poter operare alcuna cosa in 
servizio divino, non tralascierebbono di comparire, con con¬ 
dizione però di non consentire alle dimande del pontefice né 
a concilio non conforme al 1 i decreti delle diete imperiali. In 
fine pregavano Cesare di-non ricevere la loro risoluzione in 
sinistra parte, e operare che non sia confermata la potenza 
de quelli che già molti anni incrudeliscono contra gl’innocenti. 

Deliberarono li protestanti non solo di mandare la resposta 
al papa e a Cesare, ma di stamparla ancora insieme con la 
proposizione del noncio, la quale dal medesmo pontefice fu 
giudicata imprudente e troppo scoperta. Per il che, sotto co¬ 
lore che fosse vecchio e impotente a sostener il carico, lo 
richiamò; e scrisse al Vergerio, noncio al re Ferdinando, che 
dovesse ricevere quel carico con la medesma instruzione, 
avvertendo ben d’aver sempre a mente di non si partire in 
conto alcuno dalla sua volontà né ascoltar alcun temperamento, 
ancoraché il re lo ricercasse, acciocché imprudentemente non 
lo gettasse in qualche angustia e in necessità di venir all’atto 
del concilio, il quale non era utile per la Chiesa né per la 
sede apostolica. 

Mentre che queste cose si trattavano, il pontefice, che 
prevedeva la risposta che sarebbe venuta di Germania e che 
già in Bologna aveva concetto poca confidenza con Cesare, 
si alienò totalmente dall’amicizia, perché nella causa del do¬ 
minio di Modena e Reggio, vertente tra Sua Santità e il duca 
di Ferrara, rimessa dalle parti al giudicio dell’imperatore, 
egli prononciò per il duca. Per tutte le qual cause il papa 
negoziò confederazione col re di Francia, la quale si concluse 
e stabili anco col matrimonio di Enrico, secondogenito regio, 
e di Caterina de’ Medici, pronepote di Sua Santità. E per dar 
perfetto compimento al tutto, Clemente andò personalmente a 
Marsiglia per abboccarsi col re. Il qual viaggio intendendo 
essere dall’universale ripreso, come non indrizzato ad alcun 
rispetto pubblico, ma alla sola grandezza della casa, egli 
giustificava, dicendo esser intrapreso a fine di persuader il re 
a favorir il concilio per abolire l’eresia luterana. Ed è vero 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


107 


che in quel luoco, oltre le altre trattazioni, fece ufficio con 
la Maestà cristianissima, acciocché si adoperasse con li pro¬ 
testanti, e massime col langravio d’Assia che doveva andar 
a trovarlo in Francia, per farli desistere dal dimandare con¬ 
cilio, proponendo loro che trovassero ogn’altra via per acco¬ 
modare le differenzie, e promettendo che esso ancora averebbe 
coadiuvato con buona fede e opere efficaci al suo tempo. 

Fu l’officio fatto dal re; né però potè ottenere, allegando 
il langravio che nessun altro modo era per ovviare alla de¬ 
solazione di Germania, e tanto era non parlare di concilio 
quanto dare spontaneamente nella guerra civile. Trattò in se¬ 
condo luoco il re che si contentassero del concilio in Italia. 
Né a questo fu acconsentito, dicendo li tedeschi che questo 
partito era peggiore del primo, il quale solamente li metteva 
in guerra, ma questo in manifesta servitù corporale e spiri¬ 
tuale, a quale non si poteva ovviare se non col concilio e luoco 
libero: onde, condescendendo in grazia di Sua Maestà a tutto 
quello che si poteva, averebbono cessato d’insistere nella 
dimanda che si celebrasse in Germania, purché si deputasse 
altro luogo fuori d’Italia e libero, eziandio che fosse all’Italia 
vicino. 

Diede il re, nel principio dell’anno 1534, conto al ponte¬ 
fice di quello che aveva operato, e s’offeri di fare che si con¬ 
tentassero li protestanti del luoco di Genèva. Il pontefice, 
ricevuto l’avviso, fu incerto se il re, quantunque confederato 
e parente, avesse caro di vederlo in travagli, o pur se in 
questo particolare mancasse della prudenza che usava in tutti 
gli affari: ben concluse che non era utile adoperarlo in questa 
materia, e li scrisse ringraziandolo dell’opera fatta, senza 
rispondergli al particolare di Genèva; ed a molti della corte, 
che perciò erano entrati in sollecitudine, fece buon animo, 
accertandoli che per niente (diceva egli) era per consentir a 
tal pazzia. 

Ma in questo anno, in luoco di racquistar la Germania, 
perdette il pontefice l’obedienza d’Inghilterra, per aver in una 
causa proceduto più con collera e con affetto che con la 


108 l’istoria del concilio tridentino 

prudenzia necessaria ai gran maneggi. Fu l’accidente di gran¬ 
d’importanza e di maggiore conseguenza; quale per narrare 
distintamente, bisogna cominciare dalle prime cause di onde 
ebbe origine. 

Era maritata al re Enrico Vili d’Inghilterra Caterina in¬ 
fanta di Spagna, sorella della madre di Carlo imperatore. 
Questa era stata in primo matrimonio moglie di Arturo, pren- 
cipe di Galles, fratello maggiore di Enrico; dopo la morte del 
quale, con dispensa di papa Giulio II, il padre loro la diede 
in matrimonio ad Enrico Vili, rimasto successore. Questa 
regina molte volte era stata gravida e sempre aveva partorito 
o vero aborto o vero creatura di breve vita, se non una sola 
figlia. Enrico, o per ira conceputa contra l’imperatore, o per 
desiderio di figliuoli, o per qual causa si sia, si lasciò entrare 
nella mente scrupolo che il matrimonio non fosse valido; e 
conferito questo con li suoi vescovi, si separò da se stesso dal 
congresso della moglie. Li vescovi fecero ufficio con la regina 
che si contentasse di divorzio, dicendo che la dispensa pon¬ 
tificia non era valida né vera: la regina non volse dar orecchie, 
anzi di questo ebbe ricorso al papa, al quale il re ancora 
mandò a richiedere il repudio. Il papa, che si ritrovava ancora 
ritirato in Orvieto e sperava buone condizioni per le sue cose, 
se da Francia e Inghilterra fossero continuati li favori che 
tuttavia gli prestavano col molestare l’imperatore nel regno 
di Napoli, mandò in Inghilterra il cardinale Campegio, de¬ 
legando a lui e al Cardinal eboracense insieme la causa. Da 
questi e da Roma fu dato speranza al re che in fine sarebbe 
stato giudicato a suo favore; anzi per facilitare la risolu¬ 
zione, acciò le solennità del giudicio non portassero la causa 
in longo, fu ancora formato il breve nel quale si dechiarava 
libero da quel matrimonio, con clausole le più ampie che 
fossero mai poste in alcuna bolla pontificia, e mandato in 
Inghilterra al cardinale, con ordine di presentarlo, quando 
fossero fatte alcune poche prove, che certo era doversi facil¬ 
mente fare. E questo fu del 1528. Ma poiché Clemente giu¬ 
dicò più a proposito, per effettuare li disegni suoi sopra 




LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV JC9 

Fiorenza (come al suo luogo s’è narrato), di congiongersi 
coll’imperatore che perseverare nell’ainicizia di Francia e 
Inghilterra, del 1529 mandò Francesco Campana al Campe- 
gio, con ordine che abbruggiasse il breve e procedesse rite¬ 
nutamente nella causa. Campegio incominciò prima a portar 
il negozio in longo, e poi a mettere difficoltà nell’esecuzione 
delle promesse fatte al re. Onde egli, tenendo per ferma la 
collusione del giudice con li avversari suoi, mandò a consul¬ 
tare la causa sua nelle università d’Italia, Germania e Francia, 
dove trovò teologi parte contrari, parte favorevoli alla pre¬ 
tensione sua. La maggior parte de’ parisini furono da quella 
parte; e fu anco creduto da alcuni che ciò avessero fatto, 
persuasi più dalli doni del re che dalla ragione. 

Ma il pontefice, o per gratificare Cesare, o perché temesse 
che in Inghilterra, per opera del Cardinal eboracense, potesse 
nascer qualche atto non secondo la mente sua, e per dar anco 
occasione al Campegio di partirsi, avocò la causa a sé. Il 
re, impaziente della longhezza, o conosciute le arti, o per 
qual altra causa si fosse, dechiarato il divorzio con la moglie, 
si maritò in Anna Bolena, che fu nell’anno 1533; però con¬ 
tinuava la causa inanzi al pontefice, nella quale egli era riso¬ 
luto di procedere lentamente, per dar sodisfazione all’impera¬ 
tore e non offender il re. Per il che si trattava più tosto 
articoli che il merito della causa. E si fermò la disputa nel¬ 
l’articolo degli attentati; nel quale sentenziò il pontefice contra 
il re, prononciando che non li fosse stato lecito di propria au¬ 
torità, senza il giudice ecclesiastico, separarsi dal commercio 
coniugale della moglie. La qual cosa udita dal re nel principio 
di quest'anno 1534, levò l’obedienzia al pontefice, comandando 
a tutti li suoi di non portar danari a Roma e di non pagar 
il solito denaro di san Pietro. Questo turbò grandissimamente 
la corte romana, e quotidianamente si pensava di porgerli 
qualche rimedio. Pensavano di procedere contra il re con 
censure e con interdire a tutte le nazioni cristiane il commercio 
con l’Inghilterra; ma piacque più il conseglio moderato di 
andare temporeggiando col re, e per mezzo del re di Francia 



I IO 


l’istoria del concilio tridentino 


far ufficio di qualche componimento. Il re Francesco accettò 
il carico, e mandò a Roma il vescovo di Parigi per negoziare 
col pontefice la composizione: nondimeno tuttavia in Roma 
si procedeva nella causa, lentamente però e con resoluzione 
di non venir a censure, se Cesare non procedeva prima o 
insieme con le arme. Avevano diviso la causa in ventitré 
articoli, e trattavano allora se il prencipe Arturo aveva avuto 
congionzione carnale con la regina Catarina. E in questo si 
consumò sino passata la mezza quadragesima; quando alli 19 
di marzo andò nova che in Inghilterra era stato pubblicato 
un libello famoso contra il pontefice e tutta la corte romana, 
ed era ancora stata fatta una comedia in presenzia del re e 
di tutta la corte, in grandissimo vituperio ed opprobrio contra 
il papa e tutti li cardinali in particolare. Per il che accesa 
la bile in tutti, si precipitò alla sentenza, la quale fu pronon- 
ciata in concistorio li 24 dello stesso mese: che il matrimonio 
tra Enrico e la regina Catarina era valido, ed egli era tenuto 
averla per moglie; e che non lo facendo, fosse scomunicato. 

Fu il pontefice presto mal contento della precipitazione 
usata, perché sei giorni dopo arrivarono lettere del re di 
Francia che quello d’Inghilterra si contentava di accettare la 
sentenzia sopra gli attentati e rendere l’obedienza; con questo, 
che li cardinali sospetti a lui non s’intromettessero nella causa, 
e si mandasse a Cambrai persone non sospette per pigliare 
l’informazione; e già aveva inviato il re procuratori suoi per 
intervenire nella causa in Roma. Per questo il pontefice an¬ 
dava pensando qualche pretesto, col quale potesse suspendere 
la sentenza precipitata e ritornar in piedi la causa. 

Ma Enrico, subito veduta la sentenza, disse importare 
poco, perché il papa sarebbe vescovo di Roma ed egli unico 
patrone del suo regno; che l’averebbe fatta al modo antico 
della chiesa orientale, non restando di essere buon cristiano 
né lasciando introdurre nel suo regno l’eresia luterana o altra: 
e cosi esequi. Pubblicò un editto dove si dechiarò capo della 
chiesa anglicana, pose pena capitale a chi dicesse che il 
pontefice romano avesse alcuna autorità in Inghilterra, scacciò 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 


I I I 


il collettore del denaro di san Pietro e fece approvare tutte 
queste cose dal parlamento; dove anco fu determinato che 
tutti li vescovati fossero conferiti dall’arcivescovo cantuariense, 
senza trattare niente con Roma; e che dal clero fosse pagato 
al re cento cinquantamila lire sterlinghe all’anno per defen- 
sione del regno contra qualunque. 

Questa azione del re fu variamente sentita. Altri la repu¬ 
tavano prudente, che si fosse liberato dalla soggezione romana 
senza nessuna novità nelle cose della religione e senza metter 
in pericolo di sedizione li suoi popoli e senza rimettersi a 
concilio; cosa che si vedeva difficile da poter effettuare e pe¬ 
ricolosa anco a lui, non sapendosi vedere come un concilio 
composto di persone ecclesiastiche non fosse sempre per so¬ 
stentare la potenzia pontificia, essendo quella il sostentamento 
dell’ordine loro. Poiché quello, col pontificato, è sopraposto 
ad ogni re ed imperatore; che senza quello bisogna che resti 
soggetto, non essendovi altro ecclesiastico che abbia principato 
con superiorità, se non il pontefice romano. Ma la corte ro¬ 
mana defendeva che non si poteva dire non essere fatta mu¬ 
tazione nella religione, essendo mutato il primo e principale 
articolo romano, che è la superiorità del pontefice; e dover 
nascere le medesme sedizioni per questo solo che per tutti gli 
altri. Il che anco l’evento comprobò, essendo stato necessitato 
il re, per conservazione dell’editto suo, di proceder ad ese¬ 
cuzioni severe contra persone del suo regno, amate e stimate 
da lui. Non si può esplicar il dispiacere sentito in Roma e 
da tutto l’ordine ecclesiastico per l’alienazione d’un tanto 
regno dalla soggezione pontificia; e diede materia per far co¬ 
noscer la imbecillità delle cose umane, nelle quali il più delle 
volte s’incorre in estremi detrimenti, donde furono prima 
ricevuti supremi benefici. Imperocché per le dispense matri¬ 
moniali e per le sentenzie di divorzio, cosi concesse come 
negate, il pontificato romano in tempi passati ha molto acqui¬ 
stato, facendo ombra col nome di vicario di Cristo alli pren- 
cipi, a’ quali metteva conto, con qualche matrimonio incesto 
o col discioglier uno per contraerne un altro, unir al suo 



I I 2 


l’istoria del concilio tridentino 


qualche altro principato o sopire ragioni di diversi preten¬ 
denti, restringendosi per ciò con loro e interessando la loro 
potestà a defender quell’autorità, senza quale le azioni loro 
sarebbono state dannate e impedite: anzi interessando non 
quei prencipi soli, ma tutta la posterità loro per sostentamento 
della legittimità delli suoi natali. Se bene forsi l’infortunio 
nato quella volta si potrebbe ascrivere alla precipitazione di 
Clemente, che non seppe maneggiar in questo caso la sua 
autorità, e che, se a Dio fosse piaciuto lasciarli in questo fatto 
l’uso della solita sua prudenza, poteva fare grand’acquisto, 
dove fece molta perdita. 

Ma tornando in Germania, Cesare, quando ebbe avviso 
del negoziato dal noncio Rangone in Germania nella materia 
del concilio, scrisse a Roma dolendosi che, avendo egli pro¬ 
messo il concilio alla Germania e trattato col pontefice in 
Bologna del modo che conveniva tenere con li principi di 
Germania in questo proposito, nondimeno dalli nonci di Sua 
Santità non fosse stato negoziato nella maniera convenuta, 
ma s’avesse trattato in modo che li protestanti riputavano 
essere stati delusi : pregando in fine di voler trovare qualche 
modo per dar sodisfazione alla Germania. Furono lette in 
concistoro il di 8 giugno le lettere dell’imperatore; e perché 
poco inanzi era venuto avviso che il langravio d’Assia aveva 
con le arme levato il ducato di Virtemberg al re Ferdinando 
e restituitolo al duca Ulrico legittimo patrone (per il che anco 
Ferdinando era stato sforzato a far pace con loro), per questa 
causa molti delli cardinali dissero che, avendo li luterani avuta 
una tal vittoria, era necessario darli qualche sodisfazione e 
non procedere più con arti, ma venendo all’esecuzione, fare 
qualche demostrazione d’effetti; massime che, avendo Cesare 
promesso il concilio, finalmente bisognava che la promessa 
fosse attesa; e se dal pontefice non fosse trovato il modo, era 
pericolo che Cesare non fosse costretto condescender a qual- 
ch’altro di maggiore pregiudicio e danno alla Chiesa. Ma il 
pontefice e la maggior parte dei cardinali, vedendo che non 
era possibile far condescendere li luterani ad accettar il con- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO IV 11 3 

cilio nella maniera che era servizio della corte romana, e ri¬ 
soluti di non voler sentir parlare di farlo altrimenti, vennero 
in deliberazione di risponder a Cesare che molto ben cono¬ 
scevano l’importanza de’ tempi e quanto bisogno vi era d’un 
concilio universale; quale erano prontissimi d’intimare, purché 
si potesse celebrare in modo che producesse li buoni effetti, 
come il bisogno ricerca; ma vedendosi nascer nuove discordie 
tra lui e il re di Francia, e varie dissensioni aperte tra altri 
prencipi cristiani, era necessario che quelle cessassero e li 
animi si reconciliassero, prima che il concilio si convocasse. 
Perché duranti le discordie non farebbe nessun buon effetto, 
e meno in questo tempo presente, essendo li luterani in arme 
e insuperbiti per la vittoria di Virtemberg. 

Ma fu necessario metter in silenzio li ragionamenti del 
concilio col pontefice, perché egli cadette in una infirmità 
longa e mortale, della quale anco, in fine di settembre, passò 
ad altra vita, con allegrezza non mediocre della corte, la quale, 
se ben ammirava le virtù di quello, che erano una gravità 
naturale ed esemplare parsimonia e dissimulazione, odiava 
però maggiormente l’avarizia, durezza e crudeltà, accresciute 
o manifestate più del solito, dopo che restò dall’infermità 
oppresso. 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


8 



CAPITOLO V 

(ottobre 1534-1538). 


[Elezione di Paolo III. — Suoi propositi circa il concilio.'— Critiche destate 
dalla nomina di due nipoti a cardinali. — Invio di nunzi ai principi. — 
Il Vergerio in Germania: inutili trattative coi protestanti e con Lu¬ 
tero. — Insistenza della dieta di Smalcalda per un concilio in Ger¬ 
mania. — Di ritorno a Roma il Vergerio persuade il papa che solo 
una guerra può debellare l’eresia. — Carlo V a Roma; il papa insiste 
per la guerra, egli pel concilio. — Bolla di convocazione del concilio 
a Mantova. — Propositi di riforme nella curia romana. — Inutili ten¬ 
tativi di Carlo V perché i protestanti partecipino all’indetto concilio. 
— Difficoltà messe innanzi dal duca di Mantova: bolla di dilazione 
del concilio. — Protesta di Enrico Vili contro la convocazione. — Le 
riforme della curia discusse in concistoro e differite. — Nuova con¬ 
vocazione del concilio a Vicenza e nuova protesta di Enrico Vili. — 
Infruttuoso convegno a Nizza del papa con Carlo V e col re di 
Francia. — Bolla di scomunica contro Enrico Vili.] 


Nelle vacanze della Sede è costume delli cardinali com¬ 
porre una modula de capitoli per reforma del governo pon¬ 
tificio, la quale tutti giurano servare se saranno assonti al 
pontificato, quantunque per tutti li esempi passati si è veduto 
che ciascuno giura con animo di non servarli, se sarà papa; 
e subito creato, dice di non aver potuto obbligarsi, e coll’acqui¬ 
sto del pontificato esserne sciolto. Morto Clemente, secondo 
il costume furono ordinati li capitoli, fra’ quali uno fu che 
il futuro papa fosse tenuto in termine d’un anno convocar 
il concilio. Ma li capitoli non poteron essere stabiliti e giu¬ 
rati, perché quel medesimo giorno dei 12 ottobre, nel quale 
fu serrato il conclave, sprovvistamente fu creato pontefice il 
Cardinal Farnese, chiamato prima nella creazione Onorio V, 
e poi nella coronazione Paulo III; prelato ornato di buone 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 115 

qualità, e che fra tutte le sue virtù, di nessuna faceva mag¬ 
gior stima che della dissimulazione. Egli, cardinale esercitato 
in sei pontificati, decano del collegio e molto versato nelle 
negoziazioni, non mostrava di temer il concilio come Cle¬ 
mente, anzi era d’opinione che fosse utile per le cose del 
pontificato mostrare di desiderarlo e volerlo onninamente, 
essendo certo che non poteva essere sforzato di farlo con 
modo ed in luoco dove non vi fosse suo avvantaggio, e che 
(piando avesse bisognato impedirlo, era assai bastante la con¬ 
tradizione che li averebbe fatto la corte e tutto l’ordine eccle¬ 
siastico. Giudicava che questo li avesse anco dovuto servire 
per tener la pace in Italia, la quale li pareva molto neces¬ 
saria per poter governare con quiete. Vedeva benissimo che 
questo colore di concilio li poteva servir a coprire molte cose, 
e al scusarsi dal far quelle che non fossero state di sua volontà. 
Per il che, subito creato, si lasciò intendere che, quantunque 
li capitoli non fossero giurati, egli nondimeno era risoluto di 
voler osservare quello della convocazione del concilio, cono¬ 
scendola necessaria per la gloria di Dio e beneficio della 
Chiesa: e a’ 16 dello stesso mese fece congregazione univer¬ 
sale del li cardinali (che non si chiama consistoro, non essendo 
ancora il papa coronato), dove propose questa materia. Mostrò 
con efficaci ragioni che la intimazione non si poteva differire, 
essendo altrimente impossibile che fra principi cristiani potesse 
seguire buona amicizia e che le eresie potessero essere estir¬ 
pate, e però che li cardinali tutti dovessero pensare matura¬ 
mente sopra il modo di celebrarlo. Deputò anche tre cardinali 
che considerassero sopra il tempo e il luoco e altri partico¬ 
lari, con ordine che, fatta la coronazione, nel primo consi¬ 
storo dovessero andare col loro parere. E per incominciar a 
far nascere le contradizioni, delle quali potesse servirsi alle 
occasioni, soggionse che si come nel concilio s’averebbe rifor¬ 
mato l’ordine ecclesiastico, cosi non era conveniente che vi 
fosse bisogno di reformar li cardinali; anzi era necessario che 
essi cominciassero allora a riformarsi, per essere sua delibe¬ 
rata volontà di cavare frutto dal concilio, li precetti del quale 


Il6 l’istoria del concilio tridentino 

sarebbono di poco vigore, se nelli cardinali non si vedessero 
prima gli effetti. 

Secondo il costume che nei primi giorni li cardinali, mas¬ 
sime grandi, ottengono dal nuovo pontefice facilmente grazie, 
il Cardinal di Lorena ed altri francesi, per nome ancora del 
re, gli dimandarono che concedesse al duca di Lorena la no¬ 
minazione delli vescovati ed abbazie del suo dominio: la qual 
cosa s’intendeva anco che era per dimandar la repubblica di 
Venezia delli suoi. Rispose il pontefice che nel concilio, qual 
in breve doveva celebrare, era necessario levare tal facoltà 
di nominazione a quei prencipi che l’avevano, non senza nota 
delli pontefici predecessori suoi che le hanno concesse: per il 
che non era cosa ragionevole accrescer il cumulo delli errori 
e conceder allora cosa, che era certo dover essere rivocata fra 
poco tempo con poco onore. 

Nel primo consistorio, che fu alli 13 novembre, tornò a 
ragionare del concilio, e disse esser necessario inanzi ad ogni 
altra cosa ottener un’unione dei principi cristiani, o veramente 
una sicurezza che per il tempo che durerà il concilio non si 
moveranno le arme: e però voleva mandar nonci a tutti li 
prencipi per negoziare questo capo, e altri particolari che li 
cardinali avessero raccordato. Chiamò anco il Vergerio di 
Germania, per intendere bene lo stato delle cose in quelle 
provincie: e deputò tre cardinali, uno per ciascun ordine, 
a consultare le cose della reforma. Li quali furono il car¬ 
dinale di Siena, di San Severino e Cesis. Né mai cele¬ 
brava consistoro che non intrasse e parlasse longamente di 
questa materia; e spesso replicava essere necessario però che 
prima si reformasse la corte e massime i cardinali: il che 
da alcuni veniva interpetrato essere detto con buon zelo e 
desiderio dell’effetto, da altri acciò la corte e li cardinali 
trovassero modi, per non venir alla riforma, di metter impedi¬ 
menti al concilio: e ne prendevano argomento perché, avendo 
deputato li tre cardinali, non aveva eletto né li più zelanti 
né li più esecutivi, ma li più tardi e quieti che fossero nel 
collegio. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 117 

Ma il seguente mese di decenibre diede più ampia materia 
alli discorsi, perché creò cardinali Alessandro Farnese, nepote 
suo, di Pietro Aloisio figlio suo naturale, e Guido Ascanio 
Sforza, nepote per Costanza sua figliuola, quello di quattor¬ 
dici e questo di sedici anni, rispondendo a chi considerava 
la loro tenera età che egli suppliva con la sua decrepità. 
L’opinione concepita che si dovesse vedere riforma de cardi¬ 
nali, e il timore di alcuni di essi, svani immediate, non parendo 
che d’altrove potesse esser incominciata che dall’età e nasci¬ 
mento di quelli che si dovevano creare. Cessò anco il ponte¬ 
fice di pili parlarne, avendo fatto un’opera che l’impediva il 
mascherare la mente propria: restava però in piedi la propo¬ 
sizione di far il concilio. 

E nel consistoro dei 15 gennaro 1535 fece una longhissima 
ed efficacissima orazione, eccitando li cardinali a venir a reso¬ 
luzione di quella materia, perché, procedendosi cosi lenta¬ 
mente, si dava ad intender al mondo che in verità il concilio 
non si volesse, ma fossero parole e pasto dato: e parlò con 
cosi gravi sentenzie, che commosse tutti. Fu deliberato in 
quel consistoro di spedire nonzi a Cesare, al Cristianissimo 
e ad altri principi cristiani, con commissione di esporre che 
il pontefice ed il collegio avevano determinato assolutamente, 
per beneficio della cristianità, di celebrarlo, con esortargli a 
favorirlo ed anco ad assicurare la quiete e tranquillità mentre 
si celebrarà; ma quanto al tempo e luoco, di dire che Sua 
Santità non era ancora risoluta. E portava anco la instruzione 
loro più secreta che vedessero destramente di sottrar qual 
fosse la mente delli principi quanto al luoco, a fine di potere, 
saputi li interessi e fini di tutti, opporre l’uno all’altro per 
impedirli, e metter ad effetto il suo. Commise anco alli nonci 
di querelarsi delle azioni del re d’Inghilterra, e quando vedes¬ 
sero apertura, incitarli contra lui ed offrirli anco quel regno 
in preda. 

Tra questi nonci fu uno il Vergerio, rimandato con più 
speciali commissioni in Germania per penetrare la mente 
delli protestanti circa la forma del trattare nel concilio, per 


n8 l’istoria dei. concilio tridentino 

poterli fare sopra li reflessi necessari. Li commise anco spe¬ 
cialmente di trattare con Lutero e con li altri principali pre¬ 
dicatori della rinnovata dottrina, usando ogni sorte di promesse 
e partiti di ridurli a qualche composizione. Riprendeva il 
pontefice in ogni occasione la durezza del Cardinal Gaetano, 
che nella dieta di Augusta del 1518 rifiutasse il partito pro¬ 
posto da Lutero, che, imposto silenzio agli avversari suoi, 
si contentava esso ancora di tacere; e dannava l’acerbità di 
quel cardinale che, con voler ostinatamente la retrattazione, 
avesse precipitato quell’uomo in disperazione, la qual diceva 
essere costata e dover costar cosi cara alla chiesa romana, 
quanto la metà dell’autorità sua. Che egli non voleva imitare 
Leone in questo, che credette li frati esser buoni instrumenti 
di opprimer li predicatori di Germania: il che la ragione e 
l’evento aveva mostrato quanto fosse vano pensiero. Non es¬ 
servi se non due mezzi, la forza e le pratiche: quali egli era 
per adoperare, essendo pronto a concordare con ogni condi¬ 
zione, la quale riservi intiera l’autorità pontificia. Per il che 
anco, dicendo di aver bisogno d’uomini di valore e negozio, 
creò il 21 maggio sei cardinali, e pochi giorni dopo il settimo, 
tutti persone di molta stima nella corte: fra’ quali fu Gio¬ 
vanni Fischerio, vescovo roflense, che allora si trovava in 
prigione in Inghilterra per avere ricusato di aderir al decreto 
del re nel levar l’autorità pontificia. Il papa nell’eleggere la 
sua persona ebbe considerazione che onorava la promozione 
sua, mettendo in quel numero un uomo litterato e benemerito 
per la persecuzione che sosteneva, e che avendolo accresciuto 
di dignità, si sarebbe il re indotto a portargli respetto, e 
appresso il popolo sarebbe entrato in credito maggiore. Ma 
quel cardinalato non giovò in altro a quel prelato, se non ad 
accelerarli la morte, che li fu data quarantatré giorni dopo, 
con la troncazione del capo in pubblico. 

Ma con tutto che il pontefice facesse cosi aperte dimo¬ 
strazioni di voler il concilio, in maniera che dovesse dare 
sodisfazione e ridurre la Germania, nondimeno la corte tutta, 
e li medesimi intimi del pontefice, e che trattavano queste 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 119 

cose intrinsecamente con lui, dicevano che non poteva essere 
celebrato altrove che in Italia, perché altrove non sarebbe 
stato libero, e che in Italia non si poteva elegger altro luoco 
che Mantova. 

Il Vergerlo, ritornato in Germania, fece l’ambasciata del 
pontefice a Ferdinando prima, e poi a qualunque delli pro¬ 
testanti che andava a trovare quel re per li occorrenti ne¬ 
gozi; e finalmente fece un viaggio per trattar anco con gli 
altri. Da nessuno d’essi ebbe altra risposta, salvo che ave- 
rebbono consultato insieme nel convento che dovevano ridurre 
in fine dell’anno, e di comun consenso deliberata la risposta. 
La proposizione del noncio conteneva che quell’era il tempo 
del concilio tanto desiderato, avendo il pontefice trattato con 
Cesare e con tutti i re per ridurlo seriamente, e non come 
altre volte in apparenzia; e acciò che non si differisca più, aveva 
risoluto d’eleggere per luoco Mantova, conforme a quello che 
già due anni era stato risoluto con l’imperatore. La qual città 
essendo d’un feudatario imperiale e vicina alli confini di 
Cesare e de’ veneziani, potevano tenirla per sicura, senzaché 
il pontefice e Cesare averebbono data ogni maggior cauzione. 
Non essere bisogno risolvere né parlare del modo e forma di 
trattrare nel concilio, perché molto meglio ciò si farà in esso 
quando sarà congregato. Non potersi celebrar in Germania, 
abbondando quella di anabattisti, sacramentari ed altre sette, 
per la maggior parte pazzi e furiosi; per il che alle altre nazioni 
non sarebbe sicuro andare dove quella moltitudine è potente, 
e condannare la sua dottrina. Che al pontefice non sarebbe 
differenzia di farlo in qualunque altra regione, ma non vuol 
apparire che sia sforzato e li sia levata quell’autorità, che ha 
avuto per tanti secoli, di prescriver il luoco de’ concili ge¬ 
nerali. 

In questo viaggio il Vergerio trovò Lutero a Vittemberg, 
e trattò con lui molto umanamente con questi concetti, esten¬ 
dendoli e amplificandoli assai. E prima accertandolo che era 
in grandissima estimazione appresso il pontefice e tutto il col¬ 
legio de’ cardinali, quali sentivano dispiacere estremo che fosse 


I 20 


l’istoria del concilio tridentino 


perduto un soggetto che, implicatosi nelli servizi di Dio e 
della sede apostolica che sono congionti, averebbe potuto 
portare frutto inestimabile, che farebbono ogni possibile per 
racquistarlo, li testificò che il pontefice biasmava la durezza 
del Gaetano, la quale non era ripresa meno dalli cardinali; 
che da quella santa sede poteva aspettar ogni favore; che a 
tutti dispiaceva il rigore col quale Leone procedette per insti- 
gazione d’altri e non per propria disposizione. Li soggionse 
anco che egli non era per disputare con esso lui delle cose 
controverse, non professando teologia, ma poteva ben con 
ragioni comuni mostrarli quanto sarebbe bene riunirsi col capo 
della Chiesa. Perché, considerando che solo già diciotto anni 
la dottrina sua era venuta in luce e, pubblicandosi, aveva 
eccitato innumerevoli sette che l’una detesta l’altra, e tante 
sedizioni populari con morte ed esterminio d’innumerabili per¬ 
sone, non si poteva concludere che venisse da Dio: ben si 
poteva tenire per certo che era perniciosa al mondo, riuscendo 
da quella tanto male. Diceva il Vergerio: è un grande amore 
di se stesso e una stima molto grande dell’opinione propria, 
quando un uomo vogli turbare tutto il mondo per seminarla. 
« Se avete (diceva il Vergerio) innovato nella fede, in quale 
eravate nato ed educato trentacinque anni, per vostra con¬ 
scienza e salute, bastava che la tenesti in voi. Se la carila 
del prossimo vi moveva, a che turbare tutto il mondo per 
cosa di che non vi era bisogno, poiché senza quella si viveva 
e serviva Dio in tranquillità? » La confusione (soggiongeva) è 
passata tant’oltre che non si può differir più il rimedio. Il pon¬ 
tefice è risoluto applicarlo con celebrar il concilio, dove con¬ 
venendo tutti gli uomini dotti di Europa, la verità sarà messa 
in chiaro a confusione delli spiriti inqueti: e ha destinato perciò 
la città di Mantova. E se bene nella divina bontà conviene avere 
la principale speranza, mettendo anco in conto le opere umane, 
in potestà di Lutero è fare che il rimedio riesca facile, se 
vorrà ritrovarsi presente, trattare con carità e obbligarsi anco 
il pontefice, principe munificentissimo e che riconosce le per¬ 
sone meritevoli. Raccordò l’esempio di Enea Silvio che, se- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


I 2 I 


guendo le proprie opinioni con moka servitù e fatica, non 
si portò più oltre che ad un canonicato di Trento; ma mutato 
in meglio, fu vescovo, cardinale e finalmente papa Pio II. 
Li raccordò Bessarione niceno, che d’un misero Caloiero da 
Trabisonda diventò cosi grande e riputato cardinale, e non 
molto lontano dal succeder papa. 

Le risposte di Lutero furono, secondo il naturale costume 
suo, veementi e concitate, con dire che non faceva nissuna 
stima del conto in che fosse appresso la corte romana, de 
quale non temeva l’odio né curava la benevolenzia; che nelli 
servizi divini s’implicava quanto poteva, se bene con riuscita 
di servo inutile; che non vedeva come fossero congionti a 
quei del pontificato, se non come le tenebre alla luce; nes¬ 
suna cosa nella vita sua essergli stata più utile che il rigore 
di Leone e la durezza del Gaetano, quali non può imputare 
a loro, ma gli ascrive alla divina provvidenza: perché in quei 
tempi, non essendo ancora illuminato di tutte le verità della 
fede cristiana, ma avendo solo scoperto li abusi nella materia 
delle indulgenze, era pronto di tenere silenzio quando dalli 
suoi avversari fosse stato servato l’istesso. Ma le scritture del 
maestro del sacro palazzo, la superchiaria del Gaetano e la 
rigidezza di Leone l’avevano costretto a studiare e scoprire 
molti altri abusi ed errori del papato meno tollerabili, li quali 
non poteva con buona conscienzia dissimulare e restar di mo¬ 
strare al mondo. Aver il noncio per sua ingenuità confessato 
di non intendere teologia, il che appariva anco chiaro per le 
ragioni proposte da lui; poiché non si poteva chiamare la 
dottrina sua nova, se non da chi credesse che Cristo, gli 
apostoli e li santi padri avessero vivuto come nel presente 
secolo il papa, li cardinali e li vescovi; né si può fare argo¬ 
mento contra la dottrina medesima delle sedizioni occorse in 
Germania, se non da chi non ha letto le Scritture e non sa 
questa essere la proprietà della parola di Dio e dell’Evan¬ 
gelio, che dove è predicato eccita turbe e tumulti, sino al 
separare padre da figlio. Questa essere la sua virtù: che a chi 
l’ascolta dona la vita, a chi lo ripudia è causa di maggiore 



122 


l’istoria del concilio tridentino 


dannazione. Aggionse che questo era il più universale di¬ 
fetto de’ romani: voler stabilire la Chiesa con governi tratti 
da ragioni umane, come se fosse uno stato temporale. Che 
questa era quella sorte di sapienzia che san Paulo dice essere 
riputata pazzia appresso Dio; si come il non stimare quelle 
ragioni politiche con che Roma governa, ma fidarsi nelle pro¬ 
messe divine e rimettere alla Maestà sua la condutta degli 
affari della Chiesa, è quella pazzia umana che è sapienzia 
divina. Il far riuscir in bene e profitto della Chiesa il con¬ 
cilio non essere in potestà di Martino, ma di chi lo può 
lasciare libero, acciò che lo spirito di Dio vi preseda e lo 
guidi, e la Scrittura divina sia regola delle deliberazioni, ces¬ 
sando di portarvi interessi, usurpazioni e artifici umani: il che 
quando avvenisse, egli ancora vi apporterebbe ogni sincerità 
e carità cristiana, non per obbligarsi né il pontefice né altri, 
ma per servizio di Cristo, pace e libertà della Chiesa. Non 
poter però aver speranza di veder un tanto bene, mentre non 
apparisce che lo sdegno di Dio sia pacificato per una seria 
conversione e deposizione dell’ipocrisia; né potersi fare fon¬ 
damento sopra la radunanza di uomini dotti e litterati, poi¬ 
ché, essendo accesa l’ira di Dio, non vi è errore cosi assurdo 
ed irragionevole che Satan non persuada, e più a questi gran 
savi che si tengono sapere, li quali la Maestà divina vuole 
confondere. Che da Roma non può ricevere cosa alcuna com¬ 
patibile col ministerio dell’Evangelio; né moverlo li esempi 
di Enea Silvio o di Bessarione, perché non stima quei splen¬ 
dori tenebrosi; e quando volesse anco esaltare se stesso, po¬ 
trebbe con verità replicare quello che da Erasmo fu detto 
facetamente, che Lutero povero ed abietto arricchisce e inalza 
molti. Esser molto ben noto ad esso noncio, per non andare 
lontano, che al maggio prossimo egli ha avuto gran parte 
nella creazione di Roffense ed è stato causa totale di quella 
di Scomberg. Che se poi al primo è stata levata la vita cosi 
tosto, questo è d’ascrivere alla divina provvidenza. 

Non potè il Vergerio indurre Lutero a rimetter niente della 
sua fermezza, il quale con tanta constanza teneva la sua dot- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


123 


trina, come se fosse veduta con gli occhi: e diceva che più 
facilmente il noncio, e anco il papa, averebbe abbracciata la 
fede sua, che egli abbandonatala. 

Tentò ancora il Vergerlo altri predicatori in Vittemberga, 
secondo la commissione del pontefice, e altrove nel viaggio; 
né trovò inclinazione, come averebbe pensato, ma rigidità in 
tutti quelli che erano di conto, e quelli che si sarebbono resi 
li trovò di poco valore e di molta pretensione, si che non 
facevano al caso suo. 

Ma li protestanti, intesa la proposizione di Vergerio, es¬ 
sendo congregati in Smalcalda quindici prencipi e trenta città, 
risposero aver dechiarato quale fosse la loro volontà e inten¬ 
zione circa il concilio in molte diete, e ultimamente, già due 
anni, al noncio di papa Clemente e all’ambasciator dell’im¬ 
peratore; e che tuttavia desideravano un legittimo concilio, 
come erano certi che era desiderato da tutti gli uomini pii, 
e al quale erano anco per andare, si come più volte era stato 
determinato nelle diete imperiali. Ma quanto a quello che il 
pontefice aveva destinato in Mantova, speravano che Cesare 
non fosse per dipartirsi dalli decreti delle diete e dalle pro¬ 
messe tante volte fattegli che il concilio si dovesse celebrar 
in Germania; dove che vi possi esser pericolo non saperlo 
vedere, poiché tutti li principi e città obediscono a Cesare, 
e sono cosi ben ordinate che li forestieri vi sono ricevuti e 
trattati con ogni umanità. Ma che il pontefice sia per prov¬ 
veder alla sicurezza di quelli che anderanno al concilio non 
sapevano intender come, massime risguardando le cose occorse 
nell’età precedente. Che la repubblica cristiana ha bisogno 
d’un pio e libero concilio, e che ad un tale essi hanno appel¬ 
lato. Che poi non si debbi trattare prima del modo e forma, 
altro non significa se non che non vi debbia essere libertà, e che 
tutto si debbi riferir alla potestà del pontefice; il qual avendo 
già dannata la loro religione tante volte, se egli doverà essere 
giudice, il concilio non sarà libero. Che il concilio non è un 
tribunale del solo pontefice né delli soli preti, ma di tutti 
gli ordini della Chiesa, eziandio dei secolari. Che il voler 


124 


l’istoria del concilio tridentino 


preponer la potestà del pontefice aU’autorità di tutta la Chiesa, 
è opinione iniqua e piena di tirannide. Che defendendo il 
pontefice l’opinione de’ suoi, anche con editti crudeli, soste¬ 
nendo egli una parte della lite, il giusto vuole che dalli prin¬ 
cipi sia determinato il modo e forma dell’azione. 

Al medesimo convento di Smalcalda mandarono amba¬ 
sciatori li redi Francia e d’Inghilterra. Quel di Francia che, 
essendo morto Francesco Sforza duca di Milano, disegnava 
fare la guerra in Italia, li ricercò di non accettare luoco per 
la celebrazione del concilio, se non con conseglio suo e del 
re d’Inghilterra, promettendo che essi ancora non ne accet- 
terebbono nessuno senza di loro. Il re d’Inghilterra, oltre di 
ciò, gli fece intendere che stessero ben avvertiti che non si 
facesse un concilio dove, in luoco di moderare gli abusi, si 
stabilisse tanto più la dominazione del pontefice, e li ricercò 
che approvassero il suo divorzio. Dall’altro canto essi pro¬ 
posero che il re ricevesse la confessione augustana: le quali 
cose, trattate in diversi conventi, non ebbero conclusione 
alcuna. 

Ma il Vergerio nel principio dell’anno 1536 tornò al pon¬ 
tefice per riferire la sua legazione. Riportò in somma che li 
protestanti non erano per ricever alcun concilio, se non libero, 
in luoco opportuno, tra i confini dell’ Imperio, fondandosi 
sopra la promessa di Cesare; e che di Lutero e degli altri 
suoi complici non vi era speranza alcuna, né si poteva pensar 
ad altro che opprimerli con la guerra. Ebbe il Vergerio per 
suo premio il vescovado di Capo d’Istria sua patria; e dal 
pontefice fu mandato a Napoli per fare la medesima relazione 
all’imperatore, il quale, ottenuta la vittoria in Africa, era 
passato in quel Regno per ordinare le cose di quello. 

Ed udita la relazione del noncio, passò Cesare a Roma. 
Fu a stretti colloqui col pontefice sopra le cose d’Italia e 
del modo di pacificare la Germania; il qual modo persua¬ 
dendo il pontefice, secondo il conseglio anco del Vergerio, 
che non poteva essere altro, salvo che la guerra, Cesare, che 
non vedeva il tempo maturo per cavare da quella il buon 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 125 

frutto che altri persuadeva, e vedendosi anco implicato in 
Italia, da che non poteva svilupparsi se non cedendo lo 
stato di Milano, quale aveva deliberato onninamente di appro¬ 
priarsi (e qua tendeva lo scopo principale d’ogni sua azione), 
allegava per ragione di differire esser più necessario in quel 
tempo difendere Milano da’ francesi. Dall’altro canto il papa, 
il pensiero del quale tutto era volto a far cadere quello stato 
in un italiano, (e perciò proponeva la guerra di Germania non 
tanto per oppressione de’ luterani, come pubblicamente di¬ 
ceva, ma anco per divertire Cesare dall’occupare Milano, 
che era il fine suo principale, se bene segreto), replicava che 
più facilmente egli co’ veneziani, usando le armi e le pra¬ 
tiche insieme, averebbe fatto desistere il re, quando Sua Mae¬ 
stà cesarea non si fosse intromessa. 

Ma l’imperatore, penetrato l’interno del papa, con altret¬ 
tanta dissimulazione si mostrò persuaso e inclinato alla guerra 
di Germania; dicendo però che, per non aver tutto il mondo 
contra, conveniva giustificare bene la causa, e coll’intimar il 
concilio mostrar che avesse tentato prima ogn’altro mezzo. 
Il pontefice non aveva discaro che, dovendo finalmente inti¬ 
marlo, ciò si facesse nel tempo quando, per aver il re di 
Francia occupata già la Savoia e il Piemonte, l’Italia tutta 
era per ardere di guerra, onde se gli dava apparentissimo 
pretesto per circondar il concilio di arme, sotto il colore di cu¬ 
stodia e protezione. Si mostrò contento, purché fossero statuite 
condizioni che non derogassero l’autorità e la riputazione della 
sede apostolica. L’imperatore, che per la vittoria ottenuta 
in Africa aveva l’animo molto elevato e pieno di vasti pen¬ 
sieri, riputava di dover in due anni almeno vincere la guerra 
di Lombardia e, serrato il re di Francia di là da’ monti, atten¬ 
dere alle cose di Germania senza altro impedimento. Voleva 
che il concilio li servisse a due cose: prima, durante la guerra 
d’Italia, per raffrenare il papa se, secondo il costume de’ pon¬ 
tefici, avesse pensato mettersi dalla parte di Francia, quando 
quella fosse restata inferiore, per contrappesar il vincitore; 
poi, per ridurre la Germania all’obedienza sua; a che egli 


126 


l’istoria del concilio tridentino 


mirava, perché quanto alla pontificia l’aveva per cosa acci¬ 
dentale. Li piaceva il luoco di Mantova; quanto al rima¬ 
nente, non curava qual condizione il papa vi apponesse, 
poiché quando fusse stato ridotto, egli averebbe potuto mu¬ 
tar quello che non li fosse piaciuto. Pertanto concluse che, 
mentre si facesse il concilio, si contentava d’ogni condizione, 
allegando che sperava di persuader, se non tutta la Ger¬ 
mania, poco meno, a consentirvi finalmente. Fu adunque sta¬ 
bilita la deliberazione dal pontefice, con tutto il collegio de’ 
cardinali. 

Per il che l’imperatore, intervenendo nel consistoro pub¬ 
blico alli 28 d’aprile, ringraziò il pontefice e il collegio che 
avessero prontamente ed espeditamente deliberata la convoca¬ 
zione del concilio generale, e li ricercò appresso che la bolla 
fosse spedita inanzi la sua partita da Roma, acciò egli potesse 
dar ordine al rimanente. Non si potè ordinarla cosi presto, 
essendo pur necessaria qualche considerazione per mettervi 
parole apposite, che dessero quanto più buona speranza di 
libertà era possibile e insieme non portassero alcun pregiu¬ 
dizio all’autorità pontificia. Furono deputati a questo sei car¬ 
dinali e tre vescovi; e finalmente la bolla fu spedita sotto i 
2 di giugno, pubblicata in consistoro e sottoscritta da tutti li 
cardinali. 

11 tenor di quella era: che dal principio del suo pontifi¬ 
cato nessuna cosa aveva più desiderato che purgare dalle 
eresie ed errori la Chiesa, raccomandata da Dio alla cura sua, 
e di restituire nel pristino stato la disciplina. Al che non 
avendo trovato via più comoda che la sempre mai usata in 
simili occorrenzie, cioè il concilio generale, di questo aver 
scritto più volte a Cesare e agli altri re, con speranza non 
solamente di ottenere questo fine, ma ancora che, sedate le 
discordie tra i principi cristiani, si movesse la guerra alli in¬ 
fedeli, per liberare li cristiani da quella misera servitù e 
redur anco gl’infedeli alla fede. Per il che, per la pienezza 
di potestà che egli ha da Dio, col consenso de’ suoi fratelli 
cardinali, intima un concilio generale di tutta la cristianità 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


127 


per il 23 maggio dell’anno seguente 1537 in Mantova, luoco 
abbondante e opportuno per la celebrazione di un concilio; 
e pertanto comanda alli vescovi e altri prelati di qualunque 
luoco si siano, per l’obbligo del giuramento prestato da loro 
e sotto le pene statuite dai santi canoni e decreti, che vi si 
debbino trovare al giorno prefisso. Prega Cesare e il re di 
Francia e tutti li altri re e principi, per amor di Cristo e per 
salute della repubblica cristiana, che voglino trovarvisi in per¬ 
sona, e, non potendo, mandino onorevoli ed ampie ambasciarie, 
si come esso Cesare e il medesimo re di Francia e li altri 
principi cristiani hanno promesso più volte e a Clemente e 
a lui; e facciano anco che li prelati dei suoi regni debbino 
andarvi e starvi sino al fine, per determinare quello che sarà 
opportuno per riforma della Chiesa, estirpazione dell’eresie e 
per mover la guerra agl’infedeli. 

Pubblicò anco il papa un’altra bolla per emendare (come 
diceva) la città di Roma, capo di tutta la cristianità, maestra 
della dottrina, dei costumi e della disciplina, da tutti li vizi 
e mancamenti, acciocché purgata la casa propria, potesse più 
facilmente purgare le altre. Al che non potendo attendere 
solo pienamente, deputò sopra ciò li cardinali ostiense, San 
Severino, Ginuzio e Simonetta, comandando sotto gravissime 
pene a tutti di prestare intiera obedienza. Questi cardinali 
insieme con alcuni prelati, pur dal papa deputati, si diedero 
immediate a trattare la reformazione della penitenziaria, della 
dataria e delli costumi de’ cortegiani : però non fu posta cosa 
alcuna in effetto. Ma l’intimazione del concilio parve ad ogni 
mediocre ingegno molto poco opportuna, in tempo quando 
tra l’imperadore e’l re di Francia erano in piedi le guerre 
in Piccardia, in Provenza e in Piemonte. 

Li protestanti, veduta la bolla, scrissero a Cesare che, 
non vedendosi qual dovesse esser la forma ed il modo del 
concilio che da loro era stato sempre dimandato pio, libero 
ed in Germania, e tale sempre promesso, si confidavano che 
Cesare averebbe provveduto si che le loro dimande fossero 
sodisfatte e la sua promessa adempita. 



128 


l’istoria del concilio tridentino 


Ma nel principio dell’altro anno 1537 mandò Cesare Mat¬ 
tia Eldo, suo vicecancellario, alli protestanti ad esortarli a 
ricever il concilio, il quale con tanta sua fatica era stato con¬ 
vocato, e al quale egli disegnava trovarsi in persona, se non 
intervenisse qualche grand’ impedimento di guerra che lo 
constringesse esser altrove. Ricordò loro di aver appellato al 
concilio, e però non esser conveniente che ora, mutato pro¬ 
posito, non volessero convenire con tutte le altre nazioni che 
hanno posto in quello tutta la speranza della riforma della 
Chiesa. Quanto al pontefice, disse Cesare non dubitare che 
non si governi come si conviene al principal capo dell’ordine 
ecclesiastico; che se averanno qualche querela contra di lui, 
la potranno proseguire nel concilio modestamente. Quanto 
al modo e forma, non essere conveniente che essi voglino 
prescriverla a tutte le nazioni: pensassero che non i soli teologi 
loro siano inspirati da Dio e intendenti delle cose sacre, ma 
che anco altrove ve ne siano a chi non manchi e dottrina e 
santità di vita. Quanto al luoco, se ben essi hanno dimandato 
uno in Germania, però debbono anco pensare quello che sia 
comodo all’altre nazioni. Mantova è vicina alla Germania, 
abbondante e salubre e suddita dell’Imperio, e il duca di 
quella feudatario cesareo, in maniera che il pontefice non vi 
ha alcuna potestà; e se vorranno maggiore cauzione, Cesare 
esser preparato dargliela. Parlò anche con l’elettore di Sassonia 
a parte, esortandolo a mandar li suoi ambasciatori al concilio, 
senza usar eccezioni o scuse, le quali non possono parturire 
se non inconvenienti. 

Li protestanti risposero a questa parte del concilio che, 
avendo letto le lettere del papa, vedevano non esser l’istessa 
mente di quel pontefice e della Maestà sua cesarea; e repe¬ 
tite le cose trattate con Adriano, Clemente e Paolo, conclu¬ 
sero che si vedeva essere l’istesso fine de tutti. Passarono ad 
allegare le cose per le quali non conveniva che il pontefice 
fosse giudice nel concilio, né meno quelli che gli sono obbli¬ 
gati con giuramento. E quanto al luoco destinato, oltra che 
è contra li decreti delle diete imperiali, con nessuna sicurezza 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


129 


potrebbono andarci senza pericolo, imperocché avendo il pon¬ 
tefice aderenti per tutta Italia, che portano acerbo odio alla 
dottrina de’ protestanti, gran pericolo vi è d’insidie e occulti 
consegli ; oltra che, dovendo andar in persona molti dottori 
e ministri (non essendo conveniente trattar cosa di tanta im¬ 
portanza per procuratori), sarebbe un lasciare le chiese deso¬ 
late. E come possono consentire nel giudicio del papa, che 
non ha altro fine se non di estirpare la dottrina loro, che 
egli chiama eresia, e non si può contenere di dirlo in tutte 
le bolle sue, eziandio in quella dove intima il concilio; e 
nella bolla, che fece simulando di voler riformare la corte 
romana, espressamente ha detto di aver convocato il concilio 
per estirpare l’eresia luterana; e ne fa dimostrazione con ef¬ 
fetti, incrudelendo con tormenti e supplicii contra li miseri 
innocenti che per loro conscienza seguono quella religione ? 
E come potranno accusare il pontefice e li suoi aderenti, quando 
egli vogli essere giudice? E l’approvar il suo breve non esser 
altro che consentire nel suo giudicio. E però aver dimandato 
sempre un concilio libero e cristiano, non tanto perché ognuno 
possi parlare liberamente e vi siano esclusi li turchi e infe¬ 
deli, ma perché quelli che sono collegati insieme con giura¬ 
menti e altri patti non siano giudici, e perché la parola di 
Dio sia presidente e difinisca tutte le controversie. Che sanno 
benissimo esser degli uomini dotti e pii nelle altre nazioni ; 
ma sono anco certi insieme che, se la immoderata potenzia 
del pontefice sarà regolata, non solo li loro teologi, ma molti 
altri che al presente, essendo oppressi, stanno nascosti, s’af¬ 
faticheranno per la riforma della Chiesa. Che non vogliono 
disputare del sito e opportunità della città di Mantova, ma ben 
dire che, essendo la guerra in Italia, non possono esser senza 
sospetto. Del duca di quella città basta dire che egli ha un 
fratello cardinale, dei primi della corte. Che in Germania sono 
molte città non meno comode che Mantova, dove fiorisce 
l’equità e la giustizia; e in Germania non sono noti e inusi¬ 
tati quei occulti consegli e clandestini modi di levare gli uo¬ 
mini di vita, come in alcuni altri luochi. Nelli antichi concili 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1 . 


9 



130 


l’istoria del concilio tridentino 


essere stata sempre cercata principalmente la sicurtà del luoco; 
la qual però, quantunque Cesare fosse in persona al concilio, 
non sarà sufficiente, sapendosi che li pontefici li concedono 
ben luoco nelle consultazioni, ma la potestà del determinare 
la reservano a sé soli. Esser noto quel che avvenne a Si¬ 
gismondo Cesare nel concilio di Costanza, il salvacondotto 
del quale fu violato dal concilio ed egli costretto a ricever 
un tanto affronto. Per il che pregavano Cesare a considerare 
quanto queste ragioni importassero. 

Era comparso nella medesima dieta il vescovo d’Acqui, 
mandato dal pontefice per invitarli al concilio; ma non fece 
frutto, e alcuni anco dei prencipi ricusarono di ascoltarlo. E per 
far note al mondo le loro ragioni, pubblicarono e mandarono 
una scrittura in stampa, dove principalmente si sforzavano di 
responder a quella obiezione che essi non volessero sottomet¬ 
tersi a nissun giudicio, che sprezzassero le altre nazioni, che 
fuggissero il supremo tribunal della chiesa, che avessero reno- 
vato l’eresie altre volte condennate, che abbiano caro le discor¬ 
die civili, che le cose da loro represe delli costumi della corte 
romana siano leggeri e tollerabili. Allegarono le cause perché 
non conveniva che il pontefice solo, né meno insieme con li 
suoi, fosse giudice; portarono esempi de molti concili recu- 
sati da diversi delli santi padri; implorarono infine a loro 
difesa tutti li principi, offerendosi che se in alcun tempo si 
congregherà un concilio legittimo, defenderanno in quello la 
sua causa e daranno conto delle proprie azioni. Mandarono 
anche un ambasciador espresso al re di Francia, per darli 
conto particolare delle medesime cose. Il quale anco rispose 
che, quanto al concilio, era del medesimo parere di loro, di 
non approvarlo se non legittimo e in luoco sicuro, offerendo 
anco in questo l’istessa volontà del re di Scozia suo genero. 

Il duca di Mantova concesse la sua città per far il con¬ 
cilio in gratificazione del pontefice, senza pensar più oltre, 
giudicando conforme all’opinione comune che non si potrebbe 
effettuare, essendo la guerra in piedi fra Cesare e il re di 
Francia, e repugnando la Germania, per la quale il concilio 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V X 3 I 

si faceva. Ma veduta l’intimazione, incominciò a pensare come 
assicurarebbe la città, e mandò a proponer al papa che, doven¬ 
dosi introdur un si gran numero di persone, quali sarebbono 
convenute al concilio, era necessaria una grossa guarnigion 
de soldati, la qual egli non la voleva dependente da altri 
e non aveva da mantenerla del suo; per il che era necessa¬ 
rio che, volendo Sua Santità celebrar il concilio in quella 
città, li somministrasse danari per il pagamento de’ soldati. 
Al che rispose il pontefice che la moltitudine doveva esser 
non di persone armate né professori di milizia, ma de eccle¬ 
siastici e litterati, quali con un solo magistrato, che egli ave- 
rebbe deputato per render giustizia, con una picciola corte e 
guardia, sarebbe stato bastante per contenerli in ufficio; che 
una guarnigione de soldati armati sarebbe stata di sospetto a 
tutti e poco condecente al luoco d’un concilio, che debbe 
esser tutto in apparenza ed effetti di pace; e che, pure quando 
vi fosse stato bisogno di arme per guardia, non essere di ra¬ 
gione che fossero in mano d’altri che del concilio medesimo, 
cioè del papa che n’è il capo. Il duca, considerando che la 
giurisdizione si tira sempre dietro l’imperio, replicò non voler 
in modo alcuno che nella sua città sia amministrata la giu¬ 
stizia da altri che dalli ufficiali suoi. Il papa, prudentissima 
persona, a cui poche volte occorreva di udir risposta non 
preveduta, restò pieno di stupore, e rispose all’uomo del duca 
che non si averebbe creduto dal suo patrone, principe italiano, 
la casa del quale aveva ricevuti tanti benefici dalla sede apo¬ 
stolica, che aveva un fratello cardinale, doverli esser negato 
quello che mai più da nessuno li fu messo in controversia, 
quello che ogni legge divina ed umana li dona, che né anco 
li luterani li sanno negare, cioè Tesser giudice supremo degli 
ecclesiastici, e quello che il duca non contrasta al suo vescovo, 
che giudica le cause de’ preti in Mantova. Nel concilio non 
dover intervenire se non persone ecclesiastiche, le quali sono 
esenti dal secolare, cosi esse come le sue famiglie; il che 
è cosi chiaro, che concordemente dalli dottori è affermato 
eziandio le concubine de preti esser del foro ecclesiastico. Ed 


132 


l’istoria del concilio tridentino 


egli vuol negarli d’aver un magistrato che rendi giustizia a 
quelli durante il concilio? Non ostante questo, il duca stette 
fermo cosi in recusar di concedere al papa giusdicenti in Man¬ 
tova, come anco in domandar soldi per pagar soldati ; le qual 
condizioni parendo al pontefice dure e (come diceva) con¬ 
trarie alli antichi costumi, ed aliene dalla dignità della Sede 
e dalla libertà ecclesiastica, recusò di condescendervi, e deli¬ 
berò di non voler più concilio a Mantova. Raccordandosi 
molto bene di quello che avvenne a Giovanni XXIII, avendo 
celebrato concilio dove altri era più potente, deliberò di so¬ 
spender il concilio; si scusò con una sua bolla pubblica, 
dicendo in sostanza che, se ben con suo dolore era sforzato 
deputar altro luoco per il concilio, nondimeno lo sopportava, 
perché era per colpa d’altri e non sua propria; e che non 
potendo cosi sprovvistamente resolversi d’un altro luoco oppor¬ 
tuno, suspendeva la celebrazione del concilio sino al primo 
di novembre del medesimo anno. 

Pubblicò in questo tempo il re d’Inghilterra un manifesto 
per nome suo e della nobiltà contro la convocazione fatta dal 
pontefice, come da persona che non abbia potestà, e in tempo 
di guerra ardente in Italia, e in luoco non sicuro; soggion- 
gendo che ben desidera un concilio cristiano, ma al pontificio 
non è per andare né per mandarvi ambasciata, non avendo 
che fare col vescovo romano né con li suoi editti più che 
con quelli di qualunque altro vescovo; che già li concili sole¬ 
vano essere congregati per autorità de re, e questo costume 
maggiormente debbe esser renovato adesso, quando che si 
tratta d’accusare li difetti di quella corte; non esser cosa 
insolita alli pontefici di mancar di fede; il che dover consi¬ 
derare più lui, che è acerbissimamente odiato per aver dal 
suo regno levata quella dominazione e il censo che li era 
pagato; che il dar la colpa al principe di Mantova perché 
non voglia senza presidio ammetter tanta gente nella sua città, 
è un burlarsi del mondo, si come anco il prorogar il concilio 
sino a novembre e non dire in che luoco si abbia da cele¬ 
brare; poiché, se il papa alcun luoco eleggerà, senza dubbio 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


133 


o piglierà uno di quelli dello stato proprio, o vero di qual¬ 
che principe obbligatogli. Per il che, non potendo alcun uomo 
di giudicio sperar di aver un vero concilio, il meglio di tutto 
è che ciascun principe emendi la religione a casa sua: con¬ 
cludendo in fine che, se da alcuno li fosse mostrata meglior 
via, egli non la ricusarebbe. 

In Italia anco vi era una gran disposizione ad interpretar 
in sinistro le azioni del pontefice, e si parlava liberamente 
che, quantonque versasse la colpa sopra il duca di Mantova, 
da lui però nasceva che il concilio non si facesse; ed esserne 
manifesto indicio, perché nel medesimo tempo aveva pubblicata 
la bolla della riforma della corte e dato il carico alli quattro 
cardinali; né a ciò esservi opposizione del duca né di altri 
che non fosse in sua potestà: e pur di quella più non si par¬ 
lava, si come anco era stato in silenzio tre anni dopo che la 
propose, immediate assonto al pontificato. Per ovviare a queste 
diffamazioni, deliberò il papa di nuovo ripigliare quel negozio, 
riformando prima sé, li cardinali e la corte, per poter levar 
ad ognuno la obiezione e la sinistra interpretazione di tutte 
le azioni sue; ed elesse quattro cardinali e cinque altri pre¬ 
lati tanto da lui stimati, che quattro di essi nelli anni seguenti 
creò poi cardinali, imponendo a tutti nove di raccogliere gli 
abusi che meritavano riforma, e insieme aggiongervi li rimedi 
co’ quali si potesse prestamente e facilmente levarli e ridur il 
tutto ad una buona riformazione. Fecero quei prelati la rac¬ 
colta, secondo il comandamento del pontefice, e la redussero 
in scritto. 

Proposero nel principio, per fonte e origine di tutti li abusi, 
la prontezza delli pontefici a dar orecchie alli adulatori e la 
facilità in derogare le leggi, con la inosservanza del coman¬ 
damento di Cristo di non cavar guadagno delle cose spiri¬ 
tuali. E descendendo alli particolari, notarono ventiquattro 
abusi nell’amministrazione delle cose ecclesiastiche, e quattro 
nel governo speciale di Roma. Toccarono l’ordinazione de’ 
clerici, la collazione de’ benefici, le pensioni, le permuta¬ 
zioni, li regressi, le reservazioni, la pluralità di benefici, le 



134 


l’istoria del concilio tridentino 


commende, la residenzia, le esenzioni, la deformazione del¬ 
l’ordine regulare, la ignoranzia nelli predicatori e confessori, 
la libertà di stampare libri perniciosi, le lezioni, la tolleranzia 
dei apostati, li questuari. E passando alle dispensazioni, tocca¬ 
rono prima quella di maritare li ordinati, la facilità di dispen¬ 
sare matrimoni nei gradi proibiti, la dispensa ai simoniaci, 
la facilità nel concedere confessionali e indulgenze, la dispen¬ 
sazione de’ voti, la licenza di testare de’ beni della Chiesa, la 
commutazione delie ultime volontà, la tolleranzia delle mere¬ 
trici, la negligenza del governo delti ospitali, e altre cose di 
questo genere, trattate minutamente, con esporre la natura 
degli abusi, le cause e origini loro, le conseguenze de’ mali 
che portano seco, li modi di rimediarvi e conservare il corpo 
della corte per l’avvenire in vita cristiana: opera degna d’es- 
ser letta, che, se la sua longhezza non avesse impedito, meri¬ 
tava esser registrata qui di parola in parola. 

Il pontefice, ricevuta la relazione da questi prelati, la fece 
considerar a molti cardinali, e propose poi in consistono la 
materia per prenderne deliberazione. Frate Nicolò Scomberg 
dell’ordine dominicano, cardinale di San Sisto, con altro nome 
chiamato di Capua, con longhissimo discorso mostrò che quel 
tempo allora presente non comportava che si riformasse alcuna 
cosa. Primieramente considerò la malizia umana, che sempre, 
quando gli è impedito un corso al male, ne ritrova un peg¬ 
giore; e che è manco mal tollerar il disordine conosciuto e che 
per esser in uso non dà tanta maraviglia, che, per rimediar 
a quello, dar in uno che, come novo, resterà più apparente 
e sarà anco più ripreso. Aggionse che sarebbe dar occasione 
alli luterani di vantarsi che avessero sforzato il pontefice a 
far quella riforma. E sopra tutte le cose considerava che sa¬ 
rebbe stato principio non di levar li abusi soli, ma ancora 
insieme li buoni usi, e metter in maggior pericolo tutte le cose 
della religione, perché con la riforma si confesserebbe che le 
cose provvedute meritatamente erano riprese dalli luterani, 
onde nascerebbe credito a loro e opinione nel mondo che anco 
le altre cose fossero con ragione da loro riprese; che non 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


135 


sarebbe altro se non un dar fomento a tutta la loro dottrina. 
In contrario, Giovan Pietro Caraffa, cardinale teatino, mostrò 
che la riforma era necessaria, e grand’offesa de Dio essere il 
tralasciarla: e rispose esser regola delle azioni cristiane che 
si come non s’ha da far alcun male acciò ne succeda bene, 
cosi non si debbe tralasciare alcun bene di ubbligazione per 
timore che ne succedi il male. Varie furono le opinioni; e 
finalmente, dopo detti diversi pareri, fu concluso che si dif¬ 
ferisse ad altro tempo di parlarne, e comandò il pontefice che 
fosse tenuta segreta la remostranza fattagli dalli prelati. Ma 
il Cardinal Scomberg ne mandò una copia in Germania; il che 
da alcuni fu creduto non essere fatto senza saputa del ponte¬ 
fice, acciò che fusse veduto che in Roma vi era qualche disegno 
e qualche opera ancora di reformazione. La copia mandata 
fu subito stampata e pubblicata per tutta Germania, e fu anco 
scritto contra di quella da diversi in lingua tedesca e latina. 
E pur tuttavia nella medesima regione cresceva il numero de’ 
protestanti, essendo entrati nella loro lega il re di Dania e 
alcuni principi della casa di Brandeburg. 

Avvicinandosi il mese di novembre, il pontefice pubblicò 
una bolla di convocazione di concilio a Vicenza; e causando 
che per la vicinità dell’inverno vi era bisogno di prorogar 
il tempo, l’intimò per il primo di maggio dell’anno seguente 
1538, e destinò legati a quel luogo tre cardinali: Lorenzo 
Campegio, già legato da Clemente VII in Germania, Giacomo 
Simonetta e Gerolamo Aleandro, da lui creati cardinali. 

Uscita la bolla in luce, in Inghilterra fu pubblicato un 
altro manifesto del re contra questa nova convocazione, in¬ 
viato a Cesare e alli re e popolo cristiano, dato sotto li 8 aprile 
dell’istesso anno 1538. In quello diceva che, avendo già mani¬ 
festato al mondo le molte e abbondanti cause per quali aveva 
recusato il concilio che il papa fingeva voler celebrar in Man¬ 
tova, prolongato poi senza assignazione di certo luoco, non 
li pareva conveniente, ogni volta che il pontefice avesse esco¬ 
gitato qualche nova via, dover esso pigliar fatica di prote¬ 
stare o ricusare quel concilio che egli mostrasse di voler 



136 l’istoria del concilio tridentino 

celebrare: poi, che quel libello defende la causa sua e del suo 
regno da tutti li tentativi che si potessero fare o da Paulo o 
vero da qualunque altro pontefice romano; e però l’ha voluto 
confermare con quella epistola, che facilmente lo doverà escu- 
sare perché non sia più per andar a Vicenza di quello che 
non era per andar a Mantova; quantunque non vi sia chi più 
desideri una pubblica convocazione de’ cristiani, purché sia 
concilio generale, libero e pio, quale ha figurato nella pro¬ 
testa contro il concilio di Mantova. E si come nessuna cosa 
è più santa che una convocazione de cristiani, cosi nissuna 
può apportare maggior pregiudicio e pernicie alla religione 
che un concilio abusato per guadagni, per utilità o per con¬ 
fermar errori. Concilio generale chiamarsi, perché tutti i cri¬ 
stiani possino dir il suo parere; né potersi dir generale dove 
siano uditi solamente quelli che averanno determinato di tenir 
sempre in tutte le cose le parti del pontefice, e dove li istessi 
siano attori, rei, avvocati e giudici. Potersi replicare sopra 
Vicenza tutte le medesime cose che si sono dette nell’altro suo 
libello di Mantoa. E replicato con brevità un succinto conte¬ 
nuto di quello, segui dicendo: «Se Federico duca di Mantoa 
non ha deferito all’autorità del pontefice, in concedergli la sua 
città, in quel modo che egli la voleva, che ragione vi è che 
noi dobbiamo tanto stimarla in andare dove a lui piace? Se 
ha il pontefice potestà da Dio di chiamar li prencipi dove 
vuole, perché non l’ha di eleggere qual luoco li piace e farsi 
obedire? Se il duca di Mantoa può con ragione negar il luoco 
eletto dal pontefice, perché non potranno anco li altri re e 
principi non andar a quello? E se tutti li prencipi li negas¬ 
sero le loro città, dove sarebbe la sua potestà? Che sarebbe 
avvenuto se tutti si fossero messi in viaggio, e gionti là, 
s’avessero trovati esclusi dal duca di Mantova? Quello che 
di Mantova è accaduto, può accadere di Vicenza ». 

Andarono li legati a Vicenza al tempo determinato; e in 
questo medesimo il pontefice andò a Nizza di Provenza per 
intervenir al colloquio dell’imperatore e del re di Francia, 
procurato da lui, dando fama che fosse solamente per mettere 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


137 


quei due prencipi in pace, se ben il fine più principale era di 
tirar in casa sua il ducato di Milano. In quel luoco il pontefice, 
tra le altre cose, fece ufficio con tutti doi che mandassero 
ambasciatori loro al concilio e che vi facessero anco andare 
li prelati che erano nelle loro compagnie, e dessero ordine a 
quelli che si ritrovavano nelli loro regni di mettersi in viaggio. 
Quanto al dar l’ordine, l’uno e l’altro si scusò che era ne¬ 
cessario prima informarsi con li prelati dei bisogni delle loro 
chiese; e quanto al mandare quelli che erano quivi presenti, che 
sarebbe stato difficile persuaderli ad andare soli, senza avere 
comunicato conseglio con altri. Restò tanto facilmente il papa 
sodisfatto della risposta, che lasciò dubbio se più desiderasse 
l’affermativa che la negativa. Riuscito adonque infruttuoso 
quest’ufficio, come gli altri trattati dal papa in quel convento, 
egli se ne parti; ed essendo di ritorno in Genoa, ebbe lettere 
da Vicenza dalli legati che si ritrovavano ancora là soli, senza 
prelato alcuno; per il che li richiamò, e sotto il 28 giugno 
per una sua bolla allongò il termine del concilio sino al giorno 
della prossima Pasca. 

In quest’anno il pontefice ruppe la prudente pazienza o 
vero dissimulazione usata per quattro anni continui verso In¬ 
ghilterra, e fulminò contra quel re una terribile bolla, con 
modo non più usato da’ suoi precessori, né da’ successori imi¬ 
tato. Della quale fulminazione, per essere originata dalli ma¬ 
nifesti pubblicati contro il concilio intimato in Mantoa e in 
Vicenza, ricerca il mio proposito che ne faccia menzione; 
oltre che, per intelligenza di molti accidenti che di sotto si 
narreranno, è necessario recitare questo successo con li suoi 
particolari. 

Avendo il re d’ Inghilterra levata l'obedienza alla chiesa 
romana e dechiaratosi capo dell’anglicana l’anno 1534, come 
al suo luoco s’è detto, papa Paulo, immediate dopo la sua 
assonzione, dall’imperatore per li propri interessi e dalle 
istanze della corte (la quale con quel mezzo credeva di rac- 
quistare o vero abbruggiare l’Inghilterra) fu continuatamente 
stimolato a fulminare contra quel re. Il che egli, come uomo 


138 


l’istoria del concilio tridentino 


versato nella cognizione delle cose, giudicava poco a proposito, 
considerando, se li fulmini de’ suoi precessori non avevano 
sortito mai buon effetto in quei tempi quando erano creduti e 
riveriti da tutti, minore speranza esserci che, dopo pubblicata 
e ricevuta da molti una dottrina che li sprezzava, potessero farlo. 
Teneva per opera di prudenza il contenere nel fodro un’arma 
che non ha altro taglio se non nell'opinione di coloro contra 
chi si combatte. Ma del 1535 succeduta decapitazione del car¬ 
dinale roffense, li altri cardinali li furono intorno a rimo¬ 
strarli quanta fosse l’ignominia, quanto grande il pericolo di 
quell’ordine che era stimato sacrosanto e inviolabile, se fosse 
lasciato prendere piede a quell’esempio; imperocché li cardi¬ 
nali defendono il pontificato con ardire appresso tutti li principi 
per la sicurezza della propria vita, la quale quando fosse le¬ 
vata, e mostrato alli secolari che li cardinali possono esser 
giustiziati, sarebbono costretti operare con troppo timore. 
Il pontefice però non parti dalla risoluzione sua, ma trovò 
un temperamento non più usato da papa alcuno, di alzare la 
mano col fulmine e minacciare di tirarlo, ritenendolo però, 
senza lanciarlo, e con questo modo sodisfare alli cardinali e 
alla corte e altri, e non metter in prova la potestà pontificale. 
Formò per tanto il papa un processo e sentenzia severissima 
contra quel re sotto il di 30 agosto 1535, e tutt’insieme su- 
spese la pubblicazione a suo beneplacito, lasciata però andare 
la copia occultamente in mano di chi sapeva gliel’averebbe 
fatta capitare, e facendo camminar il rumore della bolla for¬ 
mata e della suspensione di essa, con fama che presto presto, 
levata la suspensione, si venirebbe alla pubblicazione, e con 
disegno di non venirci mai. 

E se bene non era senza speranza che il re, o per timore 
del fulmine fabbricato, o per l’inclinazione del suo popolo, 
o per sazietà delli supplicii contra gli inobedienti al suo de¬ 
creto, s’inducesse, o per interposizione dell’imperatore o del 
re di Francia (quando per le occorrenze del mondo fosse 
costretto unirsi con alcuno di loro) fosse indotto a cedere, 
principalmente però si mosse per la causa su detta, acciò egli 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO V 


139 


medesmo non mostrasse la debolezza delle armi sue e fer¬ 
masse il re maggiormente nella separazione. Nondimeno in 
capo di tre anni si mosse a mutare proposito, per li irritamenti 
che gli pareva esser usati da quel re verso lui senza occasione, 
in mandare sempre manifesti contra le sue convocazioni del 
concilio ed oppugnare le sue azioni, se bene non indirizzate 
ad offesa particolare di lui; e novamente con aver processato, 
citato e condannato per rebelle del regno con confiscazione 
de’ beni san Tomaso cantuariense (prima canonizzato da Ales¬ 
sandro 111 per essere stato ucciso in defesa della libertà e 
potestà ecclesiastica sino del 1171, del quale si fa annual¬ 
mente solenne festa nella chiesa romana), con esecuzione della 
condanna, levando dalla sepoltura le ossa, che furono abbrug- 
giate in pubblico per mano del ministro di giustizia e sparse 
le ceneri nel fiume, posta la mano nelli tesori, ornamenti ed 
entrate delle chiese dedicate a lui; il che era l’aver toccato 
un arcano del pontificato molto più importante che la materia 
del concilio. Alle qual cose gionta qualche speranza, conce- 
puta nel colloquio col re di Francia, che fosse per sommini¬ 
strar aiuti alli malcontenti d’Inghilterra come fosse libero 
dalle guerre con l’imperatore, sotto il di 17 deceinbre vibrò 
il fulmine, lavorato già tre anni, aperta la mano che per tanto 
tempo era stata in atto di fulminare. Le cause allegate furono 
in sostanza quella del divorzio, e per l’obedienzia levata, per 
l’uccisione di Roffense, per la dechiarazione contra san To¬ 
maso. Le pene furono privazione del regno, e alli aderenti 
suoi di tutto quello che possedevano; comandando alli sud¬ 
diti di levarli l’obedienza, e alli forestieri di non aver com¬ 
mercio in quel regno; e a tutti, che si dovessero levare con 
armi contra di lui e li suoi fedeli, e perseguitarli, concedendo 
in preda li stati e le robe, e in servitù le persone di tutti loro. 

Ma in quanto conto fosse tenuto il breve del papa e quanto 
fossero osservati li comandamenti suoi, lo dimostrano le leghe, 
confederazioni, paci, trattazioni, che dopo furono fatte con 
quel re dall’imperatore, re di Francia e altri principi cattolici. 



CAPITOLO VI 

(1539-agosto 1544). 


[« Interim di Francoforte »: vien decisa una conferenza religiosa a Norim¬ 
berga. — Il papa corre ai ripari inviando un nunzio all’imperatore. — 
Enrico Vili condanna le dottrine luterane. — Il papa sospende a 
beneplacito il concilio già intimato. — Presso Carlo V, propenso a 
trattar l’accordo coi protestanti nella dieta, il cardinale Farnese in¬ 
siste per il concilio e lo esorta ad una lega contro quelli. — Conve¬ 
gno di Hagenau.—Conferenza religiosa di Worms, ostacolata dal 
papa, sospesa da Carlo V. — Dieta di Ratisbona. — Il cardinale le¬ 
gato Contarini. — L’imperatore deferisce l’esame delle dottrine ai 
rappresentanti delle due parti. — Il «libro di Ratisbona».— Il le¬ 
gato propone che i punti rimasti controversi vengano discussi nel 
prossimo concilio: l’imperatore che gli articoli concordati si accettino 
per validi.—Consentono i principi secolari, s’oppongono i vescovi, vo¬ 
lendo sottoporre al concilio anche i punti già concordati. — Il legato si 
oppone al concilio nazionale reclamato dalla dieta. — Carlo V la scio¬ 
glie: incontratosi a Lucca col papa, s’accorda con lui per il concilio 
a Vicenza. — Venezia contraria a questa sede. — Nella dieta di Spira 
il nunzio Morone propone concilio a Trento: opposizione dei prote¬ 
stanti. — Bolla di convocazione. — Riarde la guerra tra Carlo V e 
Francesco I, che combatte in Francia l’eresia per ingraziarsi il papa. — 
Tentativi papali di pacificazione. — Dieta di Norimberga.— Nuovo 
rinvio del concilio. — Convegno di Busseto fra il papa e l’impera¬ 
tore. — Carlo V si unisce a Enrico Vili, e il papa a Francesco I. — 
Nella dieta di Spira si riparla di concilio: Carlo V decreta la tre¬ 
gua religiosa. — Lettera papale di protesta all’imperatore.] 

Nel principio dell’anno 1539, essendo eccitate nove con¬ 
troversie in Germania per le cause della religione, e forse 
anco da persone mal intenzionate che le adoperavano per 
pretesto, fu tenuto un convento in Francfort, dove Cesare 
mandò un commissario. E là, dopo longa disputa, sotto il di 
19 d’aprile, col consenso di quello fu concluso di far un col- 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 141 

loquio al i° d’agosto in Xoremberga, per trattare quietamente 
e amorevolmente della religione, dove avessero da intervenire 
dall’una parte e dall’altra, oltre li dottori, altre persone pru¬ 
denti, mandate da Cesare e dal re Ferdinando e dalli principi 
per sopraintendere al colloquio e intromettersi tra le parti; 
e quello che fosse di comune consenso determinato, fusse si¬ 
gnificato a tutti gli ordini dell’Imperio, e nella prima dieta 
confermato da Cesare. Volevano li cattolici che fosse ricercato 
il pontefice di mandar esso ancora persona a quel colloquio; 
ma li protestanti riputarono questo essere cosa contraria alla 
loro protestazione, per il che non fu esequito. Andata a Roma 
nova di questa convenzione, il pontefice, offeso cosi perché 
si dovesse far in Germania trattazione della religione, come 
perché fosse con gran pregiudicio alla riputazione del concilio 
intimato da lui (sebbene poco si curava che fosse celebrato), 
e più particolarmente perché si avesse trattato di ammetterci 
uno mandato dal pontefice, e fosse poi totalmente esclusa la 
sua autorità, spedi subito il vescovo di Montepulciano in Spa¬ 
gna, principalmente acciò facesse opera che Cesare non con- 
firmasse, anzi annichilasse li decreti di quella dieta. 

Ebbe il noncio grande e longa instruzione; prima, di do¬ 
lersi gravemente delli portamenti del commissario suo, che era 
Giovanni Vessalio arcivescovo di London, il quale, smentica- 
tosi del giuramento prestato a quella Sede e d’infiniti benefici 
ricevuti dal pontefice, e dell’instruzione datali dall’imperatore, 
avesse consentito alle dimande de’ luterani con pregiudicio 
della sede apostolica e disonore di Sua Maestà cesarea; che 
il London era stato corrotto con doni e promissioni, avendoli 
la città di Augusta donato 250.000 fiorini d’oro, e il re di 
Dania promesso 4.000 fiorini all’anno sopra i frutti del suo 
arcivescovato di London occupatogli; che pensava di pigliar 
moglie e lasciar le cose di Chiesa, non avendo mai voluto 
ricevere gli ordini sacri. Ebbe anco il noncio ordine di mo¬ 
strare all’imperatore che le cose concesse dal London, quando 
fossero confermate da lui, mostreriano che non fosse vero 
figliuolo della sede apostolica; e che tutti li principi cattolici 



142 


l’istoria del concilio tridentino 


di Germania ne facevano querela e tenevano che la Sua 
Maestà non le confirmarebbe: e di proporli altri suoi interessi 
toccanti il ducato di Gheldria e la elezione del re de’ romani, 
per moverlo maggiormente, raccordandoli ancora che per tol¬ 
lerare li luterani nelli loro errori non potrà però disponere 
la Germania come London ed altri li dipingono, perché è cosa 
ormai nota che non si può fidare di conservare li imperi dove 
si perde la religione o dove due religioni sono comportate. 
Che ciò è accaduto alli imperatori orientali, i quali, abbando¬ 
nata l’obedienza all’universale pontefice di Roma, persero le 
forze e i regni. Esser manifeste le fraudi de’ luterani che hanno 
proceduto sempre malignamente con Sua Maestà, e che, sotto 
pretesto di rassettar le cose della religione, vanno procurando 
altro che religione. Esserne esempio la dieta di Spira del 
'26, di Noremberg del '32 e di Cadano del '34, quando il 
duca di Virtemberg ripigliò il ducato; il che mostrò che li 
moti del langravio e luterani non furono per causa di reli¬ 
gione, ma per levare quello stato al re de’ romani. Mettesse 
in considerazione che, quando convenisse con li luterani, li 
principi cattolici non potrebbono tollerar un tal disordine, che 
Sua Maestà potesse più sopra loro che sopra li protestanti, 
e penserebbono a novi rimedi. Che vi sono molte altre lecite 
e oneste vie con le quali le cose di Germania si possono se¬ 
durre, essendo preparato il papa, secondo la qualità delle sue 
forze, di non mancarli mai di tutti li aiuti possibili. E quando 
Sua Maestà vi metterà pensiero, truoverà non potersi appro¬ 
vare questi capitoli, che tutta Germania non si faccia luterana: 
il che sarebbe un levar a lei tutta l’autorità, perché la loro 
setta esclude ogni superiorità, predicando sopra ogni altra cosa 
la libertà, anzi licenza. Mettesse in considerazione a Cesare 
di accrescere la lega cattolica e levar alli luterani li aderenti 
il più che si potesse, mandando quella maggior quantità di 
denari in Germania che fosse possibile, per prometterne, e darne 
anco con effetto, a chi seguisse la lega cattolica. Che sarebbe 
anco bene, sotto il titolo di cose turchesche, mandare qualche 
numero di gente spagnola o italiana in quelle parti, trattenen- 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


M3 


dola nelle terre del re de’ romani. Che il pontefice resolveva 
mandare qualche persona alli principi cattolici con denari, per 
promettere e per gratificare quelli che saranno a proposito per 
le cose sue. Confortasse Cesare a far un editto simile a quello 
che il re d’Inghilterra aveva fatto nel suo regno, facendo se¬ 
minare anco destramente che Sua Maestà avesse maneggio col 
detto re per farlo ridurre all’obedienzia pontificia. Diede anco 
il pontefice commissione allo stesso Montepulciano di dolersi 
con Cesare che la regina Maria governatrice delli Paesi Bassi, 
sua sorella, secretamente prestasse favore alla parte luterana; 
che li mandasse uomini a posta; che quando si era per sta¬ 
bilire la lega cattolica, ella scrisse all’elettor di Treveri che 
non v’entrasse, e cosi fu impedita quella santa opera; che 
impedi monsignore di Lavaur, oratore del re di Francia, dal- 
l’andar in Germania per consultare col re de’ romani e col 
legato di Sua Beatitudine sopra le cose della religione; che 
credeva bene il pontefice questo non venir da mala volontà 
di lei, ma per conseglio de cattivi ministri. 

Ma perché si è fatto menzione di un editto del re d’In¬ 
ghilterra in materia della religione, non sarà fuora di propo¬ 
sito raccontar qui come, in quell’istesso tempo della dieta di 
Francfort, Enrico Vili, o perché credesse far il servizio di 
Dio non permettendo rinnovazione di religione nel suo regno, 
o per mostrare costanza in quello ch’aveva scritto nel libro 
contra Lutero, o vero per smentir il papa, che nella sua bolla 
l’imputava di aver pubblicato dottrina eretica nel suo regno, 
fece pubblicar un editto, dove comandava che per tutta Inghil¬ 
terra fosse creduta la reai presenza del vero e naturai corpo 
e sangue di Cristo nostro Signore sotto le specie del pane e 
del vino, non rimanendovi la sustanzia di quelli elementi; che 
sotto l’una e l’altra delle specie si conteneva Cristo tutto intie¬ 
ramente; che la comunione del calice non era necessaria; che 
alli sacerdoti non era lecito contraere matrimonio; che li re¬ 
ligiosi dopo la professione e voti di castità erano perpetua- 
mente obbligati a servarla e vivere nelli monasteri; che la 
confessione secreta e auriculare era non solamente utile, ma 


144 


l’istoria del concilio tridentino 


ancora necessaria; che la celebrazione delle messe, eziandio 
private, era cosa santa, e che comandava fosse continuata nel 
suo regno. Proibì a tutti l’operare o insegnare contra alcuno 
di questi articoli, sotto tutte le pene ordinate dalle leggi con¬ 
tra li eretici. 

È ben meraviglia come il papa, che pochi giorni prima 
aveva fulminato contra quel re, fosse costretto lodare le azioni 
di quello e proporlo all’imperatore per esempio da imitare. 
Cosi il proprio interesse fa lodar e biasimare l’istessa persona. 

Ma il papa, dopo spedito il Montepulciano, avendo veduto 
che con il convocare il concilio e poi differire il termine 
assignato, se ben andava trattenendo le persone, nondimeno 
perdeva assai della reputazione, giudicò necessario lasciar quel 
proceder ambiguo, il quale se bene per lo passato aveva trat¬ 
tenuto il mondo, in progresso però poteva partorir qualche 
sinistro effetto, e fece risoluzione in se medesmo di volersi 
dichiarare e uscire delle ambiguità; e in consistoro, narrata 
la serie delle cose successe, e proposto che era necessario far 
una stabile e ferma risoluzione o in un modo o in un altro, 
pose la materia in consultazione. 

Alcuni delli cardinali, per liberarsi dal timore che ogni 
altro giorno li metteva in spavento, non approvavano il ter¬ 
mine di sospensione, ma averebbono voluto un’espressa dichia¬ 
razione che il concilio non si farebbe, per non vedersi come 
superare li impedimenti prima che fosse conciliata pace tra i 
prencipi: mezzo necessario, senza il quale non si poteva spe¬ 
rare di celebrarlo. Ma li più prudenti erano bilanciati tra 
questo e un altro timore, che non si passasse a’ concili na¬ 
zionali o ad altri remedi più nocivi a loro che il concilio 
generale; e perciò la maggior parte passò nella medesima 
opinione del sospender a beneplacito, pensando che quando 
non fosse parso utile per loro il venir all’effetto, con la pre¬ 
tensione della discordia de’ prencipi o con altra s’avesse 
continuata la sospensione; e se si fosse attraversato pericolo 
di concilio nazionale o di colloqui o d’altro, con metter inanzi 
il concilio generale e assignarli luoco e tempo si rimediasse 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


145 


alli pericoli, per far poi, circa il celebrarlo o no, quello che 
le opportunità avessero consegliato. Fu il partito abbracciato, 
e fu formata una bolla sotto il 13 giugno, per quale il con¬ 
cilio intimato veniva sospeso a beneplacito del papa e della 
sede apostolica. 

Ma il nuncio Montepulciano, andato in Spagna, esequi le 
commissioni sue con Cesare, il quale, per le cause allegate 
dal nuncio o per altri suoi rispetti, non si dechiarò se assen¬ 
tisse o dissentisse al colloquio destinato da farsi all’agosto in 
Noremberg. Poi, succedendo la morte della moglie, e dopo 
quella ancora la sollevazione di Gant e di parte dei Paesi 
Bassi, ebbe occasione, pretendendo affari di maggior impor¬ 
tanza, lasciare la cosa suspesa; e cosi passò tutto l’anno 1539. 

Io, quando mi son posto a scrivere questa istoria, conside¬ 
rando li molti colloqui che sono stati parte solamente intimati 
e parte anco tenuti per componere le differenze della religione, 
son stato in dubbio se convenisse fare di tutti menzione, occor¬ 
rendomi ragioni concludenti per l’una e per l’altra parte. In 
fine, considerato d’aver proposto di narrare tutte le cause del 
concilio tridentino, e osservando nessun colloquio esser stato 
intimato o tenuto, se non per impedire, per divertire, per ri¬ 
tardare, o per incitare o accelerar il concilio, ho risoluto 
meco stesso di far menzione d’ognuno, massime per il frutto 
che si può cavare dalla cognizione delli notabili particolari in 
ciascuno occorsi, come in quello che fu instituito l’anno se¬ 
guente 1540, il quale cosi ebbe origine. 

Cesare passando per Francia andò alli Paesi Bassi per 
accomodare quelle sedizioni, e Ferdinando andò a ritrovarlo: 
dove uno delli principali negozi conferiti da ambedue fu il 
trovare componimento alle cose della religione in Germania. 
Del che essendosi trattato nel conseglio di Cesare con molta 
accuratezza, e parendo che tutti inclinassero ad instituire un 
colloquio sopra questa materia, essendo ciò penetrato all’orec- 
chie del Farnese, che si trovava ivi legato e aveva accompa¬ 
gnato Cesare per il viaggio (il qual cardinale, se ben giovine 
di sotto li venti anni, aveva però in compagnia molte persone 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - i. 


10 



146 


l’istoria del concilio tridentino 


di maneggio, e tra gli altri Marcello Cervino vescovo di Ni- 
castro, il quale dopo fatto papa fu chiamato Marcello II), si 
oppose a questa deliberazione, trattando con Cesare e con 
Ferdinando e con tutti quelli del conseglio, mettendo in con¬ 
siderazione che molte volte era stato trattato con li protestanti 
di concordia, incominciando già dieci anni nella dieta d’Augu- 
sta, né mai s’aveva potuto concludere cosa alcuna: e quando 
ben fosse stata trovata e conclusa qualche concordia, sarebbe 
riuscita vana e senza frutto. Perché li protestanti mutano alla 
giornata opinione, non seguendo una dottrina certa, avendo 
sino contravvenuto alla loro propria confessione augustana: che 
sono lubrici quanto le anguille; si mostravano prima desiderosi 
che li abusi e vizi fossero levati, ora non vogliono più il pon¬ 
tificato emendato, ma estinto, ed estirpata la sede apostolica, 
e abolita ogni giurisdizione ecclesiastica. E se mai furono petu¬ 
lanti, sarebbono allora quando non era ben fermata la pace con 
Francia, e il Turco soprastava l’Ongheria. Non potersi pensare 
di rimuoverli, per essere le controversie sopra innumerabili 
dogmi; e anco, per esser molte le sette tra loro, esser impossi¬ 
bile il concordare con tutti; senzaché la maggior parte di loro 
non hanno altro fine, se non di occupare quel d’altri e rendere 
Cesare senza autorità. Esser vero che la guerra de’ turchi in¬ 
stante conseglia a concordare nella religione; ma questo non era 
da farsi in diete particolari o nazionali, ma in un concilio gene¬ 
rale, il qual si potrebbe intimar immediate; perché, toccando la 
religione, non è da farsi mutazione senza comun consenso. Non 
doversi aver respetto alla sola Germania, ma alla Francia, Spa¬ 
gna ed Italia e agli altri popoli, senza conseglio delli quali se la 
Germania farà mutazione, ne nascerà una divisione pericolosa 
di quella provincia dalle altre. Esser antichissimo costume sino 
dagli apostoli che col solo concilio sono state terminate le con¬ 
troversie; e tutti li re, principi e uomini pii desiderarlo ora. 
Potersi con facilità concludere ora la pace tra Cesare e il re 
di Francia, e immediate far il concilio, e fra tanto attender a 
crescere numero e potenzia alla lega cattolica di Germania; 
il che farà che li protestanti, intimiditi per ciò, si sottomette- 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 147 

ranno al concilio, o vero saranno sforzati dalli cattolici; e 
quando sarà necessario resister al Turco, essendo la lega 
cattolica potente, si potrà redur anco li protestanti in necessità 
di contribuirvi. Il che se non volessero fare, esser necessario 
di due mali elegger il minore, essendo mal maggiore offender 
Iddio, abbandonata la causa della religione, che mancar del¬ 
l’aiuto d'una parte d’una provincia, massime che non è facile 
da determinare chi siano più contrari a Cristo, li protestanti 
o li turchi, poiché questi mirano a metter in servitù li corpi, 
e quelli li corpi e le anime insieme. Tutti li discorsi e ragio¬ 
namenti del cardinale avevano per conclusione che conveniva 
chiamar il concilio e principiarlo quello stesso anno, e non 
trattar della religione nelle diete di Germania, ma attender ad 
accrescere la lega cattolica e far la pace col re di Francia. 

Cesare, dopo molta deliberazione, concluse di voler tentare 
la via della concordia, e ordinò di far una dieta in Germania, 
in quel luoco dove Ferdinando avesse giudicato bene, invi¬ 
tando li principi protestanti a trovarvisi in persona, e promet¬ 
tendo sicurezza pubblica a tutti. E il cardinale Farnese, intesa 
questa conclusione fatta senza sua saputa, si parti immediate; 
e passato per Parisi ottenne dal re un severo editto contra li 
eretici e luterani, che, pubblicato in quella città, si esegui poi 
per tutta la Francia con molto rigore. 

In Germania fu da Ferdinando la dieta congregata in 
Aganoa, dove con li dottori cattolici intervennero molti delli 
predicatori e ministri luterani ; e furono deputati per media¬ 
tori tra le parti li elettori di Treveri e palatino col duca Lodo- 
vico di Baviera, e Vieimo vescovo d'Argentina. Li protestanti, 
ricercati che presentassero li capi della dottrina controversa, 
risposero che già dieci anni in Augusta avevano presentato 
la loro confessione e una apologia in difesa; che perseveravano 
in quella dottrina, apparecchiati di renderne conto a tutti ; e 
non sapendo che cosa fosse represo dalli avversari, non ave¬ 
vano che dire oltra di quello, ma aspettavano d’intendere da 
loro ciò che reputassero essere contrario alla verità; che cosi 
la cosa venirà a colloquio, ed essi non mancheranno d’aver 



148 


l’istoria del concilio tridentino 


innanzi gli occhi la concordia. I cattolici subito presero il 
punto, e assentendo a quello che gli altri proponevano, infe¬ 
rivano che conveniva avere per approvate tutte le cose in 
quella dieta passate, e avere per fermo e stabilito il decreto 
nel recesso promulgato, e portar inanzi la forma di reconci¬ 
liazione in quella dieta incominciata. Li protestanti, conoscendo 
il disvantaggio loro proseguendo in quella forma, e il pregiu- 
dicio che gli averebbe inferito quel decreto, instavano per una 
nova forma, rimossi tutti li pregiudici. Dall’altro canto li cat¬ 
tolici, dovendosi rimovere ogni pregiudicio, dimandavano che 
fossero anco dalli protestanti purgati gli attentati, e fossero 
restituiti li beni delle chiese occupati. Replicarono li prote¬ 
stanti li beni non essere stati occupati, ma con la rinnovazione 
della buona dottrina riapplicati a quei usi legittimi e onesti 
a’ quali furono destinati nella prima instituzione, dalla quale 
avevano gli ecclesiastici degenerato; e però essere necessario 
prima decidere li ponti della dottrina, che parlare delli beni. 
E crescendo le contenzioni, Ferdinando concluse che s’insti- 
tuisse una nova forma non pregiudiciale ad alcuno, e trattas¬ 
sero dottori d’ambe le parti in numero pari, e fosse lecito al 
pontefice mandarvi suoi nonci, e il colloquio fosse rimesso a 
principiarsi in Vormazia il 28 d’ottobre seguente, sotto il bene¬ 
placito di Cesare. Accettarono il decreto li protestanti, dechia- 
rando che, quanto all’intervenire nonci, non repugnavano; ma 
bene non intendevano che fosse perciò attribuito alcuno pri¬ 
mato al papa, né autorità a loro. 

Cesare confirinò il decreto e ordinò la reduzione, desti¬ 
nando suo commissario a quel colloquio il Granvella; il quale, 
andatovi insieme col vescovo d’Arras suo figlio, che fu poi 
cardinale, e tre teologi spagnoli, diede principio facendo un 
ragionamento molto pio e molto apposito a componere le dif¬ 
ferenze. Pochi giorni dopo arrivò Tomaso Campegio, vescovo 
di Feltre e noncio del pontefice, perché il papa, quantunque 
vedesse che ogni trattazione di religione in Germania era 
perniciosa per le cose sue, e perciò avesse fatto ogni diligenza 
per interrompere quel colloquio, nondimeno reputava minor 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


149 


male l’acconsentirvi che il lasciarlo fare senza suo volere. Il 
noncio, seguendo l’instruzione del pontefice, nel suo ingresso 
fece un ragionamento, dicendo che la quiete della Germania 
era stata procurata sempre dalli pontefici, e massime da 
Paulo III, il quale perciò aveva intimato il concilio generale 
in Vicenza, se ben era stato sforzato differirlo in altro tempo, 
per non vi esser andato alcuno; e al presente era deliberato 
di nuovo intimarlo in luoco più opportuno; nel quale acciò 
là fossero trattate con frutto le cose della religione, aveva con¬ 
cesso a Cesare che si potesse tener un colloquio in Germania, 
che fosse un preludio per disponere alla resoluzione del con¬ 
cilio, e aveva mandato lui per intervenirvi e coadiuvare: però 
pregava tutti d’inviar ogni cosa alla concordia, promettendo 
che il pontefice sarebbe per fare tutto quello che si potesse, 
salva la pietà. Vi arrivò anco il vescovo di Capo d’Istria, di 
sopra spesso nominato; il quale, se bene mandato dal ponte¬ 
fice come molto versato nell’ intendere gli umori di Germania, 
intervenne però come mandato da Francia, per meglio far il 
servizio del papa sotto nome alieno. Egli fece stampare un’ora¬ 
zione, che portava per soggetto l’unità e pace nella Chiesa, 
la qual aveva per scopo di mostrare che per ottenere questo 
fine non fosse buon mezzo il concilio nazionale; e questa la 
distribuì a quante più persone potè, ad effetto d’interrompere 
quel colloquio che ne aveva sembianza. Si consumò gran tempo 
nel dar forma alla conferenza, cosi quanto alla secretezza, 
come quanto al numero dei dottori che dovessero parlare; e 
non mancavano quelli che studiosamente protraevano il tempo, 
cosi per li diligenti uffici fatti dal nuncio Campegio, come 
per li maneggi segreti del Vergerio. Finalmente fu ordinato 
che parlassero per la parte dei cattolici Giovanni Ecchio e 
per li protestanti Filippo Melantone, e la materia fosse del 
peccato originale. 

Mentre che queste cose camminavano in Vormazia, il nuncio 
pontificio residente appresso Cesare non cessava di persuadere 
la Maestà sua che quel colloquio era per parturire qualche 
gran scisma, per far diventare tutta la Germania luterana, e 



150 l’istoria del concilio tridentino 

non solo levare l'obedienzia al pontefice, ma anco indebolire 
la sua; replicava de quei medesimi concetti usati dal Monte¬ 
pulciano per impedir il colloquio determinato nella dieta di 
Francfort, e delli usati dal cardinale Farnese per impedire 
quello d’Aganoa. Finalmente Cesare, considerate quelle ragioni 
e li avvisi datigli dal Granvella delle difficoltà che incontrava, 
e pensando di far meglio l’opera esso in propria persona, ri¬ 
solvè che il colloquio non procedesse più innanzi. Per il che, 
avendo parlato tre giorni Ecchio e Melantone, fu interrotto il 
colloquio, essendo venute lettere da Cesare che richiamavano 
il Granvella e rimettevano il rimanente alla dieta di Ratisbona. 

Quella si cominciò a congregare nel marzo 1541. Si ri¬ 
trovò Cesare in persona, con speranza grandissima di dover 
terminare tutte le discordie e unire la Germania in una reli¬ 
gione. Per qual effetto aveva anco pregato il pontefice che 
volesse mandar un legato, persona dotta e discreta, con am¬ 
plissima autorità, si che non fosse stato bisogno mandar a 
Roma per cosa alcuna, ma s’avesse potuto determinare là im¬ 
mediate tutto quello che dalla dieta e dal legato fosse stato 
giudicato conveniente; dicendo che perciò aveva esaudite l'ef¬ 
ficaci istanze fattegli dal nuncio residente appresso sé per 
interrompere il colloquio di Vormazia. 

Mandò il pontefice legato Gasparo Cardinal Contarini, uomo 
stimato di eccellente bontà e dottrina; l’accompagnò anco con 
persone ben instrutte di tutti li interessi della corte e con 
notari che dovessero far instrumento di tutte le cose che fos¬ 
sero trattate e dette: li diede in commissione che, se presen¬ 
tisse trattarsi di far cosa in diminuzione dell’autorità pontificia, 
interrompesse con propor il concilio generale, unico e vero 
rimedio; e quando l’imperatore fosse sforzato a condescendere 
alli protestanti in qualche cosa pregiudiciale, egli dovesse con 
l’autorità apostolica proibirla; e se fosse fatta, condannarla e 
dechiararla irrita, e partirsi dal luogo della dieta, ma non dalla 
compagnia di Cesare. 

Gionto il legato a Ratisbona, la prima cosa che ebbe a 
fare con l’imperatore fu scusar il pontefice che non li avesse 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 151 

data quella amplissima autorità e assoluta potestà che Sua 
Maestà desiderava: prima, perché è cosi annessa alle ossa del 
pontificato che non può essere concessa ad altra persona, poi 
ancora perché non si trovano parole né clausule con le quali 
si possi comunicare dal pontefice l’autorità di determinare le 
cose controverse della fede, essendo il privilegio di non poter 
fallare donato alla sola persona del pontefice in quelle parole: 
Ego rogavi prò te, Petre. Ma ben, che Sua Santità gli aveva 
data ogni potestà di concordare con li protestanti, purché essi 
ammettino li principi, che sono: il primato della sede aposto¬ 
lica instituito da Cristo e li sacramenti si come sono inse¬ 
gnati nella chiesa romana, e le altre cose determinate nella 
bolla di Leone; offerendosi nelle altre cose di dare ogni satisfa- 
zione alla Germania, ma pregando Sua Maestà che non volesse 
ascoltare proposta di cosa, la quale non fosse conveniente con¬ 
cedere senza saputa delle altre nazioni, acciò non si facesse 
nella cristianità qualche divisione pericolosa. 

Delle cose che in quella dieta passarono è necessario far 
particolare menzione, perché quella fu causa principale che 
indusse il pontefice non tanto a consentire, come prima, ma 
anco a metter ogni spirito acciò il concilio si congregasse; e li 
protestanti a certificarsi che né in concilio, né dove interve¬ 
nisse ministro del papa potevano sperare di ottenere cosa 
alcuna. 

Si cominciò la prima azione a’ 5 di aprile, dove fu pro¬ 
posto per nome di Cesare come, vedendo la Maestà sua il 
Turco penetrato nelle viscere di Germania, di che ne era causa 
la divisione delli stati dell’Imperio per il dissidio della reli¬ 
gione, aveva sempre cercato via di pacificarla; ed essendoli 
parsa comodissima quella del concilio generale, era andate* a 
posta in Italia per trattarne con Clemente; e dopo, non avendo 
potuto condurlo ad effetto, era tornato e andato in persona a 
Roma per trattarne con Paulo. Il quale anco si era mostrato 
pronto; ma non avendosi potuto effettuare per vari impedi¬ 
menti della guerra, finalmente aveva convocata quella dieta e 
ricercato il pontefice di mandarci un legato. Ora non desiderar 


152 


l’istoria del concilio tridentino 


altro, se non che qualche composizione si mandi ad effetto, e 
che da ambe le parti siano eletti qualche picciol numero di 
uomini pii e dotti ; e conferito amichevolmente sopra le cose 
controverse, senza pregiudicio di alcuna delle parti, propongano 
in dieta li modi della concordia, acciò, deliberato il tutto col 
legato, si possi venir alla desiderata conclusione. Nel modo 
di eleggere questi trattatori fu subito controversia tra li catto¬ 
lici e li protestanti; per il che Cesare, desideroso che qualche 
ben si facesse, domandò e ottenne dall’una parte e dall’altra 
che concedessero a lui di nominare le persone e si confidas¬ 
sero che non farebbe se non cosa di beneficio comune. Elesse 
per li cattolici Giovanni Ecchio, Giulio Flugio e Giovanni 
Groppero, e per li protestanti Filippo Melantone, Martino Bu¬ 
cero e Giovanni Pistorio: li quali chiamò a sé, e con gravis¬ 
sime parole li ammoni a dar bando alli affetti e aver mira 
alla gloria di Dio. Prepose al colloquio Federico prencipe 
palatino e il Granvella, aggiontovi alcuni altri per intervenirvi, 
acciò il tutto passasse con maggior dignità. 

Congregato il colloquio, Granvella messe fuora un libro, 
dicendo essere stato dato a Cesare da alcuni uomini pii e dotti 
come buono per la futura concordia; ed essere volontà di 
Cesare che lo leggessero ed esaminassero, dovendoli servire 
come argomento e materia di quello che dovevano trattare; e 
che quello che piacesse a tutti, fosse confermato; quello che 
dispiacesse, corretto; e dove non convenissero, si procurasse 
di redursi a concordia. Conteneva il libro ventidue articoli: 
della creazione dell’uomo e integrità della natura, del libero 
arbitrio, della causa del peccato originale, della giustificazione, 
della Chiesa e suoi segni, delli segni della parola di Dio, della 
panitenzia dopo il peccato, dell'autorità della Chiesa, dell’in¬ 
terpretazione della Scrittura, delli sacramenti, del sacramento 
dell’ordine, del battesimo, della confirmazione, dell’eucaristia, 
della penitenzia, del matrimonio, dell’estrema unzione, della 
carità, della ierarchia ecclesiastica, delli articoli determinati 
dalla Chiesa, dell’uso e amministrazione e ceremonie de’ sa¬ 
cramenti, della disciplina ecclesiastica, della disciplina del 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


153 


populo. Fu letto ed esaminato, e alcune cose furono appro¬ 
vate, e altre per comun consenso corrette; in altre non potèro 
convenire; e queste furono: nel nono della potestà della Chiesa, 
nel decimoquarto del sacramento della penitenzia, nel diciot¬ 
tesimo della ierarchia, nel diciannovesimo delli articoli deter¬ 
minati dalla Chiesa, nel ventunesimo del celibato. Dove resta¬ 
rono differenti, l’una e l’altra parte scrisse il suo parere. 

Il che fatto, nel consesso de tutti li prencipi Cesare portò 
le cose convenute e li pareri differenti de’ colloquatori, ricer¬ 
cando il parere di tutti e insieme proponendo la emendazione 
dello stato della repubblica, cosi civile come ecclesiastico. 
Li vescovi rifiutarono affatto il libro della concordia e tutta 
l’azione del colloquio; ai quali non consentendo li altri elet¬ 
tori e principi cattolici desiderosi della pace, fu concluso che 
Cesare, come avvocato della Chiesa, col legato apostolico esa¬ 
minasse le cose concordate, e se alcuna cosa fosse oscura, la 
facessero esplicare; e trattasse poi con li protestanti che nelle 
cose controverse consentissero a qualche cristiana forma di 
concordia. Cesare comunicò il tutto col legato, e fece instanzia 
che si dovesse riformare lo stato ecclesiastico. Il legato, con¬ 
siderate tutte le cose, diede una risposta in scritto, non men 
chiara degli antichi oracoli, in questa forma cioè: che avendo 
visto il libro presentato all’imperatore e le cose scritte dalli 
deputati del colloquio, cosi concordemente con le apostille 
dell’una e l’altra parte, come anco le eccezioni delli prote¬ 
stanti, li pareva che, essendo li protestanti differenti in alcuni 
articoli dal comune consenso della Chiesa (nei quali però non 
disperava che, con l’aiuto di Dio, non fossero per consentire), 
non si dovesse ordinar altro circa il rimanente, ma rimettere 
al sommo pontefice e alla sede apostolica; il quale, o nel 
concilio generale che presto si farà, o in altro modo se biso¬ 
gnerà, potrà difinirle secondo la verità cattolica, e determinare, 
avuto risguardo ai tempi e a quello che fosse espediente per 
la repubblica cristiana e per la Germania. 

Ma quanto alla riforma dello stato ecclesiastico si offri 
prontissimo; e a questo fine congregò in casa sua tutti li ve- 



154 


l’istoria del concilio tridentino 


scovi e fece loro una longhissima esortazione. Prima, quanto 
al modo del vivere, che si guardassero da ogni scandolo e 
apparenzia di lusso, avarizia o vero ambizione; quanto alla 
famiglia loro, sapessero che da quella il populo fa congettura 
delli costumi del vescovo; che per custodir il loro gregge 
dimorassero nelli luochi più abitati della diocesi, e nelli altri 
luochi avessero fedeli esploratori; visitassero le diocesi, con¬ 
ferissero li benefìci a uomini da bene e idonei, dispensassero 
le rendite episcopali nei bisogni de’ poveri, fuggendo non solo 
il lusso, ma il soverchio splendore; provvedessero de predica¬ 
tori pii, dotti e discreti, e non contenziosi; procurassero che 
la gioventù fosse ben instituita, vedendosi che li protestanti 
per questo tirano a sé tutta la nobiltà. Redusse in scritto questa 
orazione, e la diede a Cesare, alli vescovi e alli principi; il 
che fu occasione alli protestanti di tassare insieme la risposta 
data a Cesare e l’esortazione fatta alli prelati, allegando per 
causa del motivo loro che, essendo pubblicato il scritto, pa¬ 
rerebbe, dissimulando, che l’approbassero. Non piacque manco 
alli cattolici la risposta data a Cesare, parendo che approvasse 
le cose concordate nel colloquio. 

Ma l’imperatore diede parte in pubblica dieta di tutto quello 
che sino allora era fatto, e comunicò le scritture del legato, 
e concluse che, avendo usato tutte le diligenzie possibili, non 
vedeva che altra cosa si potesse fare di più fuor che delibe¬ 
rare se, salvo il recesso della dieta d’Augusta, si doveva re- 
cever gli articoli concordati in questa conferenza come cristiani, 
né metterli più in disputa, almeno sino al concilio generale 
che presto si tenirà, come pareva anco esser opinione del le¬ 
gato; o vero, non facendosi il concilio, sino ad una dieta, 
dove però siano esattamente trattate tutte le controversie della 
religione. 

Dalli elettori fu risposto, approvando indubitatamente per 
buono ed utile che li articoli accordati nel colloquio siano 
ricevuti da tutti sino al tempo del concilio, nel quale si po¬ 
tranno di novo esaminare; o vero, in difetto di quello, in un 
concilio nazionale o in una dieta, dovendo questo servire ad 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


*55 


introdur una più perfetta reconciliazione nelli altri articoli non 
concordati ; ma ancora pregar Sua Maestà a voler passar più 
inanzi, se vi fosse speranza di concordar altro di più in quella 
dieta; e se l’opportunità noi permetteva, lodavano molto il 
trattar col pontefice e operar che quanto prima si congregasse 
in Germania un concilio generale, o vero nazionale, con sua 
buona grazia, per stabilire totalmente l’unione. L’istessa ri¬ 
sposta fecero li protestanti, solo dechiarandosi che, si come 
desideravano un libero e cristiano concilio in Germania, cosi 
non potevano consentire in uno, dove il papa e li suoi aves¬ 
sero la potestà di conoscere e giudicare le cause della reli¬ 
gione. Ma li vescovi insieme con alcuni pochi principi catto¬ 
lici altramente risposero: prima confessando che in Germania 
e nelle altre nazioni erano molti abusi, sette ed eresie, che 
non potevano esser estirpate senza un concilio generale; aggion- 
gendo che non potevano acconsentire ad alcuna mutazione di 
religione, ceremonie e riti, poiché il legato pontificio offerisce 
il concilio tra breve tempo e Sua Maestà è per trattarne con 
Sua Santità. Ma quando il concilio non si potesse celebrare, 
pregavano che il pontefice e Cesare volessero ordinare un con¬ 
cilio nazionale in Germania; il che se non piacesse loro, di 
novo si dovesse congregar una dieta per estirpar gli errori, 
essendo essi determinati d’aderir alla vecchia religione, secondo 
che è contenuta nella Scrittura, concili, dottrine de’ Padri, ed 
anco nelli recessi imperiali, e massime in quello d’Augusta. 
Che non consentiranno mai che siano ricevuti gli articoli con¬ 
cordati nel colloquio, per esser alcuni d’essi superflui, come 
li quattro primi, e perché vi sono forme di parlar, in quelli, 
non conformi alla consuetudine della Chiesa, oltre anco alcuni 
dogmi parte dannabili, parte da essere temperati; ed ancora 
perché li articoli accordati sono di minor momento e li impor¬ 
tanti restano in discordia; e perché li cattolici del colloquio 
avevano concesso troppo alli protestanti, di onde veniva lesa 
la riputazione del sommo pontefice e delli stati cattolici. Con¬ 
cludevano essere meglio che li atti del colloquio fossero lasciati 
al suo luoco, e tutto il pertinente alla religione differito al 



156 l’istoria del concilio tridentino 

concilio generale o nazionale, o alla dieta. A questa risposta 
de’ cattolici diede occasione non solo il parer a loro che la 
proposta di Cesare fosse molto avvantaggiosa per li protestanti, 
ma ancora perché li tre dottori cattolici del colloquio erano 
entrati in differenzia tra loro. 

Ma il legato, inteso come Cesare l’aveva nominato per 
consenziente allo stabilimento delle cose concordate, cosi per 
proprio timore come spinto dalle instanzie delli ecclesiastici 
di dieta, andò a Cesare, e si querelò che fosse stata mal 
interpretata la sua risposta e che fosse incolpato d’aver con¬ 
sentito che le cose concordate si tollerassero sino al concilio; 
che la mente sua era stata che non si risolvesse cosa alcuna, 
ma ogni cosa si mandasse al papa; il quale prometteva, in fede 
di buon pastore e universale pontefice, di fare che il tutto 
fosse determinato per un concilio generale o per altra via equi¬ 
valente, con sincerità e senza nessun affetto umano, non con 
precipizio, ma maturamente, avendo sempre mira al servizio 
di Dio: si come la Santità sua nel principio del pontificato 
per questo medesmo fine aveva mandato lettere e nonci alli 
principi per celebrar il concilio, e poi intimatolo, e mandato 
al luoco i suoi legati; e che se aveva sopportato che in Ger¬ 
mania tante volte s’avesse parlato delle cose della religione 
con poca reverenzia dell’autorità sua, alla qual sola spetta 
trattarle, l’aveva fatto per esserli dalla Maestà sua data inten¬ 
zione e promesso che ciò si faceva per bene. Esser cosa contra 
ogni ragione voler la Germania, con ingiuria della sede apo¬ 
stolica, assumersi quello che è di tutte le nazioni cristiane. 
Per il che non è d’abusar piu la clemenza del pontefice, con¬ 
cludendo in una dieta imperiale quello che tocca al papa ed 
alla Chiesa universale; ma mandar il libro e tutta l’azione del 
colloquio, insieme con li pareri di una parte e l’altra, a Roma, 
e aspettar dalla Santità sua la deliberazione. E non sodisfatto 
di questo, pubblicò una terza scrittura, la quale conteneva 
che, essendo stata data varia interpretazione alla scrittura sua 
data alla Maestà cesarea sopra il trattato del colloquio, inter¬ 
pretandola alcuni come se avesse consentito che si dovessero 




LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


157 


osservare sino al concilio generale gli articoli concordati, e 
intendendo altri che egli avesse rimesso al pontefice e quelli 
e tutte le altre cose, acciò in questa parte non restasse alcuna 
dubitazione, dechiara non aver avuto intenzione con la scrit¬ 
tura di decidere alcuna cosa in questo negozio, né che alcun 
articolo fosse ricevuto o tollerato sino al futuro concilio, e che 
meno allora lo decideva o difiniva, ma che ha rimesso al 
sommo pontefice tutto il trattato e tutti li articoli di quello, 
si come ancora li rimetteva; il che avendo dechiarato alla 
cesarea Maestà in voce, voleva anco dechiararlo e confirmarlo 
a tutto il mondo con scrittura. 

E non contento di questo, ma considerando che il voto 
di tutti li principi cattolici, eziandio delli ecclesiastici, con¬ 
cordava in domandar concilio nazionale, e che nella instruzione 
sua aveva avuta strettissima commissione dal pontefice di oppo- 
nersi, quando di ciò si trattasse, se ben lo volessero fare con 
autorità pontificia e con presenzia di legati apostolici, e che 
mostrasse quanto sarebbe in pernicie delle anime e con in¬ 
giuria dell’autorità pontificia, alla quale venirebbe levata la 
potestà che Dio li ha data per concederla ad una nazione; e che 
raccordasse all’imperatore quanto egli medesmo avesse detestato 
il concilio nazionale essendo in Bologna, conoscendolo perni¬ 
cioso all’autorità imperiale (poiché li sudditi, preso animo dal 
vedersi concessa potestà di mutar le cose della religione, pen- 
serebbono anco a mutar lo stato); e che Sua Maestà dopo il 
1532 non volse mai più celebrar in sua presenza dieta impe¬ 
riale per non dar occasione di dimandar concilio nazionale; 
fece il cardinale diligentemente l’ufficio con Cesare e con cia¬ 
scuno delli principi. E oltre ciò pubblicò un’altra scrittura in¬ 
drizzata alli cattolici, in quella dicendo: aver considerato 
diligentemente di quanto pregiudicio fosse se le controversie 
della fede si rimettessero al concilio d’una nazione, e aver 
giudicato esser ufficio suo di ammonirli che onninamente do¬ 
vessero levar via quella clausula, essendo cosa manifestissima 
che nel concilio nazionale non si può determinare le contro¬ 
versie della fede, concernendo questo lo stato universale della 


158 l’istoria del concilio tridentino 

Chiesa; e se alcuna cosa fosse determinata in quello, sarebbe 
nulla, irrita e vana. Il che se essi avessero levato, come egli 
li persuadeva, si come sarebbe gratissimo alla Santità del pon¬ 
tefice, che è capo della Chiesa e di tutti i concili, cosi non 

10 facendo li sarebbe molestissimo: essendo cosa chiara che 
in questo modo sarebbono per nascere maggiori sedizioni nelle 
controversie della religione, cosi nelle altre nazioni come in 
quella nobilissima provincia. Che non aveva voluto tralasciare 
questo ufficio, per obedir all’instruzione di Sua Santità e per 
non mancar al carico della legazione impostagli. 

A questa scrittura del legato risposero li principi che era 
in potestà di esso di remediare e prevenire tutti li inconve¬ 
nienti che potessero nascere, operando con Sua Santità che 

11 concilio universale fosse intimato e celebrato senza più longa 
procrastinazione; che cosi si leverebbe ogni occasione di con¬ 
cilio nazionale, il che tutti li stati dell’ Imperio desiderano e 
pregano. Ma se il concilio generale, tante volte promesso ed 
anco finalmente da lui, non si reducesse ad effetto, la mani¬ 
festa necessità della Germania ricercava che le controversie 
fossero determinate in uno concilio nazionale o in una dieta 
imperiale, con l’assistenza di un legato apostolico. Li teologi 
protestanti con una longa scrittura risposero essi ancora, di¬ 
cendo che non poteva nascere né maggiore sedizione né sedi¬ 
zione alcuna, quando le controversie della religione saranno 
composte secondo la parola di Dio, e che i manifesti vizi sa¬ 
ranno corretti secondo la dottrina della Scrittura e li indubi¬ 
tati canoni della Chiesa; che nelli tempi passati mai è stato 
negato alli concili nazionali il determinare della fede, avendo 
avuto promessa da Cristo della sua assistenza quando anco 
fossero due o tre soli congregati nel nome suo. Esservene 
numero grande de concili, non solo nazionali, ma anco di 
pochissimi vescovi, che hanno determinato le controversie e 
fatto instituzioni delli costumi della Chiesa in Sona, Grecia, 
Africa, Italia, Francia e Spagna, contra li errori di Samo- 
sateno, Ario, donatisti, Pelagio e altri eretici; le determina¬ 
zioni de’ quali non si possono dire nulle, irrite e vane senza 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


159 


ini pietà. Essere ben stato concesso alla sede romana che fosse 
la prima, e al vescovo di Roma che fosse, tra li patriarchi, 
di prerogativa autorità; ma che sia stato chiamato capo della 
Chiesa e del li concili non trovarsi appresso alcun Padre. Cristo 
solo è capo della Chiesa; Paulo, Apollo e Cefa sono ministri 
di essa. Che qual cosa possino aspettare da Roma, la disci¬ 
plina che vi si osserva già tanti secoli e la tergiversazione al 
celebrar un legittimo concilio lo mostrano. 

Ma Cesare, dopo longa discussione, a’ 28 di luglio fece il 
recesso della dieta, rimettendo ogni azione del colloquio al 
concilio generale o alla sinodo nazionale di Germania o vero 
a una dieta dell’Imperio. Promise d’andare in Italia e di trat¬ 
tare col pontefice del concilio; il quale non potendo ottenere, 
né generale né nazionale, tra diciotto mesi intimerebbe una 
dieta dell’Imperio per assettare le cose della religione, ope¬ 
rando che il pontefice vi mandi un legato. Comandò alli pro¬ 
testanti di non ricevere nuovi dogmi se non li concordati, 
e alli vescovi che riformassero le loro chiese. Comandò che 
non fossero destrutti li monasteri, né occupati li beni delle 
chiese, né sollicitato alcuno a mutar religione. E per dare 
maggior sodisfazione a’ protestanti, aggionse che quanto a 
dogmi non ancora accordati non li prescriveva cosa alcuna: 
quanto alli monasteri de’ monachi, che non si dovevano de¬ 
struggere, ma ben redurli ad una emendazione pia e cristiana; 
che li beni ecclesiastici non si dovessero occupare, ma fossero 
lasciati alli ministri, senza aver risguardo di diversità di re¬ 
ligione; che non si possi sollecitar alcuno a mutar religione, 
ma ben potessero essere ricevuti quelli che spontaneamente 
vorranno mutarla. Sospese ancora il recesso di Augusta, quanto 
s’aspetta alla religione e alle cose che da quella derivano, 
sin che nel concilio o in dieta le controversie fossero deter¬ 
minate. 

Finita la dieta, Cesare passò in Italia; e in Lucca ebbe 
ragionamento col pontefice sopra il concilio, e sopra la guerra 
dei turchi. E restarono in conclusione che la Santità sua per¬ 
ciò mandasse un nuncio in Germania per prender risoluzione 



i6o l’istoria del concilio tridentino 

nell’una e nell’altra materia nella dieta che doveva esser in Spira 
nel principio dell’anno seguente, e che il concilio si facesse 
in Vicenza, si come già fu appuntato. Significò il papa la 
risoluzione al senato veneto, al quale non pareva più per di¬ 
versi rispetti esser a proposito che concorresse in quella città 
tanta moltitudine, e che si trattasse della guerra de’ turchi, 
come s’averebbe al sicuro fatto, o con fine di farla in effetto, 
o per bella apparenza solamente. Laonde rispose che per rac¬ 
cordo fatto da loro nuovamente col Turco, variati li rispetti, 
non potevano restare nella stessa deliberazione, perché si sa¬ 
rebbe generato nella mente di Solimano sospetto che procu¬ 
rassero di fare congiurar li prencipi cristiani contra lui. Onde 
convenne al papa far altro disegno. Ma il cardinale Contarini 
pati molte calonnie nella corte romana, dove era nata opinione 
che egli avesse qualche affetto alle cose luterane; e quelli che 
meno mal parlavano di lui, dicevano che non si era opposto 
quanto conveniva, e che aveva messo in pericolo l’autorità 
pontificia. Il papa non si tenne servito da lui, se ben era di¬ 
feso con tutti li spiriti dal cardinale Fregoso; ma ritornato al 
pontefice, che si ritrovava in Lucca aspettando quivi l’impe¬ 
ratore, e reso conto della legazione, gli diede sodisfazione 
pienissima. 

In questo stato di cose fini l’anno 1541, e nel seguente 
mandò il pontefice a Spira (dove in presenza di Ferdinando 
la dieta si teneva) Giovanni Morone vescovo di Modena. Il 
quale, seguendo la commissione datagli quanto al concilio, 
espose: la mente del pontefice essere la medesima che per 
il passato, cioè che il concilio pur una volta si facesse; che 
l’aveva sospeso con volontà di Cesare, per aprire inanzi qual¬ 
che adito di concordia in Germania; la quale vedendo essere 
stata vanamente tentata, egli ritornava alla deliberazione di 
prima di non differirne la celebrazione. Ma quanto al congre¬ 
garlo in Germania, non si poteva compiacerli, perché egli 
voleva intervenirvi personalmente, e la età sua, e la longhezza 
della strada, e la mutazione tanto diversa dell’aria ostaria al 
transferirsi in quella regione, la quale non pareva manco 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


161 


comoda alle altre nazioni; senzaché vi era gran probabilità 
di temere che in Germania non si potessero trattare le cose 
senza turbolenzia: per il che li pareva più a proposito Fer¬ 
rara o Bologna o Piacenza, città tutte grandi ed opportunis¬ 
sime: quali quando non piacessero a loro, si contentava di 
farlo in Trento, città alli confini di Germania. Che averebbe 
voluto darci principio alla Pentecoste, ma per l’angustia del 
tempo l’aveva allongato a’ 13 d’agosto. Pregava tutti di voler 
convenire in questo e, deposti gli odi, trattare la causa di Dio 
con sincerità. 

Ferdinando e li principi cattolici ringraziarono il pontefice, 
dicendo che non potendo ottenere un luoco atto in Germa¬ 
nia, come sarebbe Ratisbona o Colonia, si contentavano di 
Trento. Ma li protestanti negarono di consentire né che il 
concilio fosse intimato dal pontefice, né che il luogo fosse 
Trento; il che fu causa che in quella dieta, quanto al conci¬ 
lio, non si fece altra determinazione. 

Con tutto ciò il pontefice mandò fuora la bolla dell’inti¬ 
mazione sotto li 22 maggio di questo anno. Nella quale, com¬ 
memorato il desiderio suo di provveder alli mali della cristianità, 
diceva avere continuamente pensato alli remedi; né trovando¬ 
sene più opportuno che la celebrazione del concilio, venne in 
ferma resoluzione di congregarlo. E fatta menzione della con¬ 
vocazione mantoana, poi della sospensione, e passato alla 
convocazione vicentina, e all’altra suspensione fatta in Genoa, 
finalmente di quella a beneplacito, passò a narrare le ragioni 
che l’avevano persuaso a continuare la stessa sospensione sino 
allora. Le quali furono: la guerra di Ferdinando in Ongaria, 
la rebellione di Fiandra contra Cesare e le cose seguite per 
la dieta di Ratisbona, aspettando che fosse il tempo destinato 
da Dio per questa opera. Ma finalmente, considerando che ogni 
tempo è grato a Dio quando si tratta di cose sante, era riso¬ 
luto di non aspettar più altro consenso de prencipi, e non 
potendo avere più Vicenza, ma desiderando dare satisfazione, 
quanto al luoco, alla Germania, intendendo che essi deside¬ 
ravano Trento, quantunque a lui paresse maggiormente comodo 

li 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 



I 6 2 


l’istoria del concilio tridentino 


un luoco più dentro Italia, nondimeno per paterna carità in¬ 
chinò la propria volontà alle loro dimande, ed elesse Trento 
per celebrarvi il concilio ecumenico al primo di novembre 
prossimo, interponendo quel tempo, acciocché il suo decreto 
potesse essere pubblicato e i prelati avessero spacio d’arri¬ 
vare al luoco. Per il che per autorità del Padre, Figliuolo e 
Spirito Santo, e degli apostoli Pietro e Paulo, la qual esso 
esercita in terra, col conseglio e consenso dei cardinali, levata 
qualunque suspensione, intima il sacro ecumenico e generai 
concilio in quella città, luoco comodo e libero ed opportuno 
a tutte le nazioni, da esser principiato al primo di quel mese, 
proseguito e terminato: chiamando tutti li patriarchi, arci¬ 
vescovi, vescovi, abbati e tutti quelli che per legge o privi¬ 
legio hanno voto nei concili generali, e comandandoli in virtù 
del giuramento prestato a lui ed alla sede apostolica, e per 
santa obedienzia, e sotto le pene della legge e consuetudine 
contra li inobedienti, che debbino ritrovarvisi; e se saranno 
impediti, far fede dell’impedimento o mandare procuratori; 
pregando l’imperatore, il re cristianissimo e li altri re, duchi 
e principi d’intervenirvi, o, essendo impediti, mandar amba¬ 
sciatori, uomini di gravità e autorità, e fare venire dalli suoi 
regni e provincie li vescovi e prelati: desiderando questo più 
dalli prelati e principi di Germania, per causa de’ quali il con¬ 
cilio è intimato nella città desiderata da loro, acciocché si possi 
trattare le cose spettanti alla verità della cristiana religione, alla 
correzione de’ costumi e alla pace e concordia dei popoli e prin¬ 
cipi cristiani, e alla oppressione delli barbari ed infideli. 

Fu mandata da Roma immediate la bolla a tutti li prin¬ 
cipi: la quale poco opportunamente usci, perché nel mese di 
luglio il re Francesco di Francia, denonciata la guerra a Ce¬ 
sare con parole atroci, e pubblicata ancora con un libro man¬ 
dato fuora, la mosse tutt’in un tempo in Brabanzia, Lucem- 
burgo, Ronciglione, Piemonte e in Artois. 

Cesare, recevuta la bolla del concilio, rispose al papa 
non essere sodisfatto del tenore di quella; imperocché, non 
avendo egli mai ricusato alcuna fatica né pericolo o ver spesa 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 163 

acciò il concilio si facesse, per il contrario avendosi il re di 
Francia adoperato sempre per impedirlo, gli pareva cosa strana 
che in quella bolla li fosse comparato e uguagliato. E narrate 
tutte le ingiurie che pretendeva avere ricevute dal re, vi ag- 
gionse anco che nell’ultima dieta di Spira s’aveva adoperato 
per mezzo de’ suoi ambasciatori per nutrire le discordie della 
religione, promettendo separatamente all’una parte e l’altra 
amicizia e favore. In fine rimesse alla Santità sua il pensare 
se le azioni di quel re servivano per rimediar ai mali della 
repubblica cristiana e per principiar il concilio, il qual sempre 
aveva attraversato per sua utilità privata, e aveva costretto 
esso, che se n’era avveduto, a trovar altra strada per recon¬ 
ciliare le cose della religione. Dover per tanto la Santità sua 
imputar a quel re e non a lui se il concilio non si celebrarà; 
e volendo aiutare il pubblico bene, dechiararseli nemico, es¬ 
sendo questo mezzo unico per venir a fine di far il concilio, 
stabilire le cose della religione e ricuperare la pace. 

Il re, come presago delle imputazioni che gli sarebbono 
date, d’avere mosso una guerra con detrimento della religione 
e impedimento del divino servizio che si poteva aspettare dal 
concilio, aveva prevenuto con la pubblicazione d’un editto 
contra luterani, comandando alli parlamenti l’inviolabile ese¬ 
cuzione, con severi precetti che fossero denonciati quei ch’aves¬ 
sero libri alieni dalla chiesa romana, che si congregassero in 
secreti conventicoli, li trasgressori dei comandamenti della 
Chiesa, e specialmente chi non osservasse la dottrina de’ cibi, 
o vero usasse orazione in altra lingua che latina: commettendo 
alli sorbonisti di esser, contra tutti questi, diligentissimi esplo¬ 
ratori. Poi, fatto conscio dell’artificio di Cesare, che perciò 
tentava incitarli contra il pontefice, per rimedio sollecitava che 
con effetti si procedesse contra li luterani, e comandò che in 
Parigi s’instituisse una formula di scoprirli e accusarli, pro¬ 
poste anco pene a chi non li manifestasse e premi alli denon- 
ciatori. Avuto poi piena notizia di quanto Cesare aveva scritto 
al pontefice, gli scrisse ancora una longa lettera apologetica 
per sé e invettiva contra Cesare, primieramente rinfacciandoli 



164 


l’istoria del concilio tridentino 


la presa e sacco di Roma, e la derisione aggiorna al danno 
col far processioni in Spagna per la liberazione del papa che 
egli teneva pregione; discorse per tutte le cause di offese tra 
sé e Cesare, imputando a lui ogni cosa; concluse non potersi 
ascrivere a lui che il concilio di Trento fosse impedito o re¬ 
tardato, essendo cosa da che non gli ne veniva alcuna utilità 
ed era molto lontana dagli esempi de’ suoi maggiori; li quali 
imitando, metteva ogni suo spirito a conservare la religione, 
come ben dimostravano gli editti ed esecuzioni ultimamente 
fatte in Francia: per il che pregava la Santità sua di non dare 
fede alle calunnie e rendersi certa di averlo sempre pronto 
in tutte le cause sue e della chiesa romana. 

Il pontefice, per non pregiudicare all’ufficio di padre co¬ 
mune, dalli precessori suoi sempre ostentato, destinò ad am- 
bidua li principi legati per introdurre trattato di pacificazione: 
il Cardinal Contarini a Cesare e il Sadoleto al re di Francia, 
a pregarli di remettere le ingiurie private per rispetto della 
causa pubblica e pacificarsi insieme, acciò che le loro discor¬ 
die non impedissero la concordia della religione. Ed essendo 
quasi immediate passato ad altra vita il Contarini, vi sostituì 
il Cardinal Viseo, con maraviglia della corte, perché quel car¬ 
dinale non aveva la grazia di Cesare a cui era mandato. E con 
tutto che la guerra ardesse in tanti luochi, il pontefice, ripu¬ 
tando che se non proseguiva il negozio del concilio interes- 

# 

sava molto la sua riputazione, sotto li 26 agosto di questo 
anno 1542 mandò a Trento per legati suoi alla sinodo inti¬ 
mata li cardinali Pietro Paolo Parisio, Giovanni Morone e 
Reginaldo Polo: il primo come dotto e pratico canonista, il 
secondo intendente de maneggi, il terzo a fine di mostrare 
che sebbene il re d’Inghilterra era alienato dalla soggezione 
romana, il regno però aveva gran parte in concilio. A questi 
spedi il mandato della legazione, e commesse che si ritrovas¬ 
sero al tempo determinato, ricevessero e trattenessero li pre¬ 
lati e ambasciatori che vi fossero andati, non facendo però 
azione alcuna pubblica, sino che non avessero ricevuta l’in- 
struzione che egli li averebbe inviato a tempo opportuno. 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 165 

L’imperatore ancora, intesa la deputazione delli legati, 
non con speranza che in quello stato di cose potesse riuscir 
alcun bene, ma acciò dal pontefice non fosse operato alcuna 
cosa in suo pregiudicio, vi mandò ambasciatori don Diego * 
[MendozaJ, residente per lui in Venezia, e Nicolò Granvella, 
insieme con Antonio vescovo d’Arras, suo figlio, e alcuni pochi 
vescovi del regno di Napoli. Ed il pontefice, oltre li legati, 
inviò anco alcuni vescovi delli più fedeli, ordinando però che 
lentamente vi si incamminassero. Arrivarono cosi li pontifici 
come li imperiali al tempo determinato. E questi presenta¬ 
rono alli legati il mandato imperiale, fecero instanza che il 
concilio si aprisse e fosse dato principio alle azioni. Interpo¬ 
sero li legati dilazione, con dire che non era degnità incomin¬ 
ciare un concilio con si poco numero, massime dovendo trattar 
articoli di tanta importanza, come quelli che da’ luterani erano 
revocati in dubbio. Li cesarei replicavano che si poteva ben 
trattare la materia di riforma, che era più necessaria né sog¬ 
getta a tante difficoltà; e gli altri allegando che conveniva 
applicare quella all’uso de diverse regioni, onde era più ne¬ 
cessario in essa l’intervento di tutti. In fine passarono a pro¬ 
teste, alle quali non rispondendo li legati, ma rimettendo la 
risposta al papa, non si faceva conclusione alcuna. 

Approssimandosi il fine dell’anno, ordinò l’imperatore al 
Granvella di andar alla dieta che nel principio del seguente 
si doveva tenir in Norimbergo, con ordine a don Diego di 
restar in Trento e operare che al concilio fosse dato principio, 
o vero almeno che li congregati non si disunissero, per va¬ 
lersi di quell’ombra di concilio nella dieta. Il Granvella in 
Norimbergo propose la guerra contra li turchi e di dar aiuti 
a Cesare contra il re di Francia; e li protestanti replicarono, 
dimandando che si componessero le differenze della religione 
e si levassero le oppressioni che li giudici camerali usavano 
contra di loro sotto altri pretesti, se ben in verità per quella 
causa. A che rispondendo Granvella che ciò non si poteva 
né doveva fare in quel luoco e tempo, essendo già congregato 
perciò il concilio in Trento, riusciva l’escusazione vana, non 



x66 


l’istoria del concilio tridentino 


approvando li protestanti il concilio e dicendo chiaro di non 
voler intervenirvi. La dieta ebbe fine senza conclusione, e 
don Diego tornò aH’ambasciaria sua a Venezia, quantunque 
li legati facessero instanzia che, per dare riputazione al nego¬ 
zio, si trattenesse fino che dal pontefice avessero risposta. 

Partito l’ambasciator cesareo, seguirono li vescovi impe¬ 
riali; e licenziati gli altri sotto diversi colori, finalmente li 
legati, dopo esservi stati sette mesi continui senza alcuna cosa 
fare, furono dal pontefice richiamati. E fu questo il fine di 
quella congregazione. 

Dovendo essere Cesare di breve in Italia, partito di Spagna 
per mare a fine di andar in Germania, disegnava il pontefice 
di abboccarsi con lui in qualche luoco, e desiderava che ciò 
fosse in Bologna: e a questo effetto mandò Pietro Aloisio suo 
figliuolo a Genova ad invitarlo. Ma non volendo l’imperator 
uscire di strada né perder tempo in viaggio, mandò il cardi¬ 
nale Farnese ad incontrarlo e pregarlo di fare la via di Parma, 
dove il pontefice avesse potuto aspettarlo. Ma poi essendo 
difficoltà come l’imperatore potesse intrare in quella città, il 
21 giugno del 1543 si ritrovarono ambidoi in Busseto, castello 
delli Pallavicini posto sopra la riva del Taro, tra Parma e 
Piacenza. Li fini dell’uno e dell’altro non comportarono che 
il negozio del concilio e della religione fosse il principale 
trattato tra loro; ma l’imperator, essendo tutto volto alli pen¬ 
sieri contra il re di Francia, procurava di concitarli il papa 
contra e avere da lui denari per la guerra; il pontefice, va¬ 
lendosi dell’occasione, era tutto intento ad ottenere Milano 
per li nepoti suoi: a che era per proprio interesse aiutalo da 
Margarita, figlia naturale di Cesare, maritata in Ottavio Far¬ 
nese nipote del papa, e perciò fatta duchessa di Camerino. 
Prometteva il pontefice a Cesare di collegarsi con lui contra 
il re di Francia, fare molti cardinali a sua nominazione, pagarli 
per alcuni anni cento cinquantamila scudi, lasciandoli anco in 
mano li castelli di Milano e di Cremona. Ma richiedendo gli im¬ 
periali un milione di ducati di presente e un altro in termini non 
molto longhi, non potendosi concluder allora, né potendosi 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 


167 


Cesare trattenere più lonzamente, fu rimesso di continuare la 
trattazione per mezzo delli ministri pontifici che seguirebbono 
l’imperatore. Del concilio Cesare si mostrò sodisfatto che, con 
la missione delli legati e con l’andata di quei pochi prelati, 
li cattolici di Germania almeno avessero conosciuto la pronta 
volontà; e poiché gl’ impedimenti si potevano imputare al re 
di Francia, concluse che non era da pensare che rimedio usare, 
sin che non fosse veduto l’incamminamento di quella guerra. 
Si partirono con gran dimostrazioni di scambievole sodisfa- 
zione, restando però il pontefice in se medesmo dubbioso se 
l’imperatore era per darli sodisfazione; onde incominciò a 
voltare l’animo al re di Francia. 

Ma mentre sta in quest’ambiguità, si pubblicò la lega tra 
l’imperatore e il re d'Inghilterra contra Francia; la quale 
necessitò il papa ad alienarsi a fatto dall’imperatore. Imperoc¬ 
ché vidde quanto offendesse quella lega l’autorità sua, essendo 
contratta con un scomunicato, anatematizzato da lui e ma¬ 
ledetto, destinato all’eterna dannazione e scismatico, privato 
d’ogni regno e dominio, con annullazione d’ogni confedera¬ 
zione con qualsivoglia contratta, contra il quale anco per suo 
comandamento tutti li principi cristiani erano obbligati movere 
le armi; e quello che più di tutto importa, che, restando sempre 
più contumace e sprezzando eziandio con aperte parole l’auto¬ 
rità sua, che questo mostrava evidentemente al mondo: l’im¬ 
peratore non aver a lui rispetto alcuno, né spirituale né tem¬ 
porale, e dava esempio ad ogn’altro di non tener conto alcuno 
dell’autorità sua; e tanto maggiore li pareva l’affronto, quanto 
per li interessi dell’ imperatore e per farli piacere Clemente, 
che averebbe potuto con gran facilità temporeggiare in quella 
causa, aveva proceduto contra quel re, del rimanente ben 
affetto e benemerito della sede apostolica. A queste offese 
poneva il papa nell’altra bilancia che il re di Francia aveva 
fatto tante leggi ed editti di sopra narrati per conservare la 
religione e la sua autorità; a’ quali s’aggiongeva che al primo 
agosto li teologi parisini a suono di tromba, congregato il 
populo, pubblicarono li capi della dottrina cristiana, venticinque 



i68 


l’istoria del concilio tridentino 


in numero, proponendo le conclusioni e determinazioni nude, 
senza aggiongervi ragioni, persuasioni o fondamenti, ma solo 
prescrivendo, come per imperio, quello che volevano che fosse 
creduto. Li quali furono stampati e mandati per tutta la Fran¬ 
cia, confirmati con lettere del re sotto gravissime pene a chi 
altramente parlasse o vero insegnasse, con un altro nuovo 
decreto di inquirire contra li luterani: cose le quali più pia¬ 
cevano al papa, perché sapeva essere fatte dal re non tanto 
per la causa detta di sopra, cioè di giustificarsi col mondo 
che la guerra con Cesare non era presa da lui per favorire 
la dottrina de’ luterani né per impedire la loro estirpazione, 
ma ancora, e più principalmente, per compiacere a lui e per 
riverenza verso la sede apostolica. 

Ma l’imperatore, a cui notizia erano andate le querele del 
papa, rispondeva che, avendo il re di Francia fatto confede¬ 
razione col Turco a danno de’ cristiani (come bene mostrava 
l’assedio posto a Nizza di Provenza dall’armata ottomana, 
guidata dal Poiino ambasciatore del re, e le prede fatte nelle 
riviere del Regno), a lui era stato lecito per difesa valersi del 
re d’Inghilterra, cristiano se ben non riconosce il papa; si 
come anco, con buona grazia del medesimo pontefice, egli e 
P'erdinando si valevano delli aiuti de' protestanti, più alieni 
dalla sede apostolica che quel re; che averebbe dovuto il 
papa, intesa la collegazione di Francia col Turco, procedere 
contra lui; ma vedersi bene la differenza usata: perché l’armata 
de’ turchi, che tanti danni aveva portati a tutti li cristiani 
per tutto dove transitato aveva, era passata amichevolmente 
per le riviere del papa; anzi che, essendo andata ad Ostia 
a far acqua la notte di san Pietro ed essendo posta tutta Roma 
in confusione, il cardinale di Carpi, che per nome del papa 
assente comandava, fece fermare tutti, sicuro per l’intelligenza 
che aveva con li turchi. 

La guerra e queste querele posero in silenzio per questo 
anno le trattazioni di concilio, le quali però ritornarono in 
campo il seguente 1544, fatto principio nella dieta di Spira. 
Dove Cesare, avendo commemorato le fatiche altre volte fatte 


LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 169 

da lui per porgere rimedio alle discordie della religione, e 
finalmente la sollecitudine e diligenzia usata in Ratisbona, 
raccordò come, non avendosi potuto allora componere le con¬ 
troversie, finalmente la cosa fu rimessa ad un concilio gene¬ 
rale o nazionale, o vero ad una dieta; aggiongendo che dopo 
il pontefice a sua instanza aveva intimato il concilio, al qual 
egli medesimo aveva determinato di ritrovarsi in persona; e 
l’averebbe fatto, se non fosse stato impedito dalla guerra di 
Francia. Ora, restando l’istessa discordia nella religione e 
portando le medesme incomodità, non essere più tempo di 
differir il rimedio; al quale ordinava che pensassero, e pro¬ 
ponessero a lui quella via che giudicassero migliore. Furono 
sopra il negozio della religione avute molte considerazioni ; 
ma perché le occupazioni della guerra molto più instavano, 
fu rimesso questo alla dieta che si doveva celebrar al decem- 
bre; e tra tanto fu fatto decreto che Cesare dasse la cura ad 
alcuni uomini di bontà e dottrina di scrivere una formula 
di riforma, e l’istesso dovessero fare tutti li prencipi, accioc¬ 
ché nella futura dieta, conferite tutte le cose insieme, si po¬ 
tesse determinare di consenso comune quello che s’avesse da 
osservare sino al futuro generale concilio, da celebrarsi in 
Germania, o vero sino al nazionale: tra tanto tutti stessero in 
pace, né si movesse alcun tumulto per la religione; e le chiese 
dell’una e l’altra religione godessero i suoi beni. Questo re¬ 
cesso non piacque alli cattolici generalmente; ma perché alcuni 
di essi s’erano accostati alli protestanti, li altri approvavano 
questa via di mezzo; quelli che non se ne contentavano, ve¬ 
duto essere pochi, si risolsero di sopportarlo. 

Ma seguitando tuttavia la guerra, il pontefice, aggionto 
allo sdegno concepito per la confederazione con Inghilterra 
che l’imperatore non aveva mai assentito ad alcun delli molti 
ed ampli partiti offertigli dal cardinale Farnese, mandato le¬ 
gato con lui in Germania, intorno al concedere a’ Farnesi il 
ducato di Milano; e che finalmente, dovendo intervenire nella 
dieta di Spira, non aveva concesso che il cardinale legato lo 
seguisse a quella per non offendere li protestanti; e finalmente 



170 


l’istoria del concilio tridentino 


considerato il decreto fatto nella dieta, tanto a sé e alla sede 
apostolica pregiudiciale, restò maggiormente offeso, vedendo 
le speranze perdute e tanto diminuita l’autorità e riputazione 
sua; e giudicava necessario risentirsi. E se bene dall’altro 
canto, considerato che la parte sua in Germania era indebo¬ 
lita, e fosse da’ suoi più intimi consegnato a dissimulare, 
nondimeno finalmente essendo certo che, dechiarato aperta¬ 
mente contrario a Cesare, obbligava piu strettamente il re di 
Francia a sostentare la sua riputazione, si resolse incominciare 
dalle parole, per pigliar occasione di passar ai fatti che le 
congionture avessero portato. 

E a’ 25 agosto scrisse una grande e longa lettera all’im¬ 
peratore, il tenor della quale in sostanzia fu: che avendo in¬ 
teso che decreti erano stati fatti in Spira, per l’ufficio e carità 
paterna non poteva restare di dirli il suo senso, per non imi¬ 
tare l’esempio di Eli sacerdote, gravemente punito da Dio 
per la indulgenzia usata verso li figliuoli. Li decreti fatti in 
Spira essere con pericolo dell’anima di esso Cesare ed estrema 
perturbazione della Chiesa; non dovere lui partirsi dalli ordini 
cristiani, li quali, quando si tratta della religione, comandano 
che tutto debbia essere riferito alla chiesa romana; e con tutto 
ciò, senza tenire conto del pontefice, il qual solo per legge di¬ 
vina e umana ha autorità di congregare concili e decretare 
sopra le cose sacre, abbia voluto pensare di far concilio ge¬ 
nerale o nazionale: aggionto a questo, che abbia concesso ad 
idioti ed eretici giudicare della religione, che abbia fatto de¬ 
creti sopra i beni sacri e restituito agli onori li rebelli della 
Chiesa, condannati anco per propri editti. Volere credere che 
queste cose non siano nate da spontanea volontà di esso Ce¬ 
sare, ma da pernicioso conseglio de’ malevoli alla chiesa ro¬ 
mana; e di questo dolersi, che abbia condesceso a loro. Essere 
piena la Scrittura d’esempi dell’ira di Dio contra li usurpa¬ 
tori dell’ufficio del sommo sacerdote: di Oza, di Datan, Abiron 
e Core, del re Ozia e d’altri; né essere sufficiente scusa dire 
che li decreti siano temporari sino al concilio solamente, per¬ 
ché, se bene la cosa fatta fosse pia per ragione della persona 



LIBRO PRIMO - CAPITOLO VI 171 

che l’ha fatta, non gli toccando è empia. Dio avere sempre 
esaltato li prencipi divoti della sede romana, capo di tutte le 
chiese: Constantino, li Teodosi e Carlo Magno; per il contrario 
avere punito quelli che non l’hanno rispettata. Ne sono esempi 
Anastasio, Maurizio, Costante II, Filippo, Leone e altri; ed 
Enrico IV per questo fu castigato dal proprio figlio, si come 
fu anco Federigo II dal suo. E non solo li prencipi, ma le 
nazioni intiere sono per ciò state punite: li giudei per aver 
ucciso Cristo figliuolo di Dio, i greci per aver sprezzato in 
più modi il suo vicario. Le qual cose egli debbe temere più, 
perché ha origine da quelli imperatori li quali hanno recevuto 
più onore dalla chiesa romana, che non hanno dato a lei. 
Lodarlo che desideri l’emendazione della Chiesa, ma avver¬ 
tirlo anco di lasciare questo carico a chi Dio n’ha dato la 
cura. L’imperator essere ben ministro, ma non rettor e capo. 
Aggionse sé essere desideroso della riforma, e averlo dechia- 
rato con l’intimazione del concilio fatta più volte, e sempre 
che è comparsa scintilla di speranza che si potesse congre¬ 
gare; e quantunque sino allora senza effetto, nondimeno non 
aveva mancato del suo debito, desiderando molto, cosi per 
l’universale beneficio del cristianesimo come speciale della 
Germania, che ne ha maggior bisogno, il concilio, unico 
rimedio di provveder al tutto. Essere già intimato, se ben per 
causa delle guerre differito a più comodo tempo; però ad esso 
imperatore tocca aprire la strada che possi celebrarsi, col fare 
la pace, o differire la guerra mentre si trattano le cose della 
religione in concilio. Obedisca donque a’ comandamenti pa¬ 
terni, escluda dalle diete imperiali tutte le dispute della reli¬ 
gione e le rimetti al pontefice, non faccia ordinazione de’ 
beni ecclesiastici, revochi le cose concesse alli rebelli della 
sede romana; altrimenti egli, per non mancar all’ufficio suo, 
sarà sforzato usare maggiore severità con lui che non vorrebbe. 




LIBRO SECONDO 


CAPITOLO I 


(settembre 1544-novembre 1545). 


[Pace di Crespy tra Francesco I e Carlo V.—Il papa indice il concilio 
per prevenire la dieta imperiale. — Malcontento di Carlo V, che però 
consiglia ai religiosi di recarsi a Trento, come anche il re di Francia. — 
I tre legati papali. — Il cardinale Farnese è inviato a trattare con 
Carlo V, che deve recarsi alla dieta. — Bolle dei poteri concessi ai 
legati nel concilio. — Arrivo a Trento degli oratori di Carlo V e di re 
Ferdinando I. — Questi annuncia il concilio alla dieta di Worms. — 
Opposizione dei protestanti. — Norme da Roma sull’apertura del con¬ 
cilio. — Questioni di precedenza. — Difficoltà sulla rappresentanza del 
regno di Napoli. — Divieto papale che i prelati si facciano rappresen¬ 
tare. — Preparativi del concilio. — Persecuzione dei valdesi. — Il car¬ 
dinale Farnese insiste presso Carlo V perché faciliti l’opera del concilio 
e s’opponga anche con la forza ai protestanti. — Giungono in Trento 
i procuratori dell’elettore di Magonza. — Risorgono le difficoltà della 
procura. —Aiuti pecuniari ai vescovi in Trento, in attesa che il con¬ 
cilio inizi i lavori. — L’elettore arcivescovo di Colonia è citato dall’ im¬ 
peratore a Worms: malcontento a Roma ed a Trento per simile intro¬ 
missione in materia religiosa. — Vani sforzi di Carlo V per attrarre i 
protestanti al concilio. — Sciolta la dieta di Worms, egli ne preannunzia 
un’altra a Ratisbona per trattare di religione. — Malumore a Roma e 
a Trento: molti prelati partono. — Il papa pensa ad una traslazione 
del concilio. — Il ducato di Parma e Piacenza a Pier Luigi Farnese. — 
Proposta di sospensione del concilio durante la dieta, purché questa 
non tratti di religione. —Incerto contegno dell’imperatore. — Si fissa 
pel dicembre l’inizio dei lavori in concilio.] 


La guerra tra l’imperatore e il re di Francia non durò 
lungamente, perché Cesare conobbe chiaro che, restando egli 
in quella implicato, e il fratello in quella contra turchi, la 



174 


l’istoria del concilio tridentino 


Germania s’avanzava tanto nella libertà, che in breve manco 
il nome imperiale sarebbe stato riconosciuto; e che egli, fa¬ 
cendo guerra in Francia, imitava il cane di Esopo, che 
seguendo l’ombra perdette e quella e il corpo; onde diede 
orecchie alle proposte de’ francesi per fare la pace, con dise¬ 
gno non solo di liberarsi da quell’impedimento, ma anco col 
mezzo del re accomodare le cose con turchi e attendere alla 
Germania. Per il che a’ 24 di settembre in Crespino fu con¬ 
clusa tra loro la pace, nella quale, tra le altre cose, l’uno e 
l’altro principe capitularono di defendere l’antica religione, 
di adoperarsi per l’unione della Chiesa e per la reforma della 
corte romana, onde derivavano tutte le dissessioni; e che a que¬ 
sto effetto fosse unitamente richiesto il papa a congregar il con¬ 
cilio, e dal re di Francia fosse mandato alla dieta di Germania 
a far ufficio con li protestanti che Faccettassero. Il pontefice 
non si spaventò per il capitolo del concilio e di reformare la 
corte, tenendo per fermo che, quando avessero posto mano a 
quell’impresa, non averebbono potuto longamente restare con¬ 
cordi per li diversi e contrari interessi loro; e non dubitava che, 
dovendosi esequir il disegno per mezzo del concilio, egli non 
avesse fatto cadere ogni trattazione in modo che l’autorità sua 
si fosse amplificata: ma bene giudicò che quando avesse con¬ 
vocato il concilio alla richiesta loro, sarebbe stato riputato che 
l’avesse fatto costretto, che sarebbe stato con molta diminu¬ 
zione della sua riputazione e accrescimento d’animo a chi 
disegnava moderazione dell’autorità pontificia. Per il che non 
aspettando d’essere da alcuno di loro prevenuto, e dissimu¬ 
late le sospicioni contra l’imperatore concepite, e le più im¬ 
portanti che li rendeva la pace fatta senza suo intervento 
con capitoli pregiudiciali alla sua autorità, mandò fuori una 
bolla, nella quale, invitando tutta la Chiesa a rallegrarsi della 
pace per la quale era levato l’unico impedimento al concilio, 
lo stabili di novo in Trento, ordinando il principio per li 
15 di marzo. 

Vedeva il termine angusto e insufficiente a mandare la 
notizia per tutto, nonché a lasciare spacio alli prelati di met- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


175 


tersi in ordine e far il viaggio; reputò nondimeno che fosse 
vantaggio suo che, se pur s’aveva da celebrare, s’incomin¬ 
ciasse con pochi, e quelli italiani, cortegiani e suoi depen¬ 
denti, li quali sarebbono stati li primi, cosi sollecitati da lui, 
dovendosi nel principio trattare del modo come proceder in 
concilio, che è il principale, anzi il tutto per conservare l’auto¬ 
rità pontificia; alla determinazione de’ quali sarebbono costretti 
stare quelli che alla giornata fossero sopraggionti: né essere 
maraviglia che un concilio generale s’incominci con pochi, 
perché nel pisano e constanziense cosi occorse, i quali eb¬ 
bero però felice progresso. E avendo penetrata la vera causa 
della pace, scrisse all’ imperatore che in servizio suo aveva 
prevenuto e usato celerità nell’intimazione del concilio. Im¬ 
perocché, sapendo come Sua Maestà per la necessità della 
guerra francese era stata costretta permettere e promettere 
molte cose alli protestanti, con la intimazione del concilio gli 
aveva dato modo di escusarsi, nella dieta che si doveva fare 
al settembre, se, instante il concilio, non effettuava quello che 
aveva promesso concedere sino alla celebrazione di quello. 

Ma la prestezza del pontefice non piacque all’imperatore, 
né la ragione resa lo sodisfece: averebbe egli voluto per sua 
riputazione, per far accettare più facilmente il concilio alla 
Germania e per molti altri rispetti, essere causa principale; 
nondimeno, non potendo altro fare, usò però tutti quei ter¬ 
mini che lo potessero mostrare lui autore e il papa aderente. 
Mandò ambasciatori a tutti li principi a significare l’intima¬ 
zione e pregarli mandare ambasciatori per onorare quel con¬ 
sesso e confermare li decreti che vi si farebbono. E attendeva 
a far seria preparazione, come se l’impresa fosse stata sua. 
Diede diversi ordini alli prelati di Spagna e dei Paesi Bassi, 
e ordinò fra le altre cose che li teologi di Lovanio si con¬ 
gregassero insieme per considerare li dogmi che si dovevano 
proporre; li quali ridussero a trentadue capi, senza però con¬ 
firmargli con alcun luoco delle sacre lettere, ma esplicando 
magistralmente la sola conclusione: li qual capi furono dopo 
confirmati con l’editto di Cesare e divulgati con precetto che 



176 


l’istoria del concilio tridentino 


da tutti fossero tenuti e seguiti. E non occultò 1 ’ imperatore il 
disgusto concepito contra il pontefice, in parole al noncio dette, 
cosi in quell’occasione come [in] altre audienze; anzi avendo 
al decembre il papa creati tredici cardinali, tra’ quali tre spa¬ 
gnoli, gli proibi l’accettar le insegne e l’usare il nome e 
l’abito. 

11 re di Francia ancora fece convenire li teologi parigini 
a Melun, per consultare delti dogmi necessari alla fede cri¬ 
stiana che si dovevano proponer in concilio: dove vi fu molta 
contenzione, volendo alcuni che si proponesse la confirma- 
zione delle cose stabilite in Constanza e in Basilea, e il resta¬ 
bilimento della pragmatica; e altri, dubitando che per ciò il 
re dovesse restar offeso per la destruzione che ne seguiva del 
concordato fatto da lui con Leone, consegliavano di non metter 
a campo questa disputa. E appresso, perché in quella scola 
sono varie opinioni anco nella materia de’ sacramenti, a’ quali 
alcuni danno virtù effettiva ministeriale e altri no, e deside¬ 
rando ognuno che la sua fosse articolo di fede, non si potè 
concludere altro se non che si restasse pelli venticinque capi 
pubblicati due anni inanzi. 

Ma il pontefice, significato al re di Francia il poco buon 
animo dell’imperatore verso lui, lo richiese che per sosten¬ 
tamento della sede apostolica mandasse quanto prima suoi 
ambasciatori al concilio, e al noncio suo appresso l’impera¬ 
tore commise che, stando attento a tutte le occasioni, quando 
da’ protestanti gli fusse dato qualche disgusto, gli offerisse 
ogni assistenza del pontefice per ricuperare l’autorità cesarea 
con aiuti spirituali e temporali. Di che avendo il noncio pur 
troppo spesso avuto occasione, operò si che Cesare, compren¬ 
dendo di poter avere bisogno del papa nell’un e altro modo, 
remise la durezza, e ne diede segno concedendo alli novi car¬ 
dinali di assumer il nome e l’insegne, e al noncio dava 
audienze più grate e con lui conferiva delle cose di Germania 
più del solito. 

Fu grande la fretta del pontefice non solo a convocar il 
concilio, ma anco ad ispedire li legati; li quali non volle, si 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


177 


come alcun consegliava, che per degnità mandassero prima 
qualche sostituto a ricevere li primi prelati, per fare poi essi 
entrata con incontri e ceremonie, ma che fossero li primi e 
giongessero inanzi il tempo. Deputò per legati Giovanni Ma¬ 
ria di Monte, vescovo cardinale di Palestrina, Marcello Cer¬ 
vino, prete di Santa Croce, e Reginaldo Polo, diacono di Santa 
Maria in Cosmedin: in questo elesse la nobiltà del sangue e 
l’opinione di pietà che comunemente si aveva di lui, e Tesser 
inglese, a fine di mostrare che non tutta Inghilterra fosse 
rebelle; in Marcello la costanza e perseveranza immobile e 
intrepida insieme con esquisita cognizione; nel Monte la realtà 
e mente aperta, congionta con tal fedeltà alli patroni, che non 
poteva [nonj preporre li interessi di quelli alla propria con- 
scienzia. Questi spedi con un breve della legazione; e non 
diede loro, come si costuma a legati, la bolla della facoltà, né 
meno secreta instruzione, non ben certo ancora che commis¬ 
sioni darli, pensando di governarsi secondo che li successi 
e gli andamenti dell’imperatore consegnassero; ma con quel 
solo breve li fece partire. 

Ma oltre il pensiero che il papa metteva allora alle cose 
di Trento, versava nell’animo suo un altro di non minor mo¬ 
mento intorno la dieta che si doveva tenir in Vormazia, alla 
quale si credeva che l’imperatore non interverrebbe; temendo 
il papa che Cesare, irritato dalla lettera scrittagli, non facesse 
sotto mano fare qualche decreto di maggior pregiudicio alle 
cose sue che li passati, o vero almeno non lo permettesse: 
per questo giudicava necessario aver un ministro di autorità 
e riputazione con titolo di legato in quel luogo; ma era in 
gran dubbio di non ricever per quella via affronto, quando 
dalla dieta non fosse ricevuto con l’onore debito. Trovò tem¬ 
peramento di mandar il Cardinal Farnese suo nepote all’im¬ 
peratore, e farlo passar per Vormazia, e quivi dare gli ordini 
alli cattolici; e fatti gli uffici opportuni, passar inanzi verso 
l’imperatore; e fra tanto mandare Fabio Mignanello da Siena, 
vescovo di Grosseto, per noncio residente appresso il re de’ 
romani, con ordine di seguirlo alla dieta. 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1. 


12 


l’istoria del concilio tridentino 


178 


Poi applicando l’animo a Trento, fece dar principio a con¬ 
sultare il tenor delle facoltà che si dovevano dare alli legati; 
il che ebbe un poco di difficoltà, per non avere esempi da 
seguire. Imperocché al lateranense precedente era intervenuto 
il pontefice in persona; inanzi quello, al fiorentino parimente 
intervenne Eugenio IV; il constanziense, dove fu levato il sci¬ 
sma, ebbe il suo principio con la presenza di Giovanni XXIII, 
uno delli tre papi dismessi, e il fine con la presenzia di Mar¬ 
tino V. Inanzi di quello, il pisano fu prima congregato da 
cardinali e finito da Alessandro V. In tempi ancora più inanzi, 
al viennese fu presente Clemente V; alli doi concili di Lione 
Innocenzio IV e Gregorio X; e inanzi questi al lateranense 
Innocenzio III. Solo il concilio basiliense, in quel tempo che 
stette sotto l'obedienzia d’Eugenio IV, fu celebrato con pre¬ 
senzia de legati. Ma imitare qualsivoglia delle cose in quello 
osservate era cosa di troppo cattivo presagio. Si venne in 
resoluzione di formare la bolla con questa clausola, che li 
mandava come angeli di pace al concilio intimato per l’inanzi 
da lui in Trento; ed esso gli dava piena e libera autorità, 
acciocché per mancamento di quella la celebrazione e con¬ 
tinuazione non potesse essere ritardata, con facoltà di pre¬ 
sedervi e ordinar qualunque decreti e statuti, e pubblicarli 
nelle sessioni, secondo il costume; proponere, concludere ed 
esequire tutto quello che fosse necessario per condannar ed 
estirpar da tutte le provincie e regni gli errori; conoscere, 
udire, decidere e determinare nelle cause di eresia e qualun¬ 
que altre concernenti la fede cattolica; reformar lo stato della 
santa Chiesa in tutti li suoi membri, cosi ecclesiastici come 
secolari, e metter pace tra li principi cristiani, e determinar 
ogni altra cosa che sia ad onor di Dio e aumento della fede 
cristiana ; con autorità di raffrenare con censure e pene eccle¬ 
siastiche qualonque contradittori e rebelli d’ogni stato e pre¬ 
minenza, ancora ornati di dignità pontificale o vero regale, e 
di fare ogn’altra cosa necessaria e opportuna per estirpazione 
dell’eresie ed errori, reduzione delli populi alienati dall’obe- 
dienza della sede apostolica, conservazione e redintegrazione 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


179 


della libertà ecclesiastica: con questo però, che in tutte le 
cose procedessero col consenso del concilio. 

E considerando il papa non meno ad inviar il concilio, 
che ai modi di dissolverlo quando fosse incominciato, se il 
suo servizio avesse cosi ricercato, per provvedersi a buon’ora, 
seguendo l’esempio di Martino V (il quale, temendo di quei 
incontri che avvennero a Giovanni XXIII in Constanza, 
mandando li nonci al concilio di Pavia, li diede un partico- 
lar breve con autorità di prolongarlo, dissolverlo e transferirlo 
dovunque fosse loro piaciuto, arcano per attraversare ogni 
deliberazione contraria alli rispetti di Roma), pochi di dopo 
fece un’altra bolla, dando facoltà alli legati di transferir il 
concilio. Questa fu data sotto il 22 febbraro dell’istesso anno; 
della quale dovendo di sotto parlare quando si dirà della tran¬ 
sazione a Bologna, si differirà sino allora quel tutto che sopra 
ciò si ha da dire. 

Il 13 marzo gionsero in Trento il Cardinal del Monte e 
il Cardinal Santa Croce. Raccolti dal Cardinal di Trento, fecero 
entrata pubblica in quel giorno, e concessero tre anni e altret¬ 
tante quarantene d’indulgenzia a quelli che si ritrovarono pre¬ 
senti, se bene non avevano quest’autorità dal papa, ma con 
speranza che egli ratificarebbe il fatto. Non trovarono prelato 
alcuno venuto, se ben il pontefice aveva fatto partire da Roma 
alcuni, acciò si ritrovassero là al tempo prefisso. 

La prima cosa che li legati fecero fu considerare la con- 
tinenzia della bolla delle facoltà dategli, e deliberarono tenerla 
occulta; e avvisarono a Roma che la condizione di procedere 
con consenso del concilio li teneva troppo legati e li rendeva 
pari ad ogni minimo prelato, e averebbe difficoltato gran¬ 
demente il governo, quando avesse bisognato comunicar ogni 
particolare a tutti, aggiongendo anco ch’era un dare troppa 
libertà, anzi licenza alla moltitudine. Fu conosciuto in Roma 
che le ragioni erano buone, e la bolla fu corretta secondo 
l’avviso, concedendo l’autorità assoluta. Ma li legati, mentre 
aspettavano risposta, disegnarono nella chiesa cattedrale il luogo 
della sessione capace di quattrocento persone. 


i8o 


l’istoria del concilio tridentino 


Dieci giorni dopo li legati, gionse a Trento don Diego 
Mendoza, ambasciator cesareo appresso la repubblica di Ve¬ 
nezia, per intervenir al concilio, con amplissimo mandato dato 
alli 20 febbraro di Brussellesi e fu ricevuto dalli legati con 
l’assistenza del Cardinal Madruccio e di tre vescovi, che tanti 
sino allora erano arrivati; quali per essere stati primi, è bene 
non tralasciar li nomi loro. E furono: Tomaso Campegio, 
vescovo di Feltre, nepote del cardinale, Tomaso di San Feli- 
cio, vescovo della Cava, fra’ Cornelio Musso franciscano, 
vescovo di Bitonto, il più eloquente predicatore di quei tempi. 
Quattro giorni dopo fece don Diego la sua proposta in scritto. 
Conteneva la buona disposizione della Maestà cesarea circa la 
celebrazione del concilio, e l’ordine dato alli prelati di Spagna 
per ritrovar visi, quale pensava che ormai fossero in cammino. 
Fece iscusa di non essere venuto prima per le indisposizioni; 
ricercò che s’incominciassero le azioni conciliari e la riforma 
delli costumi, come due anni prima in quel luoco medesmo 
era stato proposto da monsignor Granvella e da lui. Li legati 
in iscritto gli risposero lodando l’imperatore, ricevendo la 
scusa della sua persona e mostrando il desiderio della venuta 
delli prelati: e la proposta e la risposta furono dalla parte a 
chi apparteneva ricevute nelli capi non pregiudiciali alle ragioni 
del suo prencipe respettivainente, cautela che rende indizio 
manifesto con qual carità e confidenza si trattava in proposta 
e risposta, dove non erano parole che di puro complimento, 
fuori che nella menzione di riforma. 

I legati, incerti ancora qual dovesse esser il modo di trat¬ 
tare, facevano dimostrazione di dovere giontamente procedere 
con l’ambasciatore e prelati, e di comunicare loro l’intiero 
dei pensieri; onde all’arrivo delle lettere da Roma o di Ger¬ 
mania convocavano tutti per leggerle. Ma avvedendosi che 
don Diego si pareggiava a loro, e i vescovi si presumevano 
più del costumato a Roma, e temendo che, accresciuto il nu¬ 
mero, non nascesse qualche inconveniente, avvisarono a Roma, 
consegnando che ogni spacio li fosse scritto una lettera da 
potere mostrare, e le cose secrete a parte; perché delle let- 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO I iSl 

tere sino a quel tempo ricevute gli era convenuto servirsi con 
ingegno. Dimandarono anco una cifra per poter comunicar 
le cose di maggior momento. Le qual particolarità, insieme 
con molte altre che si diranno, avendole tratte dal registro 
delle lettere del Cardinal del Monte, e servendo molto per 
penetrare l’intimo delle trattazioni, non ho voluto tacerle. 

Essendo già passato il mese di marzo, e spirato di tanti 
giorni il prefisso nella bolla del papa per dar principio al con¬ 
cilio, li legati, consegliandosi tra loro sopra l’aprirlo, risolsero 
di aspettar avviso da Fabio Mignanello, noncio appresso Fer¬ 
dinando, di quello che in Vormazia si trattava, e anco ordine 
da Roma, dopo che il papa avesse inteso la venuta ed espo¬ 
sizione di don Diego; massime che li pareva vergogna dar 
un tanto principio con tre vescovi solamente. Al li 8 di aprile 
gionsero ambasciatori del re de’ romani, per ricever li quali 
fu fatta solenne congregazione. In quella don Diego voleva 
preceder il cardinale di Trento e sedere appresso li legati, 
dicendo che, rappresentando l’imperatore, doveva sedere dove 
averebbe seduto Sua Maestà. Ma per non impedire le azioni, 
fu trovato modo di stare che non appariva quale di loro pre¬ 
cedesse. Li ambasciatori del re presentarono solo una lettera 
del suo principe; a bocca esplicarono l’osservanza regia verso 
la sede apostolica e il pontefice, l’animo pronto a favorir il 
concilio e ampie offerte; soggionsero che manderebbe il man¬ 
dato in forma e persone più instrutte. 

Dopo questo, arrivò a Trento e a Roma l’aspettato avviso 
della proposta fatta in dieta il di 24 marzo dal re Ferdi¬ 
nando, che vi presedeva per nome dell’imperatore, e della ne ¬ 
goziazione sopra di quella seguita: e fu la proposta del re che 
l’imperatore aveva fatta la pace col re di Francia per atten¬ 
dere a compor li dissidi della religione e proseguire la guerra 
contro turchi; dal quale aveva avuto promessa d’aiuti e del- 
l’approbazione del concilio di Trento, con resoluzione d’inter¬ 
venirvi o in persona o per suoi ambasciatori. Per questo stesso 
fine aveva operato col pontefice che l’intimasse di novo, 
essendo stato per inanzi prorogato, e sollecitatolo anco a 



182 


l’istoria del concilio tridentino 


contribuir aiuti contra turchi. Che dalla Santità sua aveva 
ottenuta l’intimazione, e già esser in Trento gli ambasciatori 
mandati dall’imperatore e da lui. Che era noto ad ognuno 
quanta fatica avesse usato Cesare per far celebrar il concilio, 
prima con Clemente in Bologna, poi con Paulo in Roma, 
in Genova, in Nizza, in Lucca e in Busseto. Che secondo il 
decreto di Spira aveva dato ordini ad uomini dotti e di buona 
conscienza che componessero una riforma; la qual anco era 
stata ordinata; ma essendo cosa di molta deliberazione e il 
tempo breve, sovrastando la guerra turchesca, avere Cesare 
deliberato che, tralasciato di parlar più oltre di questo, s’aspet¬ 
tasse di veder prima qual fosse per esser il progresso del con¬ 
cilio, e che cosa si poteva da quello sperare, dovendosi comin¬ 
ciar presto. Che quando non apparisse frutto alcuno, si 
potrebbe inanzi il fine di quella dieta intimarne un’altra per 
trattare tutto il negozio della religione, attendendo adesso a 
quello che più importa, cioè alla guerra de’ turchi. 

Di questa proposta presero li protestanti gran sospetto, 
perché dovendo durare la pace della religione sino al concilio, 
dubitarono che, snervati di denaro per le contribuzioni contra 
il turco, non fossero assaliti, con pretesto che il decreto della 
pace per l’apertura di concilio in Trento fosse finito. Però 
dimandarono che si continuasse la trattazione incominciata, 
allegando esser assai longo il tempo a chi ha timor di Dio; 
o vero almeno si stabilisse di novo la pace sino ad un legit¬ 
timo concilio tante volte promesso, quale il tridentino non 
era, per le ragioni tante volte dette; e dechiararono di non 
potere contribuir se non avevano sicurezza d'una pace non 
legata a concilio pontificio, quale avevano ripudiato sempre 
che se n’era parlato. E se ben gli ecclesiastici assolutamente 
acconsentivano che la causa della religione si rimettesse total¬ 
mente al concilio, fu nondimeno risoluto d’aspettare la risposta 
di Cesare inanzi la conclusione. 

Di quest’azione, al pontefice e alli legati che erano in 
Trento, tre particolari dispiacquero. L’uno, che l’imperatore 
attribuisse a sé d’aver indotto il papa alla celebrazione del 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 183 

concilio, che pareva mostrar poca cura delle cose della reli¬ 
gione nel pontefice; il secondo, d’aver indotto il re di Francia 
ad acconsentirvi, che non era con onor della Santità sua, a 
quale toccava far questo; terzo, che volesse tenirli ancora il 
freno in bocca di una dieta futura, acciocché, non andando 
inanzi il concilio, avessero sempre da star in timore che non 
si trattasse in dieta delle cose di religione. Sentiva il papa 
molestia perpetua, non meno per le ingiurie che riceveva 
quotidianamente da’protestanti, che per le azioni dell’impe¬ 
ratore; le quali egli soleva dire che, quantonque avessero appa¬ 
renza di favorevoli, erano maggiormente perniciose alla reli¬ 
gione e autorità sua, quali non possono essere l’una dall’altra 
separate. Senzaché li pareva essere sempre in pericolo che 
l’imperator non si accordasse con tedeschi in suo pregiudicio: 
e pensando alli rimedi non sapeva trovarne alcuno, se non 
metter in piedi una guerra di religione, poiché con quella 
ugualmente resterebbono e li protestanti raffrenati e l’impe- 
rator implicato in difficile impresa, e si metterebbe in silenzio 
ogni ragionamento di riforma e concilio. Era in gran spe¬ 
ranza che li potesse riuscire, per quello che il suo noncio gli 
scriveva, di ritrovare Cesare sempre più sdegnato con prote¬ 
stanti, e che ascoltava le proposte del soggiogarli con le forze. 
Per questo rispetto, oltre il narrato di sopra (d’impedire che 
in dieta non fosse fatta cosa pregiudiciale, e far animo e ag- 
gionger forza alli suoi), s'aggiongeva un’altra causa più 
urgente, come quella che era d'interesse privato: che avendo 
deliberato di dar Parma e Piacenza al figliolo, non li pareva 
poterlo fare senza gravissimo pericolo, non acconsentendo 
l’imperatore, che averebbe potuto trovare pretesti, o perché 
quelle città altre volte furono del ducato di Milano, o perché 
come avvocato della Chiesa poteva pretendere di ovviare che 
non fosse lesa. Per questi negozi mandò il Cardinal Farnese 
legato in Germania con le necessarie instruzioni. 

Ma li legati in Trento, avendo avuto commissione dal papa 
che, in evento che intendessero trattarsi della religione nella 
dieta, dovessero, senza aspettar maggior numero di prelati, 



184 l’istoria del concilio tridentino 

aprire il concilio con quei tanti che vi fossero; ma non doven¬ 
dosi trattarne, si governassero come gli altri rispetti conse¬ 
gnassero, viddero dalla proposta della dieta non esser astretti, 
ma bene dall’altra parte il poco numero de’ prelati (che sino 
allora non erano più di quattro) persuaderli la dilazione. 
Restavano però in dubbio che il pericolo delle arme turche- 
sche non constringesse Ferdinando a far il recesso e, secondo 
la promessa, intimare un’altra dieta dove si trattasse della 
religione, ributtando la colpa in loro, con dire di averli fatto 
notificar la proposizione, acciocché sapendo quello che s’era 
promesso con buona intenzione, essi aprendo il concilio das- 
sero occasione che non si esequisse. Per la qual causa man¬ 
darono al pontefice in diligenza per ricever da lui ordine di 
quel che dovessero fare in tal angustia di deliberazione, veden¬ 
dosi dall’un canto necessitati da cosi potente rispetto di acce¬ 
lerare, e dall’altro costretti a soprassedere, per esser quasi 
come soli in Trento. Misero inanzi al pontefice avere molte 
congetture e grandi indici che l’imperatore non curasse molto 
la celebrazione del concilio, che don Diego dopo la prima 
comparizione non aveva mai detto pur una parola e che mo¬ 
strava quasi in fronte aver piacere di quell’ozio e trascorso 
di tempo, bastandoli solo la sua comparizione per scolpar il 
suo patrone e giustificarlo che, avendo per se stesso e per 
oratori continuamente chiesto e sollecitato il concilio, e avendo 
condotto il negozio al termine e non vedendo progresso con¬ 
veniente, potesse e dovesse intimare l’altra dieta e terminare 
la causa della religione, come ragionevolmente devoluta a 
Sua Maestà per la diligenza sua e negligenza del pontefice. 
Proponevano di pigliar un partito medio, di cantar una messa 
dello Spirito Santo prima che l’imperatore gionga in dieta, 
la qual sia per principio del concilio, e cosi prevenire tutto 
quello che l’imperator potesse far nel recesso; e dall’altro 
canto levare l’occasione che si potesse dire essersi cominciato 
a trattare le cose del concilio con quattro persone; restando in 
libertà di goder il beneficio del tempo, e poter o procedere più 
oltra, o soprassedere, o transferire, o serrar il concilio secondo 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


185 


che gli accidenti consegnassero. Li considerarono anco che se 
il concilio fosse aperto dopo che il cardinale Farnese avesse 
parlato a Cesare, alcuno averebbe potuto credere che quel 
cardinale fosse mandato per impetrare che non si facesse, e 
non avesse potuto ottenerlo; oltre che, crescendo la fama delle 
arme del turco, si direbbe che fosse aperto in tempo quando 
bisognava attender ad altro e si sapeva non potersi fare. Il Car¬ 
dinal Santa Croce aveva gran desiderio che si mostrassero 
segni di devozione e si facesse con le solite ceremonie della 
Chiesa concorrere il populo; e però fu autore che scrivessero 
tutti al papa dimandando un breve con l’autorità di dar indul¬ 
genze, il qual avesse la data del di della loro partita, acciò 
l’indulgenza già concessa da loro nella entrata fosse valida. 
Aveva scrupolo quel cardinale che il populo trovatosi pre¬ 
sente a quell’ingresso non fosse defraudato di quei tre anni e 
quarantene che concessero; e con questo voleva supplire; senza 
considerare che difficoltà nasce, se chi ha autorità di dar in¬ 
dulgenze può convalidare le concesse da altri senza potestà. 

Il Cardinal vescovo e patrone di Trento, considerando che 
quella città in se stessa picciola e vuota d’abitatori, se il con¬ 
cilio fosse camminato inanzi, restava in discrezione di fore¬ 
stieri con pericolo di sedizioni, fece saper al papa che era 
necessario un presidio di almeno centocinquanta fanti, massime 
se venissero li luterani: qual spesa esso non poteva fare, es¬ 
sendo esausto per li molti debiti lasciatili dal suo precessore. 
A questo rispose il pontefice che il mettere presidio nella città 
sarebbe stato un pretesto a’ luterani di pubblicare che il con¬ 
cilio non fosse libero; che mentre soli italiani erano in Trento, 
vano sarebbe avere dubbio, e che egli non aveva minor cura 
della quiete della città che esso medesmo cardinale, impor¬ 
tando più al pontefice la sicurezza del concilio, che al vescovo 
della città; però lasciasse la cura a lui e tenesse per certo 
che starà vigilante e provvederà alli pericoli per suo interesse, 
né lo aggraverà di far alcuna spesa. Ed avendo ben pensate 
tutte le ragioni che persuadevano e dissuadevano il dare prin¬ 
cipio al concilio, per la dissuasione non vedeva ragione di 



i86 


l’istoria del concilio tridentino 


momento, se non che, quando fosse aperto, egli fosse ricer¬ 
cato di lasciarlo cosi, sino che cessassero gl’impedimenti della 
guerra de’ turchi, e altri; il che era metterli un freno in 
bocca per aggirarlo dove fosse piaciuto a chi ne tenesse le 
redine, sommo pericolo a le cose sue. Questo lo fece risol¬ 
vere stabilmente in se stesso che per niente si doveva lasciarlo 
star oziosamente aperto, né partirsi da questa disgiontiva: che 
o vero il concilio si celebri potendo, o non potendo si serri 
o si suspenda, sino che da lui fosse pubblicato il giorno nel 
quale si avesse da riassumere. E fermato questo ponto, scrisse 
alli legati che l’aprissero per il di di Santa Croce; qual ordine 
essi pubblicarono all’ambasciator cesareo e a tutti gli altri, 
senza venir al particolare del giorno. E poco dopo gionse 
il Cardinal Farnese in Trento, per transitare di là in Vorma- 
zia, e portò l’istessa commissione; e consultato il tutto tra lui 
e li legati, fu tra loro determinato di continuare, notificando 
a tutti la commissione di aprir il concilio in genere, ma non 
descendendo al giorno particolare, se non quando egli, gionto 
in Vormes, avesse parlato all’imperatore, avendo concepito 
molta buona speranza per aver inteso che l’imperatore, udita 
l’espedizione della legazione, era rimasto molto sodisfatto del 
papa e lasciatosi intender di voler procedere unitamente con 
lui; il che per non sturbare, non volevano senza notizia della 
Maestà sua proceder a nessuna nuova azione, massime che 
cosi don Diego come il Cardinal di Trento consegnavano 
l’istesso. 

Rinnovò don Diego la sua pretensione di preceder tutti 
eccetto li legati, allegando che si come quando papa e Cesare 
fossero insieme nessuno sederebbe in mezzo, l’istesso si do¬ 
vrebbe osservare nelli rappresentanti l’uno e l’altro, e dicendo 
d’aver in ciò il parere e conseglio di persone dotte. Dalli legati 
non fu risposto se non con termini generali, che erano preparati 
di dar a ciascuno il suo luoco, aspettando di aver ordine da 
Roma; il che anco piaceva a don Diego, sperando che là 
nelli archivi pubblici si troverebbono decisioni ed esempi di 
ciò, mostrandosi pronto fuori del concilio di cedere ad ogni 




LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


187 


minimo prete, ma soggiongendo che nel concilio nessun ha 
maggior autorità, dopo il papa, che il suo principe. 

Ad alcuno nel leggere questa relazione potrebbe parere 
che, essendo di cose e ragioni leggiere, tenesse del superfluo; 
ma lo scrittore dell’istoria, con senso contrario, ha stimato 
necessario far sapere da quali minimi rivoletti sia causato un 
gran lago che occupa Europa; e chi nel registro vedesse quante 
lettere andarono e venirono prima che quell’apertura fosse 
conclusa, stupirebbe della stima che se ne faceva e delli su- 
spetti che andavano attorno. 

In Italia, poiché si viddero incamminate le cose del con¬ 
cilio con speranza che questa volta si dovesse pur celebrare, 
li vescovi pensavano al viaggio. 11 viceré di Napoli entrò in 
pensiero che non andassero tutti li suoi: voleva mandare quat¬ 
tro nominati da lui col mandato degli altri del Regno, che 
passano cento. Fece perciò il cappellan maggior del Regno 
una congregazione de prelati in casa sua, e li intimò che 
facessero la procura: a che molti s’opposero, dicendo voler 
andar essi in persona, ché cosi hanno giurato e sono tenuti; 
e non potendo, esser di ragione che ciascuno, secondo la 
propria conscienzia, faccia procuratore, e non un solo per 
tutti. S’alterò il viceré, e di novo ordinò al cappellano mag¬ 
giore che li chiamasse e li comandasse che facessero la pro¬ 
cura, e simil ordine mandò a tutti li governi del Regno. 
Questo diede pensiero assai al papa e alli legati, non sapendo 
se venisse dalla fantasia propria del viceré per mostrarsi suf¬ 
ficiente, o per poca intelligenza, o pur se altri glielo facesse 
fare, e venisse da più alta radice. E per scoprire l’origine di 
questo motivo, il papa fece una bolla severa, che nessuno 
assolutamente potesse comparir per procuratore; quali li legati 
ritennero appresso di loro segreta e non pubblicarono, come 
troppo severa, per esser universale a tutti i prelati di cristia¬ 
nità, eziandio alli lontanissimi e impediti, a’ quali era cosa 
impossibile da osservare; e ancor per essere rigida, statuendo 
che incorrano ipso facto in pena di suspensione a divitiis e 
amministrazione delle chiese, temendo che potesse causar 



i88 


l’istoria del concilio tridentino 


molte irregolarità, nullità de atti e indebite percezioni de 
frutti, e che per ciò si potesse svegliare qualche nazione mal 
contenta ad interporre un’appellazione e incominciar a con¬ 
tender di giurisdizione. Per il che anco scrissero di non do¬ 
verla pubblicare senza nova commissione, stimando anco che 
basti il solo romore d’esser fatta la bolla, senza che si mostri. 
Di questa bolla si dirà a suo luoco il fine che ebbe. 

Un altro negozio, se ben di minor momento, non però 
manco noioso, restava. Li legati, che sino a quel giorno ave¬ 
vano avuto leggieri sussidi per far le spese occorrenti, ed 
essendo anco assai poveri per supplire col suo, come in qual¬ 
che particolare li era convenuto fare, continuando in tal guisa 
non averebbono potuto mantenersi; onde, comunicato con 
Farnese, scrissero al pontefice che non era reputazione sua 
far un concilio senza ornamenti e apparati necessari e con¬ 
sueti, con quel splendore che un tanto consesso ricerca; a che 
era necessaria persona con un carico proprio, e che però sa¬ 
rebbe stato bene ordinare un depositario con qualche somma 
di denari per provveder alle spese occorrenti e per sovvenire 
qualche prelato bisognoso e accarezzar qualche uomo di conto, 
cosa molto necessaria per fare aver buon esito al concilio. 

11 3 maggio essendo già arrivati dieci vescovi, fecero con¬ 
gregazione per stabilire le cose preambule. Nella quale inti¬ 
marono pubblicamente la commissione del pontefice di aprir 
il concilio, aggiongendo che aspettavano a determinar il giorno, 
quando ne fosse data parte all’ imperatore. Si passò la con¬ 
gregazione per la gran parte in cose ceremoniali: che i legati, 
se ben d’ordine diverso (essendo uno vescovo, l’altro prete e 
il terzo diacono), dovessero nondimeno aver li paramenti con¬ 
formi, portando tutti tre ugualmente piviali, si come l’ufficio 
e autorità loro era uguale in una legazione e una presidenza; 
che il luoco delle sessioni dovesse esser dobbato di panni 
arazzi, acciò non paresse un consesso di meccanici. Proposero 
se si dovevano far sedie per il pontefice e per l’imperatore, le 
quali dovessero esser ornate e restar vacue; si trattò se a don 
Diego si avesse a dar un luoco più onorato degli altri ora- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 1S9 

tori. Si considerò che li vescovi di Germania, i quali sono 
anco principi d’Imperio, pretendono di dovere precedere tutti 
gli altri prelati, anco arcivescovi, allegando che nelle diete 
non solo cosi si osserva, ma anco che i vescovi non principi 
stanno con la berretta in mano inanzi loro. Si ebbe in con¬ 
siderazione che l’anno inanzi in quella stessa città fu dispa¬ 
rere sopra ciò, ritrovandosi insieme ad una messa il vescovo 
eicstatense e li arcivescovi di Corfù e Otranto. Si allegò anco 
da alcuni che nella cappella pontificia li vescovi che sono 
oratori de duchi e altri principi precedono gli arcivescovi, 
onde maggiormente le persone medesme de’ principi debbono 
precederli. E sopra questo fu concluso di non risolver cosa 
alcuna, sino che il concilio non fosse più frequente, per ve¬ 
der anco come l’intendono quei di Francia e quei di Spagna. 
Fu ordinato di rinnovare il decreto di Basilea e di Giulio II 
nel lateranense, che a nessuno pregiudichi il sedere fuori di 
luoco suo. Fu commendata la resoluzione d’aspettar li avvisi 
del Farnese a determinar il giorno dell’apertura, con molta 
satisfazione di don Diego. Mostrarono quei pochi vescovi 
molta devozione e obedienza al pontefice, si come fece anco 
dopo ik vescovo di Vercelli, che gionse il di medesmo, finita 
la congregazione, insieme col Cardinal Polo terzo legato. 

Mentre che si fa congregazione in Trento per convincere 
l’eresia col concilio, in Francia l’istesso si operò con le armi 
contra certe poche reliquie de valdesi, abitanti nelle Alpi di 
Provenza, che (come di sopra s’è detto) s’erano conservati 
dalla obedienza della sede romana separati, con altra dottrina 
e riti, assai però imperfetti e rozzi, li quali dopo le renova¬ 
zioni di Zuinglio avevano con quella dottrina fatto aggiunta 
alla propria e ridotti li riti loro a qualche forma, allora 
quando Genèva abbracciò la riforma. Contro questi, già alcuni 
anni, dal parlamento d’Ais era stata pronunciata sentenzia, 
la qual non aveva ricevuto esecuzione. Comandò in questo 
tempo il re che la sentenzia si esequisse. Il presidente, con¬ 
gregati li soldati che puoté raccorre delli luochi vicini e dello 
stato pontificio d'Avignone, andò armato contra quei miseri, 



190 l’istoria del concilio tridentino 

li quali né avevano arme né pensavano a defendersi, se non 
con la fuga, quei che lo potevano fare. Non si trattò né d’in¬ 
segnarli né di minacciarli o costringerli a lasciare le loro opi¬ 
nioni e riti; ma empito prima tutto il paese di stupri, furono 
mandati a fil di spada tutti quelli che non erano potuti fug¬ 
gire e stavano esposti alla sola misericordia, non lasciando 
vivi vecchi, né putti, né donne di qualonque condizione ed 
età. Distrussero, anzi spianarono le terre di Cabriera in Pro¬ 
venza e di Merindolo nel contado di Veneysin, spettante al 
papa, insieme con tutti li luochi di quei distretti. Ed è cosa 
certa che furono uccise più di quattro mila persone, che senza 
far alcuna difesa chiedevano compassione. 

Ma in Germania alli 16 di maggio gionse in Vormazia 
l’imperatore, e il giorno seguente vi arrivò il Cardinal Farnese, 
il qual trattò con lui e col re de’ romani a parte. Espose le 
sue commissioni, particolarmente nel fatto del concilio, fa¬ 
cendo sapere che il pontefice aveva dato facoltà alli legati di 
aprirlo; il che aspettavano di fare dopo che avessero inteso 
da esso lo stato delle cose della dieta. Considerò all’impera¬ 
tore che non bisognava aver alcun rispetto alle opposizioni 
fatte da protestanti, poiché l’impedimento da loro posto non 
era novo e non antiveduto, dal giorno che si cominciò a par¬ 
lare di concilio. Doversi tener per certo che avendo essi scosso 
il giogo dell’obedienza, fondamento principale della religione 
cristiana, e proceduto in tanto empie e scellerate innovazioni 
contro il rito osservato per centenara d’anni con l’approba- 
zione di tanti celeberrimi concili, con la medesima animosità 
recalcitrarebbono contro il concilio che s’incominciava, quan¬ 
tunque legittimo, generale e cristiano, essendo certi di dover 
esser condannati da quello. Però altro non rimaneva se non 
che la Maestà sua o con l’autorità gli inducesse, o con le 
forze li constringesse ad obedire; il che quando non si facesse, 
e per loro rispetto si desistesse da procedere inanzi alla con¬ 
dannazione loro, o vero dopo condannati non fossero costretti 
a deporre li loro errori, si mostraria a tutto ’l mondo che li 
eretici comandano e il papa con l’imperator obediscono. Che 


LIBRO SECONDO * CAPITOLO I 191 

si come Sua Santità lodava l’usare prima la via della dol¬ 
cezza, cosi reputava necessario mostrare con effetti che dopo 
quella sarebbe seguita la forza armata. Gli offerì per questo 
effetto concessione di valersi di parte delle entrate ecclesia¬ 
stiche di Spagna e vendere vassallaggi di quelle chiese, di 
sovvenirlo de danari propri e di mandarli d’Italia in aiuto 
dodicimila fanti e cinquecento cavalli pagati, e far opera che 
dagli altri principi d’Italia fossero parimenti mandati altri 
aiuti, e mentre facesse quella guerra, procedere con arme 
spirituali e temporali contra qualunque tentasse molestar li 
stati suoi. Espose anco Farnese all’imperatore il tentativo del 
viceré di Napoli di voler mandar quattro procuratori per nome 
di tutti li vescovi del Regno, con mostrarli che questo non 
era né ragionevole né legittimo modo, né sarebbe stato con 
reputazione del concilio: che se vescovi tanto vicini in numero 
cosi grande avessero potuto scusarsi con la missione di quattro, 
molto più l’averebbe potuto far la Francia e la Spagna, e 
s’averebbe fatto un concilio generale con venti vescovi. E pregò 
l’imperatore a non tollerare un tentativo cosi contrario all’auto¬ 
rità del papa e alla dignità del concilio del quale è protettore, 
pregandolo a darci rimedio opportuno. Trattò anco il cardi¬ 
nale sopra la promessa fatta per nome di Sua Maestà nella 
proposta mandata alla dieta, cioè che per terminare le discordie 
della religione, caso che il concilio non facesse progresso, si 
farebbe un’altra dieta; e li mise in considerazione che, non 
restando dalla Santità sua, né dalli suoi legati e ministri, né 
dalla corte romana che il concilio non si celebri e non facci 
progresso, non poteva in alcun modo nel recesso intimare 
altra dieta sotto questo colore. E inculcò grandissimamente 
questo ponto, perché ne aveva strettissima commissione da 
Roma, e perché il cardinale del Monte, uomo molto libero, 
non solo gliene fece instanza a bocca, ma anco li scrisse 
per nome proprio e delli colleghi, dopo che parti da Trento, 
con apertissime parole: che questo era un capo importantis¬ 
simo, al qual doveva tenire sempre fissa la mira e non se 
ne scordar in tutta la sua negoziazione, avvertendo ben di non 


192 l’istoria del concilio tridentino 

ammetter coperta alcuna, perché questo solo partorirebbe ogni 
altro buon appontamento. E che quanto a lui, raccordarebbe 
a Sua Beatitudine che eleggesse più presto abbandonare la 
Sede e render a san Pietro le chiavi, che comportare che 
la potestà secolare arrogasse a sé l’autorità di terminar le 
cause della religione, con pretesto e colore che l’ecclesiastico 
avesse mancato del debito suo nel celebrar concilio o in altro. 

Intorno al tentativo del viceré, disse l’imperatore che il 
motivo non veniva d’altronde che da proprio e spontaneo moto, 
e che quando non avesse avuto urgente ragione si sarebbe 
rimosso. Sopra l’aprire del concilio non li diede risoluta rispo¬ 
sta, ma, parlando variamente, ora disse che sarebbe stato ben 
incominciarlo in luoco più opportuno, ora che era necessario 
inanzi l'apertura fare diverse previsioni: onde il cardinale 
chiaramente vedeva che mirava a tenere la cosa cosi in su- 
speso e non far altro, per governarsi secondo li successi, o 
aprendolo o dissolvendolo. Al non intimar altra dieta per 
trattar della religione diede risposta generale e inconcludente: 
che averebbe sempre fatto quanto fosse possibile la stima 
debita dell’autorità pontifìcia. Ma alla proposta di fare la 
guerra a’ luterani, rispose esser ottimo il conseglio del pon¬ 
tefice e la via da lui proposta unica; la quale era risoluto 
d’abbracciare, procedendo però con la debita cauzione, con¬ 
cludendo prima la tregua con turchi, che col mezzo del re 
di Francia sollecitamente e secretissimamente trattava; e con 
avvertenza che essendo il numero e il poter de’ protestanti 
grande e insuperabile, se non si divideranno tra loro o non 
saranno sprovvistamente soprappresi, la guerra sarebbe riuscita 
molto ambigua e pericolosa. Che il disegno era da tenersi 
segretissimo sin che l’opportunità apparisse; la quale sco¬ 
prendosi, egli averebbe mandato a trattare col pontefice; tra 
tanto accettava le oblazioni fattegli. 

Oltre questi negozi pubblici, ebbe il cardinale un altro 
privato di casa sua. 11 pontefice, parendoli poco aver dato a’ 
suoi il ducato di Camerino e Nepi, pensò darli le città di 
Parma e Piacenza, le quali essendo poco tempo inanzi state 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 1 93 

possedute da’ duchi di Milano, desiderava che vi intervenisse 
il consenso di Cesare per stabilirne meglio la disposizione; 
e di questo trattò il cardinale coll’imperatore, mostrando che 
sarebbe tornato a maggior servizio di Sua Maestà se quelle 
città, tanto prossime al ducato di Milano, fossero state in 
mano d’una casa tanto devota e congiunta, più tosto che in 
potere della Chiesa, nella quale succedendo qualche ponte¬ 
fice male affetto, diversi inconvenienti potevano nascere; che 
quella non sarebbe stata alienazione di patrimonio della Chiesa, 
poiché erano pervenute primieramente solo in mano di Giu¬ 
lio li, né ben confirmato il possesso se non sotto Leone; 
che sarebbe stato con evidente utilità della Chiesa, perché in 
cambio di quelle il pontefice li dava Camerino e, detratte le 
spese che si facevano nella guardia di quelle due città e 
gionti ottomila scudi che averebbe il novo duca pagato, 
s’averebbe cavato più entrata di Camerino che di quelle. 
A queste esposizioni aggionse anco il cardinale lettere della 
figliuola, che per proprio interesse ne pregava efficacemente 
l’imperatore; il quale non aveva la cosa discara, cosi per 
l’amore della figlia e de’ nepoti, come perché sarebbe stato 
più facile recuperarla da un duca che dalla Chiesa. Con tutto 
ciò non negò né acconsenti; disse solamente che non averebbe 
fatto opposizione. 

Trattò il legato con li cattolici ed ecclesiastici massime, 
confortandoli alla difesa della religione vera, promettendoli 
dal papa ogni favore. Della negoziazione di guerra, se bene 
trattata secretamente, ne presero sospetto i protestanti, perché 
un frate franciscano, in presenzia di Carlo e di Ferdinando e 
del legato predicando, dopo una grand’invettiva contra lute¬ 
rani, voltato all’imperatore disse: il suo ufficio essere difen¬ 
dere la Chiesa con l’arme; che aveva mancato sino allora di 
quello che già bisognava avere del tutto effettuato; che Dio 
gli aveva fatto tanti benefici meritevoli che ne mostrasse rico¬ 
gnizione contra quella peste d’uomini che non dovevano più 
vivere; né doveva differirlo più oltre, perdendosi ogni giorno 
molti per questo, de’ quali Dio domandarà conto a lui, se non 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


13 



194 


l’istoria del concilio tridentino 


vi porgesse presto rimedio. Questa predica non solo generò so¬ 
spetto, ma eccitò anco ragionamenti che dal legato fosse stata 
comandata; e dalle esortazioni pubbliche concludevano quali 
dovevano essere le private; al qual romore per rimediare il car¬ 
dinale parti di notte secretamente e ritornò con celerità in Italia. 
Ma la suspezione de’ protestanti s’accrebbe per gli avvisi andati 
da Roma che il papa nel licenziar alcuni capitani avesse loro 
dato speranza d’adoperarli l’anno futuro. 

Ma in Trento il 18 maggio gionse il vescovo sidoniense 
con un frate teologo e un secolar dottore, come procuratori 
dell’elettor cardinale arcivescovo magontino. Il vescovo fece 
una mezza orazione dell’ossequio dell’elettor verso il papa e 
la sede apostolica, lodando molto la celebrazione del con¬ 
cilio come solo rimedio necessario a quelle fluttuazioni della 
fede e religione cattolica. Dalli legati fu risposto commen¬ 
dando la pietà e devozione di quel prencipe; e quanto all’ad- 
missione del mandato, dissero che era necessario prima vederlo, 
per esser fatta di nuovo una provvisione da Sua Santità che 
nessuno possi dare voto per procuratore; che restavano in 
dubbio se comprendeva un cardinale e prencipe; che sapevano 
molto bene la prerogativa che meritava sua signoria illustris¬ 
sima, alla quale erano prontissimi di far tutti gli onori e aver 
ogni rispetto. Si misero in confusione questi tre sentendosi 
far difficoltà, e consegnavano di partire. Li legati furono pen¬ 
titi della risposta, conoscendo di quant’importanza sarebbe 
stato se il primo principe e prelato di Germania in dignità e 
ricchezze si fosse alienato da quel concilio; e operarono per 
via di uffici fatti destramente dal Cardinal di Trento, dalli 
ambasciatori ed altri, che si fermassero, dicendo che la bolla 
parlava solo delli vescovi italiani, che dalli legati era stato 
preso errore; i quai legati si contentarono ricever questa carica 
per ovviare a tanto disordine. Scrissero però a Roma dando 
conto del successo, e richiedendo se dovevano riceverli stante 
la bolla, aggiongendo parerli duro dar ripulsa a procuratori 
d’un tanto personaggio che si mostra fervente e favorevole 
alla parte de’ cattolici, quale perciò si potrebbe intepidire; 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


195 


instando di averne risposta, perché la deliberazione che si 
facesse in quella causa servirebbe per esempio, perché potreb- 
bono forse mandar procuratori anco gli altri vescovi grandi 
di Germania: i quali non sarebbe manco bene che andassero 
in persona a Trento, perché, soliti a cavalcar con gran comi¬ 
tive, non potrebbono capire tutti in quella città. E scrissero 
che sopra tutto non bisognava sdegnar li todeschi natural¬ 
mente suspettosi e che facilmente si resolvono, tanto più 
quando si tratta di persone amorevoli e benemeriti, come il 
Coeleo, che è già in viaggio per nome del vescovo eicste- 
tense, il quale ha scritto tante cose contra gli eretici, che 
s’avvergognerebbono di dire che non potesse aver voto in 
concilio. Il pontefice non giudicò bene rispondere precisamente 
sopra di ciò, attesa la difficoltà di Napoli. Perché, continuando 
il viceré nella sua risoluzione, fu fatto mandato alli quattro 
che per nome di tutti intervenissero: i quali postisi in ponto 
passarono da Roma, tacendo d’esser eletti procuratori degli 
altri e dicendo andar per nome proprio, e che gli altri ave- 
rebbono seguito. Ma scrisse alli legati che trattenessero li 
procuratori dando buone parole, sin che gli dasse altra riso¬ 
luzione. Li napolitani nell’istesso tenore parlarono anco al 
loro arrivo in Trento, dissimulando cosi il papa come li le¬ 
gati, per aspettare a farne motto quando fosse risoluto il 
tempo dell’aprir il concilio. 

Nel fine di maggio erano gionti in Trento venti vescovi, 
cinque generali e un auditor di rota, tutti già molto stanchi 
dall’aspettare: li quali lodavano gli altri che, non essendosi 
curati d’esser frettolosi, aspettavano di veder occasione più 
ragionevole di partir di casa, si come con qualche loro disgu¬ 
sto erano chiamati corrivi da quelli che non si erano mossi 
cosi facilmente. Dimandavano però alli legati abilitazione di 
poter andare quindici o venti giorni a Venezia, a Milano o 
altrove, per fuggire le incomodità di Trento, pretendendo o 
indisposizione, o necessità di vestirsi, o altri rispetti. Ma li 
legati, conoscendo quanto ciò importasse alla riputazione del 
concilio, li trattenevano, parte con dire che non avevano 



196 


l’istoria del concilio tridentino 


facoltà di conceder licenza e parte con dar speranza che fra 
pochi giorni s’averebbe dato principio. L’ambasciator cesareo 
ritornò all’ambasciarla sua a Venezia, sotto pretesto d’indi¬ 
sposizione, avendo lasciati li legati dubbi se fosse per com¬ 
missione di Cesare con qualche artificio, o pur per stanchezza 
di star in ozio con incomodità: promesse presto ritorno, ag- 
giongendo che tra tanto restavano gli ambasciatori del re 
de’ romani per aiutare il servizio divino: e nondimeno che 
desiderava non si venisse all’apertura del concilio sino al suo 
ritorno. 

Ma in fine dell’altro mese la maggior parte dei vescovi, 
spinti chi dalla povertà, chi dall’incomodo, fecero querele 
grandissime, ed eccitata tra loro quasi una sedizione, minac¬ 
ciavano di partirsi, ricorrendo a Francesco Castelalto, gover- 
nator di Trento, qual Ferdinando aveva deputato per tenir il 
luoco suo insieme con Antonio della Quetta. Egli si presentò 
alli legati e fece loro istanza per nome del suo re che ormai 
si dasse principio, vedendosi quanto bene sia per seguire dalla 
celebrazione e quanto male dal temporeggiare cosi. Di questo 
li legati si reputarono offesi, parendogli che era un volere 
mostrar al mondo il contrario del vero ed attribuir a loro 
quella dimora che nasceva dall’imperatore; e quantunque aves¬ 
sero tra loro risoluto di dissimulare e rispondere con parole 
generali, nondimeno il Cardinal del Monte non potè raffrenar 
la sua libertà che nel fare la risposta non concludesse in fine 
confortandolo ad aspettar don Diego, il quale aveva più par¬ 
ticolari commissioni di lui. Grande era la difficoltà in tratte¬ 
nere e consolare li prelati, che sopportavano malamente quella 
oziosa dimora, e massime li poveri, a’ quali bisognavano 
denari e non parole: per il che si risolvettero di dar a spese 
del pontefice quaranta ducati per uno alli vescovi de’ Nobili, di 
Bertinoro e di Chiozza, che più delli altri si querelavano: e 
temendo che quella munificenza non dasse pretensione per 
l’avvenire, si dechiararono che era per un sussidio e non per 
provvisione. Scrissero al pontefice, dandogli conto di tutto 
l’operato e mostrandogli la necessità di sovvenirli con qualche 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


197 


maggior aiuto, ma insieme considerandogli che non fosse utile 
dar cosa alcuna sotto nome di provvisione ferma, acciocché 
li padri non paressero stipendiari di Sua Santità e restasse 
fomentata la scusa de’ protestanti di non sottomettersi al con¬ 
cilio, per esser composto di soli dependenti e obbligati al papa. 

In questo medesmo tempo in Vormazia l’imperator citò 
l’arcivescovo di Colonia che in termine di trenta giorni com¬ 
parisse inanzi a sé o mandasse un procuratore per rispondere 
alle accuse ed imputazioni dategli, comandandoli anco che tra 
tanto non dovesse innovar cosa alcuna in materia di religione 
e riti, anzi ritornare nello stato di prima le cose innovate. 
Già sino del 1536 Ermanno, arcivescovo di Colonia, volendo 
riformar la sua chiesa, fece un concilio delli vescovi suoi 
suffraganei, dove molti decreti furono fatti, e se ne stampò 
un libro composto da Giovanni Groppero canonista, che per 
servizi fatti alla chiesa romana fu creato poi Cardinal da papa 
Paulo IV. Ma o non si satisfacendo l’arcivescovo né il Grop¬ 
pero medesimo di quella riforma, o avendo mutato opinione, 
del 1543 congregò il clero e la nobiltà e li principali del suo 
stato, e stabili un’altra sorte di formazione: la qual se ben 
da molti approvata, non piacque a tutto il clero, anzi la mag¬ 
gior parte se gli oppose e se ne fece capo Groppero, il qual 
prima l’aveva consegnata e promossa. Fecero ufficio con l’ar¬ 
civescovo che volesse desistere e aspettar il concilio generale, 
o almeno la dieta imperiale. Il che non potendo ottenere, del 
1544 appellarono al pontefice e a Cesare come supremo avvo¬ 
cato e protettore della Chiesa di Dio. L’arcivescovo pubblicò 
con una sua scrittura che l’appellazione era frivola e che non 
poteva desistere da quello che apparteneva alla gloria di Dio 
ed emendazione della Chiesa; che egli non aveva da fare né 
con luterani né con altri, ma che guardava la dottrina con¬ 
senziente alla sacra Scrittura. Proseguendo l’arcivescovo nella 
sua riforma ed instando il clero di Colonia in contrario, Ce¬ 
sare ricevette il clero nella sua protezione e citò l’arcivescovo, 
come si è detto. 

Di questo essendo andato avviso in Trento, diede materia 



19S l’istoria del concilio tridentino 

di passar l’ozio almeno con ragionamenti. Si commossero 
molto li legati; e tra li prelati che si vi trovavano, quei di 
qualche senso biasimavano l’imperatore che si facesse giudice 
in causa di fede e di reforma, e la più dolce parola che dice¬ 
vano era il procedere cesareo esser molto scandaloso. Comin¬ 
ciarono a conoscer di non esser stimati, e che lo star in ozio 
era insieme un star in vilipendio del mondo. Perciò discorre¬ 
vano esser costretti a dechiararsi d’esser concilio legittimamente 
congregato, e a dar principio all’opera di Dio, incominciando 
le prime azioni dal procedere contro l’arcivescovo suddetto, 
contra l’elettor di Sassonia, contra il langravio d’Assia, ed 
anco contra il re d’Inghilterra. Avevano concetto spiriti grandi, 
si che non parevano più quei che pochi giorni prima si ripu¬ 
tavano confinati in prigione. Raffrenavano questo ardore li 
ministri del magontino, considerando la grandezza di quei 
prencipi e l’aderenza, e il pericolo di farli restringere col re 
anglico e metter un fuoco maggior in Germania; e il Cardinal 
di Trento non parlava in altra forma. Ma li vescovi italiani, 
riputandosi da molto se mettessero mano in soggetti eminenti, 
dicevano esser vero che tutto il mondo sarebbe stato attento 
ad un tal processo, nondimeno che tutta l’importanzia era 
principiarlo e fondarlo bene. S’incitavano l’un l’altro, dicendo 
che bisognava resarcire parte della tardità passata con la cele¬ 
rità, che si dovesse dimandar al papa qualche uomo di valore 
che facesse la perorazione contra li rei, come fece Melchior 
Baldassino contra la pragmatica nel concilio lateranense, per¬ 
suasi che il privare li principi delli stati loro non avesse altra 
difficoltà che di ben usare le formule de’ processi. Ma li legati, 
cosi per questa come per altra occorrenza, conobbero esser 
necessario aver un tal dottore, e scrissero a Roma che fosse 
provveduto di alcuno. 

Il pontefice, intesa l’azione dell’imperatore, restò attonito 
e dubbioso se dovesse querelarsi o tacere: il querelarsi, non 
dovendo da ciò succeder effetto, lo giudicava non solo vano, 
ma anche una pubblicazione del poco potere; e questo lo 
moveva grandemente. Ma dall’altra parte, ben pensato quanto 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


199 


importasse se egli avesse passato con silenzio una cosa di 
tanto momento, deliberò di non far parole come a Trento, 
ma venir ai fatti, per rispondere poi all’imperatore, se egli 
avesse parlato. E però sotto li 18 di luglio fece un’altra cita¬ 
zione contra l’istesso arcivescovo, che in termine di sessanta 
giorni dovesse comparire personalmente inanzi a lui. Citò 
ancora il decano di Colonia e cinque altri canonici dei prin¬ 
cipali, lasciando in disputa alle persone in che modo l’arci¬ 
vescovo potesse comparir inanzi a doi che lo citavano per la 
medesima causa, in diversi luochi, nel medesimo tempo, e in 
che appartenesse all’onor di Cristo una disputa di competenza 
de fòro. Ma di questo, quello che succedesse e che termine 
avesse la causa, si dirà al suo luoco. 

Tornando a quello che tocca di più prossimo il concilio, 
furono dall’imperatore fatti diversi tentativi nella dieta, acciò 
li protestanti condescendessero ad accordar li aiuti contra i 
turchi, senza far menzione delle cause della religione: al che 
perseveravano rispondendo non poter far risoluzione se non 
li era data sicurezza che la pace si dovesse conservare, e che 
per la convocazione fatta in Trento sotto il nome di concilio 
non s’intendesse venuto il caso della pace finita, secondo il 
decreto della dieta superiore, ma fosse dechiarato che la pace 
non potesse essere interrotta, né essi sforzati per qualonque 
decreti si facessero in Trento; perché a quel concilio non 
possono sottomettersi, dove il papa, che li ha già condannati, 
ha intiero arbitrio. L’imperator diceva non poterli dar pace 
che gli esenti dal concilio, all’autorità del quale tutti sono 
sottoposti; che non averebbe modo di scusarsi appresso agli 
altri re e principi, quando alla sola Germania si concedesse 
non obedir al concilio, congregato principalmente per rispetto 
di lei. Ma se essi pretendevano avere causa, come dicevano, 
di non sottomettersi, andassero al concilio, rendessero le ra¬ 
gioni perché l’hanno in suspetto, che sarebbono ascoltati; e 
se allora li fosse parso esserli fatto torto, averebbono potuto 
recusarlo, non essendo pertinente il prevenire e insospettirsi 
di quello che non appare, e pretender gravame di cose future 


200 


l’istoria del concilio tridentino 


facendo giudicio di quello che ancor non si vede. A che repli¬ 
cavano non parlare di cose future ma passate, essendo la loro 
religione stata già dannata e perseguitata dal pontefice e da 
li suoi aderenti; onde non avevano da aspettar giudicio futuro, 
essendovi già il passato. Per il che esser giusta cosa che nel 
concilio il papa, con aderenti suoi di Germania e d’ogn’altra 
regione, facessero una parte, ed essi l’altra: e della difficoltà 
circa il modo e ordine di procedere fossero giudici l’impera¬ 
tore e li re e principi; ma quanto al merito della causa, la 
sola parola di Dio. 

Né potèro esser mai rimossi da questa risoluzione, ancorché 
l’ambasciator di Francia, che era ivi presente, facesse instanza 
grandissima che acconsentissero al concilio, con parole che te¬ 
nevano del minaccievole, dettate a quell’ambasciatore, quando 
di Francia parti, dalli ministri di quel re fautori del ponte¬ 
fice. Fu messo in campo dalli cesarei di transferir il concilio 
in Germania, sotto promessa dell’imperatore di far efficace 
opera che il pontefice vi condescendesse; la qual proposta fu 
dagli altri accettata, sotto condizione che fosse stabilita la 
pace sin tanto che fosse quivi congregato. Ma Carlo, certo 
che il pontefice mai avrebbe acconsentito, vidde che questo 
era un darli pace perpetua, e però meglio era lasciare le cose 
in sospeso, concedendola solo sino ad un’altra dieta, veden¬ 
dosi costretto per non aver ancora concluso la tregua de’ tur¬ 
chi, e stimando più quella guerra, e pensando che per occasioni 
d’un colloquio si sarebbono offerti altri mezzi più ragionevoli 
all’avvenire per constringerli di novo che acconsentissero al 
concilio di Trento; e ricusando, averli per contumaci e farli 
la guerra. Per il che finalmente a’ 4 d’agosto mise fine alla 
dieta, ordinandone una per il mese di gennaro seguente in 
Ratisbona, dove li principi intervenissero in persona, e insti- 
tuendo un colloquio sopra le cause della religione, di quattro 
dottori e due giudici per parte, il qual s’incominciasse al 
decembre, acciò la materia fosse digesta inanzi la dieta, con¬ 
fermando e rinnovando li passati editti di pace e ordinando 
il modo di pagar le contribuzioni per la guerra. Come il collo¬ 
quio procedesse, in suo luoco si dirà. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


201 


Partiti li protestanti da Vormazia, diedero fuori un libro, 
dove dicevano in somma che non avevano il tridentino per 
concilio, come non congregato in Germania, secondo le pro¬ 
messe di Adriano e dell’ imperatore; al che avendo mostrato 
di sodisfare con elegger Trento, era un farsi beffe di tutto ’l 
mondo, non potendosi dir Trento in Germania, se non per¬ 
ché il vescovo è principe d’Imperio. Ma per quel che tocca 
alla sicurtà, esser cosi bene in Italia e in potere del pontefice, 
come Roma medesima; e maggiormente non averlo per legit¬ 
timo, perché papa Paulo voleva preseder in quello e proponer 
per li legati, perché li giudici a lui erano obbligati con giu¬ 
ramento; che essendo contra il papa la lite istituita, non do¬ 
veva egli esser giudice; che bisognava trattar prima della 
forma del concilio e delle autorità, sopra quali si doveva far 
fondamento. 

Ma ugualmente in Trento come a Roma dispiacque sopra 
modo la resoluzione dell’imperatore, cosi perché un principe 
secolare s’intromettesse in cause di religione, come perché li 
pareva esser esautorato il concilio, poiché essendo quello immi¬ 
nente, si dava ordine di trattar altrove le cause della religione. 
Li prelati che in Trento si ritrovavano, quasi con una sola 
bocca biasimavano il decreto, dicendo esser peggior che quello 
di Spira, e maravigliandosi come il pontefice, che contra 
quello si era mostrato cosi vivo, aveva tollerato e tollerasse 
questo, dopo che era inditto e già congregato il concilio. 
Cavavano, da questo, manifesto indizio che lo star loro in 
Trento era una cosa vana e disonorevole: s’ingegnavano li 
legati quanto potevano di consolarli e persuaderli che tutto 
era stato permesso da Sua Santità a buon fine. Ma essi repli¬ 
cavano che a qualunque fine sia permesso, e qualunque cosa 
ne segua, non si torrà mai la nota fatta non solo al ponte¬ 
fice e sede apostolica, ma al concilio e a tutta la Chiesa. Né 
potevano li legati resistere alle loro querele, le quali poi ter¬ 
minavano tutte in dimandar licenza di partire; alcuni allegando 
necessari e importanti loro affari, altri per ritirarsi in alcune 
delle città vicine, per infirinità o indisposizione. E se bene li 



202 


l’istoria del concilio tridentino 


legati non concedevano licenza a nessuno, alcuni alla giornata 
se l’andavano prendendo, si che inanzi il fine del mese di 
settembre restarono pochissimi. 

Ma in Roma, se ben per la negoziazione del Cardinal Far¬ 
nese si prevedeva che cosi dovesse essere, nondimeno, dopo 
succeduto, si cominciò a pensarci con maggior accuratezza. 
Si consideravano li fini dell’ imperatore molto differenti da 
quello che era intenzione del pontefice; perché Cesare, col 
tener le cose cosi in sospeso, faceva molto bene il fatto suo 
con la Germania, dando speranza alli protestanti che, se fosse 
compiaciuto, non averebbe lasciato aprire il concilio, e met¬ 
tendoli anco in timore che, non compiaciuto, l’averebbe aperto 
e lasciato procedere contra di loro. Per il che faceva anco 
nascere sempre novi emergenti che tenessero le cose in so¬ 
speso, trasportando dolcemente il tempo sotto diversi colori, 
c alle volte proponendo anco che fosse meglio transferirlo 
altrove; dando anco speranza di contentarsi che si transferisse 
in Italia, e anco a Roma, acciocché più facilmente il papa e 
li prelati italiani porgessero orecchie alla proposta e tirassero 
il concilio in longo. 

Il pontefice era molto angustiato: alle volte si eccitava in 
lui il desiderio antico de’ suoi precessori che il concilio non 
si celebrasse, e condennava se stesso d’avere camminato questa 
volta tanto inanzi; vedeva però di non potere senza gran 
scandolo o pericolo mostrar apertamente di non volerlo, con 
dissolver quella poca di congregazione che era in Trento; 
vedeva chiaramente che per estinguer l’eresie non era utile 
rimedio, perché per quello che s’aspettava all’Italia, era più 
ispediente con la forza e con l’officio dell’inquisizione prov¬ 
vedere, dove che l’espettazione del concilio impediva questo 
che era unico rimedio. Quanto alla Germania, appariva ben 
chiaramente che il concilio piuttosto difficoltava che facilitava 
quelle cose: nel rimanente, ancora celebrandosi, aveva gran 
dubbio se dovesse concedere all’imperatore li mezzi frutti e 
vassallatici de’ monasteri di Spagna; perché non facendolo, 
Sua Maestà ne sarebbe restata sdegnata; facendolo, dubitava 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


203 


che nel concilio scoprissero li prelati spagnoli alienazione 
d’animo da lui e dalla sede apostolica, che ad altri donava 
quello che a loro apparteneva. Vedeva anco una mala sodi- 
sfazione nelli prelati del Regno, a’ quali averebbe parso 
intollerabile il pagare le decime e insieme stare su le spese 
nel concilio: giudicava che quelli di Francia si sarebbono 
accostati con loro e fomentatili, non per carità, ma per im¬ 
pedire li comodi dell’imperatore. Per il che cominciò voltare 
l’animo alla translazione, purché non si trattasse di portarlo 
più dentro in Germania, come era stato trattato in Vormes; il 
che non voleva acconsentir mai (diceva egli), se ben s’avesse 
avuto cento ostaggi e cento pegni: massime che col transferirlo 
più dentro in Italia, in luogo più fertile, comodo e sicuro, li 
pareva fuggir l’inconveniente di continuare in quello stato 
e tener il concilio sopra le àncore e tirarlo di stagione in 
stagione, peggior deliberazione che si potesse fare per infiniti 
e perpetui pregiudici che potrebbono succedere; oltre che 
col tempo che la translazione portava, era rimediato al male 
presente, che era aver un concilio in concorrenzia d’un col¬ 
loquio e d’una dieta instituita per causa di religione, non 
sapendo che fine né l’uno né l’altro potessero avere (cosa 
disonorevole e pericolosa e di mal esempio); e si soddisfaceva 
alli prelati col partire da Trento. Cosi deliberato, per esser 
provvisto a far opportunamente l’esecuzione, mandò alli legati 
la bolla di facoltà per transferirlo, data sotto 22 febbraro, della 
qual sopra s’è detto. 

Non occupavano questi pensieri né tutto né la principal 
parte dell’animo del pontefice, si che non pensasse molto più 
all’ infeudazione di Parma e Piacenza nella persona del figlio, 
quale aveva a Cesare comunicata: e la mandò ad effetto nel 
fine d’agosto, senza rispetto all’universal mormorio che, mentre 
si trattava di reformar il clero, il capo donasse principati ad un 
figlio di congionzione dannata, e quantonque tutto ’1 collegio 
lo sentisse male, se ben solo Giovan Dominico de Cupis, cardi¬ 
nale de Trani, con l’aderenza di alcuni pochi si opponesse, 
e Giovanni Vega ambasciator imperiale ricusasse intervenirvi; 



204 


l’istoria del concilio tridentino 


e Margarita d’Austria sua pronuora, che averebbe voluto l’in¬ 
vestitura in persona del marito, perché perdeva il titolo di 
duchessa di Camerino e non ne acquistava altro, se ne mo¬ 
strasse scontenta. Dipoi, voltato tutto ad uscire dalle difficultà 
e pericoli che portava il concilio, stando cosi né aperto né 
chiuso, ma si ben in termine di poter servire all’ imperatore 
contra di lui, deliberò di mandar il vescovo di Caserta per 
trattar con Sua Maestà, proponendo che si aprisse e se gli 
dasse principio, o vero si facesse una suspensione per qualche 
tempo; e quando questo non fosse piaciuto, la translazione in 
Italia, per dar tempo onestamente a quello che si fosse trat¬ 
tato nel colloquio e dieta; o qualche altro partito che non 
fosse cosi disonorevole e pericoloso per la chiesa, come era lo 
star il concilio in pendente con li legati e prelati ociosi. 

Questa negoziazione s’incamminò con varie difficoltà; per¬ 
ché l’imperatore era risoluto di non consentire né a suspen¬ 
sione né a translazione; né parendogli utile alli suoi fini 
l’apertura, non negava assolutamente alcuna delle proposte; 
né avendo altro partito, non sapeva che altro fare, se non 
interpor difficoltà alle tre proposte. Finalmente nel mezzo 
di ottobre trovò temperamento che il concilio si aprisse e trat¬ 
tasse della reformazione, soprassedendo dalla trattazione delle 
eresie e de’ dogmi, per non irritar li protestanti. Il pontefice, 
avvisato per lettere dal noncio, fu toccato nell’intimo del 
cuore. Vedeva chiaro che questo era dare la vittoria in mano 
a’ luterani e spogliar lui di tutta l’autorità, facendolo depen¬ 
dere dalli colloqui e diete imperiali, con ordinar, in quelle, 
trattazioni di religione e vietarle al concilio, e indebolirlo con 
alienarli li suoi per via di riforma, e fortificar li luterani col 
sopportar o non condannar le eresie loro. E certificato in se 
stesso che gl’interessi suoi e quei di Cesare, per la contra¬ 
rietà, non potevano unirsi, deliberò tenire li suoi fini occulti 
e operare come metteva conto alle cose sue. Però, senza mo¬ 
strar alcuna displicenza della risposta, replicò immediate al 
Caserta che per compiacer a Sua Maestà deliberava di aprir 
il concilio senza interposizione di tempo, comandando che 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO I 


205 


si dasse principio agli atti conciliari, procedendo tutti con 
piena libertà e con debito modo ed ordine. Il che disse il 
pontefice cosi con parole generali, per non esprimersi quali 
cose dovessero essere prima o dopo proposte e trattate, o 
lasciate in tutto, essendo risoluto che le cose della religione 
e de’ dogmi fossero principalmente trattate; senza addur altra 
ragione, quando fosse costretto dirne alcuna, se non che il 
trattar della riforma sola era una cosa mai più usata, con¬ 
traria alla riputazione sua e del concilio. Per il che l’ultimo 
di ottobre, avendo comunicato il tutto con li cardinali, di 
loro conseglio e parere stabili e scrisse anco a Trento che 
il concilio dovesse esser aperto per la futura domenica Gau- 
dcte dell’avvento, la qual doveva esser a’ 13 decembre. 

Arrivata la nova, li prelati mostrarono grandissima alle¬ 
grezza, vedendo d’essere liberati dal pericolo, che li pareva 
soprastare, di rimaner in Trento longamente e senza operare 
cosa alcuna. Ma poco dopo tornarono in campo le ambiguità, 
perché arrivarono lettere dal re di Francia alli suoi prelati, 
che erano tre, di dover partire. Alli legati ciò parve cosa im¬ 
portantissima, essendo come una dechiarazione che la Francia 
ed il re non approvassero il concilio. Tentarono ogni pratica 
per impedire quella partita: dicevano alli tre prelati che quel¬ 
l’ordine era dato dal re in un altro stato di cose e che biso¬ 
gnava aspettarne un altro novo da Sua Maestà, poi che avesse 
inteso il presente; raccordando lo scandolo che ne sarebbe 
successo altrimenti facendo, e l’offesa che averebbono ricevuto 
le altre nazioni. Il Cardinal di Trento ancora, e li prelati spa¬ 
gnoli e italiani protestavano che non fossero lasciati partire. 
Per il che finalmente presero temperamento che solo monsi¬ 
gnor di Rennes partisse per dar conto, al re, e gli altri doi 
rimanessero; il che, quando fu saputo dal re, fu anche lodato. 



CAPITOLO II 

(dicembre 1545-gennaio 1546). 


[Cerimonia di apertura del concilio. — Lettura delle bolle e del decreto 
di sessione. — Esortazione dei legati e discorso del vescovo di Bitonto. 
— I legati chiedono istruzioni varie a Roma. — Sguardo retrospettivo 
all’origine e procedura dei concili. — Il papa esenta i prelati del con¬ 
cilio dal pagamento delle decime. Il cardinale del Monte propone 
la procedura del concilio lateranense. — Contrasti sul titolo da darsi 
al concilio. — Sessione seconda: ancora la questione del titolo. — 
Opinioni varie sull’ordine da seguirsi nella trattazione: il papa per 
la precedenza ai dogmi, l’imperatore alla riforma. — Si decide la 
contemporanea trattazione dei dogmi e della riforma.] 


L’ultimo di novembre, avvicinandosi il tempo prefisso 
all’apertura, scrissero li legati a Roma che per conservare 
l’autorità della sede apostolica conveniva nell’aprirlo legger 
e registrare una bolla che lo comandasse; e spedirono in di- 
ligenzia, acciocché potesse venir a tempo. Arrivò la risposta 
colla bolla alli ir decembre; per il che il giorno seguente li 
legati comandarono un degiuno e processione per quel di, e 
fecero una congregazione de tutti li prelati, dove prima fu 
letta la soprannominata bolla e poi trattato di tutto quello che 
si aveva da fare il di seguente nella sessione. Il vescovo di 
Astorga con dolcissima maniera propose che fosse necessario 
legger in congregazione il breve della legazione e presidenza, 
acciò fosse una professione dell’obedienza e soggezione di 
tutti loro alla sede apostolica. La quale richiesta fu approvata 
da quasi tutta la congregazione, anco con instanza particolare 
di ciascuno. Ma il legato Santa Croce, considerando dove 
poteva la dimanda capitare, e che il pubblicare l’autorità 
della presidenza sarebbe stato con pericolo che fosse limitata, 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


207 


riputando meglio, con tenerla secreta, poterla usare come gli 
accidenti comportassero, rispose prontamente che nel concilio 
tutti erano un solo corpo, e che tanto sarebbe stato necessario 
legger le bolle di ciascun vescovo, per mostrare che egli era 
tale e instituito dalla sede apostolica; che sarebbe cosa longa, 
e per quelli che veniranno alla giornata occuperebbe tutte le 
congregazioni. E con questo mise fine all’instanza, e ritenne 
la dignità della legazione, che consisteva in esser illimitata. 

Venne finalmente il 13 di decembre, quando in Roma il 
papa pubblicò una bolla di giubileo, dove narrava aver inti¬ 
mato il concilio per sanar le piaghe causate nella Chiesa dagli 
empi eretici. Per il che esortava ognuno ad aiutar li padri 
congregati in esso con le loro preghiere appresso Dio; il che 
per far più efficacemente e fruttuosamente, dovessero confes¬ 
sarsi, digiunare tre di, e nelli medesimi intervenire alle pro¬ 
cessioni e poi ricever il santissimo Sacramento, concedendo 
perdono di tutti li peccati a chi cosi facesse. E l’istesso giorno 
in Trento li legati con tutti li prelati, che erano in numero 
venticinque, in abito pontificale, accompagnati dalli teologi, 
dal clero e dal popolo forestiero e della città, fecero una so¬ 
lenne processione dalla chiesa della Trinità alla cattedrale. 
Dove gionti, il Monte primo legato cantò la messa dello Spi¬ 
rito Santo, nella quale fu fatto un longo sermone dal vescovo 
di Bitonto con molta eloquenza; e quella finita, fecero legger 
li legati un’ammonizione de scripto , molto longa, la somma 
della quale era: esser carico loro nel corso del concilio am¬ 
monire li prelati in ogni occorrenza; era giusto dar principio 
in quella prima sessione, intendendo però di far tanto quel¬ 
l’ammonizione, quanto tutte le altre a se stessi ancora, come 
della stessa condizione con loro; che il concilio era congregato 
per tre cause: per estirpazione dell’eresia, restituzione della 
disciplina ecclesiastica e recuperazione della pace; per ese- 
quire le quali cose prima conveniva aver un vero ed intimo 
senso d’esser stati causa di tutte tre quelle calamità. Dell’eresie, 
non per averle suscitate, ma non avendo fatto il debito in 
seminar buona dottrina e sradicar la zizzania. Delli corrotti 



20 S 


l’istoria del concilio tridentino 


costumi non essere bisogno far menzione, essendo manifesta 
cosa che il clero e li pastori soli erano e li corrotti e li cor¬ 
ruttori. Per le quali cause anco Iddio aveva mandato la terza 
piaga, che era la guerra, cosi esterna de’ turchi, come civile 
tra cristiani. Che senza questa interna e vera recognizione in 
vano entravano in concilio, in vano averebbono invocato lo 
Spirito Santo. Essere giusto il giudicio di Dio che li castigava 
si fattamente, però con pena minor del merito. Per il che 
esortavano ognuno a conoscere li suoi falli, a mitigar l’ira di 
Dio, replicando che non sarebbe venuto lo Spirito Santo da 
loro invocato, se ricusassero udir li propri peccati e ad 
esempio di Esdra, Neemia e Daniele confessarli, e aggion- 
gendo essere gran beneficio divino l’occasione di principiar 
il concilio per restaurare ogni cosa. E se ben non manche¬ 
ranno oppugnatori, nondimeno essere loro carico operare con 
costanzia, e come giudici guardarsi dagli affetti e attender 
alla sola gloria divina, dovendo far quest’ufficio inanzi Dio, 
gli angeli e tutta la Chiesa. Ammonirono in fine li vescovi 
mandati dalli principi a far il servizio de’ loro signori con 
fede e diligenza, preponendo però la reverenzia divina ad 
ogn’altra cosa. Dopo questa fu letta la bolla dell’intimazione 
del concilio del 1542 e un breve della semplice deputazione 
delli legati, con la bolla dell’apertura del concilio letta in 
congregazione. E immediate si fece inanzi Alfonso Zorilla, 
secretario di don Diego, e riprodusse il mandato dell’impe¬ 
ratore, già presentato alli legati, aggiongendo una lettera di 
don Diego, nella quale scusava l’assenzia sua per indisposi¬ 
zione. Dalli legati fu risposto, quanto all’escusazione, che era 
ben degna d’esser ammessa; quanto al mandato dissero che, 
se ben potevano insistere nella resposta fatta al sopraddetto 
tempo, nondimeno li piaceva per maggior riverenza riceverlo 
di novo ed esaminarlo, dovendo poi darne risposta. 

Le qual cose fatte secondo il rito del ceremoniale romano, 
s’ingenocchiarono tutti a far l’orazione con voce sommessa, 
accostumata in tutte le sessioni, e poi la pubblica: Adsumus 
Domine etc. Sancii Spiritus etc., che il presidente dice ad 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


209 


alta voce in nome di tutti; e cantate le letame, dal diacono 
fu letto l’Evangelio: Si peccaverit in te frater tuns, e final¬ 
mente cantato l’inno Veni Creator Spiritus ; e sentati tutti a’ 
propri luochi, il Cardinal del Monte con la propria voce pro- 
nonciò il decreto per parole interrogative, leggendo se piaceva 
alli padri, a laude di Dio, estirpazione delle eresie, reforma¬ 
zione del clero e populo, depressione delli inimici del nome 
cristiano, determinar e dechiarar che il sacro tridentino e 
generai concilio incominciasse e fosse incominciato. Al che 
tutti risposero, prima li legati, poi li vescovi e altri padri, per 
la parola placet. Soggionse poi se, attesi li impedimenti che 
dovevano portare le feste dell’anno vecchio e novo, li piaceva 
che la sequente sessione si facesse a’ 7 di gennaro, e risposero 
parimente che li piaceva. Il che fatto, Ercole Severolo, pro- 
motor del concilio, fece instanza alli notari che del tutto faces¬ 
sero instromento. Si cantò l’inno Te Deum , e li padri, spo¬ 
gliati gli abiti pontificali e vestiti li comuni, accompagnarono 
li legati, camminando inanzi loro la croce. Le qual ceremonie 
essendo state usate nelle seguenti sessioni similmente, non si 
replicaranno più. 

Stavano la Germania e Italia in gran curiosità d’intendere 
le prime azioni di questo consesso con tante difficoltà prin¬ 
cipiato, e li prelati e loro familiari, che si ritrovavano in 
Trento, incaricati dagli amici di avvisarnegli. Per il che im¬ 
mediate dopo la sessione fu mandato per tutto copia del¬ 
l’ammonizione delli legati e dell’orazione del Bitonto, le quali 
furono anco presto poste in stampa. De le quali per narrare 
ciò che fosse detto comunemente, è necessario prima riferire 
in sommario il contenuto dell’orazione. Quella ebbe prin¬ 
cipio dal mostrar la necessità di concilio, per esser passati 
cento anni dopo la celebrazione del fiorentino, e perché le 
cose ardue e difficili, alla Chiesa spettanti, non si possono 
ben trattar se non in quello. Perché nelli concili sono stati 
fatti dei simboli, dannate l’eresie, emendati li costumi, unite 
le nazioni cristiane, mandato gente all’acquisto di Terra Santa, 
deposti re e imperatori, ed estirpati li scismi. E che per ciò 


Sarpi, Istoria del Concìlio Tridentino - I. 


14 



2 10 


l’istoria del concilio tridentino 


li poeti introducono li concili delli dei. E Moisè scrive che 
furono voci conciliari il decreto di fare l’uomo e di confonder 
le lingue delli giganti. Che la religione ha tre capi: dottrina, 
sacramenti e carità, che tutti tre chiamano concilio. Narrò le 
corruttele entrate in tutti tre questi, per restituir li quali il 
papa col favor dell’imperatore, delli re di Francia, de’ro¬ 
mani e de Portogallo, e di tutti li principi cristiani, ha redotta 
la sinodo e mandati li legati. Fece digressione longhissima 
in lode del papa, un’altra poco più breve in commendazione 
dell’imperatore; lodò poi li tre legati, traendo le commenda¬ 
zioni dal nome e cognome di ciascuno di essi. Soggionse che, 
essendo il concilio congregato, tutti dovevano , adunarsi a 
quello come al cavai di Troia. Invitò li boschi di Trento a 
risuonare per tutto ’l mondo che tutti si sottomettino a quel 
concilio; il che se non faranno, si dirà con ragione che la 
luce del papa è venuta al mondo e gli uomini hanno amato 
più le tenebre che la luce. Si dolse che l’imperatore non fosse 
presente, o almeno Diego che lo rappresentava. Si congratulò 
col cardinale Madruccio, che nella sua città il papa avesse 
congregato li padri dispersi ed erranti. Si voltò alli prelati e 
disse che aprir le porte del concilio è aprir quelle del para¬ 
diso, di donde debbia descender l’acqua viva per empir la 
terra della scienza del Signore. Esortò li padri ad emendarsi 
e aprir il cuore come terra arida per riceverla, soggiongendo 
che se non lo faranno, lo Spirito Santo nondimeno aprirà 
loro la bocca, come quella di Caifas e di Balaam, acciò fal¬ 
lando il concilio non falli la Chiesa santa, restando però le 
menti loro ripiene di spirito cattivo. Li esortò a deponer tutti 
gli affetti per poter degnamente dire: « È parso allo Spirito 
Santo e a noi ». Invitò la Grecia, Francia, Spagna e Italia e 
tutte le nazioni cristiane alle nozze. In fine si voltò a Cristo, 
pregandolo, per l’intercessione di san Vigilio, tutelar della 
vai di Trento, ad assistere a quel concilio. 

L’ammonizione delli legati fu stimata pia, cristiana e mo¬ 
desta, e degna de’ cardinali; ma il sermone del vescovo fu 
giudicato molto differente: la vanità e ostentazione di elo- 




LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


2 I I 


quenzia era notata da tutti. Ma le persone intelligenti compa¬ 
ravano, come sentenzia santa ad una empia, quelle ingenue e 
verissime parole delti legati, «che senza una buona recogni¬ 
zione interna in vano s’invocarebbe lo Spirito Santo», col 
detto del vescovo tutto contrario, « che senza di quella anco 
sarebbe dallo Spirito Santo aperta la bocca, restando il cuore 
pieno di spirito cattivo». Era stimata arroganza l’affirmare che 
errando quei pochi prelati, la Chiesa tutta dovesse fallare, 
quasi che altri concili di settecento vescovi non abbiano errato, 
ricusando la Chiesa di ricevere la loro dottrina. Aggiongevano 
altri questo non esser conforme alla dottrina de’ pontefici che 
non concedono infallibilità se non al papa, e al concilio per 
virtù della conferma papale. Ma l’aver comparato il concilio al 
cavai di Troia, che fu macchina insidiosa, era notato d’im¬ 
prudenza e ripreso d’irreverenza. L’aver ritorto le parole della 
Scrittura che Cristo, e la dottrina sua, luce del Padre, è ve¬ 
nuto al mondo, e gli uomini hanno preferito le tenebre alla 
luce, facendo che il concilio, o sua dottrina, sia la luce del 
papa apparsa al mondo, che se non fosse ricevuta si dovesse 
dire: «Gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce», 
era stimata una biastema; e si desiderava almeno non fossero 
prese le parole formali della divina Scrittura, per non mostrar 
cosi apertamente di vilipenderla. 

Ma in Trento, fatta l’apertura, non sapevano ancora né li 
prelati né li legati medesimi che cosa si dovesse trattare, né 
che modo si dovesse servare. Per il che, dando conto delle 
cose fatte inanzi e in quella, scrissero li legati a Roma una 
lettera degna di esser reportata in tutte le sue parti. Prima 
dicevano aver statuito la seguente sessione al giorno dopo 
l’Epifania, come termine da non poter esser tassato né di 
soverchia prolongazione né di troppa brevità, acciocché fra 
tanto potessero esser avvisati come doveranno governarsi nelle 
altre sessioni; sopra che desideravano aver lume. E perché 
polrebbono esser interpellati ad ogn’ora di diverse cose, le 
quali non avessero spacio di avvisare e aspettar risposta, ri¬ 
cercavano che se li mandasse un’instruzione più particolare 



2 I 2 


l’istoria del concilio tridentino 


che fosse possibile; che sopra tutto desideravano esser avvertiti 
quanto al modo e forma di procedere e di propor e risolvere, 
e quanto alle materie da trattare. Dimandarono specialmente 
se le cause dell’eresie averanno da esser le prime, e se si 
averanno da trattar generalmente o in particolare, dannando 
la falsa dottrina, o le persone degli eretici famosi principali, 
o l’uno e l’altro insieme; se proponendosi dalli prelati qualche 
articolo di riforma, alla quale pare che ognuno miri, si do- 
verà trattarne insieme con l’articolo della religione, o prima, 
o dopo; se il concilio ha da intimar a’ populi e nazioni il 
suo principio, invitando li prelati e prencipi ed esortando li 
fideli a pregar Dio per il buon progresso, o se Sua Santità 
vorrà farlo essa. Se occorrerà scriver qualche lettera missiva 
o responsiva, che forma s’averà da usare e che sigillo; si¬ 
milmente che forma s’averà da usare nella estensione del li 
decreti: se doveranno mostrar di sapere o dissimular il col¬ 
loquio e dieta che si faranno in Germania; se nel proceder 
doveranno andare tardi o presto, cosi nel determinar le ses¬ 
sioni, come nel proponere le materie. Avvisarono esser pen¬ 
siero d’alcuni prelati che si proceda per nazione; il qual modo 
essi tenevano per sedizioso, ché averebbe fatto ammutinar 
insieme quelli di ciascuna, e che il maggior numero degl’ita¬ 
liani, che sono li più fedeli alla sede apostolica, non ave¬ 
rebbe giovato, quando il voto di tutti insieme fosse stato 
d’ugual valore a quello di pochi francesi o spagnoli o tede¬ 
schi. Avvisarono anco che si penetrava altri aver disegnato 
di disputare della potestà del concilio e del papa, cosa peri¬ 
colosa per far nascer un scisma tra li cattolici medesimi; e 
nella congregazione dei 12 si vidde che tutti li prelati unita¬ 
mente persistevano in voler veder il mandato della loro facoltà; 
il che con molta arte li era bisognato fuggir di mostrare, non 
sapendo ancora come si doveva intendere la loro presidenza, 
e quanto la Santità sua disegnasse di farla valere. Dimanda¬ 
vano ancora che fossero ordinate le cavalcate per tutta la via, 
acciocché potessero ogni giorno e ogni ora, secondo le occor¬ 
renze, mandar e ricever avvisi; ricercavano qualche ordine 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


213 


circa la precedenzia degli oratori de’ prencipi e provvisione 
de danari, poiché due mila scudi mandatili qualche giorno 
inanzi erano spesi nelle provvisioni delli vescovi poveri. 

Instavano li prelati che si dasse principio all’opera: per 
il che li legati, per darli qualche satisfazione e per mostrare 
di non star in ozio, alli 18 fecero una congregazione, dove 
però non fu proposto altro che il modo del vivere e con¬ 
versare e di tener le famiglie in ufficio: e molte cose furono 
dette contra l’uso introdotto, massime in Roma, di portare 
l’abito di prelato nella ceremonia solamente, e del rimanente 
vestir da secolare: represe ugualmente le vesti sontuose, 
come le abiette e sordide: dell’età ancora della servitù fu 
detto molto, ma il tutto rimesso ad esser risoluto ad un’altra 
congregazione: la qual si tenne alli 22, e si consumò tutta 
in ragionamenti di simil ceremonie, con conclusione che era 
principalmente necessaria una buona reformazione nell’animo; 
perché, avendo per mira il decoro al grado conveniente e 
l’edificazione del populo, ciascuno vederà che rimediare in 
sé e nella fameglia sua. 

Ma il papa, ricevuto l’avviso dell’apertura del concilio, 
deputò una congregazione di cardinali e curiali per soprain- 
tendere e consegliare le cose di Trento. Con questi consultando, 
risolse le cose non esser ancora in stato che si potesse veder 
chiaro che materie trattare e con che ordine; fece rispondere 
alli legati che non conveniva alla sinodo invitar né principi 
né prelati, meno invitar alcuno ad aiutarli con le orazioni, 
perché questo era fatto da lui sufficientemente con la bolla 
del giubileo, e quello con le lettere della convocazione; che 
parimente non era da pensare che la sinodo scrivesse ad 
alcuno, potendo supplire essi legati con lettere proprie loro, 
scritte per nome comune. Per quello che tocca la estensione 
delli decreti, dovessero intitolare: la sacrosanta ecumenica e 
generai smodo tridentina, presedendo li legati apostolici. Ma 
quanto alla forma del dar i voti, essere ottime le ragioni 
loro di non introdur di farlo per nazioni, e tanto più, quanto 
quel modo non fu mai usato dall’antichità, ma introdotto dal 



214 


l’istoria del concilio tridentino 


constanziense, e seguito dal basiliense, che non si devono 
imitare; ma essendo il modo usato nell’ultimo lateranense 
ottimo e decentissimo, seguissero quello, potendo anco con 
quell’esempio recente e ben riuscito serrar la bocca a chi ne 
proponesse altro. E per quello che tocca la condanna degli 
eretici e le materie da trattare, e delle altre cose da loro ri¬ 
chieste, che opportunamente gli sarebbe dato ordine: tra tanto, 
secondo il costume degli altri concili, si trattenessero nelle 
cose preambule: che la presidenza loro fosse mantenuta con 
quel decoro che conviene a legati della sede apostolica, pro¬ 
curando insieme col decoro dar anco sodisfazione a tutti ; ma 
sopra ogni cosa usando diligenza che li prelati non uscissero 
delli termini della onesta libertà e riverenza verso la sede 
apostolica. 

Era cosa più urgente l’aiutar li prelati che potessero far 
le spese: per questo mandò un breve, nel quale esentava 
dalle decime tutti li prelati del concilio, e li concedeva la 
participazione di tutti li frutti ed emolumenti in assenzia, 
tanto quanto se fossero stati presenti; mandò anco due mila 
scudi per sovvenir li vescovi indigenti, ordinando che si fa¬ 
cesse senza aver rispetto che ciò fosse pubblicato, poiché, 
risaputosi ancora, non poteva esser interpretato se non officio 
amorevole de un capo del concilio. 

Questo luoco ricerca, per le cose dette e che si diranno 
in varie occasioni circa il modo di dire li pareri in concilio, 
chiamato « dir li voti », che si dica come anticamente si faceva 
e come s'è pervenuto all’usato in questi tempi. L’adunanza 
di tutta una Chiesa per trattare in nome di Dio le occorrenzie 
per la dottrina e disciplina è cosa antichissima, usata dalli 
santi apostoli nell’elezione di Mattia e delli sette diaconi; e 
a questo sono assai simili li concili diocesani : ma del con¬ 
venir persone cristiane da più luochi e lontani per trattar 
insieme vi è il celebre esempio degli Atti apostolici, quando 
Paulo e Barnaba con altri di Soria convennero in Gerusaletn 
con gli apostoli e altri discepoli che quivi si ritrovarono, 
sopra la questione dell’osservanzia della legge. E se ben si 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


215 


potrebbe dire che fosse stato un ricorso delle chiese di gentili 
nove ad una vecchia matrice, di onde la fede era a loro de¬ 
rivata (che per longo tempo fu usato in quei primi secoli, e 
da Ireneo e da Tertulliano spesso spesso si commemora), e 
la lettera sia scritta dalli soli apostoli, « vecchi » e fratelli 
gerosolimitani, nondimeno, avendo parlato non solo essi ma 
ancora Paulo e Barnaba, si può con ragione chiamar concilio. 
Coll’esempio del quale li vescovi che successero dopo, te¬ 
nendo che tutte le chiese cristiane fossero una e che li ve¬ 
scovati tutti fossero parimente un solo, cosi formato, del quale 
ciascun ne tenesse una parte non come propria, ma si che 
tutti dovessero regger tutto, occupandosi però ciascuno più in 
quella che gli era specialmente raccomandata (come san Ci¬ 
priano nell’aureo libretto dell’Unità della Chiesa piamente 
dimostra), occorrendo bisogno di qualsivoglia particolar chie¬ 
sa, con tutto che alcune volte le persecuzioni ardessero, si 
congregavano insieme quelli che potevano, per ordinar in co¬ 
mune la provvisione. Nelle qual adunanze presedendo Cristo 
e lo Spirito Santo, né avendo luogo gli affetti umani ma la 
carità, senza ceremonie né formule prescritte consegnavano e 
risolvevano quanto occorreva. Ma dopo qualche progresso di 
tempo, con la carità meschiatisi gli affetti umani, essendo 
necessario regolarli con qualche ordine, il principale tra li 
congregati in concilio o per dottrina, o per grandezza della 
città o della chiesa, o per qualche altro rispetto d’eminenza, 
pigliava carico di proponer e guidare l’azione e raccogliere 
li pareri. Ma dopo che piacque a Dio dare pace alli fedeli, 
e che li principi romani ricevettero la santa fede, occorrendo 
più spesso difficoltà nella dottrina e disciplina, le quali, anco 
per l’ambizione o altri affetti cattivi di quei che avevano sé¬ 
guito e credito, turbavano la quiete pubblica, ebbe origine 
un’altra sorte di adunanze episcopali congregate dalli principi 
o prefetti loro, per trovar rimedio alle turbe. In questi l’azione 
era guidata da quei principi o magistrati che li congregavano, 
intervenendo essi nelle azioni, proponendo, guidando la trat¬ 
tazione e decretando per interlocutoria le differenze occorrenti, 



2 l6 


l’istoria del concilio tridentino 


restando al coraun parere del consesso la definizione del capo 
principale per che era congregata l’adunanza. Questa forma 
apparisce nelli concili, de’ quali gli atti restano. Si può portar 
per esempio il colloquio de’ cattolici e donatisti inanzi Mar¬ 
cellino, e altri molti. Ma per parlar solo de’ concili generali, 
questo si vede nel concilio efesino primo, inanzi Candidiano 
conte, mandato per presedere dall’imperatore; e più chiara¬ 
mente nel calcedonense generale, inanzi Marziano e giudici 
da lui deputati; nel constantinopolitano di Trullo, inanzi Con¬ 
stammo Pogonato, dove il prencipe o magistrato presidente 
comanda che cosa si debbia trattare, che ordine tenere, chi 
debbia parlar, chi tacere, e nascendo differenza in queste cose, 
le decide e accomoda. E negli altri generali, de’ quali gli atti 
non restano, come del primo niceno e del secondo constanti¬ 
nopolitano, attestano gl’istorici di quei tempi che l’istesso 
fecero Constantino e Teodosio. In questi stessi tempi non 
s’intermessero però quelli altri, quando li stessi vescovi da 
loro medesimi s’adunavano; e l’azione era guidata, come s’è 
detto, da uno di loro, e la risoluzione presa secondo il comun 
parere. La materia trattata alle volte era di breve risoluzione, 
si che in un consesso si espediva; alle volte per la difficoltà 
o multiplicità aveva bisogno di reiterati, onde vengono le 
molte sessioni nel medesimo concilio. Nessuna era di cere- 
monia, né per solo pubblicar cose digeste già altrove, ma per 
intendere il parer di ciascuno; erano chiamati atti del concilio 
li colloqui, le discussioni, le dispute e tutto quello che si 
faceva o diceva. È nova openione e praticata poche volte, 
se ben in Trento è stabilita, che li soli decreti siano atti del 
concilio, e soli debbiano esser dati in luce, ché negli antichi 
tutto si dava a tutti. Intervenivano notari per raccogliere li 
voti, li quali, quando un vescovo parlava non contradicendo 
alcuno, non scrivevano il nome proprio di quello, ma usavano 
di scrivere cosi: «la santa sinodo disse». E quando molti 
dicevano l’istesso, si scriveva: «li vescovi esclamarono», o 
vero « affermarono »; e le cose cosi dette erano prese per 
definizioni. Se parlavano in contrario senso erano notate le 




LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


217 


contrarie opinioni e li nomi degli autori ; e li giudici o pre¬ 
sidenti decidevano. Avveniva senza dubbio qualche imperti¬ 
nenza alle volte per l’imperfezione d’alcuno; ma la carità, che 
iscusa li defetti del fratello, le ricopriva. Interveniva numero 
maggiore della provincia dove il concilio si teneva e delle 
vicine, ma senza emulazione, desiderando ognuno più di ubi¬ 
dire che di prescrivere legge ad altri. 

Separato l’occidentale dall’orientale Imperio, restò nondi¬ 
meno qualche vestigio anco in occidente di quei concili che 
da principio erano congregati; e si vedono molti sotto la 
posterità di Carlo Magno in Francia e Germania, e sotto li 
re goti in Spagna non poco numero. In fine, esclusi a fatto 
li principi d’intromettersi nelle cose ecclesiastiche, di questa 
sorte di concilio si perse l’uso, e restò quella sola che dai 
medesimi ecclesiastici è convocata. La quale anco fu quasi 
che tirata tutta nel solo pontefice romano, col mandar suoi 
legati a preseder, dovunque intendeva che si trattasse di far 
concilio; e dopo qualche tempo attribuì anco a sé quella 
facoltà, che da’ principi romani fu usata, di convocar con¬ 
cilio di tutto l’Imperio e presedervi essendo presente, e, non 
essendo, mandarvi chi per nome suo presedesse e guidasse 
l’azione. Ma nelli prelati redotti nella sinodo, levato il timore 
del principe mondano che li conteneva in officio, siccome 
li rispetti mondani, cause di tutti gl’inconvenienti, cresce¬ 
vano in immenso, (il che moltiplicava le indecenze), si diede 
principio a digerire e ordinare le materie in secreto e pri¬ 
vato, per poter servar nel pubblico consesso il decoro. Poi 
questo fu preso per forma, e nacquero nelli concili, oltre le 
sessioni, le congregazioni di alcuni deputati ad ordinar le 
materie; le quali da principio, quando erano moltiplici, si 
ripartivano, assignando a ciascuna la propria congregazione. 
Né bastando ancora questo a rimovere tutte le indecenze, 
(perché gli altri non intervenuti, avendo li interessi differenti, 
movevano difficoltà in pubblico), oltre la congregazione parti¬ 
colare s’introdusse la generale inanzi la sessione, dove tutti 
intervenissero; la qual, chi risguarda il rito antico, essa 



2 lS 


l’istoria del concilio tridentino 


veramente è l’azione conciliare, perché la sessione, andando a 
cosa fatta, resta pura ceremonia. Poco più d’un secolo è pas¬ 
sato, poi che gl’interessi fecero nascere tra li vescovi di diverse 
nazioni qualche competenza; onde le lontane, che di poco 
numero erano, non volendo sopportar d’esser superate dalle 
vicine numerose, per pareggiarle tra loro fu necessario che 
ciascuna si congregasse da sé, e per numero de voti facesse 
la sua deliberazione, e l’universale difinizione fosse stabilita 
non per voti de’ singolari, ma per pluralità de voti delle na¬ 
zioni. Cosi fu servato nelli concili di Costanza e Basilea; il 
che si come è uso molto proprio dove si governa in libertà, 
quale era allora quando il mondo era senza papa, cosi poco 
sarebbe stato appropriato in Trento, dove si ricercava concilio 
soggetto al pontefice. E questa fu la ragione perché li legati 
in Trento e la corte a Roma facevano cosi gran capitale 
della forma di procedere, e della qualità e autorità della pre¬ 
sidenza. 

Imperò, gionta la risposta da Roma, chiamarono la con¬ 
gregazione il di 5 gennaro 1546, nella quale, dopo aver il 
Monte salutati e benedetti tutti da parte del pontefice, fece 
legger il breve suddetto dell’esenzione delle decime. Li legati 
tutti tre fecero come tre encomi, l’uno dopo l’altro, mostrando 
la buona volontà del pontefice verso le persone delli padri. 
Ma alcuni spagnoli dissero che questa era una grazia fatta 
dal papa di maggior danno che beneficio, essendo l’accettarla 
una confessione che il papa può imponere gravezze alle altre 
chiese, e che il concilio non ha autorità né di proibirlo, né 
di esentare quelli che giustamente non doverebbono esser 
compresi: il che non solo dispiacque alli legati, ma fu anco 
ributtato da loro con qualche parole mordaci. Altri delli pre¬ 
lati dimandarono che la grazia fosse estesa anco alli loro 
familiari e a tutte le persone che si ritroverebbono in concilio. 
Li generali delli ordini parimente dimandavano l’istessa 
esenzione, allegando le spese che convenivano far li loro 
monasteri per li frati condotti da essi al concilio. Catalano 
Triulzio, vescovo di Piacenza, arrivato due giorni prima, narrò 




LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


219 


pubblicamente che, passando poco lontano dalla Mirandola, 
era stato svaligiato, e dimandò che in concilio si facesse 
un’ordinazione contra quelli che impedivano o molestavano 
li prelati e altre persone che andassero al concilio. Li legati, 
mettendo insieme questa proposta con la pretensione d’esen¬ 
zione detta di sopra, considerarono quanto potesse importar 
che il concilio mettesse mano in simile materia, facendo editti 
per propria esaltazione, e che questo era un tentar gli ar¬ 
cani della gerarchia ecclesiastica: divertirono con molta de¬ 
strezza, allegando che sarebbe parso al mondo una novità e un 
troppo risentimento, e offerendosi di operare col pontefice 
che provvedesse alla sicurezza delle persone e avesse con¬ 
siderazione all i familiari del li prelati e alli frati. E cosi acque¬ 
tarono tutti. 

E passando alle azioni conciliari, il Cardinal del Monte 
narrò il modo tenuto nel concilio lateranense ultimo, nel quale 
egli intervenne arcivescovo sipontino. Disse che, trattandosi 
allora della prammatica di Francia, del scisma introdotto contra 
Giulio II e della guerra tra’ prencipi cristiani, furono fatte 
tre deputazioni de prelati sopra quelle materie, acciò ciascuna 
congregazione occupata in una sola potesse meglio digerirla; 
che formati li decreti, si faceva congregazione generale, dove 
ciascuno diceva il voto suo; e secondo quelli, erano meglio 
reformate le resoluzioni, in modo che nella sessione le cose 
passavano con somma concordia e decoro: che più moltiplice 
era quello che da loro doveva esser trattato, avendo li luterani 
mosso ogni pietra per sovvertire l’edificio della fede; però 
che sarà necessario dividere le materie, e in ciascuna ordinar 
congregazioni particolari per disputarle; far deputati a formare 
li decreti da esser proposti in congregazione generale, dove 
ognuno dirà il parer suo; quale acciò sia intieramente libero, 
essi legati avevano deliberato di far solamente ufficio di pro¬ 
ponenti, e non dir suo voto, ma questo fare nelle sessioni 
solamente. Che tutti pensassero le cose necessarie da trat¬ 
tare, per dover dar qualche principio, fatta la sessione che 
instava. Che allora proponevano, se piaceva loro, che si 



220 


l’istoria del concilio tridentino 


pubblicasse nella sessione un decreto formato circa il modo di 
vivere cristianamente in Trento durante il concilio. 

Il qual letto col titolo La sacrosanta ecc., si come fu da 
Roma mandato, fecero instanza li francesi che si dovesse 
aggiongerli: «rappresentante la Chiesa universale», la qual 
opinione fu seguita da gran parte delli vescovi con universale 
assenso. Ma li legati, considerando che questo era titolo usato 
dal constanziense e basiliense solamente, e che l’imitarli era 
un renovar la loro memoria e darli qualche autorità e aprire 
porta all’ingresso delle difficoltà che la chiesa romana ebbe 
in quei tempi; e, quello che più importava, avvertendo che 
dopo aver detto «rappresentante la Chiesa universale», ave- 
rebbe potuto venir pensier ad alcuni d’aggionger anco le 
seguenti parole, cioè: «che tiene potestà immediate da Cristo, 
alla quale ciascuno, eziandio di degnità papale, è tenuto di 
ubidire», si opposero gagliardamente e (come essi scrissero 
a Roma) con parole formali si appontarono contra, non espli¬ 
cando però al li padri le vere cause, ma solo con dire che erano 
parole ampullose e invidiose, e che gli eretici gli averebbono 
dato sinistra interpretazione; e s’adoperarono ciascuno d’essi 
tre senza scoprir il secreto, prima con arte e poi con lasciarsi 
intender liberamente di non volerlo permettere, si che fecero 
acquietar il moto universale, se ben li francesi e alcuni altri 
pochi restarono fermi nella loro proposta. 

Ed alli legati prestò grand’aiuto Gioanni di Salazar vescovo 
di Lanciano, spagnolo di nazione, il qual, avendo commendato 
in molte parole li primi concili della Chiesa per l’antichità e 
santità degl’intervenienti, lodò che fossero imitati nel titolo 
usato da loro molto semplice, senza espressione di rappresen¬ 
tazione o di quale o quanta autorità la sinodo abbia. Non 
piacque però quello che continuò dicendo: che ad esempio 
di quelli si doveva tralasciar anco la nominazione delli pre¬ 
sidenti, che non si vede mai usata in nessun concilio vecchio, 
solo incominciata dal constanziense, che per causa del scisma 
mutò più volte presidenti: soggiongendo che se l’esempio di 
quello fosse da seguire, bisognerebbe anco nominar l’amba- 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


22 I 


sciator dell’imperatore, perché allora fu nominato il re de’ 
romani e anco li principi che erano con lui, ma questa fa¬ 
stosità esser aliena dalla umiltà cristiana. E fece repetizione 
del discorso fatto dal Cardinal Santa Croce delli 12 decembre, 
inerendo al quale concludeva che si dovesse tralasciar anco 
il far menzione di presidenzia. Diede alli legati questa pro¬ 
posta maggior pensiero che la precedente; nondimeno il car¬ 
dinale del Monte presentaneamente rispose li concili aver 
parlato diversamente secondo le occorrenze che li tempi por¬ 
tavano; per li tempi passati il papa esser stato sempre rico¬ 
nosciuto come capo nella Chiesa, né mai da alcuno esser 
stato dimandato concilio con questa condizione, che fosse 
independente dal papa, come li tedeschi adesso arditamente; 
alla qual ereticai temerità conveniva sempre in ogni azione 
repugnare, mostrandosi di esser congionti col capo, che è il 
pontefice romano, facendo menzione delli suoi legati. Parlò 
longamente in questa materia, la qual sapendo che con la 
diversione era più facile sostentare che persuadere, procurò 
che si passasse ad altro. 

La contenenza del decreto fu approvata da tutti; ma es¬ 
sendovi in esso una particola dove ognuno era esortato a pregar 
Dio per il papa, per l’imperatore e per li re, fecero instanza 
li prelati francesi che si facesse nominatamente menzione di 
quello di Francia. Il che lodando il cardinale Santa Croce, 
ma soggiongendo che averebbe convenuto fare simile specifi¬ 
cazione di tutti al loco loro, che era cosa longa e piena di 
pericolo per la precedenza, replicarono li francesi che il papa 
nella bolla della convocazione aveva fatta menzione del solo 
imperatore e re di Francia, e però conveniva, seguendo l’esem¬ 
pio, o nominar ambidua o nessuno di essi. Si riferirono li 
legati a pensarci, dando intenzione che ognuno resterebbe 
sodisfatto. 

Il di 7 di gennaro adonque tutti li prelati, vestiti in abito 
comune, si congregarono in casa del primo legato, da dove 
partendosi con la croce inanzi s’inviarono alla chiesa catte¬ 
drale. Dal contado di Trento furono congregati nella città 


222 


l’istoria del concilio tridentino 


trecento fanti armati parte di picche, parte di archibusi, con 
alquanti cavalli, quali si misero in fila da ambe le parti della 
strada, dalla casa fino alla chiesa; ed entrati in chiesa li legati 
e prelati, redotta tutta la soldatesca in piazza, si sparò l’ar- 
chibusaria, e la soldatesca restò nella piazza a far la guardia 
a quella sessione. Oltre li legati e il Cardinal di Trento si 
ritrovarono quattro arcivescovi, ventotto vescovi, tre abbati 
della congregazione cassinense e quattro generali, li quali 
stavano sedendo nel luoco della sessione: queste quarantatre 
persone constituivano il concilio generale. Degli arcivescovi, 
doi erano portativi, mai veduti dalle chiese de quali avevano 
il titolo, solo per causa d’onore datogli dal pontefice: uno Olao 
Magno, con nome di arcivescovo upsalense in Gozia, e l’altro 
Roberto Venanzio scozzese, arcivescovo d’Armacano in Ibernia, 
il quale, uomo di brevissima vista, era commendato di questa 
virtù, di correr alla posta meglio d’uomo del mondo. Questi 
doi, sostentati in Roma qualche anni per limosina del papa, 
furono mandati a Trento per crescer il numero e dependere 
dalli legati. In piedi erano circa venti teologi. Vi intervenne 
l’ambasciator del re de’ romani e il procuratore del Cardinal 
d’Augusta, che sedettero nella banca degli oratori; e appresso 
loro sulla stessa banca sedevano dieci gentiluomini delli cir¬ 
convicini, eletti dal Cardinal di Trento. Fu cantata la messa 
da Gioanni Fonseca vescovo di Castellamare, fece il sermone 
nella messa Coriolano Martirano vescovo di San Marco. 

Finita la messa, li prelati si vestirono pontificalmente, e 
furono fatte le letanie e orazioni, come nella sessione prima. 
Quali finite e seduti tutti, il vescovo celebrante, montato nel 
pulpito, lesse la bolla di sopra menzionata, che non fossero 
ammessi li procuratori de assenti a dar voto; e non si fece 
menzione d’un’altra nella quale erano eccettuati quelli di 
Germania. Dappoi lesse il decreto, nel quale la sinodo esor¬ 
tava tutti li fedeli congregati in Trento a viver nel timor 
di Dio e pregar ogni giorno per la pace delli principi e unità 
della Chiesa, e le persone del concilio a dire messa almeno 
la dominica, e pregar per il papa, imperatore, re e principi 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 223 

e per tutti, e degiunar e far limosine, esser sobri, instruir li 
loro familiari. Esortava anco tutti, massime li letterati, a 
pensar accuratamente le vie e modi di propulsar le eresie, e 
nelli consessi usare modestia nel parlare. E di più ordinò 
che se alcuno non sedesse al luoco suo, o dasse voto, o vero 
intervenisse nelle congregazioni, a nessun fosse fatto pregiu- 
dicio né acquistata nova ragione. Il qual letto, interrogati li 
padri, risposero placet ; ma li francesi aggionsero che non ap¬ 
provavano il titolo cosi imperfetto, e vi ricercavano l’aggionta: 
universalcm Ecclesiarn reprcesentans. In fine fu ordinata la 
futura sessione per il di 4 febbraro e licenziati li padri; quali, 
deposti gli abiti pontificali, nelli comuni accompagnarono li 
legati in casa, col medesimo ordine che erano alla chiesa ve¬ 
nuti, il quale fu in tutte le seguenti sessioni osservato. 

Dopo la sessione non fu tenuta congregazione sino alli 
13 gennaro, perché Pietro Paceco, vescovo di Jaén, creato 
cardinale novamente, che aspettava da Roma la berretta, senza 
quale la ceremonia non li concedeva trovarsi in luochi pub¬ 
blici, aveva desiderio d’intervenirci, dovendosi in quella metter 
ordine che nella sessione non avvenissero più inconvenienti. 
Redotta la congregazione, li legati si dolsero di quelli che 
avevano fatto opposizione al titolo nel giorno della sessione; 
mostrarono che non era decoro in quel luoco pubblico far 
apparir diversità d’opinioni; le congregazioni farsi acciò ognuno 
possi dir il suo parere in luoco retirato, per dover esser tutti 
conformi in quello che s’ha da pubblicare; nessuna cosa dover 
più sbigottire gli eretici e dare costanza alli cattolici quanto 
la fama dell’unione. Discesero alla materia del titolo, consi¬ 
derando che nessuno era piu conveniente di quello che li 
dava il pontefice nella convocazione ed in tante altre bolle, 
dove era nominato ecumenico e universale; al che superflua¬ 
mente s’aggiongerebbe rappresentazione , essendo pieni li libri 
quello che sia o rappresenti un tal concilio legittimamente 
inditto e cominciato; che altrimenti facendo, si mostrava di 
dubitare della sua autorità e assomigliarlo a qualche altro con¬ 
cilio; che perciò si aveva dato quel titolo, perché conoscendo 



224 


l’istoria del concilio tridentino 


mancare dell’autorità legittima, voleva supplir con le parole, 
accennando il basiliense e constanziense: però a fine di fare 
stabile resoluzione, ognuno dovesse dir sopra ciò il voto suo. 

Il Cardinal Paceco entrò a dire: il concilio esser ornato 
di molti e molti titoli, quali tutti se fossero da usar in tutte 
le occasioni, l’espressione di quelli sarebbe sempre maggiore 
che il corpo del decreto; ma si come un grand’imperatore, 
possessore di molti regni e stati, per ordinario nelli editti non 
usa se non il titolo dal quale l’editto riceve forza, e bene 
spesso senza alcun titolo prepone il nome suo proprio, cosi 
questo concilio secondo le materie che si tratteranno doverà 
valersi di diversi titoli per esplicar l’autorità sua: adesso che 
si sta nelli preparatorii, non vi è necessità di usarne alcuno. 
Il vescovo di Feltre considerò che li protestanti avevano ri¬ 
chiesto un concilio, dove con voto decisivo intervenessero 
essi ancora; e se si mettesse per titolo del concilio che egli 
rappresenti la Chiesa universale, caveranno di qui argomento: 
« adonque debbono intervenirci di tutti gli ordini della Chiesa 
universale, li quali essendo due, clericale e laicale, non può 
esser intieramente rappresentata se l’ordine laicale è escluso ». 
Ma del rimanente anco quelli che nella sessione assentirono 
al titolo semplice, furono d’opinione che fosse supplito. Il 
vescovo di Santo Marco disse che impropriissimamente li laici 
si possono dire Chiesa; perché, come li canoni determinano, 
non hanno alcuna autorità di comandare, ma solo necessità 
di ubidire; e questa essere una delle cose le quali doveva 
questo concilio decretare: che li secolari debbino umilmente 
ricevere quella dottrina della fede che gli è data dalla Chiesa, 
e non ne disputar, né meno pensarvi più oltre. E però appunto 
conviene usar il titolo che la sinodo rappresenta la Chiesa 
universale, per farli saper che essi non sono la Chiesa, ma 
debbono ascoltar e obedir alla Chiesa. Molte cose furono dette; 
e si passò inanzi senza più ferma conclusione, con stabilir 
solamente che per la sequente sessione si usasse il titolo sem¬ 
plice, come nella passata. 

Questo finito, perché avevano fatta instanza certi prelati 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


225 


che ormai si dovesse venire alle cose sostanziali, per sodi¬ 
sfargli fu proposto dalli legati che si pensasse sopra li tre 
capi contenuti nelle bolle del pontefice, cioè l’estirpazione delle 
eresie, reformazione della disciplina e stabilimento della pace; 
in che modo si aveva da entrar in quelle trattazioni, che via 
s’avesse da tenere e come s’avesse da procedere; e pregassero 
Dio che illuminasse tutti, e ciascuno dicesse il suo parere 
nella prima congregazione. In fine furono presentati alcuni 
mandati de vescovi assenti, e furono deputati l’arcivescovo 
d’Ais, il vescovo di Feltre e quello d’Astorga a veder il ponto 
dell’escusazione e riferir in congregazione. 

Li legati il giorno seguente scrissero a Roma che si ve¬ 
deva quella amplificazione del titolo, con l’aggionta del rap¬ 
presentar la Chiesa universale, esser cosa tanto popolare e 
piacer cosi a tutti, che facilmente poteva ritornar in trattazione; 
e però desideravano saper la volontà di Sua Santità, se do¬ 
vevano persistere in negarlo o compiacerli, massime in occa¬ 
sione che si avesse da far qualche decreto importante, come 
in condannar eresie o simili cose. Avvisarono ancora d’aver 
fatta la proposta per la seguente congregazione cosi in genere, 
per secondar il desiderio delli prelati, che era di entrar nelle 
cose essenziali, e metter nondimeno tempo in mezzo sin che 
venisse da Sua Santità l’instruzione richiesta. Aggionsero 
appresso, il Cardinal Paceco esser avvisato che l’imperator 
aveva dato ordine a molti vescovi spagnoli, persone di esem¬ 
plarità e di dottrina, che andassero al concilio: per il che 
giudicavano esser necessario che Sua Santità mandasse dieci 
o dodici prelati de* quali si potesse fidare, e fossero ancora 
per le altre qualità atti a comparire, acciò crescendo il numero 
de li oltramontani, massime uomini rari e di esemplarità e dot¬ 
trina, trovassero riscontro in qualche parte, perché di quelli 
che sin allora si trovavano in Trento, li ben intenzionati esser 
di poche lettere e minor prudenza, quelli di qualche sapere 
scoprirsi uomini di disegno e difficili da maneggiare. 

Nella seguente congregazione, ridotta alli 18 per sentire 
li pareri di tutti sopra le proposte della precedente, le sentenze 


Sakpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


15 



226 


l’istoria del concilio tridentino 


furono quattro. Li imperiali dissero che il capo dei dogmi non 
si poteva toccar con speranza di frutto, essendo di bisogno 
prima con una buona riforma levare le transgressioni di onde 
sono nate l’eresie, allargandosi assai in questo campo e con¬ 
cludendo che, fin a tanto che non cessa lo scandolo che pi¬ 
glia il mondo per la desformazione dell’ordine ecclesiastico, 
non sarà mai creduta cosa che predicheranno o affermeranno 
nella dottrina, essendo tutti persuasi che si debbia guardar 
li fatti, non le parole; né doversi pigliar esempio dalli concili 
vecchi, perché in quei tempi o non vi era corruttela delli 
costumi, o quella non era causa dell’eresia. Ed in fine il metter 
dilazione al trattar della riforma esser un mostrarsi incor- 
riggibili. 

Alcuni altri pochi giudicavano d’incominciare dai dogmi 
e successivamente passar alla reforma, allegando che la fede 
è il fondamento e la base del viver cristiano; che non si co¬ 
mincia mai ad edificare dal tetto, ma dalli fondamenti; che 
maggior peccato era errar nella fede che nelle altre azioni 
umane, e che il capo dell’estirpar l’eresie era posto per primo 
nelle bolle ponteficie. Una terza opinione fu che malamente 
si potevano disgiongere li due capi della riformazione e della 
fede, non essendovi dogma che non abbia aggionto il suo 
abuso, né abuso che non tiri appresso la mala interpretazione 
e il mal senso di qualche dogma; onde era necessario di 
trattarli in un medesimo tempo; aggiongendo che avendo tutto 
il mondo gli occhi a questo concilio, e aspettando il rimedio 
non meno alle cose della fede che a quelle dei costumi, si 
satisferia meglio col trattarli ambidoi insieme, che l’uno dopo 
l’altro: massime che secondo la proposta del Cardinal del 
Monte si farebbono diverse deputazioni, trattando una parte 
questa materia e l’altra quell’altra. Il che si doveva accelerar 
di fare, considerando il presente tempo, quando la cristianità 
è in pace, essere precioso e da non perdere, non sapendo 
che impedimenti potesse apportar il futuro: dovendosi anco 
studiare ad abbreviar il concilio quanto si poteva, acciò le 
chiese restassero manco tempo private delli loro pastori, e per 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


227 


molti altri rispetti; accennando quello che poteva nascere 
a longo andare, con poco gusto del pontefice e della corte 
romana. 

Alcuni altri ancora, tra’ quali furono li francesi, diman¬ 
davano che si mettesse per principale il capo della pace; che 
si scrivesse all’imperatore, al re cristianissimo e alli altri 
prencipi, rendendo grazie per la convocazione del concilio, 
per continuar il quale volessero stabilir la pace e coadiuvar 
l’opera con mandar loro oratori e prelati; e parimente si 
scrivesse amicabilmente alli luterani, invitandoli con carità a 
venir al concilio e congiongersi col rimanente della cristia¬ 
nità. Li legati, uditi li pareri di tutti e lodata la loro pru- 
denzia, dissero che per esser l’ora tarda e la deliberazione 
gravissima e le sentenzie varie, averebbono pensato sopra 
quanto era stato raccordato da ciascuno, e nella prima con¬ 
gregazione averebbono proposto i ponti per determinare. 

Fu preso ordine che le congregazioni si facessero due 
volte alla settimana, il luni e il venere, senza intimarle: e 
in fine l’arcivescovo d’Ais, avendo ricevuto lettere dal re 
cristianissimo, salutò per suo nome la sinodo e promise che 
Sua Maestà presto tnanderia un ambasciatore e molti prelati 
del suo regno. E qui la congregazione fini. 

Li legati avvisarono del tutto Roma, scrivendo che ave¬ 
vano portato inanzi la resoluzione delle cose trattate sotto li 
pretesti narrati, ma in verità per metter tempo di più in mezzo, 
aspettando che potessero venirli instruzioni e ordini come 
reggersi; supplicando Sua Santità di novo di far intender 
la sua volontà, ponderando sopra tutte le altre considerazioni 
che l’allongar il concilio e tenerlo aperto, potendo abbreviarlo, 
non fa per la sede apostolica; aggiongendo esser stati neces¬ 
sitati a stabilire due congregazioni alla settimana per tener li 
prelati in esercizio e levarli l’occasione di farne da loro stessi. 
Ma che questo farà cominciare le cose a stringersi: e però 
sarà necessario che in Roma si pigli maniera di risolver le 
proposte presto, e non tardar a risponderli, come sino allora 
si era fatto, ma tenerli avvisati di quanto doveranno far di 



228 


l’istoria del concilio tridentino 


mano in mano, con preveder anco li casi quanto sarà possi¬ 
bile. E poiché per molte lettere avevano scritto esservi molti 
poveri vescovi andati al concilio sotto la speranza e le buone 
promesse di Sua Santità e del Cardinal Farnese, lo replicarono 
anco allora, aggiongendo che non si pensasse di trattarli cosi 
alla domestica in Trento come in Roma, dove non avendo 
alcuna autorità stanno umili e soggetti; perché quando sono 
al concilio, pare loro dover esser tutti stimati e mantenuti. 
11 che quando non si pensi di fare, sarà meglio pensar di non 
averli in quel luoco, che averli mal satisfatti e disgustati : 
concludendo che quella impresa non si poteva condur a buon 
fine senza diligenzia e senza spendere. 

Parerebbe maraviglia ad ognuno che il pontefice, persona 
prudentissima e versata nei maneggi, in tanto tempo, a tante 
instanze delli suoi ministri, non avesse dato risposta a due 
particolari cosi importanti e necessari : ma la Santità sua 
fondava poco sopra il concilio: tutti li suoi pensieri erano 
volti alla guerra che il Cardinal Farnese aveva trattato con 
l’imperatore l’anno inanzi, e non si poteva contenere che non 
ne facesse dimostrazione; né l’imperatore richiedeva progresso 
di concilio, per li fini del quale allora bastava che restasse 
aperto. 

Ma li prelati, che volevano incominciar dalla riforma e 
lasciar a dietro li dogmi, aiutati dalli ministri imperiali, atte¬ 
sero a tirar nel voto suo gli altri; cosa che fu assai facile, 
per esser la riforma universalmente desiderata e poco creduta; 
e moltiplicarono tanto in numero, che li legati si trovarono 
confusi. Onde per loro stessi e per mezzo degli aderenti fecero 
diversi uffici privati, e finalmente nella congregazione dei 22, 
tutti tre, un dopo l’altro, si posero a sbatter li fondamenti che 
si allegavano in favor della riforma. Fece grand’impressione una 
ragione tratta dalla proposta di Cesare nella dieta di Vormes 
il maggio passato, quando disse che si stasse a vedere che 
progresso faceva il concilio nelle definizioni dei dogmi e nella 
riforma; che non ne facendo alcuno, intimeria un’altra dieta, 
dove le diflferenzie nella religione si accordassero e li abusi 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


229 


si correggessero: arguendo di qua che se non si trattasse de 
dogmi, si canonizzeria il colloquio e la dieta futura, e non 
si potrebbe con buona ragione impedir che in Germania non 
si trattasse della religione quello che si ricusava di trattar in 
concilio. 

Fu nella congregazione un gran prelato e ricco, il quale 
con orazione meditata attese a mostrar che non bisognava 
mirar se non alla reforma, esagerando molto la desformazione 
comune d’ogni parte del clero, e inculcando che fin che li 
vasi nostri non si mondassero, lo Spirito Santo non poteva 
abitarvi, e per consequente non si poteva sperare alcun retto 
giudicio nelle cose della fede. 

Ma il Cardinal Santa Croce, preso di qua il parlare, disse 
che era molto ben ragione non differir niente la riformazione 
di quei medesimi che avevano a maneggiar il concilio; ma 
che quella era ben facile ed ispedita, e si poteva metter su¬ 
bito in esecuzione, senza ritardar il capo dei dogmi, per se 
stesso intricato e di longa digestione. Lodò molto quel prelato 
d’aver raccordato cosa cosi santa e di buon esempio, perché 
incominciando da se stessi si poteva riformar tutto il resto 
del mondo con facilità, esortando tutti con efficaci parole a 
venirne alla pratica. Questa sentenzia fu ben da tutti lodata, 
ma non fu seguita, dicendo molti che la riforma doveva esser 
universale, e non si doveva perder tempo in quella particolare: 
per il che fu concluso da tutti, eccettuati doi soli, che li ar¬ 
ticoli della religione e della reformazione fossero trattati di 
pari, si come di pari sono desiderati da tutto il mondo e 
giudicati necessari, e insieme proposti nelle bolle di Sua San¬ 
tità. Restarono contenti li legati di quella resoluzione, se 
ben averebbono desiderato piuttosto trattar della sola fede, 
tralasciata la riforma. Ma tanto era il timore che avevano di 
esser costretti a trattar della reformazione sola, che reputavano 
total vittoria il mandarle ambedue insieme, pensando anco 
che finalmente la loro opinione di tralasciar la riforma era 
pericolosa, volendo resister a tutti li prelati e a tutti li stati 
di cristianità che la dimandavano, e non potendosi fare 



230 


l’istoria del concilio tridentino 


senza molto scandolo e infamia. Il qual partito, preso da loro 
costretti da mera necessità, quando a Roma non fosse piaciuto, 
non averebbono potuto lamentarsi d’altri che di loro stessi, 
tante volte sollecitati a rispondere alle lettere e mandar le 
instruzioni necessarie. 

Fu poi deliberato di scriver al pontefice, ringraziandolo 
della convocazione e apertura del concilio, supplicandolo a 
mantenerlo e favorirlo, e ad interporsi appresso li principi 
cristiani per il mantenimento della pace tra loro, ed eccitargli 
a mandar ambasciatori al concilio. Ordinarono anco di scri¬ 
vere all’imperatore, al re di Francia, de’romani, di Portogallo 
e altri re cattolici per la conservazione della pace, per la 
missione delli ambasciatori, per l’assicurazione delle strade, e 
perché eccitassero li loro prelati a comparir personalmente in 
concilio: e la cura di scriver queste lettere fu data al vescovo 
di San Marco, per esser lette e fermate nella futura congre¬ 
gazione. 

Diedero fuori li legati due ponti, sopra quali dovessero 
li padri aver considerazione e dire il voto loro: il primo, se 
nella sessione prossima si doveva pronunciar il decreto che 
sempre fossero trattati insieme li capi della fede e quelli della 
riforma correspondenti ; il secondo, in che modo si ha da 
procedere in eleggere li due capi e in trattarli ed esaminarli. 
Pensarono li legati con queste proposizioni aversi scaricato 
dalla importuna richiesta di alcuni di stabilire in ogni con¬ 
gregazione qualche cosa di sustanziale, e insieme d’avere mo¬ 
strato di tenir conto delli prelati. 

La congregazione seguente si consumò nel leggere le molte 
lettere formate e nel disputare del sigillo con che serrarle, 
proponendo alcuni che fossero sigillate in piombo con bolla 
propria della sinodo; nella quale chi voleva che da una parte 
fosse impressa l’immagine dello Spirito Santo in forma di 
colomba, dall’altra il nome della sinodo, e chi raccordava 
altre forme, che tutte tenevano del specioso. Ma li legati, che 
avevano altro ordine da Roma, lasciato disputar alli padri 
sopra questo, divertirono la proposta con dire che aveva del 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO II 


231 


fastoso e che protraeva il tempo, poiché averebbe convenuto 
mandar a Venezia per farne la forma, non essendo in Trento 
artefice sufficiente per un’opera tale; soggiongendo che s’ave¬ 
rebbe pensato meglio dopo, e che era necessario spedir le 
lettere allora; che si poteva fare col nome e sigillo del primo 
legato. II rimanente fu rimesso alla seguente congregazione. 

Nella quale parlandosi sopra li due ponti già proposti, 
per il primo essendo due opinioni : una, che il decreto fosse 
formato e pubblicato, l’altra, che non era ben ubligarsi con 
decreto, ma conservarsi in libertà per poter deliberar secondo 
le opportunità, si prese la via di mezzo di far menzione so¬ 
lamente che la sinodo era congregata principalmente per quelle 
due cause, senza passar piu inanzi. Ma quanto al secondo 
ponto, sentiva la maggior parte che, essendo congregati per 
dannar l’eresia luterana, conveniva seguir l’ordine della loro 
confessione; il qual parere fu da altri contradetto, perché sa¬ 
rebbe un seguire li colloqui tenuti in Germania, che era un 
abbassar la dignità del concilio; e perché essendo li doi primi 
doi capi della confessione augustana, uno della Trinità, l’altro 
dell’Incarnazione, nelli quali vi era concordia in sostanza, ma 
espressi con novo modo e inusitato nelle scuole, quando fos¬ 
sero approvati quelli, se gli sarebbe data riputazione e fatto 
pregiudicio al condannar li seguenti; e quando s’avesse voluto, 
non approvandoli né dannandoli, parlarne non con li termini 
di quella confessione, ma con li scolastici o con altri, portava 
pericolo d’introdur nove dispute e novi scismi. Alli legati, 
che non miravano se non di portar il tempo inanzi, piaceva 
sentir le difficoltà, e studiosamente le nodrivano, dando de¬ 
stramente fomento ora all’uno ora all’altro. 



CAPITOLO III 

(febbraio-marzo 1546). 


[Terza sessione: lettura del simbolo niceno-costantinopolitano. — Confe¬ 
renza religiosa e dieta di Ratisbona: riaffermato contrasto fra luterani 
e cattolici. — Lavori del concilio: congregazioni sul canone della sacra 
Scrittura. —Critica delle dottrine luterane. — Dell’autorità della sacra 
Scrittura e della tradizione. — Dell’autenticità dei libri sacri. — La¬ 
gnanze di vescovi in concilio pel pagamento delle pensioni. — Breve 
soggiorno del Vergerio a Trento: sua apostasia. — Dell’autorità della 
Volgata in relazione col testo e con le altre traduzioni. — Della mo¬ 
derna interpretazione della Scrittura. — Si approva la Volgata, pro¬ 
ponendone la correzione. — Se ne condanna ogni interpretazione con¬ 
traria alla dottrina della Chiesa e dei Padri. — Si condanna l’abuso 
dei testi sacri in azioni profane o superstiziose. — Dell’insegnamento 
religioso e della predicazione.] 


Avvicinando il tempo prefisso per la sessione, e non avendo 
ricevuto da Roma instruzione, si ritrovarono li legati in molta 
perplessità. Il passar quella sessione in ceremonie, come la 
precedente, pareva un perder tutta la riputazione; il dar mano 
ad alcuna materia era giudicato cosa pericolosa, non avendo 
ancora prefisso il scopo dove mirare. Quello che pareva por¬ 
tare manco rischio era formar un decreto sopra la resoluzione 
presa nella congregazione di trattar insieme la materia della 
fede con quella della riforma, a che si opponeva che era un 
obbligarsi e anco un determinare cosa quasi già decisa dal pon¬ 
tefice nella convocazione. In quest’ambiguità era proposto che 
si passasse con un decreto dilatorio, sotto pretesto che molti 
prelati erano in viaggio e s’aspettavano di corto. Il Cardinal 
Polo messe in considerazione che, essendosi in tutti li antichi 
concili pubblicato un simbolo di fede, si dovesse in quella 
sessione far l’istesso, pubblicando quello della chiesa romana. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


233 


Fu in fine deliberato di formar il decreto con titolo semplice, 
e in quello far menzione di dover trattar della religione e 
della riforma, ma tanto in generale che si potesse accomodare 
ad ogni opportunità, e recitar il simbolo, e passarsela facendo 
un altro decreto di rimetter le materie ad altra sessione; alle¬ 
gando per causa Tesser molti prelati in procinto e alcuni in 
viaggio; e per non esser ridotti più in tal angustie, allongar 
il termine della seguente il più inanzi che si poteva, non dif¬ 
ferendola però dopo Pasca. 

Quello formato, fu comunicato alli prelati più confidenti; 
fra’ quali il vescovo di Bitonto considerò che il fare una 
sessione per recitar il simbolo, già mille dugento anni stabi¬ 
lito e continuamente creduto, e al presente da tutti accettato 
intieramente, potrà esser ricevuto dagli emuli con irrisione e 
dagli altri con sinistra interpretazione; che non si può dire di 
seguire in ciò l’esempio dei Padri antichi, perché essi o vero 
hanno composto simboli contra Teresie che condannavano, o 
vero replicati li anteriori contra eresie già condannate per darli 
autorità maggiore, aggiontovi qualche cosa per dechiarazione, 
o vero per ritornarlo in memoria e assicurarlo contra l’obli¬ 
vione. Ma allora non si componeva simbolo novo, non vi 
s’aggiongeva dechiarazione; il darli maggior autorità non esser 
cosa da loro né da quel secolo; il rammemorarlo, recitandosi 
almeno ogni settimana in tutte le chiese ed essendo in me¬ 
moria recente d’ogni uomo, esser cosa superflua ed affettata. 
Che col simbolo fossero convinti gli eretici, esser vero di 
quelli che erravano contra esso; però non potersi far cosi con¬ 
tra luterani, che lo credono come li cattolici. Se dopo l’aver 
fatto questo apparato, mai sarà usato il simbolo a questo ef¬ 
fetto, s’interpreterà l’azione come fatta non per altro che per 
trattener e dar pasto, non avendo ardire di toccar li dogmi 
né volendo dar mano alla riforma. Consegliò che fosse meglio 
metter dilazione, attesa Tespettazione delli prelati, e con quella 
passar la sessione. Il vescovo di Chiozza vi aggionse che anzi 
le ragioni addotte nel decreto potrebbono esser dalli eretici 
adoperate a proprio favore, con dire che se il simbolo può 



234 


l’istoria del concilio tridentino 


servire a convertir infedeli, espugnar eretici, confermar fedeli, 
non si debbe costringerli a credere altra cosa fuori di quelle. 

Queste ragioni non furono giudicate dalli legati cosi efficaci 
come la contraria, che il non far decreto fosse con perdita della 
riputazione; per il che, risoluti a questa parte e accomodate 
meglio alcune parole secondo li avvertimenti dei prelati, pro¬ 
posero il decreto nella congregazione del i° di febbraro. So¬ 
pra il quale furono dette varie cose, e se ben fu approvato 
dalla maggior parte, nondimeno con poco gusto. Nel partire 
della congregazione alcuni delti prelati ragionando l’un all’al¬ 
tro ebbero a dire: « Si dirà che con negozio di venti anni si 
ha concluso di ridursi per udire a recitar il Credo ». 

Venuto donque il di 4, giorno destinato alla sessione, con 
la medesima ceremonia e compagnia s’andò alla chiesa. Nella 
quale cantò la messa Pietro Tagliavia, arcivescovo di Palermo, 
fece il sermone frate Ambrosio Catarino senese, dominicano, 
e l’arcivescovo di Torre lesse il decreto. La sostanza del quale 
fu che la sinodo, considerando l’importanzia delli dui capi che 
aveva da trattare, dell’estirpazione dell’eresie e reformazione 
delli costumi, esorta tutti a confidar in Dio e vestirsi delle 
arme spirituali ; e acciocché la sua diligenzia abbia principio 
e progresso dalla divina grazia, determina incominciar dalla 
confessione della fede, seguitando gli esempi dei Padri, che 
nei principali concili nel principio delle azioni hanno opposto 
quel scudo contra le eresie, e con quel solo alcune volte hanno 
convertito gl’infedeli e vinti gli eretici; nel quale concordano 
tutti li professori del nome cristiano. E qui fu recitato tutto 
di parola in parola, senza soggionger altra conclusione; e in¬ 
terrogò l’arcivescovo li padri, se gli piaceva il decreto. Fu 
resposto da tutti affirmativamente, ma da alcuni con condizioni 
e addizioni non di gran momento, con displicenzia del Car¬ 
dinal del Monte, al quale non poteva piacer che in sessione 
si descendesse a particolari, temendo che quando s’avesse 
trattato cosa di rilievo, potesse nascer qualche inconveniente. 
Fu letto dopo l’altro decreto, intimando la sessione per li 
8 aprile, allegando per causa della dilazione che molti prelati 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


235 


erano in pronto per il viaggio e alcuni in via, e che le deli¬ 
berazioni della sinodo potranno apparere di maggior stima, 
quando saranno corroborate con conseglio e presenzia di più 
padri, non differendo però l’esame e discussione di quelle cose 
che alla sinodo pareranno. 

La corte romana, che al nome di riforma era tutta in spa¬ 
vento, senti con piacere che il concilio si trattenesse in pream¬ 
buli, sperando che il tempo averebbe portato rimedio; e li 
cortegiani intemperanti di lingua esercitarono la dicacità, dando 
fuori, si come si costumava allora in tutti li avvenimenti, di¬ 
verse pasquinate molto mordaci, chi con lodare li prelati con¬ 
gregati in Trento d’aver fatto un nobilissimo decreto e degno 
d’un concilio generale, e chi confortandoli a conoscer la pro¬ 
pria bontà e scienzia. 

Li legati, nel dar conto al papa della sessione tenuta, av¬ 
visarono anco esser cosa difficile per l’avvenire opponersi e 
vincere quelli che volevano finir il titolo colla rappresentazione 
della Chiesa universale; nondimeno si sarebbono sforzati di 
superar le difficoltà: ma che di trattener più i prelati senza 
operare cosa di momento e venir all’essenziale, non era pos¬ 
sibile, e che però aspettavano l’ordine e instruzione tante volte 
richiesta; che a loro sarebbe parso bene trattar della sacra 
Scrittura quelle cose che sono controverse con luterani, e li 
abusi introdotti nella Chiesa in quella materia, cose con quali 
si poteva dar molta sodisfazione al mondo senza offender nis- 
suno: e di ciò averebbono aspettato la risposta, essendovi 
tempo assai longo per poter esaminar quelle materie e molte 
occasioni di portar tempo sino al principio di quadrage¬ 
sima. 

Ma in questo tempo, benché il concilio fosse aperto e 
tuttavia si celebrasse, non mutarono stato in Germania le cose. 
Nel principio dell’anno l’elettor palatino introdusse la co¬ 
munione del calice, la lingua populare nelle pubbliche pre¬ 
ghiere, il matrimonio de’ preti e altre cose riformate già in 
altri luochi. E li destinati da Cesare ad intervenir nel con¬ 
gresso per trovar modo di concordia nelle differenze della 



236 


l’istoria del concilio tridentino 


religione si ridussero in Ratisbona al colloquio, del quale 
Cesare deputò presidente il vescovo di Eicstat e il conte di 
Furstemberg: dove non riusci alcun buon frutto, per le suspi- 
zioni che ciascuna delle parti concepi contra l’altra, e perché 
li cattolici incontravano ogni occasione di dar all’altra parte 
maggior sospetti e fingerli dal canto proprio. Li quali fecero 
finalmente dissolvere il convento. 

Mori anco a’ 18 di febbraro Martino Lutero. Le qual cose 
avvisate in Trento e a Roma, non fu sentito tanto dispiacere 
della mutazione di religione nel Palatinato, quanta allegrezza 
perché il colloquio non avesse successo e tendesse alla disso¬ 
luzione, e fosse morto Lutero. Il colloquio pareva un altro 
concilio e dava gran gelosia; perché se qualche cosa fosse stata 
concordata, non si vedeva come potesse poi dal concilio essere 
regetta; e se fosse accettata, averebbe parso che il concilio 
ricevesse le leggi d’altrove: e in ogni modo quel colloquio 
in piedi con intervenienti ministri di Cesare era con poca 
riputazione del concilio e del papa. Concepirono li padri in 
Trento e la corte in Roma gran speranza, vedendo morto un 
instrumento molto potente a contrastare la dottrina e riti della 
chiesa romana, causa principale e quasi totale delle divisioni 
e novità introdotte, e l’ebbero per un presagio di prospero 
successo del concilio, e maggiormente per essersi divulgata 
quella morte per l’Italia come successa con molte circonstanze 
portentose e favolose, le quali s’ascrivevano a miracolo e ven¬ 
detta divina; se ben non v’ intervennero se non di quei stessi 
evenimenti soliti accader ordinariamente nelle morti degli uo¬ 
mini di sessantatré anni, ché in tanta età Martino passò di 
questa vita. Ma le cose succedute dopo sino all’età nostra 
hanno dechiarato che Martino fu solo uno de’ mezzi, e che 
le cause furono altre più potenti e recondite. 

Cesare gionto in Ratisbona si lamentò gravemente che il 
colloquio fosse dissoluto, e di ciò ne scrisse per tutta Germania 
lettere, le quali furono con riso vedute, essendo pur troppo 
noto che la separazione era proceduta dall’opera delli spagnoli 
e frati, e dal vescovo di Eicstat da lui mandato. E non è dif- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


237 


ficile, quando sono saputi li operatori, immediate conoscere 
d’onde venga il principio del moto. Ma il savio imperatore 
dell’istessa cosa voleva valersi per sodisfar al papa e al con¬ 
cilio e per cercar occasione contra li protestanti; il che l’evento 
comprobò, quando, replicate le stesse querimonie nella dieta 
e ricercato dalli congregati novo modo di concordia, li mini¬ 
stri di Magonza e Treveri, separati da quei degli altri elettori 
e congionti con li altri vescovi, approvarono il concilio e fe¬ 
cero instanza a Cesare che lo proteggesse e operasse che li 
protestanti vi intervenissero e se gli sottomettessero, repugnando 
essi e remostrando in contrario che quel concilio non era con 
le qualità e condizioni promesse tante volte, e instando che 
la pace fosse servata e le cose della religione fossero concor¬ 
date in un concilio di Germania legittimo, o vero in un con¬ 
vento imperiale. Ma le maschere furono in fine tutte levate, 
quando le provvisioni della guerra non potèro più esser occul¬ 
tate. Di che a suo luoco si dirà. 

Sopra la lettera da Trento scritta ebbe il pontefice molta 
considerazione, dall’uno canto ponderando li inconvenienti 
che sarebbono seguiti tenendo, come egli diceva, il concilio 
sulle àncore, con mala sodisfazione di quei vescovi che ivi 
erano, e il male che poteva nascere quando s’incominciasse 
riforma: in fine, vedendo bene che era necessario rimetter 
qualche cosa alla ventura, e che la prudenzia non consegliava 
se non evitar il male maggiore, risolvè di riscrivere a Trento 
che secondo il raccordo loro incamminassero l’azione, avver¬ 
tendo di non metter in campo nove difficoltà in materia di 
fede, né determinando cosa alcuna delle controversie tra’ cat¬ 
tolici, e nella riforma procedendo pian piano. Li legati, che 
sin allora si erano trattenuti nelle congregazioni in cose gene¬ 
rali, avendo ricevuto facoltà d’incamminarsi, nella congrega¬ 
zione delli 22 febbraro proposero che, fermato il primo fonda¬ 
mento della fede, la consequenza portava che si trattasse un 
altro più ampio, che è la Scrittura divina, materia nella quale 
vi sono punti spettanti alli dogmi controversi con luterani, e 
altri per riforma delli abusi, e li più principali e necessari da 



233 


l’istoria del concilio tridentino 


emendare, e in tanto numero che forsi non basterà il tempo 
sino alla sessione per trovar rimedio a tutti. Si discorse delle 
cose controverse con luterani in questo soggetto, e delli abusi, 
e fu da diversi prelati parlato molto sopra di questo. 

Sino allora li teologi, che erano al numero di trenta e per 
il più frati, non avevano servito in concilio ad altro che a 
fare qualche predica i giorni festivi, in esaltazione del con¬ 
cilio o del papa e per pugna ombratile con luterani ; ora 
che si doveva decider qualche dogma controverso e rimediar 
alli abusi più tosto de’ letterati che d’altri, cominciò ad appa¬ 
rire in che valersene. E fu preso ordine che nelle materie da 
trattarsi per decidere ponti di dottrina fossero estratti li arti¬ 
coli dai libri de’ luterani contrari alla fede ortodossa, e dati 
da studiare e censurare alli teologi, acciocché dicendo ciascuno 
d’essi l’opinione sua, fosse preparata la materia per formare 
li decreti; quali proposti in congregazione ed esaminati dalli 
padri, inteso il voto di ciascuno, fosse stabilito quello che in 
sessione s’averebbe a pubblicare. Ed in quello che appartiene 
alli abusi, ognuno raccordasse quello che li pareva degno di 
correzione, col rimedio appropriato. 

Gli articoli formati per la parte spettante alla dottrina, 
tratti dalli libri di Lutero, furono: 

I. Che la dottrina necessaria della fede cristiana si con¬ 
tiene tutta intiera nelle divine Scritture, e che è una finzione 
d’uomini aggiongervi tradizioni non scritte, come lasciate da 
Cristo e dagli apostoli alla santa Chiesa, arrivate a noi per 
mezzo della continua successione delli vescovi; ed esser sa¬ 
crilegio il tenerle di egual autorità con le Scritture del novo 
e vecchio Testamento. 

II. Che tra li libri del vecchio Testamento non si debbono 
numerare salvo che li ricevuti dagli ebrei; e nel Testamento 
novo le sei Epistole, cioè sotto nome di san Paulo agli ebrei, 
di san Giacomo, seconda di san Pietro, seconda e terza di 
san Gioanni e una di san Iuda, e l’Apocalisse. 

III. Che per aver l’intelligenza vera della Scrittura divina, 
o per allegar le proprie parole, è necessario aver ricorso alli 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


239 


testi della lingua originaria in la quale è scritta, e reprovar 
la traduzione che dai latini è stata usata, come piena di 
errori. 

IV. Che la Scrittura divina è facilissima e chiarissima, e 
per intenderla non è necessaria né glosa né commenti, ma 
aver spirito di pecorella di Cristo. 

V. Se contra tutti questi articoli si debbono formar canoni 
con anatemi. 

Sopra li due primi articoli fu discorso dalli teologi in 
quattro congregazioni : e nel primo tutti furono concordi che 
la fede cristiana si ha parte nella Scrittura divina e parte nelle 
tradizioni; e si consumò molto tempo in allegare per questo 
luochi di Tertulliano, che spesso ne parla e molte ne numera, 
d’Ireneo, Cipriano, Basilio, Agostino ed altri; anzi dicendo di 
più alcuni che tutta la dottrina cattolica abbia per unico fon¬ 
damento la tradizione, perché alla medesima Scrittura non si 
crede, se non perché si ha per tradizione. Ma vi fu qualche 
differenza come fosse ispediente trattar questa materia. 

Fra’ Vicenzo Lunello franciscano fu di opinione che, do¬ 
vendosi stabilire la Scrittura divina e le tradizioni per fonda¬ 
menti della fede, si dovesse innanzi trattar della Chiesa, che 
è fondamento più principale, perché la Scrittura riceve da 
quella l’autorità, secondo il celebre detto di sant’Agostino: 
«Non crederei all’Evangelio, se l’autorità della Chiesa non 
mi costringesse », e perché delle tradizioni non si può aver 
uso alcuno, se non fondandole sopra la medesima autorità; 
poiché venendo controversia se alcuna cosa sia per tradizione, 
sarà necessario deciderla o per testimonio o per determina¬ 
zione della Chiesa. Ma, stabilito questo fondamento che ogni 
cristiano è obbligato creder alla Chiesa, sopra quello si fabbri¬ 
cherà sicuramente. Aggiongeva doversi pigliar esempio da tutti 
quelli che sino allora avevano scritto con sodezza contra lu¬ 
terani, come frate Silvestro ed Ecchio, che si sono valuti più 
dell’autorità della Chiesa che di qualonque altro argomento; 
né con altro potersi mai convincer li luterani. Esser cosa molto 
aliena dal fine proposto, cioè di poner tutti li fondamenti della 


240 


l’istoria del concilio tridentino 


dottrina cristiana, lasciare il principale e forse l’unico, ina al 
certo quello senza il quale gli altri non sussistono. 

Non ebbe questa opinione seguaci. Alcuni gli opponevano 
che era soggetta alle stesse difficoltà che faceva agli altri, per¬ 
ché anco le sinagoghe de eretici s’arrogarebbono di esser la 
vera Chiesa, a chi tanta autorità era data. Altri, avendo per 
cosa notissima e indubitabile che per la Chiesa si debbe in¬ 
tender l’ordine clericale, e più propriamente il concilio e il 
papa come capo, dicevano che l’autorità di quella s’ha da te¬ 
nere per già decisa, e che il trattarne al presente sarebbe un 
mostrare che fosse in difficoltà, o almeno cosa chiarita di novo, 
e non antichissima, sempre creduta dopo che ci è chiesa cri¬ 
stiana. 

Ma fra’ Antonio Marinaro carmelitano era di parere che si 
astenesse dal parlar delle tradizioni, e diceva che in questa 
materia, per decisione del primo articolo, conveniva prima 
determinare se la questione fosse facti vel iuris, cioè se la 
dottrina cristiana ha due parti : una che per divina volontà 
fosse scritta, l’altra che per la stessa fosse proibito scrivere, 
ma solo insegnare in voce; o vero se di tutto il corpo della 
dottrina per accidente è avvenuto che, essendo stata tutta in¬ 
segnata, qualche parte non sia stata posta in scritto. Soggionse 
esser cosa chiara che la Maestà divina, ordinando la legge del 
vecchio Testamento, statui che fosse necessario averla in scritto; 
però col proprio dito scrisse il Decalogo in pietra, comandando 
che fosse riposto nello scrigno perciò chiamato del patto, che 
si dice Arca fcederis. Che comandò più volte a Mosé di scriver 
li precetti in un libro, e che un esemplare stasse appresso lo 
scrigno, che il re ne avesse uno per legger continuamente. 
Non fu l’istesso nella legge evangelica, la qual dal figlio di 
Dio fu scritta nei cuori, alla quale non è necessario aver ta¬ 
vole, né scrigno, né libro. Anzi fu la Chiesa perfettissima 
inanzi che alcuni delli santi apostoli scrivessero: e se ben 
niente fosse stato scritto, non però alla Chiesa di Cristo sa¬ 
rebbe mancata alcuna perfezione. Ma si come fondò Cristo la 
dottrina del novo Testamento nei cuori, cosi non vietò che 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


241 


non dovesse esser scritta, come in alcune false religioni, dove 
li misteri erano tenuti in occulto né era lecito metterli in 
scritto, ma solamente insegnarli in voce; e pertanto esser 
cosa indubitata che quello che hanno scritto gli apostoli e 
quello che hanno insegnato a bocca è di pari autorità, avendo 
essi scritto e parlato per instinto dello Spirito Santo. 11 quale 
però, si come assistendo loro gli ha drizzati a scrivere e pre¬ 
dicare il vero, cosi non si può dire che abbia loro proibito 
scrivere alcuna cosa per tenerla in misterio: onde non si po¬ 
teva distinguere doi generi di articoli della fede, alcuni pub¬ 
blicati con scrittura, altri comandati di comunicar solo in voce. 
Disse anco che se alcuno fosse di contraria opinione, averebbe 
due gran difficoltà da superare; l’una in dire in che consiste 
la differenza, l’altra come li successori degli apostoli abbiano 
potuto metter in scritto quello che da Dio fu proibito, sog- 
giongendo esser altrettanto dura e difficile da sostenere l’altra, 
cioè per accidente esser occorso che alcuni particolari non 
siano stati scritti, poiché derogherebbe molto alla divina prov¬ 
videnza nell’ indirizzare li santi apostoli nella composizione 
delle scritture del novo Testamento. Pertanto concludeva che 
l’entrar in questa trattazione fosse un navigar tra Scilla e Ca- 
riddi, ed esser meglio imitar li Padri, quali si sono sempre 
valuti di questo luoco solo nei bisogni, non venendo però mai 
in parere di formarne un articolo di competenza con la divina 
Scrittura. Aggionse che non era necessario passar allora a fare 
nova determinazione, poiché da’ luterani, se ben hanno detto 
di non voler essere convinti salvo che con la Scrittura, non 
però è stata formata controversia in questo articolo; ed esser 
bene attender alle sole controversie che essi hanno promosse, 
e non metterne in campo di nove, esponendosi a pericolo di 
far maggior divisione nel cristianesmo. 

A pochi piacque l’opinione del frate; anzi dal Cardinal 
Polo fu ripreso, con dire che quel parere era più degno d'un 
colloquio di Germania che condecente ad un concilio univer¬ 
sale della Chiesa; che in questo convien aver mira alla verità 
sincera, non come là dove non si tratta se non d’accordarsi, 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


16 



242 


l’istoria del concilio tridentino 


eziandio con pregiudicio della verità. Per conservare la Chiesa 
esser necessario o che luterani ricevino tutta la dottrina romana, 
o che siano scoperti quanti più errori di loro si può ritrovare, 
per mostrar al mondo tanto più che non si può convenir con 
loro. Però se essi non hanno formato la controversia sopra le 
tradizioni, bisogna formarla, e condannar le opinioni loro, e 
mostrar che quella nova dottrina non è solo differente dalla 
vera in quello dove professatamente li contradice, ma in tutte 
le altre parti. Doversi attendere a condannar più assurdità che 
si potrà cavar dalli scritti loro, ed esser vano il timor di urtar 
in Scilla o Cariddi per quella cavillosa ragione, quale chi atten¬ 
desse concluderebbe che non ci fosse tradizione alcuna. 

Nel secondo articolo le opinioni furono conformi in questo: 
che secondo li antichi esempi si facesse catalogo delli libri 
canonici, nel quale fossero registrati tutti quelli che si leggono 
nella chiesa romana, eziandio quelli del vecchio Testamento 
che dagli ebrei non sono ricevuti; e per prova di ciò fu da 
tutti allegato il concilio laodiceno, Innocenzo I pontefice, il 
terzo concilio cartaginense e Gelasio papa. Ma furono quattro 
opinioni. Alcuni volevano che doi ordini fossero fatti: nel 
primo si ponessero quelli soli che da tutti sono sempre stati 
ricevuti senza contradizione, nell’altro quelli, quali altre volte 
sono stati reietti o di loro dubitato; e si diceva che se ben 
ciò non si vede fatto precedentemente da nessun concilio o 
pontefice, nondimeno era sempre cosi stato inteso; perché 
sant’Agostino fa una tal distinzione, e l’autorità sua è stata 
canonizzata nel canone In canonicis ; e san Gregorio, che fu 
posterior anco a Gelasio, sopra Iob dice delli libri dei Macabei 
che sono scritti per edificazione, se ben non sono canonici. 

Fra’ Aloisio di Catanea dominicano diceva che questa di¬ 
stinzione era fatta da san Gerolamo, ricevuto come regola e 
norma dalla Chiesa per constituir il canone delle Scritture; ed 
allegava il Cardinal Gaetano, il quale esso ancora li aveva 
distinti, seguendo san Gerolamo come regola infallibile dataci 
dalla Chiesa, e cosi scrisse a papa Clemente VII, mandandoli 
l’esposizione sua sopra li libri istoriali del vecchio Testamento. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


243 


Altri erano di parere che tre ordini fossero stabiliti: il primo 
di quelli che sempre furono tenuti per divini; il secondo di 
quelli che altre volte hanno ricevuto dubbio, ma per uso otte¬ 
nuto autorità canonica (nel qual numero sono le sei Epistole 
e Apocalisse del novo Testamento e alcune particole degli 
Evangelisti); il terzo di quelli che mai sono certificati, quali 
sono li sette del vecchio Testamento ed alcuni capi di Daniele 
e di Ester. Altri riputavano meglio non far alcuna distinzione, 
ma imitar il concilio cartaginense e li altri, ponendo il cata¬ 
logo senza dire più parole. Un altro parere fu che si dichia¬ 
rassero tutti in tutte le parti, come si ritrovano nella Bibbia 
latina, esser di divina e ugual autorità. Maggior pensiero diede 
il libro di Baruch, il quale non è posto in numero né da laodi- 
ceni, né da cartaginesi, né dalli pontefici romani, e si sarebbe 
tralasciato cosi per questa causa, come perché non si sapeva 
trovar il principio di quel libro; ma ostava che nella Chiesa 
se ne legge lezione: ragione stimata cosi potente, che fece ri¬ 
solver la congregazione con dire che dagli antichi fu stimato 
parte di Geremia e compreso con lui. 

Nella congregazione del venere 5 marzo, essendo andato 
avviso che li pensionari del vescovo di Bitonto dimandavano 
in Roma d’esser pagati, e per questo l’avevano fatto citar 
inanzi l’auditore, facendo instanza che fosse costretto con 
scomuniche e altre censure, secondo lo stile della corte, a 
far il pagamento, egli si lamentava, dicendo che li pensionari 
suoi avevano ragione, ma né egli aveva il torto, perché stando 
in concilio non poteva spender meno di seicento scudi all’anno, 
e detratte le pensioni, non ne restava a lui più che quattro- 
cento; onde era necessario che fosse sgravato, o sovvenuto 
delli altri duecento. Li prelati poveri, come in causa comune, 
s’adoperavano in suo servizio, e alcuni di essi passarono in 
qualche parole alte, dicendo che questo fosse un’infamia del 
concilio, quando ad un officiale della corte di Roma fosse 
permesso usare censure contra un prelato esistente in conci¬ 
lio; esser una mostruosità, che averebbe dato da dir al mondo 
che il concilio non fosse libero; che l’onor di quel consesso 



244 


l’istoria del concilio tridentino 


ricercava che fosse citato a Trento l’auditore, o vero usato 
verso di lui qualche risentimento che conservasse la dignità 
della sinodo illesa. Alcuni anco passavano a dannar l'impo¬ 
sizione delle pensioni, dicendo essere ben cosa giusta e usata 
dall’antichità che le chiese ricche sovvenissero le povere, non 
però costrette, ma per carità, né levando a se stesse le cose 
necessarie; cosi anco aver insegnato san Paulo; ma che li po¬ 
veri prelati, di quello che era necessario per la sostentazione 
propria fossero costretti con censure a refondere alli ricchi, 
essere cosa intollerabile; e questo esser un capo di riforma da 
trattar in concilio, riducendo la cosa all’antico e veramente 
cristiano uso. Ma li legati, considerando quanto fossero giuste 
le querele e dove potevano capitare, quietarono ogni cosa con 
promettere che averebbono scritto a Roma e fatto onninamente 
desistere dal processo giudiciale, e operato che in qualche 
modo fosse provveduto al vescovo, si che potesse mantenersi 
in concilio. 

Avendo tutti li teologi finito di parlare, il di 8 fu intimata 
congregazione per il seguente, se ben non era giorno ordina¬ 
rio, non tanto per venir a fine di stabilir decreto sopra li 
articoli disputati, quanto per decoro del concilio, che in quel 
giorno, dedicato a festa profana del carnevale, li padri si occu¬ 
passero nelle cose conciliari. E allora fu da tutti approvato 
che le tradizioni fossero ricevute come di ugual autorità alla 
Scrittura, ma non concordarono nella forma di tessere il ca¬ 
talogo dei libri divini. Ed essendo tre opinioni, l’una di non 
descendere a particolar libri, l’altra di distinguer il catalogo 
in tre parti, la terza di farne un solo ponendo tutti li libri 
di ugual autorità; né essendo ben tutti risoluti, furono fatte 
tre minute, con ordine che si pensasse accuratamente, per dir 
ciascuno quale ricevesse nella seguente congregazione: che il 
giorno 12 non si tenne, per l’arrivo di don Francesco di To¬ 
ledo, mandato dall’imperatore ambasciator per assister al con¬ 
cilio come collega di don Diego: il qual fu incontrato dalla 
maggior parte delli vescovi e dalle famiglie dei cardinali. 

Arrivò in Trento in questo tempo il Vergerio, di sopra più 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


245 


volte nominato, andato non per volontà d’intervenir al con¬ 
cilio, ma fug-gendo l’ira del suo populo, concitato contra lui 
come causa della sterilità della terra da frate Annibai Gri- 
sone inquisitore: né sapeva dove poteva star con dignità e 
aver comodo maggiore di giustificarsi dalle imputazioni del 
frate, che lo pubblicava per luterano non solo nell’Istria, ma 
appresso il noncio di Venezia ed il papa; delle qual cose 
essendo anco li legati del concilio avvisati, l’esclusero d’in¬ 
tervenire negli atti pubblici come prelato, se prima non si fosse 
giustificato appresso il pontefice, dove lo esortarono efficace¬ 
mente andare. E se non avessero temuto di far parlare contra 
la libertà del concilio, sarebbono usciti dalle esortazioni. Ma 
egli, vedendo di star in Trento con maggior indignità, pochi 
di dopo si parti con animo di tornar al vescovato, reputando 
la sedizione populare esser acquetata. Ma gionto a Venezia, 
li fu proibito andarvi dal noncio, quale aveva ricevuto ordine 
da Roma di formare processo contra di lui ; di che sdegnato 
o intimorito, o per qualche altra causa die fosse, non molti 
mesi dopo usci d’Italia. 

Il di 15, proposte le tre formule, se ben ciascuna ebbe 
chi la sostentò, la terza però fu approvata dalla maggior parte. 
Nelle seguenti congregazioni parlarono li teologi sopra li altri 
articoli, e molta differenza fu nel terzo sopra la translazione 
latina della Scrittura, tra alcuni pochi che avevano buona co¬ 
gnizione di latino e gusto di greco e altri nudi di cognizione 
di lingue. Fra’ Aloisio da Catanea disse che per risoluzione 
di quell’articolo non si poteva portar cosa più a proposito e 
accomodata alli presenti tempi e occasioni che il giudicio del 
cardinale Gaetano, versatissimo nella teologia, avendo studiato 
fino dalla fanciullezza, e per la felicità dell’ingegno e laboriosa 
diligenza riuscito il primo teologo di quello e molti altri se¬ 
coli, al quale non era prelato né altro soggetto in concilio 
che non cedesse in dottrina e non tenesse d’esser in stato d’im¬ 
parare da lui. Questo Cardinal, andato in Germania legato 
del 1523, accuratamente investigando come si potesse ridurre 
alla Chiesa li sviati e convincer gli eresiarchi, trovò il vero 


246 


l’istoria del concilio tridentino 


rimedio: l’intelligenza litterale del testo della sacra Scrittura 
nella sua lingua originale in quale è scritto. E tutto il rima¬ 
nente di sua vita, che undici anni furono, si diede solo allo 
studio delle Scritture, esponendo non la translazione latina, ma 
li fonti, ebreo nel vecchio e greco nel novo Testamento: delle 
qual lingue non avendo egli alcuna cognizione, adoperò per¬ 
sone intendenti che di parola in parola li facessero costruzione 
del testo, come le opere sue scritte sopra li sacri libri mo¬ 
strano. Esser solito dire quel buon cardinale che l’intender il 
testo latino non era intendere la parola di Dio infallibile, ma 
quella del traslatore, soggetto e succombente agli errori; che 
ben disse Geronimo, il profetare e scriver sacri libri provenire 
dallo Spirito Santo, ma il transitargli in altra lingua esser 
opera della perizia umana; e che dolendosi diceva: « Piacesse 
a Dio che li dottori delli secoli inanzi avessero cosi fatto, che 
le eresie luterane non averebbono trovato luoco!» Soggiùnse 
non potersi approvar translazione alcuna, se non reprovando 
il canone Ut veterum d. 9, che comanda di aver il testo ebreo 
per esaminar la realtà delli libri del vecchio Testamento, e il 
greco per norma di quei del novo. L’approvar un’interpreta¬ 
zione per autentica esser condannar san Geronimo e tutti quelli 
che hanno tradotto: se alcuna è autentica, a che potrebbono 
servir le altre non autentiche? Una gran vanità sarebbe produr 
copie incerte, avendone in forma probante; doversi tenir con 
san Geronimo e col Gaetano che ogni interprete abbia potuto 
fallare, con tutto che abbia usato ogni arte per non scostarsi 
dall’originale. Cosi certa cosa essere che, se il santo concilio 
esaminasse ed emendasse al testo vero un’interpretazione, lo 
Spirito Santo, che assiste alle sinodi nelle cose della fede, gli 
soprastarebbe che non facesse errore; e una tal traduzione cosi 
esaminata ed approvata si potrebbe dir autentica. Ma se senza 
tal esamine si possi approvarne una e promettersi che lo Spi¬ 
rito Santo assista, non ardiva dirlo, se dalla santa sinodo non 
fosse cosi determinato, vedendo che nel concilio delli santi 
apostoli precesse una grande inquisizione. Ma essendo una tal 
opera di decene d’anni, né potendosi intraprendere, pareva 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


247 


meglio lasciar le cose come erano state mille cinquecento anni, 
che le traduzioni latine fossero verificate con li testi originali. 

In contrario dalla maggior parte dei teologi era detto 
essere necessario aver per divina e autentica in tutte le parti 
sue quella traduzione che per li tempi passati è stata letta nelle 
chiese e usata nelle scole, altrimenti sarebbe dare la causa 
vinta alli luterani e aprir una porta per introdur all’avvenire 
innumerabili eresie, e turbar continuamente la quiete della 
cristianità. La dottrina della santa madre Chiesa romana, 
madre e maestra di tutte le altre, essere fondata in gran parte 
dalli pontefici romani e dalli teologi scolastici sopra qualche 
passo della Scrittura; che dando libertà a ciascuno d’esaminar 
se sia ben tradotto, ricorrendo ad altre traduzioni o cercando 
come dica in greco o in ebreo, questi novi grammatici con¬ 
fonderanno ogni cosa, e sarà farli giudici ed arbitri della fede, 
e in luoco de teologi e canonisti converrà tener il primo conto, 
nell’assumer alli vescovati e cardinalati, delli pedanti. Li in¬ 
quisitori non potranno più procedere contra li luterani, se non 
sapranno ebreo e greco, che subito sarà risposto dalli rei che 
il testo non dice cosi e che la traduzione non è fedele. E ogni 
novità e capriccio che verrà in testa a qualonque grammatico, 
o per malizia o per poca perizia delle cose teologiche, pur 
che possi con qualche apice grammaticale di quelle lingue 
confirmarlo, troverà fondamento, che mai si venirà al fine. 
Vedersi adesso, dopo che Lutero ha dato principio a far una 
traduzione della Scrittura, quanto diverse e contrarie tra loro 
sono uscite in luce che meritavano esser in perpetue tenebre 
occultate; quante volte esso Martino ha mutato quello che aveva 
prima in un modo tradotto, che mai si è ristampata la tradu¬ 
zione senza qualche notabil mutazione, non di un passo o 
due,.ma di centenara in una fiata. Dando questa libertà a tutti, 
presto ridurrete la cristianità che non si saprà che credere. 

A queste ragioni, sentite con applauso dalla maggior parte, 
altri aggiongevano anco che, se la divina provvidenza ha dato 
una Scrittura autentica alla sinagoga e un autentico Testa¬ 
mento novo alli greci, non si poteva, senza derogargli, dire 



248 


l’istoria del concilio tridentino 


che la chiesa romana più diletta fosse stata lasciata senza 
tanto beneficio, e però che questo stesso Spirito Santo, qual 
dettò li libri sacri, abbia anco indettata questa transazione 
che dalla chiesa romana doveva esser accettata. Ad alcuni 
pareva ardua cosa fare profeta, o vero apostolo, uno, solamente 
per tradur un libro; però moderavano l’asserzione con dire 
che non ebbe spirito profetico o apostolico, ma ben uno a 
questo molto vicino. E se alcuno si rendesse difficile a dare 
l’assistenza dello spirito di Dio all’interprete, non la potrà 
negare al concilio; e quando sarà approvata la Vulgata edi¬ 
zione e fulminato l’anatema contra chi non la riceve, quella 
sarà senza errori, non per spirito di chi la scrisse, ma della 
sinodo che per tale l’ha ricevuta. 

Don Isidoro Clario bresciano, abbate benedittino, molto 
versato in questo studio, con la narrazione istorica cercò di 
rimover questa opinione, dicendo in sostanza che del vecchio 
Testamento molte translazioni greche furono nella primitiva 
Chiesa, quali Origene raccolse in un volume confrontandole 
in sei colonne: di queste la principale si chiama dei Settanta, 
dalla quale ne furono tratte anco diverse in latino, si come 
anco varie ne furono cavate dalle Scritture del novo Testa¬ 
mento greche, una de quali, la più seguita e letta nelle chiese, 
si chiama Itala, da sant’Agostino tenuta per migliore delle altre, 
in maniera però che si dovesse preferir senza nessun dubbio li 
testi greci. Ma san Geronimo, perito, come ognun sa, nella 
cognizione delle lingue, vedendo quella del vecchio Testamento 
deviare dalla verità ebraica, parte per difetto dell’interprete 
greco, parte del latino, ne trasse una dall’ebreo immediate ed 
emendò quella del novo Testamento alla verità del greco testo. 
Per il credito in quale Geronimo era, la traduzione sua fu 
da molti ricevuta, e repudiata da altri, più tenaci degli errori 
dell’antichità e aborrenti dalle novità, o, come egli si duole, 
per emulazione: ma dopo qualche anni cessata l’invidia, fu 
ricevuta quella di san Geronimo da tutti li latini, e furono 
ambedue in uso, chiamandosi la vecchia e la nova. Testifica 
san Gregorio, scrivendo a Leandro sopra Iob, che la sede apo- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


249 


stolica le usava ambedue, e che egli nell’esposizione di quel 
libro eleggeva di seguire la nova, come conforme all’ebreo; 
però nelle allegazioni si sarebbe valuto ora di una ora del¬ 
l’altra, secondo che fosse tornato meglio a suo proposito. Li 
tempi seguenti, con l’uso di queste due, ne hanno composto 
una, pigliando parte dalla nova e parte dalla vecchia, secondo 
che li accidenti hanno portato, e a questa cosi composta fu 
dato nome di edizione Vulgata. Li salmi esser tutti della vec¬ 
chia, perché continuandosi di cantarli quotidianamente nelle 
chiese, non si potèro mutare. Li profeti minori tutti della 
nova, li maggiori misti d’ambedue. Questo esser ben certo, 
che tutto ciò è per divina disposizione avvenuto, senza la quale 
non succede cosa alcuna; ma non si può dire però che vi sia 
intervenuto perizia maggiore che umana. San Geronimo af¬ 
ferma apertamente che nessun interprete ha parlato per Spirito 
Santo. L’edizione che abbiamo è per la maggior parte sua. 
Sarebbe gran cosa attribuire divina assistenza a chi ha cono¬ 
sciuto e affermato di non averla: laonde mai si potrà ugua¬ 
gliar traduzione alcuna al sacro testo della lingua originale. 
Pertanto esser di parere che l’edizione Vulgata fosse anteposta 
a tutte e approvata, corretta però al testo originale, e fosse 
vietato ad ognuno di far altra translazione; ma solo si emen¬ 
dasse quella, e le altre si estinguessero: e cosi cesserebbono 
tutti li inconvenienti causati dalle nove interpretazioni, che 
con molto giudicio sono stati notati e ripresi nelle congre¬ 
gazioni. 

Fra’ Andrea di Vega franciscano, camminando quasi come 
mediatore tra queste opinioni, approvò il parere di san Ge- 
rolemo che le qualità dell’interprete non siano spirito profe¬ 
tico o altro divino speciale che li dia infallibilità, e la sen¬ 
tenzia del medesimo santo e di sant’Agostino dell’emendare 
le traduzioni con li testi della lingua originale; soggiongendo 
però che a questo non repugnava il dire insieme che la 
chiesa latina abbia per autentica l’edizione Vulgata, perché 
questo si debbe intendere che non vi sia errore alcuno in 
quello che appartiene alla fede e alli costumi, ma non in ogni 


250 


l’istoria del concilio tridentino 


apice ed ogni espressione propria delle voci, essendo impos¬ 
sibile che tutte le voci d’una lingua siano trasportate in un’altra 
senza che v’ intervenga ristrizione o ampliazione de significati 
o metafora od altra figura. Già la Vulgata edizione esser stata 
esaminata da tutta la Chiesa pel corso di più di mille anni, 
e conosciuto che in quella non vi è fallo alcuno nella fede 
o costumi; e in tal conto è stata dalli antichi concili usata e 
tenuta: e però come tale si debbe tener e approvare, e si potrà 
dechiarar l’edizione Vulgata autentica, cioè che si può leggere 
senza pericolo, non impedendo li più diligenti di ricorrere alli 
fonti ebrei e greci, ma ben proibendo tanto numero di tran- 
slazioni intiere che generano confusione. 

Intorno l’articolo del senso della Scrittura divina diede 
occasione di parlare diversamente la dottrina del già cardinale 
Gaetano, che insegnò e praticò egli ancora, cioè di non rifiutar 
li sensi novi quando quadrino al testo e non sono alieni dagli 
altri luochi della Scrittura e dalla dottrina della fede, se ben 
il torrente delli dottori corresse ad un altro, non avendo la 
divina Maestà legato il senso della Scrittura alli dottori vec¬ 
chi, altrimenti non resterebbe né alli presenti né alii posteri 
altra facoltà che di scrivere di libro in quaderno. Il che da 
alcuni delli teologi e padri era approvato e da altri oppugnato. 

Alli primi pareva che fosse coinè una tirannide spirituale 
il vietare che, secondo le grazie da Dio donate, non potessero 
li fedeli esercitar il proprio ingegno, e che questo fosse ap¬ 
punto proibir la mercanzia spirituale delli talenti da Dio do¬ 
nati ; doversi con ogni allettamento invitar gli uomini alla 
lezione delle sacre lettere, dalle quali sempreché si leva quel 
piacer che la novità porta, tutti sempre le aborriranno, e una 
tal strettezza farà applicar li studiosi alle altre sorti di lettere 
e abbandonar le sacre, e per consequenza ogni studio e cura 
di pietà: questa varietà di doni spirituali appartenere alla per¬ 
fezione della Chiesa e vedersi nella lettura de antichi Padri, 
nelli scritti de’ quali è diversità grande e spesso contrarietà, 
congionta però con'strettissima carità. Per che causa non dover 
essere concesso a questo secolo quella libertà che con frutto 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


25 * 


spirituale hanno goduto gli altri? Li scolastici nella dottrina 
di teologia, se ben non hanno tra loro dispute sopra l’intel¬ 
ligenza delle lettere sacre, aver però non minor differenze nelli 
ponti della religione, e quelle non meno pericolose; meglio 
essere imitare l’antichità, che non ha ristretta l’esposizione 
della Scrittura, ma lasciata libera. 

La contraria opinione portava che, essendo la licenza po- 
pulare disordine maggiore della tirannide, in questi tempi 
conveniva imbrigliar gl’ingegni sfrenati, altrimenti non si po¬ 
teva sperare di veder fine delle presenti contenzioni. Alli an¬ 
tichi tempi esser stato concesso di scrivere sopra li libri divini, 
perché essendovi poche esposizioni, ve n’era bisogno; e gli 
uomini di quei tempi erano di vita santa e ingegno composto, 
che da loro non si poteva temer di confusioni come al pre¬ 
sente. E per tanto li scolastici teologi, avendo veduto che non 
vi era bisogno nella Chiesa di altre esposizioni e che la Scrit¬ 
tura era non solo a bastanza, ma anco abbondantemente de¬ 
chiarata, presero altro modo di trattar le cose sacre; e vedendo 
gli uomini inclinati alle dispute, giudicarono che fosse ben 
occuparli piuttosto in esamine di ragioni e detti d’Aristotele, 
e conservare la Scrittura divina in riverenza; alla quale molto 
si deroga, quando sia maneggiata comunemente e sia materia 
delli studi ed esercizi de curiosi. E tanto si passava inanzi 
con questa sentenzia che fra’ Riccardo di Mans franciscano 
disse i dogmi della fede esser tanto dilucidati al presente dalli 
scolastici che non si doveva impararli più dalla Scrittura; la 
qual è vero che altra volta si leggeva in chiesa per instruzione 
dei popoli e si studiava per l’istessa causa, dove al presente 
si legge in chiesa solo per dir orazione; e per questo solo 
doverebbe anco servire a ciascuno, e non per studiare; e questa 
sarebbe la riverenza e venerazione debita da ognuno alla pa¬ 
rola di Dio. Ma almeno doverebbe esser proibito il leggerla 
per ragion di studio a chi non è prima confirmato nella teologia 
scolastica; né con altri fanno progresso li luterani, se non con 
quelli che studiano Scrittura. 11 qual parere non fu senza 
aderenti. 



252 


l’istoria del concilio tridentino 


Tra queste opinioni ve ne camminarono due medie. Una, 
che non fosse bene restringere 1 * intelligenza della Scrittura ai 
soli Padri, atteso che per il più li loro sensi sono allegorici 
e rare volte litterali, e quelli che seguono la lettera s'acco¬ 
modano al loro tempo, si che l’esposizione non riesce a pro¬ 
posito per l’età nostra. Esser stato dottamente detto dal Car¬ 
dinal Cusano, di eccellente dottrina e bontà, che l’intelligenza 
delle Scritture si debbe accomodar al tempo ed esporla secondo 
il rito corrente, e non aver per maraviglia se la pratica della 
Chiesa in un tempo interpreta in un modo, in un altro all’altro. 
E non altrimenti l’intese il concilio lateranense ultimo, quando 
statui che la Scrittura fosse esposta secondo li dottori della 
Chiesa, o come il longo uso ha approvato. Concludeva questa 
opinione che le nove esposizioni non fossero vietate, se non 
quando discordano dal senso corrente. 

Ma fra’ Dominico Soto dominicano distinse la materia di 
fede e di costumi dalle altre, dicendo in quella sola esser 
giusto tenir ogni ingegno tra i termini già posti, ma nelle altre 
non esser inconveniente lasciar che ognuno, salva la pietà c 
carità, abondi nel proprio senso; non esser stata mente delli 
Padri che fossero seguiti di necessità, salvo che nelle cose 
necessarie da credere ed operare. Né li pontefici romani, quando 
hanno esposto nelle decretali loro alcun passo della Scrittura 
in un senso, aver inteso di canonizzar quello, si che non fosse 
lecito altrimenti intenderlo, purché con ragione. E cosi l’intese 
san Paulo, quando disse che si dovesse usar la profezia, cioè 
l’interpretazione della Scrittura, secondo la ragione della fede, 
cioè riferendola agli articoli di quella: e se questa distinzione 
non si facesse, si darebbe in notabili inconvenienti, per le 
contrarietà che si ritrovano in diverse esposizioni date dalli 
antichi Padri, che repugnano l’una all’altra. 

Le difficoltà promosse non furono di tanta efficacia che nella 
congregazione delli padri non fosse con consenso quasi uni¬ 
versale approvata l’edizione Vulgata, avendo fatto potente im¬ 
pressione nell’animo delli prelati quel discorso che li maestri 
di grammatica si arrogherebbono d’insegnar alli vescovi e 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


253 


teologi. E quantonque alcuni pochi sostentassero che fosse 
ispediente, attese le ragioni dalli teologi considerate, tralasciar 
quel capo per allora, poiché fu risoluto altrimenti, posero in 
considerazione che, approvandola, conveniva anco comandare 
che sia stampata emendata; e dovendo questo fare, era neces¬ 
sario formar l’esemplare al quale si dovesse conformar l’im¬ 
pressione. Onde di comun concordia furono deputati sei che 
attendessero a quella correzione con accuratezza, acciò si po¬ 
tesse pubblicare inanzi il fine del concilio, riservandosi d’ac¬ 
crescer il numero quando, tra quei che di novo giongessero, 
vi fosse persona di buona attitudine per quell’opera. 

Ma nel render li voti sopra il quarto articolo, dopo aver 
detto il cardinale Paceco che la Scrittura era stata esposta 
da tanti e cosi eccellenti in bontà e dottrina, che non si po¬ 
teva sperare d’aggiongere cosa buona di più, e che le nove 
eresie erano tutte nate per novi sensi dati alla Scrittura, però 
che era necessario imbrigliare la petulanza delli ingegni mo¬ 
derni e farla star contenta di lasciarsi reggere dalli antichi e 
dalla Chiesa, e a chi nascesse qualche spirito singolare, sia 
costretto tenerlo in sé e non confonder il mondo col pubbli¬ 
carlo, concorsero quasi tutti nella medesima opinione. 

La congregazione delli 29 tutta fu consumata sopra il quinto 
articolo: perché avendo parlato li teologi con poca risoluzione 
e col rimetter al voler della sinodo, a quale appartiene far li 
statuti, li padri ancora erano ambigui. Il tralasciar affatto l’ana¬ 
tema era un non fare decreto di fede e nel bel principio romper 
l’ordine preso di trattar li due capi insieme. Il condannar anco 
per eretico ognuno che non accettasse l’edizione Vulgata in 
qualche luoco particolare e forse non importante, e parimente 
che pubblicasse qualche sua invenzione sopra la Scrittura per 
leggerezza di mente, pareva cosa troppo ardua. Dopo longa 
discussione si trovò temperamento di formar il primo decreto 
e comprendere in esso quel solo che tocca il catalogo dei 
libri sacri e le tradizioni, e quello concludere con anatema. 
Nel secondo poi, che appartiene a riforma e dove l’anatema 
non ha luoco, comprender quello che spetta alla traduzione e 



254 


l’istoria del concilio tridentino 


senso della Scrittura, comeché il decreto sia un rimedio al¬ 
l’abuso di tante interpretazioni ed esposizioni impertinenti. 

Restava parlar degli altri abusi, de’ quali ciascuno aveva 
raccolto numero grande, e in questo adunati innumerabili 
modi, come la debolezza e superstizione umana si vale delle 
cose sacre, non solo oltre, ma anco contra quello per che sono 
da Dio instituite. Delle incantazioni per trovar tesori ed effet¬ 
tuare lascivi disegni o ottenir cose illecite fu assai parlato, e 
proposti molti rimedi per estirparle. Tra le incantazioni ancora 
fu posto da alcuni il portar addosso Evangeli, nomi di Dio 
per prevenir infirmità o guarir di esse, o vero per esser guar¬ 
dati da mali e infortuni, o per aver prosperità; il leggerli me¬ 
desimamente per li stessi effetti, lo scrivergli con osservazione 
de tempi. Fu nominato in questo catalogo le messe che in 
alcune regioni si dicono sopra il ferro affocato, sopra le acque 
bollenti o fredde, o altre materie per le purgazioni volgari, 
il recitar Evangeli sopra le arme, acciò abbiano virtù contra 
gl’inimici. In questa serie erano poste le congiurazioni de cani 
che non mordano e de serpi che non offendano, delle bestie 
nocive alle campagne, delle tempeste e altre cause di sterilità 
della terra, ricercando che tutte queste osservazioni come abusi 
fossero condannate, proibite e punite. Ma in diversi particolari 
passarono alle contradizioni e dispute, defendendo alcuni come 
cose devote e religiose, o almeno permesse e non dannabili, 
quelle che da altri erano condannate per empie e superstiziose; 
il che avvenne parimente parlando della parola di Dio per 
sortilegi o divinazione o estraendo polizze con versi della Scrit¬ 
tura, o vero osservando li occorrenti aprendo il libro. II va¬ 
lersi delle parole sacre in libelli famosi e altre detrazioni fu 
universalmente dannato, e parlato assai del modo come levar 
le pasquinate di Roma: nel che mostrò il Cardinal del Monte 
gran passione nel desiderar rimedio, per esser egli, attesa la 
libertà e giocondità del suo naturale, preso molto spesso dalli 
cortegiani per materia della loro dicacità. Tutti concordavano 
che la parola di Dio non può mai esser tenuta in tanta rive¬ 
renza che sodisfaccia al debito, e che il valersi di quella anco 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO III 


255 


per lodar gli uomini, eziandio principi e prelati, non è con¬ 
decente, e generalmente ogni uso d’essa in cosa vana era pec¬ 
cato. Ma però non doveva il concilio occuparsi in ciò, non 
essendo congregato per far provvisione a tutti li mancamenti; 
né doversi proibir assolutamente che non siano tirate le parole 
della Scrittura alle cose umane, perché sant’Antonino nell’isto¬ 
ria sua non condannò li ambasciatori siciliani che dimandando 
perdono a Martino IV, in pubblico consistoro, esposero l’am¬ 
basciata non con altre parole se non dicendo tre volte: Agnus 
Dei qui tollis peccata mundi, miserere ?iobis\ né la risposta del 
papa, che disse parimente tre volte: Ave rex iudeeorum: et 
dabant illi alapas. Però esser stata una malignità de luterani 
il riprendere il vescovo di Bitonto, che nel sermone fatto nella 
sessione pubblica dicesse, a chi non accetterà il concilio po¬ 
tersi dire: Papce lux venit in mundum, et dilexerunt homines 
magis tenebras quam lucem. Tante congregazioni furono con¬ 
sumate in questo; e tanto cresceva il numero e appariva la 
debolezza delli rimedi proposti, che la comune openione in¬ 
clinò a non fare menzione particolare di alcuno di essi, né 
descender a rimedi appropriati né a pene particolari, ma solo 
proibirli sotto li capi generali e rimettere le pene all’arbitrio 
de’ vescovi. Degli abusi delle stampe si parlò, né vi fu molto 
che dire, sentendo tutti che fosse posto freno alli stampatori 
e fosse loro vietato stampar cosa sacra che non fosse appro¬ 
vata; ma che perciò bastasse quello che dall’ultimo concilio 
lateranense fu statuito. 

Ma intorno le lezioni e predicazioni si eccitarono gravis¬ 
sime controversie. Li frati regolari, già in possesso di queste 
fonzioni, cosi per privilegi pontifici come per averle esercitate 
soli per trecento anni, con tutte le forze operavano per con¬ 
servarle: e li prelati, allegando che erano proprie loro e usur¬ 
pate, pretendevano la restituzione; e perché non si contendeva 
qui de opinioni, ma di utilità, oltre le ragioni erano da ambe 
le parti adoperati gli effetti; e queste differenzie erano per 
causare che al tempo della sessione niente fosse deciso. Per 
il che li legati risolsero di differire questi due ponti ad un’altra 



256 


l’istoria del concilio tridentino 


sessione. Furono, secondo le risoluzioni prese, formati li due 
decreti, e nell’ultima congregazione letti e approvati, con qual¬ 
che eccezioni nel capo dell'edizione Vulgata; in fine della 
quale il Cardinal del Monte, dopo avere lodato la dottrina e 
prudenza di tutti, li ammoni del decoro che conveniva usare 
nella pubblica sessione, mostrando un cuore e un’anima istessa, 
poiché nelle congregazioni le materie erano esaminate suffi¬ 
cientemente. E il Cardinal Santa Croce, finita la congregazione, 
radunò quelli che avevano opposto al capo della Vulgata, e 
mostrò loro che non potevano dolersi, perchè non era vietato, 
anzi restava libero, il poter emendarla e l’aver ricorso alli 
testi originali; ma solo vietato il dire che vi fossero errori in 
fede, per quali dovesse esser reietta. 



CAPITOLO IV 

(aprile-giugno 1546). 


[Quarta sessione: i due decreti dogmatici sulle Scritture canoniche e sul¬ 
l’edizione, interpretazione, uso dei libri sacri. — Lettura delle lettere 
di credenza degli oratori cesarei. — Critiche mosse in Germania ai 
lavori del concilio. — Istruzioni da Roma ai legati conciliari. — Il papa 
insiste per l’intervento dei prelati svizzeri al concilio. — Scomunica 
dell’elettore arcivescovo di Colonia. — In Germania si insiste per un 
concilio nazionale. — Tentativi della parte imperiale al concilio per 
rinviare la trattazione e decisione di materie dogmatiche. — Si fissa 
per la sessione successiva l’articolo del peccato originale. — Modifiche 
per sollecitare i lavori del concilio. — Riprendesi a trattare delle cat¬ 
tedre religiose e della predicazione. — Contrasto fra i vescovi e gli ec¬ 
clesiastici regolari sui privilegi monacali nell’insegnamento religioso e 
nella predicazione. — Il papa mostrasi favorevole a conservarli, per 
limitare il potere vescovile. — Articoli luterani sul peccato originale. — 
Discussioni sulla natura, la trasmissione, le conseguenze, la cancel¬ 
lazione, la pena del medesimo. — Opinioni del Catarino, del Soto, 
del Marinari. — Difficoltà nella formazione del decreto. — Disputa tra 
domenicani e francescani sull’ Immacolata Concezione: processo sto¬ 
rico della questione.] 


Ma venuto il giorno degli 8 aprile destinato alla sessione, 
fu celebrata la messa dello Spirito Santo da Salvator Alepo, 
arcivescovo di Torre in Sardegna, e fatto il sermone da frate 
Agostino aretino, generale de’ Servi ; e presi paramenti pon¬ 
tificali e fatte le solite letanie e preci, furono letti li decreti 
dall’arcivescovo celebrante. Il primo de’ quali in sostanza con¬ 
tiene che la sinodo, mirando a conservar la purità dell’Evan¬ 
gelio promesso dalli profeti, pubblicato da Cristo e predicato 
dagli apostoli come fonte d’ogni verità e disciplina de co¬ 
stumi, la qual verità e disciplina conoscendo contenersi nei 
libri e tradizioni non scritte, ricevute dagli apostoli dalla 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


17 



258 l’istoria del concilio tridentino 

bocca di Cristo e dettategli dallo Spirito Santo e di mano in 
mano venute, ad esempio delli Padri riceve con ugual rive¬ 
renza tutti li libri del vecchio e novo Testamento, e le tra¬ 
dizioni spettanti alla fede ed alli costumi, come venute dalla 
bocca di Cristo, o vero dallo Spirito Santo dettate e conser¬ 
vate nella chiesa cattolica. E posto il catalogo dei libri, con¬ 
clude che se alcuno non li riceverà per sacri e canonici tutti 
intieri con le sue parti tutte, come sono letti nella chiesa 
cattolica e si contengono nell’edizione Vulgata, o vero scien¬ 
temente e deliberatamente sprezzerà le tradizioni, sia anatema, 
acciò ognuno sappia che fondamenti la sinodo è per usare 
in confirmar li dogmi e restituir li costumi nella Chiesa. La 
sostanza del secondo decreto è che la Vulgata edizione sia 
tenuta per autentica nelle pubbliche lezioni, dispute e prediche 
ed esposizioni, e nessun ardisca rifiutarla. Che la Scrittura 
sacra non possi esser esposta contra il senso tenuto dalla santa 
madre Chiesa, né contra il concorde consenso dei Padri, se 
ben con intenzione di tener quelle esposizioni occulte; e li 
contravvenienti siano dagli ordinari puniti. Che l’edizione 
Vulgata sia stampata emendatissima. Che non si possino 
stampare, né vender, né tener libri di cose sacre senza nome 
dell’autore, se non approvati, facendo apparire l’approvazione 
nel frontispicio del libro, sotto pena di scomunica e pecu¬ 
niaria, statuita dall’ultimo concilio lateranense. Che nessuno 
ardisca usare le parole della Scrittura divina in scurrilità, fa¬ 
vole, vanità, adulazioni, detrazioni, superstizioni, incantazioni, 
divinazioni, sorti, libelli famosi; e li trasgressori siano puniti 
ad arbitrio dei vescovi. E fu determinato che la sessione se¬ 
guente si tenesse a’ 17 giugno. 

Dopo fu letto dal secretario del concilio il mandato delli 
oratori di Cesare, Diego di Mendoza e Francesco di Toledo, 
quello assente e questo presente; qual con brevi parole salu¬ 
tati tutti li padri per nome dell’imperatore, disse in sostanza: 
esser manifesto a tutto il mondo che Cesare non reputa al¬ 
cuna cosa più imperatoria quanto non solo defender il gregge 
di Cristo dagl’inimici, ma liberarlo dalli tumulti e sedizioni; 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


259 


per il che con giocondità d’animo ha veduto quel giorno, quando 
è stato aperto il concilio dal papa pubblicato. La qual occa¬ 
sione volendo favorire con la potestà e autorità sua, subito vi 
mandò il Mendoza, al quale, impedito ora per indisposizione, 
vi ha aggionto lui. Onde non restava se non pregar concor¬ 
demente Dio che favorisca l’impresa del concilio e, quello 
che è il principale, conservi in concordia il pontefice e l’im¬ 
peratore per fermar la verità evangelica, restituir la sua pu¬ 
rità alla Chiesa ed estirpar il loglio del campo del Signore. 
Fu risposto per nome del concilio che la venuta di sua si¬ 
gnoria era gratissima alla sinodo per l’osservanza verso l’im¬ 
peratore e per il favore che dalla Maestà sua si promette, 
sperando anco molto nella virtù e religione di sua signoria; per 
il che l’abbraccia con tutto l’animo e ammette quanto debbe 
di ragione li mandati di Cesare. Si duole dell’indisposizione 
del collega, e della concordia tra il papa e l’imperatore rende 
grazie a Dio, qual pregherà che favorisca li desideri d’ambidua 
per aumento della cristiana religione e pace della Chiesa. 
Queste cose fatte, con le solite ceremonie fu finita la sessione; 
li decreti della quale furono mandati a Roma dalli legati, e 
poco dopo stampati. 

Ma veduti, e massime in Germania, somministrarono gran 
materia alli ragionamenti. Era riputato da alcuni ardua cosa che 
cinque cardinali e quarantotto vescovi avessero cosi facilmente 
definito principalissimi e importantissimi capi di religione, 
sino allora indecisi, dando autorità canonica a’ libri tenuti per 
incerti ed apocrifi, facendo autentica una translazione discor¬ 
dante dal testo originale, prescrivendo e restringendo il modo 
d’intendere la parola di Dio. Né tra quei prelati trovarsi 
alcuno riguardevole per dottrina; esserne alcuni legisti, dotti 
forse in quella professione, ma non intendenti della religione; 
pochissimi teologi, ma di suflìcienza sotto l’ordinaria, il mag¬ 
gior numero gentiluomini o cortigiani. E quanto alle di¬ 
gnità, esserne alquanti portativi, e la maggior parte vescovi 
di città cosi picciole, che rappresentando ciascuno il popol suo, 
non si poteva dire che rappresentassero un millesimo della 



2 ÓO 


l’istoria del concilio tridentino 


cristianità. Ma specialmente di Germania non esservi pur un 
vescovo, pur un teologo: possibile che in tanto numero non 
s’avesse potuto mandarne uno? Perché l’imperatore non far 
andar alcuno di quelli che erano intervenuti nelli colloqui e 
informati nelle differenze? Tra li prelati di Germania il solo 
cardinale di Augusta aver mandato procuratore, e quello un 
savoiardo, perché li procuratori del cardinale ed elettor ma¬ 
gontino, intesa la morte del loro patrone, erano partiti due 
mesi prima. 

Altri dicevano che le cose decise non erano di tanto mo¬ 
mento quanto pareva, perché il capo delle tradizioni, che più 
importante pareva, non rilevava ponto; prima, perché niente 
era statuir che si ricevessero le tradizioni, senza dir quali 
fossero e senza dar modo di conoscerle; poi, che manco vi era 
precetto di riceverle, ma solo si proibiva lo sprezzarle scien¬ 
temente e deliberatamente, onde non contravveniva chi con 
parole reverenti le regettasse tutte. E massime essendovi 
l’esempio di tutti gli aderenti della corte romana, che non 
ricevono l’ordinazione delle diaconesse, non concedono reie¬ 
zione delli ministri al populo, che certo è esser instituzione 
apostolica continuata per più di otto secoli : e quello che più 
importa, la comunione del calice da Cristo instituita, dagli 
apostoli predicata, osservata da tutta la Chiesa sino inanzi 
duecento anni, ed anco al presente da tutte le nazioni cri¬ 
stiane, fuorché dalla latina: che se questa non è tradizione, 
non vi è modo di mostrare che altra vi sia. E quanto all’edi¬ 
zione Vulgata dechiarata autentica, niente esser fatto, non sa¬ 
pendosi per la varietà degli esemplari quale ella sia. Ma 
quest’ultima opposizione nasceva da non sapere che già in 
concilio era fatta la deputazione di chi dovesse stabilire un 
esemplare emendato per la vera edizione Vulgata; il che per 
qual causa non fosse effettuato, al suo luoco si dirà. 

Ma veduti in Roma li decreti della sessione, e considerata 
l’importanza delle cose trattate, pensò il pontefice che il ne¬ 
gozio del concilio era da tenir in maggior considerazione di 
quello che sino allora si era fatto; ed accrebbe il numero 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


2ÓI 


nella congregazione de’ cardinali e prelati, a’ quali aveva dato 
cura di considerare le cose occorrenti spettanti al concilio e 
riferirli: e per conseglio di questi la prima volta congregati, 
ammoni li legati di tre cose. L’una, di non pubblicar in ses¬ 
sione all’avvenire decreto alcuno senza averlo prima comuni¬ 
cato in Roma; e fuggir bene la soverchia tardità nel camminar 
inanzi, ma guardarsi ancora maggiormente dalla celerità, come 
quella che poteva farli risolver qualche materia indigesta e 
levarli il tempo di poter ricever gli ordini da Roma di quello 
che si dovesse proponer, deliberare e concludere. La seconda, 
di non consumar il tempo in materie che non sono in con¬ 
troversia (come pareva che avessero consumato nelle trattate) 
per la prossima sessione, nelle quali tutti sono d’accordo e 
che sono principi indubitati. La terza, di avvertire che non 
si venga mai, per qual causa si sia, alla disputa dell’autorità 
del papa. 

A che essi risposero con prontezza d’ubidire quanto Sua 
Santità comandava, parendo però loro che nelle cose difinite 
vi sia non poca discrepanzia tra cattolici ed eretici, e che 
alcune delle Scritture del Testamento vecchio e novo, rice¬ 
vute dal terzo concilio cartaginense, da Innocenzo I e da 
Gelasio, e nella sesta sinodo di Trullo e dal concilio fioren¬ 
tino, sono rivocate in dubbio dalli eretici, e quello che è 
peggio da alcuni cattolici e cardinali ; e ancora che le tradi¬ 
zioni non scritte erano impugnate da’ luterani, quali a nessuna 
cosa più attendevano che ad annichilarle, con dar ad intender 
che ogni cosa necessaria alla salute sia scritta; e però, se ben 
questi due capi sono principi, sono ancora conclusioni delle 
più controverse e delle più importanti che si avessero a de¬ 
cider nel concilio. Aggionsero che sino allora non era venuto 
nessuna occasione di parlar dell’autorità del papa né del con¬ 
cilio, se non nella trattazione del titolo, quando fu ricercato 
che vi si aggiongesse la rappresentazione della Chiesa uni¬ 
versale. La qual cosa ancora molti desiderano; e nondimeno 
essi la declineranno quanto sarà possibile. Ma quando fossero 
costretti di venir a questo, faranno instanza (stimando che non 



2 Ó2 


l’istoria del concilio tridentino 


li potrà esser negato) di esprimere il modo come la rappresenta, 
cioè mediante il suo capo e non senza; onde più tosto vi sarà 
guadagno che perdita. Del rimanente, parendoli di veder segno 
che la maggior parte sia sempre per portar a Sua Santità ogni 
riverenza, trovandosi lei come capo unita col corpo del con¬ 
cilio (il che sarà sempre che si concordi nella riformazione), 
potrà stare con l’animo quieto che l’autorità sua non sarà posta 
in difficoltà. 

Mandò dopo queste cose il pontefice noncio in svizzeri 
Geronimo Franco, dandoli lettere alli vescovi di Sion e di 
Coira, all’abbate di San Gallo e altri abbati di quelle nazioni; 
a’ quali scrisse che avendo chiamato tutti li prelati di cristia¬ 
nità al concilio generale a Trento, era cosa conveniente che 
essi ancora, che rappresentano la chiesa elvetica, vi interve¬ 
nissero, essendo quella nazione molto a lui diletta, come spe¬ 
ciali figli della sede apostolica e defensori della libertà ec¬ 
clesiastica. Che già erano arrivati a Trento prelati d’Italia, 
Francia e Spagna, e il numero quotidianamente aumentarsi; 
però non esser condecente che essi vicini siano prevenuti dai 
più lontani ; il suo paese esser in gran parte contaminato dalle 
eresie, e però aver bisogno tanto più del concilio. In fine li 
comanda per obedienzia e per il vincolo del giuramento e sotto 
le pene prescritte dalle leggi che debbino andarci quanto prima, 
rimettendosi a quel di più che il suo noncio li averebbe detto. 

E per le molte instanze fatte dal clero e dall’accademia 
di Colonia, aiutati dalli vescovi di Liege e di Utrecht ed anco 
dall’accademia di Lovania contra l’arcivescovo ed elettore di 
Colonia, venne alla sentenzia difinitiva, dichiarandolo sco¬ 
municato, privandolo dell’arcivescovato e di tutti gli altri be¬ 
nefici e privilegi ecclesiastici, assolvendo li populi dal giura¬ 
mento della fedeltà promessa e comandandoli di non ubidirlo: 
e questo per esser incorso nelle censure della bolla di Leon X 
pubblicata contro Lutero e suoi seguaci, avendo tenuta e de- 
fesa e pubblicata quella dottrina contra le regole ecclesiasti¬ 
che, le tradizioni degli apostoli e li consueti riti della cristiana 
religione: e la sentenzia fu dopo stampata in Roma. Fece 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


263 


anco un’altra bolla, commettendo che fosse ubidito Adolfo conte 
di Scauemburg, già assonto dall’arcivescovo per suo coadiu¬ 
tore. E fece efficace ufficio con l’imperatore che la sentenza 
fosse esequita; il qual però non giudicò a proposito per le 
cose sue quella novità, perché era un far unire l’arcivescovo 
alli altri collegati, il quale sino allora si teneva intieramente 
sotto la sua obedienzia; e l’ebbe per arcivescovo ed elettore, 
e trattò con lui nelli tempi sequenti, e li scrisse come a tale, 
senza rispetto della sentenzia pontificia. Il che penetrava nel- 
l’intimo al papa; ma non vedendovi rimedio, e giudicando 
imprudenza il lamentarsi vanamente, aggionse questa offesa 
alle altre che riputava ricevere dall’imperatore. 

Fece quella sentenza un altro cattivo effetto: che li prote¬ 
stanti presero occasione di confirmare la loro opinione che il 
concilio non fosse per altro intimato che per trappolarli. Impe¬ 
rocché se la dottrina della fede controversa doveva esser esa¬ 
minata nel concilio, come poteva il pontefice inanzi la defini¬ 
zione venir a sentenzia, e per quella condannar l’arcivescovo 
di eresia? Apparir per tanto che vanamente anderebbono a quel 
concilio dove domina il papa, il quale non può dissimulare, se 
ben volendo, d’averli per condannati. Ma vedersi ancora che 
quel concilio era in nissuna stima appresso il medesimo papa, 
poiché essendo quello già principiato, senza pur darli parte 
alcuna, il solo pontefice metteva mano difinitivamente in quello 
che al concilio apparteneva. Le quali cose il duca di Sassonia 
fece per suoi ambasciatori significare all’imperatore, con dirli 
appresso che, vedendosi chiara la mente del pontefice, sarebbe 
tempo di provvedere alla Germania con un concilio nazionale, 
o con trattar seriamente le cose della religione in dieta. 

Ma tornando alle cose conciliari, erano restati, come s’è 
detto, per reliquie delle cose trattate inanzi l’ultima sessione 
li due capi di provvedere alle lezioni della sacra Scrittura e 
predicazioni del verbo divino; per il che nella prima congre¬ 
gazione si trattò di questo; e anco per dare principio alla 
materia della fede si propose di trattar insieme del peccato 
originale. Al che s’opposero li prelati spagnoli, con dire che 



2 Ó 4 


l’istoria del concilio tridentino 


vi restava ben materia assai da trattare per una sessione, 
provvedendo ben agli abusi che erano nella predicazione e 
lezione. La qual opinione fu anco seguita dalli prelati italiani 
imperiali ; e parve alli legati di scoprire che questo era ufficio 
fatto dalli ministri cesarei, i quali strettamente appunto ave¬ 
vano trattato con quei prelati. Per il che ne diedero avviso 
a Roma, da dove li fu risposto che vedessero di andar rite¬ 
nuti sin tanto che s’avesse potuto dare loro risoluzione. Per 
il che essi usarono artificiosa diligenza, trattenendosi con la 
parte degli abusi senza venir a conclusione di essi, e senza 
far dimostrazione che volessero o non volessero incamminarsi 
nella materia del peccato originale. E cosi si continuò sino a 
Pasca. 

La qual passata, il pontefice scrisse che si procedesse 
inanzi e fosse quella materia proposta. La lettera capitata 
a’ 2 di maggio pervenne a notizia di don Francesco, il quale, 
andando alla visita dei legati, usò molti artifici, ora mostrando 
di consegnare, ora di proponere parere in materia del prose¬ 
guire la reforma, solamente a fine d’intendere la mente loro 
e persuaderli obliquamente a quello che disegnava. Ma ve¬ 
dendo di non far frutto, passò inanzi dicendo tanto aperta¬ 
mente quanto bastava, aver lettere dalla Maestà cesarea per 
quali li commetteva di procurare che per allora non si entri 
nei dogmi, ma si tratti la reforma solamente. A che risposero 
li legati con assai ragioni in contrario, e fra le altre con dire 
che non potevano farlo senza contravvenire alle bolle del papa, 
che proponevano queste due materie insieme, e a quello che 
si era stabilito in concilio di mandarle del pari, aggiongendo 
d’aver scritto a Sua Santità che otto giorni dopo Pasca ave- 
rebbono incominciato. Furono da ambidue le parti fatti diversi 
discorsi e repliche; e dicendo finalmente li legati di aver co- 
mandamento dal papa e non poter mancar del loro ufficio, disse 
don Francesco l’ufficio de’ buoni ministri essere il mantener 
l’amicizia tra’ principi e aspettare qualche volta la seconda 
commissione; il che si come dalli legati non fu negato, cosi 
risposero che non si doveva voler da loro più di quello che 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 265 

potessero far con loro onore. Di tutto ciò diedero al ponte¬ 
fice conto, aggiongendo averli detto il cardinale di Tremo 
che, se si proponesse l’articolo del peccato originale, non 
passarebbe senza mala contentezza dell’imperatore, e che però, 
desiderando esser da una parte ministri di pace e concordia 
e dall’altra obedienti ai comandamenti di Sua Santità, li era 
parso spedire quest’avviso in diligenzia, pregandola a non la¬ 
sciarli errare; soggiongendo che, non venendo altra commis¬ 
sione, seguiterebbono il suo ultimo comandamento, sforzandosi 
di persuader a don Francesco e al Cardinal di Trento che l’ar¬ 
ticolo del peccato originale in Germania non sia più per con¬ 
troverso, ma per accordato, apparendo ciò per l’ultimo col¬ 
loquio di Ratisbona, dove Sua Maestà per il primo articolo 
da concordare ha fatto pigliar quello della giustificazione; ma 
per dar più longo tempo che sarà possibile, si tratteniranno 
tutti i giorni che potranno onestamente, con l’espedizione del 
residuo della sessione passata. 

Si fece una congregazione per questo solo, di dar miglior 
forma come si dovesse procedere più ordinatamente che per 

10 passato, cosi nel trattar la dottrina della fede come la ma¬ 
teria della riforma; e furono distinte due sorti di congrega¬ 
zioni, una di teologi per discorrere sopra la materia di fede 
che si proponesse, e le loro opinioni fossero scritte da uno 
delli notari del concilio; e parlandosi della riforma, fossero, 
oltre li teologi, introdotti anco li canonisti, e queste congre¬ 
gazioni si tenessero in presenza delli legati, ma vi potessero 
però intervenir quei padri a chi piacesse per udire. Un’altra 
sorte di congregazione constasse delli prelati deputati a formar 

11 capi o di dottrina o di riforma; i quali esaminati e secondo 
il parere più comune ordinati, fossero proposti nella congre¬ 
gazione generale per sentir il voto di ciascuno, e secondo la 
deliberazione della maggior parte stabilire li decreti da pub¬ 
blicar in sessione. 

Seguendo quest’ordine, fu trattato delle lezioni e predi¬ 
che, formando e riformando varie minute di decreti; né mai si 
trovò modo che piacesse a tutti, per esser interessati molto li 


206 


l’istoria del concilio tridentino 


prelati a volere che tutto dependesse dall’autorità episcopale e 
che non vi fosse nessuna esenzione; e dall’altro canto volendo 
li legati mantenere li privilegi dati dal pontefice, massime a’ 
Mendicanti e alle università. E dopo molte dispute, essendo 
la materia assai dibattuta, credettero che nella congregazione 
delli io maggio dovessero esser tutti d’accordo. Ma riuscì in 
contrario, perché, se ben durò sino a notte, non si potè 
prender conclusione, in alcuni capi per la diversità delli pa¬ 
reri tra li prelati medesmi, in altri perché li legati non vo¬ 
levano condescender all’opinione universale di levare o almeno 
moderare li privilegi. Opponevano alli vescovi che si moves¬ 
sero più per interesse proprio che per ragione, che non le¬ 
nissero conto del pregiudicio delli regolari, che troppo ardi¬ 
tamente volessero correggere li concili passati e metter mano 
nei privilegi concessi dal papa. Né potèro convenire, non 
tanto per la varietà delle opinioni e per l’interesse delli ve¬ 
scovi, ma ancora perché gl’imperiali procuravano ciò per 
mettere tempo, a fine che non si venisse alla proposizione 
dei dogmi. Né alli legati era ingrato che si temporeggiasse, 
essendo risoluti, se non li veniva vietato nella risposta che 
aspettavano da Roma, passar alla proposizione de’ dogmi e, 
come dicevano li suoi confidenti, chiarirsi quello che ne abbia 
a riuscire. 

Ma per metter qualche fine alle cose trattate, fecero legger 
un sommario delle opinioni de’ teologi e canonisti dette in 
diverse congregazioni precedenti, dicendo che per essere li 
voti assai longhi, avevano scelto quello che li pareva essere 
di buona sustanza, acciocché si esaminasse e si dicesse sopra 
il parere. Ma Braccio Martello, vescovo di Fiesole, udito a 
leggere l’estratto, si oppose con perpetua orazione, dicendo es¬ 
sere necessario che la congregazione generale intendesse i voti 
e le ragioni di tutti, e che non li fossero lette raccolte e sum- 
mari. E si estese in maniera (amplificando l’autorità del con¬ 
cilio e la necessità di ben informarlo, e la poca convenienza 
che era che alcuni soli fossero arbitri delle deliberazioni, o 
vero le risoluzioni venissero d’altrove), che li legati restarono 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


267 


assai offesi e ripresero il vescovo bene con affettata mode¬ 
stia, ma però assai pongentemente. E la congregazione fu 
licenziata. 

11 giorno seguente mandarono li legati a dimandar al ve¬ 
scovo copia del ragionamento fatto da lui, e la mandarono a 
Roma, tassando il ragionamento come irriverente e sedizioso, 
aggiongendo che gli avevano fatto una modesta e severa re¬ 
prensione, e che sarebbono anco passati più inanzi, perché 
cosi il vescovo meritava, se non fosse stato il dubbio di at¬ 
taccar qualche disputa aromatica, la qual potesse generar 
scissura; però che non è da lasciarlo impunito, per non ac¬ 
crescerli l’ardire di far in ogni congregazione il medesimo e 
peggio,"rappresentando a Sua Santità che ad ogni modo sarà 
bene farlo partir da Trento, o per una via o per l’altra, e 
operare che non ritorni più il vescovo di Chiozza, poco dis¬ 
simile da lui, se ben per diverso andare. Era partito questo 
vescovo immediate dopo la sessione sotto pretesto d’indispo¬ 
sizione, ma in verità per parole passate tra lui e il Cardinal 
Polo in congregazione nella materia delle tradizioni, avendo 
il vescovo parlato in difesa di fra’ Antonio Marinaro, e per¬ 
ciò conteso col cardinale; il che avendo dato occasione a lui 
di far querimonia che non vi fosse libertà nel concilio, si 
vedeva non esser in buona grazia delli legati e stare soggetto 
a qualche pericolo. Non contenti li legati dell’operato, per 
mortificare il vescovo di Fiesole e mantenere la cosa integra 
sino all’avviso di Roma (per poterla o cacciar inanzi o dissi¬ 
mulare, secondo che li fosse ordinato,) nella seguente congre¬ 
gazione li fece il Monte una ripassata addosso, concludendo 
che si lasciava per allora di attender ai casi suoi, essendo 
necessario occuparsi in cose di maggior importanza. 

Ebbero risposta da Roma, quanto alli due vescovi, che 
opportunamente s’avrebbe rimediato; ma quanto alle cose da 
trattare che, quando s’attendesse all’appetito de’ principi, sa¬ 
rebbe far il concilio più tumultuoso e le risoluzioni più longhe 
e difficili, cercando ognuno di attraversar quella parte che 
non li piacesse o, col metter difficoltà in una cosa, intrattener 



208 


l’istoria del concilio tridentino 


l’altra. Però senza altro risguardo dassero mano al peccato 
originale, ma avvertendo di non valersi in modo alcuno di 
quella scusa che disegnavano usar con don Francesco, cioè 
che l’articolo del peccato originale non sia controverso in 
Germania, e usassero piuttosto termini generali, e con ogni 
sorte di riverenza verso l’imperatore. Li comandò oltra di ciò 
strettamente che intorno l’emendazione dell’edizione Vulgata 
non si dovesse passar più inanzi, sinché la congregazione del 1 i 
deputati sopra il concilio in Roma non avesse deliberato il 
modo che si deve tenere. 

In esecuzione di quegli ordini, risoluti li legati di passar 
inanzi alla proposizione del peccato originale, fecero congre¬ 
gazione doi giorni continuatamente per risolvere li dui capi del 
leggere e predicare, inanzi che pubblicassero di voler trattar 
materia di fede, acciò, restando quei capi indecisi, non por¬ 
gessero occasione agli imperiali di divertir da questa; e dalli 
deputati sopra l’edizione Vulgata si fecero portare tutto l’ope¬ 
rato in quella materia, commettendo loro che non vi mettes¬ 
sero più mano sino ad altro novo ordine. Tale era la libertà 
del concilio dependente dal pontefice nel tralasciare le cose in¬ 
cominciate e metter mano alle nove. 

Nel trattar di lezioni e prediche, era generale querela dei 
vescovi, e massime spagnoli, che essendo precetto di Cristo 
che sia insegnata la sua dottrina, il che si esequisce con la 
predica nella chiesa e con la lezione a’ più capaci, acciò siano 
atti ad insegnar al popolo, di tutto ciò la cura di soprainten- 
dere a qualonque altro esercita quei ministeri debbe essere 
propria del vescovo; cosi aver instituito gli apostoli, cosi 
esser stato esequito dalli santi padri ; al presente essere le¬ 
vato alli vescovi assolutamente tutto questo ufficio con li pri¬ 
vilegi, si che non gliene resta reliquia; e questa essere la causa 
che tutto è andato in desordine, per esser mutato l’ordine da 
Cristo instituito. Le università con esenzioni si sono sottratte 
che il vescovo non può saper quello che insegnino, le pre¬ 
diche sono per privilegio date alli frati, quali non riconoscono 
in conto alcuno il vescovo, né li concedono l’intromettersene, 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


269 


in modo che alli vescovi resta levato affatto l’ufficio di pa¬ 
store. E per il contrario quelli che nell’antichità non erano 
instituiti se non per piangere li peccati, a’quali l’insegnare 
predicare era proibito espressamente e severamente, se l’hanno 
assonto, o vero gli è stato dato per ufficio proprio; e il gregge 
se ne sta senza né pastore né mercenario, perché questi pre¬ 
dicatori ambulatori, che oggi sono in una città, dimani in 
un’altra, non sanno né il bisogno né la capacità del populo, 
né meno le occasioni d’insegnarlo e edificarlo, come il pa- 
stor proprio che sempre vive col gregge e conosce li bisogni 
e le infirmità di quello. Oltre che il fine di quei predicatori 
non è l’edificazione, ma il trar limosine o per sé propri o per 
li conventi loro; il che per meglio ottenere, non mirano al¬ 
l’utilità dell’anima, ma procurano di dilettare e adulare e se¬ 
condare gli appetiti, per potere trarne maggior frutto; e il 
populo, in luoco d’imparar la dottrina di Cristo, aprende o 
novità o almeno vanità. Lutero è stato uno di questi, qual 
se fosse stato nella cella sua a piangere, la Chiesa di Cristo 
non sarebbe in questi termini. Più manifesto esser ancora 
l’abuso dei questori che vanno predicando indulgenze, de’ 
quali non potersi narrar senza lacrime li scandali dati negli 
anni precedenti : questi esser cosa evidente che non esortano 
ad altro che al contribuir danaro. Alli quali disordini unico 
rimedio è levar tutti li privilegi e restituir alli vescovi la cura 
loro d’insegnare e predicare, ed eleggersi per cooperatori 
quelli che conosceranno esser degni di quel ministerio e di¬ 
sposti all’esercitarlo per carità. 

In contrario di questo li generali de’ regolari e li altri 
dicevano che, avendo li vescovi e altri curati abbandonato 
affatto l’ufficio di pastore, si che per più centenara d’anni 
era stato il populo senza prediche nella chiesa e senza dot¬ 
trina di teologia nelle scole, Dio aveva eccitato gli ordini 
mendicanti per supplire a questi ministeri necessari; nelli quali 
però non si erano intrusi da sé, ma per concessione del su¬ 
premo pastore; al qual toccando principalmente il pascere tutto 
il gregge di Cristo, non si poteva dire che li deputati da lui 


270 


l’istoria del concilio tridentino 


per supplire alli mancamenti di chi era tenuto alla cura del 
gregge e l’aveva abbandonata abbiano occupato l’ufficio d’altri; 
anzi convien dire che se non avessero usato quella carità, non 
vi sarebbe al presente vestigio di cristianità. Ora avendo per 
trecento e più anni vacato a questa santa opera col frutto 
che ne appariva, con titolo legittimo dato dal pontefice ro¬ 
mano sommo pastore aver prescritto questi ministeri ed esser 
fatti propri loro, né averci dentro li vescovi alcuna legittima 
ragione; né poter allegar l’uso dell’antichità per ripetere quel¬ 
l’ufficio, dal quale per tante centenara d’anni si sono dipar¬ 
titi. L’affetto di acquistar per sé o per li monasteri esser mera 
calunnia, poiché dalle limosine non cavano per sé se non il 
necessario vitto e vestito: che il rimanente, speso nel culto di 
Dio in messe, edifici e ornamenti di chiese, cede in beneficio 
e edificazione del populo, e non in propria loro utilità; che 
li servizi prestati dagli ordini loro alla santa Chiesa e alla 
dottrina della teologia, che non si ritrova fuori dei claustri, 
meritano che li sia continuato quel carico che altri non sono 
cosi sufficienti di esercitare. 

Li legati, importunati da due parti, col conseglio delli più 
ristretti con loro risolverono dar conto a Roma e aspettar ri¬ 
sposta. Il pontefice rimesse alla congregazione, dove imme¬ 
diate fu veduto a che tendesse la pretensione dei vescovi, cioè 
a farsi ciascuno di essi tanti papi nelle diocesi loro. Perché, 
quando fosse levato il privilegio o esenzione pontificia e 
ognuno dependesse da loro e nessuno dal papa, immediate 
cesserebbe ogni ragione d’andar a Roma. Consideravano da 
tempo antichissimo aver li pontefici romani avuto per principal 
arcano di conservar il primato datogli da Cristo d’esimere li 
vescovi dagli arcivescovi, gli abbati dalli vescovi, e cosi avere 
persone obbligate a defenderlo. Esser cosa chiara che dopo 
l’anno seicento il primato della sede apostolica è stato so¬ 
stenuto dalli monachi benedittini esenti, e poi dalle congre¬ 
gazioni di Clugni e Cistercio e altre monacali, sino che Dio 
eccitò gli ordini mendicanti, da’ quali è stato sostenuto sino 
a quell’ora. Onde tor via li privilegi di quelli esser diretta- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


271 


mente oppugnar il pontificato e non quegli ordini; il levare 
l’esenzioni esser una manifesta depressione della corte romana, 
perché non averebbe mezzi di tenere tra i termini un vescovo 
che s’inalzasse troppo: però esser il papa e la corte da mera 
necessità constretti a sostentare le cause dei frati. Ma per fare 
le cose con suavità, considerarono anco essere necessario tener 
questa ragione in secreto, e fu deliberato di rispondere alli 
legati che onninamente conservassero lo stato de’ regolari e 
procurassero di fermare li vescovi col metter inanzi il numero 
eccessivo de’ frati e il credito che appresso la plebe hanno, 
e consegliarli a prendere temperamento e non causar un scisma 
col troppo volere. Esser ben giusto che ricevino qualche so- 
disfazione, ma si contentassero anco di darla; e quando si 
verrà al ristretto, concedessero ogni cosa quanto alli questori, 
ma quanto alli frati nessuna cosa si facesse senza participarla 
ai generali, e alli vescovi fosse data sodisfazione che in esi¬ 
stenza non levi li privilegi. L’istesso facessero delle università, 
essendo necessario aver queste e quelli per dependenti dal 
papa e non da vescovi. 

Gionte le lettere in Trento, con tre fini diversi si cam¬ 
minava nel concilio, per il che poco venivano in considera¬ 
zione gli altri particolari proposti in queste due materie da 
quelli che non erano interessati né a favore né contra le esen¬ 
zioni. Fu proposto intorno alle lezioni da alcuni di questi di 
restituire l’uso antico, quando li monasteri e le canoniche non 
erano altro che collegi e scole, di che restano reliquie in 
molte cattedrali, dove è la dignità dello scolastico, capo delli 
lettori, con prebenda, quali adesso non esercitano il carico, e 
sono conferite a persone inette per esercitarlo; e a tutti parve 
onesta e util cosa reintrodurre la lezione delle cose sacre e 
nelle cattedrali e nelli monasteri. Alle cattedrali pareva facile 
il provvedere dando cura dell’esecuzione a’ vescovi, ma alli 
monasteri difficile. Al dare sopraintendenza alli vescovi anco 
in questo si opponevano li legati, se ben de’ soli monachi e 
non de’ mendicanti si trattava, per non lasciar aprir la porta 
di metter mano nelli privilegi concessi dal papa. Ma a questo 



272 


l’istoria del concilio tridentino 


Sebastiano Pighino, auditor di rota, trovò temperamento con 
proporre che la sopraintendenza fosse data alli vescovi come 
delegati dalla sede apostolica. Piacque l’invenzione, perché 
si faceva a favor de’ vescovi il medesmo effetto senza dero¬ 
gazione del privilegio, poiché il vescovo, non come vescovo, 
ma come deputato dal papa doveva sopraintendere. Il qual 
modo diede esempio di accomodar altre difficoltà: l’una, nel 
dar autorità alli metropolitani sopra le parrocchie unite alli mo¬ 
nasteri non soggetti a diocesi alcuna; l’altra, nel dar potestà 
alli vescovi sopra li predicatori esenti che fallano; e anco 
servi molto nelli decreti delle sessioni seguenti. 

Proponevano anco li canonisti che nelli tempi presenti poco 
conveniva la sottilità scolastica di metter ogni cosa in disputa 
e versar piuttosto in cose naturali e filosofiche; che queste 
nove lezioni dovessero esser introdotte per trattar delli sacra¬ 
menti e dell’autorità e potestà ecclesiastica, come con molto 
frutto aveva fatto il Turrecremata e Agostino Trionfo, e dopo 
loro sant’Antonino e altri. Ma per la contradizione dei frati, 
che opponevano esser tanto necessaria questa quanto quella 
dottrina, si trovò temperamento di ordinare che le lezioni fos¬ 
sero per esposizione della Scrittura, poiché secondo l’esigenze 
del testo che fosse letto e della capacità degli audienti s’ave- 
rebbe applicata la materia. 

Delle prediche, dopo molti discorsi fatti in più congrega¬ 
zioni, si venne a stabilire il decreto; e per superar le difficoltà 
con uffici fecero, per mezzo de’ prelati loro confidenti, pra¬ 
ticar li vescovi italiani, mettendo in considerazione quanto 
per onor della nazione fossero tenuti sostentar la dignità del 
pontificato, dell’autorità del quale si trattava mettendo mano 
nelli privilegi, e quanto potessero sperar dal pontefice e dalli 
legati, accomodandosi anco a quello che è giusto e non vo¬ 
lendo privar li frati di quello che hanno per tanto tempo 
goduto. Esser cosa pericolosa disprezzar tanti soggetti litterati, 
in questi tempi che l’eresie travagliano la Chiesa: che allora 
si sarebbe accresciuta l’autorità episcopale con concederli di 
approvar o reprovar li predicatori, quando fuori delle chiese 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


273 


del loro ordine predicano; e quando in quelle, con farli ri¬ 
conoscer il prelato, dimandando prima la benedizione. Che li 
vescovi potessero punire li predicatori per causa d’eresia e 
proibirli la predica per occasione di scandolo. Di questo si 
contentassero, ché alla giornata sarebbono aggionte altre cose. 
Con questi uffici acquistarono tanto numero che furono sicuri 
di stabilir il decreto con quelle condizioni. Ma restava un’altra 
difficoltà, perché li generali e li frati non si contentavano, e 
il disgustarli non pareva sicuro ed era dal papa espressamente 
proibito. Si diedero a mostrar loro che quanto era alli vescovi 
concesso era giusto e necessario; a che essi avevano dato oc¬ 
casione con estendere troppo li privilegi e passar li termini 
dell’onesto; Finalmente, con una particola monitoria alli ve¬ 
scovi di proceder in maniera che li frati non avessero occa¬ 
sione di lamentarsi, anco li generali s’acquietarono. 

Quando scoprirono la risoluzione di condannar nella me¬ 
desima sessione le opinioni luterane del peccato originale, 
allegarono che, per servar l’ordine di mandar insieme ambe 
le materie, era necessario trattare qualche cosa de fide , né 
potersi altrove incominciare; e proposero gli articoli estratti 
dalla dottrina de’ protestanti in quella materia, per esser dalli 
teologi nelle congregazioni esaminati e discussi se per eretici 
dovevano esser condannati. Il cardinale Paceco disse che il 
concilio non per altro ha da trattar gli articoli de fide , se 
non per ridur la Germania, e chi vorrà far questo fuori di 
tempo non solo non conseguirà il fine, ma farà peggiorar le 
cose. Quando l'opportunità sia di farlo, non potersi saper in 
Trento, ma da chi siede al timone di Germania e, vedendo 
tutti li particolari, conosce anco quando sia tempo di dargli 
questa medicina. Pertanto consigliava che si ricercasse con 
lettere il parere del li principali prelati di quella nazione, inanzi 
che passar ad altro, o vero che il noncio apostolico ne parlasse 
con l’imperatore. Al qual parere aderirono li prelati imperiali, 
praticati dall’ambasciatore. Ma li legati, lodato il giudicio di 
quelli e promesso di scrivere al noncio, soggionsero che con 
tutto ciò gli articoli potevano esser dalli teologi disputati per 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - r. 


iS 



274. 


l’istoria del concilio tridentino 


avanzar tempo; a che aderi anco il cardinale e gli altri, spe¬ 
rando che molte difficoltà si potessero attraversare per far 
differir, e contentandosi l’ambasciator Toledo, purché passasse 
la state senza che si venisse a difinizione. 

Gli articoli proposti furono: 

I. Che Adamo per la transgressione del precetto ha per¬ 
duto la giustizia e incorso l’ira di Dio e la mortalità, e dete¬ 
riorato nell’anima e nel corpo: da lui però non è transferito 
nella posterità peccato alcuno, ma solo le pene corporali. 

II. Che il peccato d’Adamo si chiama originale, perché da 
lui deriva nella posterità, non per trasmissione, ma per imi¬ 
tazione. 

III. Che il peccato originale sia ignoranza o sprezzo di 
Dio, o vero Tesser senza timor, senza confidenza in Sua Maestà 
e senza amor divino, e con la concupiscenza e cattivi desideri; 
ed universalmente una corruzione di tutto l’uomo nella volontà, 
nell’anima e nel corpo. 

IV. Che nei putti sia una inclinazione al male della na¬ 
tura corrotta, si che, venendo l’uso, della ragione produca un 
abborrimento delle cose divine e un’ immersione nelle mon¬ 
dane; e questo sia il peccato originale. 

V. Che li putti, almeno li nati da genitori fedeli, se ben 
sono battezzati in remissione del li peccati, non portano, per la 
descendenza loro da Adamo, peccato alcuno. 

VI. Che il peccato originale nel battesmo non è scancel¬ 
lato, ma non imputato, o vero raso si che incominci in questa 
vita a sminuirsi e nella futura sia sradicato totalmente. 

VII. Che quel peccato rimanente nel battezzato lo retarda 
dall’ ingresso del cielo. 

Vili. Che la concupiscenza, chiamata anco fomite, la qual 
dopo il battesmo rimane, è veramente peccato. 

IX. Che la pena principale debita al peccato originale è 
il fuoco dell’inferno, oltre la morte corporale e le altre im¬ 
perfezioni a quali in questa vita l’uomo è soggetto. 

Li teologi nelle congregazioni tutti furono conformi in 
dire che era necessario per discussione degli articoli non prò- 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


2 75 

ceder con quell’ordine, ma esaminare metodicamente tutta la 
materia e vedere qual fu il peccato di Adamo, e che cosa da 
lui derivata nella posterità sia peccato in tutti gli uomini, che 
si chiama originale; il modo come quello si trasmette, e in che 
maniera è rimesso. 

Nel primo punto convennero parimente che, privato Adamo 
della giustizia, li affetti si resero rebelli alla ragione; il che 
la Scrittura suole esprimere dicendo che la carne rebella allo 
Spirito (e con un solo nome chiama questo defetto « concupi¬ 
scenza») incorse l’ira divina e la mortalità corporale minaccia¬ 
tagli da Dio, insieme con la spirituale dell’anima. E nondi¬ 
meno nessuno di questi defetti può chiamarsi peccato, essendo 
pene conseguite da quello, ma formalmente il peccato esser 
la trasgressione del precetto divino. E qui molti s’allargarono 
a ricercare il genere di quel fallo, defendendo alcuni che fu 
peccato di superbia, altri di gola, parte sostennero che fu d’in¬ 
fedeltà: più sodamente fu detto che si poteva tirar in tutti 
quei generi e in altri ancora; ma fondandosi sopra le parole 
di san Paulo, non si poteva mettere se non nel genere della 
pura inobedienza. Ma cercando che cosa derivata da Adamo 
in noi sia il peccato, furono più diversi li pareri, perché 
sant’Agostino, che primo di tutti si diede a cercar l’essenza di 
quello, seguendo san Paulo disse che è la concupiscenza; e 
sant’Anselmo, molte centenara d’anni dopo lui, tenendo che 
nei battezzati il peccato è scancellato e pur la concupiscenza 
rimane, tenne che è la privazione della giustizia originale, la 
qual nel battesmo è renduta in un equivalente, che è la grazia. 
Ma san Tomaso e san Bonaventura, volendo congionger am¬ 
bedue le opinioni e concordarle, considerarono che nella no¬ 
stra natura corrotta sono due rebellioni: una della mente a 
Dio, l’altra del senso alla mente; che questa è la concupi¬ 
scenza, e quella l’ingiustizia; e però ambedue insieme sono 
il peccato. E san Bonaventura diede il primo luoco alla con¬ 
cupiscenza, dicendo che è il positivo, dove la privazione della 
giustizia è il negativo. E san Tomaso per il contrario fece la 
concupiscenza parte materiale, la privazione della giustizia il 


276 


l’istoria del concilio tridentino 


formale; onde questo peccato in noi disse esser la concupi¬ 
scenza destituita dalla giustizia originale. 11 parer di sant’Ago- 
stino fu seguito dal Maestro delle sentenze e dalli scolastici 
vecchi, e in concilio fu defeso da due frati eremitani. Ma perché 
Gioanni Scoto sostenne la sentenzia di Anseimo suo conter¬ 
raneo, li frati di san Francesco la defesero in concilio, e la 
maggior parte delli dominicani quella di san Tomaso: cosi fu 
dechiarato qual fosse il peccato di Adamo, e qual sia origi¬ 
nale negli altri uomini. 

Ma come sia da lui nelli posteri e successivamente di padre 
in figlio trasmesso, con maggior fatica fu discorso. Imperoc¬ 
ché sant’Agostino, che apri la strada agli altri (stretto dalla 
obiezione di Giuliano pelagiano, che lo ricercava del modo 
come si potesse trasmetter il peccato originale quando l’uomo 
è concetto, poiché è santo il matrimonio e l’uso di quello; non 
peccando né Dio, primo autore, né li genitori, né il generato: 
per qual fissura adonque entra il peccato?), altro non rispose 
sant’Agostino, se non che non era da cercar fissure dove si 
vedeva una patentissima porta, dicendo l’Apostolo che per 
Adamo il peccato è entrato nel mondo. E in più luochi dove 
di ciò occorse parlare, sempre sant’Agostino si mostrò dub¬ 
bioso, essendo anco irresoluto se, si come il corpo del figlio 
deriva dal corpo del padre, cosi dall’anima anco l’anima de¬ 
rivasse; onde essendo infetto il fonte, per necessità restasse 
anco il rivo contaminato. La modestia di quel santo non fu imi¬ 
tata dalli scolastici, li quali avendo accertato per indubitato 
che ciascun’anima sia creata immediate da Dio, dissero che 
la infezione era principalmente nella carne, la qual dai primi 
genitori nel paradiso terrestre fu contratta o dalla qualità ve¬ 
nenata del frutto o dal fiato venefico del serpe; la qual con¬ 
taminazione deriva nella carne della prole, che è parte di 
quella delli genitori, e dall’anima è contratta nell’infusione, 
si come un liquore contrae la mala qualità dal vaso infetto; 
e l’infezione esser causata nella carne per la libidine paterna 
e materna nella generazione. Ma la varietà delle opinioni non 
causava differenza nella censura degli articoli, perché ciascuno 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


inerendo nella propria, da quella mostrava restar deciso esser 
eretico il primo articolo, il qual senza dubbio fu anco per tale 
dannato nel concilio di Palestina, e in molti africani contra 
Pelagio; e reesaminato a Trento, non come ritrovato nelli 
scritti di Lutero o suoi seguaci, ma come asserito da Zuin- 
glio. 11 qual però ad alcuni delli teologi che discussero bene 
le sue parole pareva piuttosto che sentisse non essere nella 
posterità d’Adamo peccato del genere di azione, ma corru¬ 
zione e trasformazione della natura, che egli diceva peccato 
nel genere della sostanza. 

L’articolo secondo fu stimato da tutti eretico. Fu già in¬ 
ventato dall’ istesso Pelagio, il quale per non esser condannato 
nel concilio di Palestina, per aver detto che Adam non aveva 
nociuto alla posterità, si retrattò confessando il contrario; e 
dopo con li suoi dechiarò che Adamo aveva dannificato i po¬ 
steri, non transferendo in loro peccato, ma dando cattivo 
esempio che nuoce a chi l’imita. Ed era notato Erasmo del- 
l’aver rinnovato l’istessa asserzione, interpretando il luoco di 
san Paulo che il peccato fosse entrato nel mondo per Adamo 
e passato in tutti, in quanto gli altri hanno imitato e imitano 
la transgressione di quello. 

Il terzo articolo, quanto alla prima parte fu censurato in 
Trento, come anco in Germania in molti colloqui, con dire 
che quelle azioni non possono esser il peccato originale, poiché 
non sono nelli putti né meno negli adulti in ogni tempo; 
onde il dire che altro peccato non vi fosse salvo quello, era 
un negarlo affatto, e non sodisfare l’iscusazione allegata da 
loro in Germania, che sotto nome delle azioni intendono un’in¬ 
clinazione della natura alle cattive e una inabilità alle buone; 
perché se cosi intendevano conveniva dirlo, e non parlar male, 
volendo che altri intendesse bene. E quantonque sant’Agostino 
abbia parlato in simil maniera, quando disse che la giustizia 
originale era ubidir a Dio e non aver concupiscenza, se egli 
fosse in questi tempi non parlerebbe cosi. Perché è ben lecito 
nominare la causa per l’effetto e questo per quella, quando sono 
propri e adequati; ma non è cosi in questo caso, imperocché 



278 


l’istoria del concilio tridentino 


l’originai peccato non è causa di quelle azioni cattive, se non 
aggiongendosi la mala volontà come principale. Ma quanto 
alla seconda parte dell’articolo dicevano che se li protestanti 
intendessero una corruzione privativa, l’opinione si poteva 
tollerare; ma intendono una sostanza corrotta, si che la pro¬ 
pria natura umana sia trasmutata in altra forma che quella 
in che fu creata; e reprendono li cattolici, quando chiamano il 
peccato privazione della giustizia, come un fonte senz’acqua. 
Ma dicono esser un fonte dove scaturiscono acque corrotte, 
che sono gli atti dell’incredulità, diffidenza, odio, contumacia 
e amor inordinato di sé e delle cose mondane; e però conve¬ 
niva dannar assolutamente l’articolo. E per l’istessa ragione 
ancora il quarto era censurato, con dire quella inclinazione 
esser pena del peccato, e non formalmente peccato: onde non 
ponendo altro che quella, si negava il peccato assolutamente. 

Non è da tralasciar di raccontare che in queste conside¬ 
razioni li francescani non si potevano contenere di esentar da 
questa legge la Vergine madre di Dio per privilegio speciale, 
tentando di allargarsi nella questione e provarlo; e li domi¬ 
nicani in comprenderla sotto la legge comune nominatamente, 
quantonque il Cardinal dal Monte con ogni occasione facesse 
intendere che quella controversia fosse tralasciata, ché erano 
congregati per condannar l’eresie, non le opinioni de’ cattolici. 

Alla dannazione degli articoli non era chi repugnasse; ma 
fra’ Ambrosio Catarino notò tutte le ragioni per insufficienti, 
che non dichiarassero la vera natura di questo peccato. Lo 
mostrò con longo discorso, la sostanza del quale fu: esser 
necessario distinguer il peccato dalla pena di esso; ma la 
concupiscenza e la privazione della giustizia esser pene del 
peccato: esser adonque necessario che il peccato sia altro. 
Aggionse: quello che non fu peccato in Adamo è impossibile 
che sia peccato in noi; ma in Adamo nessuna delle due fu 
peccato, non essendo né la privazione della giustizia né la 
concupiscenza azioni di Adamo, adonque né meno in noi : e 
se in lui furono effetti del peccato, bisogna bene che negli 
altri siano effetti. Per la qual ragione non si può meno dire 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 279 

che il peccato sia inimicizia di Dio contra il peccatore, né 
quella di lui verso Dio, poiché sono cose consequenti il pec¬ 
cato e venute dopo quello. Oppugnò ancora quella transmis¬ 
sione del peccato per mezzo del seme e della generazione, 
dicendo che si come quando Adam non avesse peccato, la 
giustizia sarebbe stata transfusa non per virtù della genera¬ 
zione, ma per sola volontà di Dio, cosi conveniva trovare altro 
modo di transfondere il peccato. Ed esplicò la sua sentenzia 
in questa forma: che si come Dio statui e fermò patto con 
Abramo e con tutta la sua posterità, quando lo constitui padre 
de’ credenti, cosi quando diede la giustizia originale ad Adam 
e a tutta l’umanità, pattui con lui in nome di tutti un’obbli- 
gazione di conservarla per sé e per loro, osservando il pre¬ 
cetto; il quale avendo transgredito, la perdette tanto per gli 
altri quanto per se stesso, ed incorse le pene anco per loro; 
le quali si come sono derivate in ciascuno, cosi essa transgres- 
sione di Adamo è anco di ciascuno: di lui come di causa, 
degli altri per virtù del patto; si che l’azione di Adamo, pec¬ 
cato attuale in lui, imputata agli altri, è il peccato originale, 
perché peccando lui peccò tutto il genere umano. Si fondò 
principalmente il Catarino, perché non può esser vero e pro¬ 
prio peccato se non atto volontario, né altro poter esser vo¬ 
lontario che la transgressione di Adamo imputata a tutti. 
E dicendo san Paulo che tutti hanno peccato in Adamo, non 
si può intendere se non che hanno commesso l’istesso pec¬ 
cato con lui. Allegò per esempio che san Paulo agli ebrei 
afferma Levi avere pagato la decima a Melchisedech quando 
la pagò Abramo suo bisavo; colla qual ragione si debbe dire 
che li posteri violarono il precetto divino quando lo transgredi 
Adamo, e che fossero peccatori in lui si come in lui ricevet¬ 
tero la giustizia. E cosi non fa bisogno ricorrere a libidine 
che infetta la carne, da quale l’anima ricevi infezione, cosa 
inintelligibile come uno spirito possa recever passione corpo¬ 
rale. Che se il peccato è macchia spirituale nell’anima, non 
poteva esser prima nella carne; e se nella carne è corporale, 
non può nello spirito far effetto alcuno. Che poi un’anima per 



28o l’istoria del concilio tridentino 

congiongersi a corpo infetto ricevi infezione spirituale, esser 
una transcendenza impercettibile. Il patto di Dio con Adamo 
lo provava per un luoco del profeta Osea, per un altro del¬ 
l’Ecclesiastico e per diversi luochi di sant’Agostino. Il peccato 
di ciascuno esser il solo atto della transgressione di Adamo, lo 
provava per san Paulo, quando dice: « Per l’inobedienza d’un 
uomo molti sono fatti peccatori; » e perché non si è mai inteso 
nella Chiesa peccato esser altro che l’azione volontaria contra 
la legge, (ma altra azione volontaria non fu se non quella di 
Adamo), e perché san Paulo dice per il peccato originale esser 
entrata la morte: la qual non è entrata per altro che per l’at¬ 
tuale transgressione. E per prova principalissima portò che, 
quantonque Èva mangiasse il pomo prima di Adamo, però 
non si conobbe nuda né incorsa nella pena, ma solo dopo 
che Adamo ebbe peccato. Adonque il peccato di Adamo, si 
come fu non solo proprio, ma anco d’Èva, cosi fu di tutta 
la posterità. 

Ma fra’ Dominico Soto per defesa dell’opinione di san To¬ 
maso e degli altri teologi dalle obiezioni del Catarino portò 
una nuova dechiarazione, dicendo che Adam peccò attualmente 
mangiando il frutto vietato, ma dopo restò peccatore per una 
qualità abituale che dall’azione fu causata, come per ogni 
azione cattiva si produce nell’anima dell’operante una tal di¬ 
sposizione, per quale, anco passato l’atto, resta e vien chia¬ 
mato peccatore. Che l’azione di Adamo fu transitoria, né ebbe 
essere se non mentre egli operò; che la qualità abituale rima¬ 
nente in lui passò in la posterità e in ciascuno si transfonde 
propria. Che l’azione di Adamo non è il peccato originale, 
ma quell’abituale conseguente, e questa chiamano li teologi 
« privazione della giustizia ». Il che si può esplicar considerando 
che l’uomo si chiama peccatore, non solo mentre attualmente 
transgredisce, ma ancora dopo, sin tanto che il peccato non 
è scancellato; e questo non per rispetto delle pene o altre 
consequenze al peccato, ma per rispetto della transgressione 
medesima precedente, si come quello che fa l’uomo curvo sin 
tanto che non si ridrizza, e si dice tale non per l’azione 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


28 l 


attuale, ma per quell’effetto restato dopo quella passata, asso¬ 
migliando il peccato originale alla curvità, come veramente è 
un’obliquità spirituale: essendo tutta la natura umana in 
Adamo, quando egli per la trasgressione del peccato si incurvò, 
tutta la natura umana, e per consequente ogni singoiar per¬ 
sona, restò incurvata, non per la curvità di lui, ma per una 
propria a ciascuno, per la quale è veramente curvo e pecca¬ 
tore, sin tanto che per la grazia divina non si ridrizza. 

Queste due opinioni furono parimente disputate, preten¬ 
dendo ciascuno che la sua dovesse esser ricevuta dalia si- 
nodo. Ma nella considerazione in che maniera il peccato origi¬ 
nale sia rimesso, furono concordi in dire che per il battesmo 
viene scancellato, e resa l’anima cosi monda come nello stato 
dell’innocenza, quantonque le pene conseguenti il peccato non 
siano levate, acciò servino alli giusti per esercizio. E questo 
tutti lo dechiaravano con dire che la perfezione di Adamo 
consisteva in una qualità infusa, la qual rendeva l’anima ornata, 
perfetta e grata a Dio, e il corpo esente dalla mortalità; e per 
il merito di Cristo, Dio dona a quelli che per il battesmo ri¬ 
nascono un’altra qualità chiamata « grazia giustificante », che 
scancellando ogni macchia nell’anima la rende cosi pura come 
quella di Adamo; anzi in alcuni particolari fa effetti maggiori 
che la giustizia originale, solo che non ridonda nel corpo, 
onde la mortalità e gli altri naturali defetti non sono emendati. 
Erano allegati molti luochi di san Paulo e degli altri apostoli, 
dove dicono che il battesmo lava l’anima, che la monda, che 
l’illumina, che la purifica, che non vi resta alcuna dannazione 
né macola né ruga. Fu con molta accuratezza trattato come, 
se li battezzati sono senza peccato, quello possi passar ne’ figli. 
A che Agostino con soli esempi rispose come dal circonciso 
padre nasce il figlio incirconciso e dall’uomo cieco ne nasce 
un oculato, e dal grano mondo nasce il vestito di paglia. Il 
Catarino rispondeva che con solo Adam fu statuito il patto, 
e ciascun uomo ha il peccato per imputazione della transgres- 
sione di Adamo, onde li intermedi genitori non hanno che 
fare; e se il frutto vietato, non da Adamo, ma da alcun suo 



282 


l’istoria del concilio tridentino 


figlio fosse stato mangiato, la posterità di quello però non 
averebbe contratto peccato; e se Adamo avesse peccato dopo 
generati figli, ad essi, quantonque nati innanzi, sarebbe stato 
imputato il peccato di Adamo. Contra di che Soto disputò 
che se Adamo avesse peccato dopo nati figli, quelli non sa- 
rebbono stati soggetti, ma si ben li nepoti nati di loro. 

Fu comune voce che ’l sesto articolo è eretico, perché 
nelli battezzati asserisce rimaner cosa degna di dannazione; 
e il settimo, per lasciar nel battezzato reliquie di peccato; e 
più chiaramente l’ottavo, mentre pone la concupiscenza nei 
battezzati esser peccato. Solo fra’ Antonio Marinaro carmeli¬ 
tano, non discordando dagli altri in affermare che ’l peccato 
è scancellato per il battesmo e che la concupiscenza è peccato 
innanzi, considerò nondimeno, quanto al dannar il contrario 
di eresia, che sant’Agostino già vecchio, scrivendo di questa 
materia a Bonifacio, disse chiaramente che la concupiscenza 
non era peccato, ma causa ed effetto di esso. E contra Giu¬ 
liano con parole non meno chiare disse che era peccato, causa 
di peccato ed effetto ancora; e pure nelle retrattazioni non 
fece menzione né dell’una né dell’altra di queste proposizioni 
contrarie: argomento che riputasse ciò non appartenere alla 
fede e potersene parlar in ambidua li modi, essendo la diffe¬ 
renzia piuttosto verbale che altro. Imperocché altra cosa è 
ricercare se una cosa sia in sé peccato, o vero se sia peccato 
ad una persona escusata; come se alcuno, andando alla caccia 
necessaria per il suo vivere, pensando uccidere una fiera, per 
ignoranza invincibile uccidesse un uomo, li giuriconsulti dicono 
che l’azione è omicidio e delitto, ma il cacciator è scusato, 
si che non è peccato a lui per la circonstanza dell’ignoranza. 
Cosi la concupiscenza, essendo la medesma inanzi e dopo il 
battesmo, in se stessa è peccato, e san Paulo dice che anco 
nelli renati repugna alla legge di Dio, e tutto quello che alla 
legge divina s’oppone è peccato. Ma il battezzato è iscusato 
per Tesser vestito di Cristo, si che in un modo è vero l’articolo, 
nell’altro falso, e non è giusto condennar una proposizione 
che abbia un buon senso, senza prima distinguerla. Il qual 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


283 


parere fu da tutti reprovato, con dire che sant’Agostino pose 
due sorti di concupiscenza: quella che è inanzi il battesmo, 
la qual è una repugnanza della volontà alla legge di Dio, quale 
ebbe per il peccato, e nel battesmo scancellarsi ; ed un’altra, 
che è repugnanza del senso alla ragione, che resta anco dopo 
il battesmo, la qual Agostino disse effetto e causa, ma non 
mai peccato; e quando pare che il contrario dica, convien te¬ 
nere per fermo la mente di Agostino esser che la concupiscenza 
sia peccato, che nel battesmo resti d’esser tale e divenga eser¬ 
cizio di virtù e buone opere. 

Il frate, attesa questa sua opinione, essendoli aggionte le 
cose dette nelli sermoni fatti da lui nella messa della quarta 
domenica dell’advento precedente e in quella della quaresima 
(esortando a mettere la total fiducia in Dio e dannando ogni 
confidenza nelle opere, e affermando che li atti eroici degli 
antichi, tanto lodati dagli uomini, erano veri peccati; della 
differenza ancora della Legge e dell’Evangelio parlando non 
come de dua tempi, ma come che sempre vi sia stato Evan¬ 
gelio e sempre vi debbia esser Legge; e della certezza della 
grazia ancora, se ben con qualche clausule ambigue e artifi¬ 
ciose, si che non si averebbe potuto riprenderlo che non si 
fosse difeso), entrò in sospetto di alcuni che non fosse a fatto 
alieno dalla dottrina dei protestanti. 

Come si venne all’articolo della pena, se ben sant’Agostino, 
fondatosi sopra san Paulo, professatamente tenne convenirli la 
pena del fuoco infernale, eziandio nelli fanciulli, e da nessuno 
delli santi padri fu detto in contrario, con tutto ciò il Maestro 
[delle sentenze] con li scolastici, che seguono più le ragioni 
filosofiche, distinsero due sorti di pene eterne: una, la sola pri¬ 
vazione della beatitudine celeste, e l’altra il castigo: e la prima 
sola diedero al peccato originale. Dall’universal parere de’ sco¬ 
lastici si parti solo Gregorio d’Arimino, che perciò dalle scole 
si acquistò il titolo di « tormento dei putti » ; ma né esso né 
sant’Agostino furono difesi dalli teologi nelle congregazioni. 
Un’altra divisione però fu tra loro, volendo li dominicani 
che li fanciulli morti senza battesmo inanzi l’uso di ragione 



28 4 


l’istoria del concilio tridentino 


dovessero dopo la resurrezione restar nel limbo e tenebre in sot¬ 
terraneo luoco, ma senza fuoco; li franciscani, che sopra terra 
e alla luce. Alcuni anco affermavano che fossero per filoso¬ 
fare e occuparsi nella cognizione delle cose naturali, e non 
senza quel gran piacere che segue quando con invenzione si 
empie la curiosità. Il Catarino aggiongeva di più: che saranno 
dalli santi angeli e dagli altri beati visitati e consolati. E tante 
vanità volontarie furono in questo dette, che potevano dar gran 
materia di trattenimento. Ma per la riverenza di sant’Agostino, 
e acciò non fosse dannato Gregorio d’Arimino, fecero gli ago¬ 
stiniani grand’instanza che l’articolo, quantonque falso, come 
tenevano, non dovesse esser condannato per eretico, se ben 
il Catarino s’adoperò con ogni spirito, acciò fosse fatta de- 
chiarazione, a fine (diceva egli) di reprimere l’ignoranza e 
audacia di qualche predicatori, che con grande scandolo del 
populo predicano quella dottrina; e affermando che sant’Ago¬ 
stino aveva parlato cosi per calore della disputa contra li 
pelagiani, non che avesse quell'opinione per certa. Onde dopo 
che dal comun consenso delle scole era certificata la verità 
in contrario, e che li luterani hanno eccitato l’istesso errore, 
e li cattolici medesimi v’ incorrono, esser necessaria la de- 
chiarazione della sinodo. 

Finita la censura delti teologi, e trattandosi le materie tra 
li padri per risolvere la forma del decreto, li vescovi, pochis¬ 
simi de’ quali avevano cognizione della teologia, ma erano o 
iurisconsulti o litterati di corte, si trovarono confusi per il 
modo scolastico di trattar le materie, pieno di spine, e nelle 
diversità delle opinioni non potevano formar giudicio per conto 
dell’essenza del peccato originale. Più di tutte era intesa quella 
del Catarino, per esser espressa col concetto politico di patto 
fatto da uno per la sua posterità, che transgresso, senza nissun 
dubbio l’obbliga tutta, e molti delli padri la favorivano; ma 
vedendo la contradizione degli altri teologi, non ardirono ri¬ 
ceverla. Quanto alla remissione del peccato, questo solo tene¬ 
vano per chiaro, che inanzi il battesmo ognuno ha il peccato 
originale, e da quello per il battesmo è mondato perfettamente; 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 285 

però concludevano che questo tanto si dovesse stabilire per 
fede e ’1 contrario dannar per eresia, insieme con tutte quelle 
opinioni che negano in qual si voglia modo il peccato origi¬ 
nale; ma che cosa quello sia, essendo tante differenze tra li 
teologi, non esser possibile difìnirlo con tanta circonspezione, 
che si dia sodisfazione a tutti, e non si condanni l’opinione 
di qualcuno con pericolo di causar qualche scisma. 

A questa universal inclinazione erano contrari Marco Vi- 
guerio, vescovo di Sinigallia, e fra’ Geronimo, generai di San- 
t’Agostino, e fra’ Andrea Vega, franciscano teologo. Questi 
più di tutti mostrava non esser conveniente né mai usato da 
alcun concilio condannar una opinione per eretica, senza asserir 
prima qual sia la cattolica. Nessuna negativa vera aver in sé 
la causa della sua verità, ma esser tale per la verità d’un’affer- 
mativa; né mai alcuna proposizione essere falsa, se non perché 
un’altra è vera, né potersi saper la falsità di quella da chi 
non sa la verità di questa. Imperò non potersi condannar per 
eresia l’opinione de’ luterani da chi non asserisce quella della 
Chiesa. Chi osserverà il modo di procedere di tutti li concili 
che hanno trattato materia di fede, vederà quelli aver prima 
fatto il fondamento ortodosso e con quello dannate le eresie. 
Cosi esser necessario far al presente: perché quando si leg¬ 
gerà che la sinodo tridentina ha dannato l’asserzione luterana, 
che dice l’originai peccato esser l’ignoranza e sprezzo, diffi¬ 
denza e odio delle cose divine, e una corruzione di tutto 
l’uomo nella volontà, nell’anima e nel corpo, chi sarà quello 
che non ricercherà subito che cosa adonque sia, e che non 
dica in se stesso: «Qual’è adonque la sentenzia cattolica, se 
questa è eretica?» E vedendo dannata l’opinione di Zuinglio 
che li putti figli de fedeli sono battezzati in remissione del li 
peccati, non però è trasmesso cosa alcuna da Adamo se non 
le pene e la corruzione della natura, non ricerchi subito: 
« Che altra cosa adonque è trasmessa? » In somma concludeva 
esser il concilio congregato principalmente per insegnar la 
verità cattolica e non solo per condannar l’eresia. Diceva il 
vescovo che, essendosi di questi articoli tante volte disputato 


286 


l’istoria del concilio tridentino 


nelle diete di Germania, dal concilio ognuno averebbe aspet¬ 
tato una dottrina lucida e chiara e resoluta di tutte le diffi¬ 
coltà. Il generai ancora, se ben era in qualche sospetto che 
parlasse per subornazione deH’ambasciator Toledo, aggiongeva 
che la dottrina vera e cattolica del peccato originale è nelli 
scritti di sant'Agosti no; che Egidio di Roma ne aveva scritto 
un libro proprio; che quando li padri avessero voluto prender 
un poco di leggier fatica, averebbono compresa la verità e po¬ 
tuto darne giudicio; non doversi lasciar uscir fama che in Trento 
in quattro giorni s’abbia risoluto quello che in Germania è stato 
cosi longamente senza conclusione discusso. 

Non erano questi avvertimenti uditi, perché li prelati non 
avevano speranza di poter con studio informarsi delle spino¬ 
sità scolastiche, né li dava l’animo di mettersene alla prova; 
e perché li legati, avendo da Roma ricevuto assoluto coman¬ 
damento di differir questa materia nella sessione prossima, 
erano costretti ad evitar le difficoltà, e massime che ’l Cardi¬ 
nal del Monte era risoluto di far quel passo onninamente: e 
però, chiamati a sé li generali degli ordini e li teologi Cata- 
rino e Vega che più degli altri parlavano, impose loro che 
dovessero, scansate le difficoltà, aiutare l’espedizione. 

Li prelati deputati a formar il decreto con l’aiuto dei teo¬ 
logi divisero la materia in cinque anatematismi: il primo, 
del personal peccato di Adamo; il secondo, della transfusione 
nella posterità; il terzo, del rimedio per il battesmo; il quarto, 
del battesmo dei putti; il quinto, della concupiscenza rima¬ 
nente dopo quello. Erano dannate le opinioni de’ zuingliani 
ne’ quattro primi, e nel quinto quella di Lutero. Furono quasi 
con tutti conferiti, e levato e aggionto secondo gli avvertimenti 
con molta concordia; se non che li vescovi e frati dell’ordine 
di San Francesco non approvarono che universalmente si di¬ 
cesse il peccato di Adamo esser passato in tutto il genere 
umano, perché veniva compresa la beata Vergine madre di 
nostro Signore, se specialmente non era eccettuata, e instavano 
per l’eccezione. In contrario dicevano li dominicani che la 
proposizione cosi universale e senza eccezione era di san Paulo 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 


287 


e di tutti li santi dottori; però non conveniva con eccezione 
alterarla. E riscaldandosi la contradizione, recaderono nella 
questione che li legati pili volte avevano divertita. Questi di¬ 
cevano che quantunque la Chiesa abbia tollerato l’opinione 
della Concezione, nondimeno chi ben esaminasse la materia 
troverebbe che né meno la beata Vergine fu esente dalla co¬ 
mune infezione; e gli altri opponevano che sarebbe stato un 
condannar la Chiesa che celebra la Concezione come imma¬ 
culata, e un’ ingratitudine derogando all’onor dovuto a quella 
per il cui mezzo passano tutte le grazie di Cristo a noi. Pas¬ 
sarono le dispute a specie di contenzione, e tanto oltre che 
l’ambasciator cesareo venne in speranza di ottener il suo di¬ 
segno che la materia non si potesse propor nella seguente 
sessione. 

Ma perché molte cose furono in quell’occasione proposte 
e fecero venir al decreto che si dirà, il qual diede da parlare, 
per intiera intelligenza del tutto è necessario dal suo principio 
narrar l’origine di questa controversia. 

Dopo che l’impietà di Nestorio divise Cristo, facendo due 
figli e negando che il generato dalla beata Vergine fosse Dio, 
la Chiesa, per inculcare nella mente dei fedeli la verità catto¬ 
lica, introdusse di replicarla frequentissimamente nelle chiese, 
cosi di oriente come di occidente, con questa breve forma di 
parole: in greco Maria Theotocos , in latino Maria mater Dei\ il 
che, instituito in onore di Cristo solamente, pian piano si comu¬ 
nicò anco alla Madre, e finalmente fu ridotto a lei sola. E per la 
stessa causa, quando furono frequentate le immagini, si dipinse 
Cristo fanciullo in braccio della Vergine, per rammemorare la 
venerazione a lui dovuta anco in quell’età: passò nondimeno in 
progresso la venerazione della Madre senza il Figlio, restando 
egli nella pittura per appendice. Li scrittori e predicatori, 
massime contemplativi, tratti dal torrente del volgo che molto 
può in queste materie, tralasciato di parlar di Cristo, a con¬ 
correnza inventarono nove lodi ed epiteti e servizi religiosi, 
tanto che circa il 1050 fu anco instituito un officio quoti¬ 
diano, distinto per sette ore canoniche, alla beata Vergine, 


283 


l’istoria del concilio tridentino 


nella forma che da antichissimo tempo era sempre consueto 
celebrarsi in onore della Maestà divina. E nelli cento anni 
seguenti s’aumentò tanto la venerazione, che si ridusse al 
colmo, e sino aH'attribuirgli quello che le Scritture dicono 
della divina Sapienza; e tra le novità inventate fu una questa: 
la total esenzione del peccato originale. Quella però restava 
solamente nelle opinioni d’alcuni pochi privati, senza aver 
luoco nelle ceremonie ecclesiastiche né appresso gli uomini 
dotti. Circa il 1136 li canonici di Lione ardirono d’introdurla 
negli uffici ecclesiastici. San Bernardo, che in quei tempi vi¬ 
veva, stimato il più dotto e pio di quel secolo, e nelle lodi della 
beata Vergine frequentissimo, sino a darli titolo di collo della 
Chiesa pel quale passa dal capo ogni grazia e ogni influsso, 
invei severamente contra li canonici, scrisse loro riprenden¬ 
doli d’aver introdotto novità pericolosa senza ragione, senza 
esempio dell’antichità; che non mancano luochi da lodare la 
Vergine, a quale non può piacer una novità presuntuosa, 
madre della temerità, sorella della superstizione, figlia della 
leggerezza. Il secolo seguente ebbe li dottori scolastici di ain- 
bidue gli ordini, dominicano e franciscano, che nelli loro 
scritti rifiutarono questa opinione, sino intorno al 1300, quando 
Giovanni Scoto franciscano, posta la materia in disputa ed 
esaminate le ragioni, ricorse alla divina potestà, dicendo Dio 
aver potuto fare che mai fosse in peccato, o che vi fosse solo 
per un istante, e anco che gli sottogiacesse per tempo; che 
Dio solo sa qual di questi tre sia avvenuto; esser cosa pro¬ 
babile nondimeno attribuir a Maria il primo, se però non re¬ 
pugna all’autorità della Chiesa e della Scrittura. La dottrina 
di questo teologo, nelli suoi tempi celebre, fu comunemente 
seguita dall’ordine francescano; ma nel particolare della Con¬ 
cezione, vedendo la via aperta dal suo autore, affermò asso¬ 
lutamente per vero quello che da lui fu proposto per possi¬ 
bile e probabile, sotto condizione dubitativa, se non ripugni 

alla fede ortodossa. Li dominicani constantemente repugna- 
» 

vano, per seguir san Tomaso del loro ordine, celebre per dot¬ 
trina e per l’approbazione di papa Giovanni XXII, il quale 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IV 289 

papa, a fine di deprimere l’ordine franciscano, che in gran 
parte aderiva a Ludovico bavaro imperatore scomunicato da 
lui, celebrava e canonizzava quel dottore e la dottrina svia. 
L’apparenza della pietà e devozione fece che all’universale 
fu più accetta l’opinione franciscana, e ricevuta tenacemente 
dall’università di Parigi, che era in credito di dottrina molto 
eminente; e poi dal concilio di Basilea, dopo longa ventila¬ 
zione e discussione, approvata, e proibito il predicare e inse¬ 
gnare la contraria; il che ebbe luoco in quelle regioni che 
ricevettero quel concilio. Finalmente papa Sisto IV, franci¬ 
scano, in questa materia fece due bolle: una del 1476, appro¬ 
vando un novo officio composto da Leonardo Nogarola proto- 
notario, con indulgenze a chi lo celebrava e assisteva; l’altra 
del 1483, dannando per falsa ed erronea l’asserzione che sia 
eresia tener la Concezione o peccato il celebrarla, e scomu¬ 
nicando li predicatori e altri che notassero d’eresia quella 
opinione o la contraria, per non esser ancora deciso dalla 
chiesa romana e sede apostolica. Questo però non sopì le 
contenzioni, le quali tra questi due ordini de frati s’ina¬ 
sprivano sempre maggiormente; e ogni anno al decembre si 
rinnovavano, tanto che papa Leon X pensò di remediar con 
difinire la controversia, e fece scrivere a diversi. Ma ebbe poi 
pensieri più importanti per le novità di Germania, le quali 
anco operarono in queste contenzioni quello che avviene nelli 
stati, che, assediata la città, le fazioni cessano, e tutti s’uni¬ 
scono contra il comun nemico. Fondavansi li dominicani 
sopra la Scrittura e la dottrina de’ Padri e de’ scolastici più 
vecchia, dove per gli altri non si trovava pur un ponto in 
favore, ma per sé allegavano miracoli ed il consenso delli 
populi. Diceva fra’ Gioanni da Udine dominicano: «O voi 
volete che san Paulo e li Padri abbiano creduto questa vostra 
esenzione della Vergine fuori della comune condizione, o no. 
Se l’hanno creduta, e pur hanno parlato universalmente senza 
mai far menzione di questa eccezione, imitateli anco adesso; 
ma se essi hanno creduto il contrario, la vostra è una novità ». 
Fra’ Gerolamo Lombardello franciscano diceva non esser minor 

J9 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1. 


290 


l’istoria del concilio tridentino 


l’autorità della Chiesa presente che della primitiva: se il 
consenso di quella nelli tempi suoi indusse a parlar senza 
eccezione, il consenso di questa, che si vede nel celebrar la 
festa per tutto, debbe indur a non tralasciarla. 

Li legati scrissero a Roma la mirabil concordia di tutti 
contra la dottrina luterana e la deliberazione presa di con¬ 
dannarla, e mandarono copia delli anatematismi formati, avvi¬ 
sando insieme la contenzione eccitata per la Concezione. A 
che da Roma fu risposto che per nessuna causa si mettesse 
inano a quella materia, che poteva causare un scisma tra’ cat¬ 
tolici, ma cercassero di metter pace tra le parti e dar sodi- 
sfazione ad ambedue; e sopra tutto conservar in vigore il 
breve di Sisto IV. Li legati, ricevuto l’ordine, ed essi mede¬ 
simi e per mezzo delli prelati più prudenti persuasero ambe 
le parti a deporre le contenzioni e attender unicamente contra 
luterani; quali si contentarono di metter il tutto in silenzio, 
mentre che non fosse fatto pregiudicio all’opinione sua. Però 
li francescani dicevano che il canone era contra di loro, se 
la Vergine non era eccettuata; li dominicani che, se era eccet¬ 
tuata, essi erano condannati. Si vide necessità di trovar modo 
come si dechiarasse non compresa né affermativamente eccet¬ 
tuata; che fu, dicendo non aver avuto intenzione di compren¬ 
derla, né meno di eccettuarla. Poi per la grand’instanza de’ 
francescani si contentarono anco gli altri, che si dicesse sola¬ 
mente non aver avuto intenzione di comprenderla: e per ubi¬ 
dir al papa s’aggionse che si servassero le constituzioni di 
Sisto IV. 



CAPITOLO V 

(giugno-luglio 1546). 


[Fallita la conferenza religiosa di Ratisbona, in quella dieta Carlo V 
tenta invano un accordo coi protestanti, che insistono per un con¬ 
cilio nazionale. — Segreti accordi e preparativi di guerra. — Quinta 
sessione: decreti sul peccato originale e sull’insegnamento scritturale 
e la predicazione. — Giungono al concilio gli inviati del re di Fran¬ 
cia: discorso del Danès. — Critiche mosse in Germania ai decreti 
della sessione. — Lega papaie-imperiale contro gli smalcaldici. — 
Breve di Paolo III agli svizzeri. — I protestanti scoprono il fine re¬ 
ligioso della guerra, mascherato dall’imperatore con fini politici.— 
Il concilio decide di trattare la dottrina della giustificazione e il do¬ 
vere della residenza episcopale. — Il vescovo di Vaison prospetta la 
necessità di ristabilire l’autorità vescovile abolendo i privilegi mona¬ 
cali. — Articoli luterani sulla giustificazione. — Importanza e difficoltà 
della materia. — Lunghe e sottili dispute (Soto, Vega, Catarino, fran¬ 
cescani, domenicani) sulla fede giustificante, sulle opere precedenti, 
concorrenti e susseguenti alla grazia, sull’essenza della medesima, 
sulla « imputazione » della giustizia di Cristo.] 

Mentre che queste cose si trattano a Trento, essendo re- 
dutta la dieta in Ratisbona, Cesare mostrò gran dispiacere 
che il colloquio si fosse disciolto senza frutto, e ricercò che 
ciascun proponesse quello che si potesse fare per quietar la 
Germania. Li protestanti fecero instanzia che fosse composta 
la differenzia della religione secondo il recesso di Spira per 
un concilio nazionale, dicendo che era più a proposito che 
l’universale, poiché per la gran differenza nelle opinioni tra 
la Germania e le altre nazioni era impossibile che in un 
concilio generale non nascesse contenzione maggiore; e chi 
volesse constringer la Germania a mutar parere per forza, 
convenirebbe trucidar infinite migliara d’uomini, che sarebbe 
con danno di Cesare e allegrezza de’ turchi. Rispondevano 


292 


l’istoria del concilio tridentino 


li ministri dell’ imperatore non esser mancato dalla Maestà 
sua che non si esequisse il decreto di Spira, ed essere molto 
ben noto a tutti che per aver la pace tanto necessaria col 
re di Francia era stata sforzata in condescender al voler del 
pontefice nelle cose che toccano la religione; che il decreto 
era accomodato alle necessità di quel tempo, le quali mutate, 
era anco necessario mutar parere; che nelli concili nazionali 
si è alcune volte fatta emendazione de costumi, ma della fede 
e della religione mai si è trattato; che venendo alli colloqui, 
si ha da far con teologi che per il più sono diffìcili e ostinati, 
onde non si può con loro venir a consegli moderati, come 
farebbe di bisogno; che nessuno amava più la religione che 
Cesare, né era per partirsi dal giusto e onesto un ponto per 
far piacer al pontefice, ma ben sapeva che in un concilio 
nazionale non si averebbe potuto né accordar le parti, né 
trovar chi far giudice. Li ambasciatori di Magonza e di Tre- 
veri si divisero dagli altri quattro, e uniti con tutti li cattolici 
approvarono il concilio tridentino, e supplicarono Cesare a 
proteggerlo e a persuadere li protestanti di andarvi e sottomet¬ 
tersi a quello. A che dicendo essi in contrario in Trento 
non esser concilio libero, come fu dimandato e promesso 
nelle diete dell’ Imperio, di nuovo fecero instanza che Cesare 
volesse tenir ferma la pace e ordinare che le cose della reli¬ 
gione si stabilissero in un concilio legittimo di Germania, o 
veramente in una dieta dell’Imperio, o vero in un colloquio 
di persone dotte dell’una e l’altra parte. 

Aveva l’imperator in questo mentre fatto secretissime prov¬ 
visioni per la guerra, le quali, non potendo più star occulte, 
vennero a notizia delli protestanti in dieta congregati; e perché 
era fatta la pace col re di Francia e tregua per quell’anno 
col Turco, ognuno facilmente vedeva la causa, massime che 
si era sparsa fama che anco il pontefice e Ferdinando si ar¬ 
mavano; onde ogni cosa si voltò in confusione. E vedendo 
Cesare esser scoperto, a’ 9 di giugno spedi per le poste il 
Cardinal di Trento a Roma per dimandar al pontefice gli 
aiuti promessi; e mandò anco in Italia ed in Fiandra capitani 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


293 


con danari per far gente, e sollecitò li prencipi e capitani 
germani protestanti, non collegati con li smalcaldici, a seguir 
le sue insegne, affermando e promettendo di non voler far 
guerra per causa della religione, ma per reprimere la rebellione 
d’alcuni, li quali sotto quel pretesto non vogliono conoscer 
le leggi né la maestà del principe. Con la quale promessa 
fece anco star quiete molte delle città che già avevano ricevuta 
la renovazione nelli riti della Chiesa, promettendo ogni be- 
nevolenzia alli obedienti e assicurandogli della religione. 

Ma in concilio, non restando più differenza alcuna tra li 
padri sopra le cose discusse, ed essendo formati li decreti 
della fede e della reforma, né potendo più l’ambasciator ce¬ 
sareo resistere alla resoluzione delli legati, venuto il 17 giugno, 
giorno della sessione, cantò la messa Alessandro Piccolomini, 
vescovo di Pienza, fece il sermone frate Marco Laureo domi¬ 
nicano. E fatte le solite ceremonie, fu letto il decreto di fede 
con li cinque anatematismi : 

I. contra chi non confessa Adamo per la transgressione 
aver perso la santità e giustizia, incorso nell’ira di Dio, morte 
e pregionia del diavolo, e peggiorato nell’anima e nel corpo; 

II. e chi asserisce Adam peccando aver nociuto a sé solo 
o aver derivato nella posterità la sola morte del corpo, e non 
il peccato, morte dell’anima; 

III. e chi afferma il peccato, che è uno in origine e pro¬ 
prio a ciascuno, trapassato per generazione, non per imita¬ 
zione, poter esser scancellato con altro rimedio che per il 
merito di Cristo; o vero nega che il merito di Cristo sia 
applicato tanto alli fanciulli quanto alli adulti, per il sacra¬ 
mento del battesmo ministrato nella forma e rito della Chiesa; 

IV. e chi nega che debbiano esser battezzati li fanciulli 
nascenti, se ben figli de cristiani; o dice che sono battezzati 
per la remissione de’ peccati, ma non perché abbiano con¬ 
tratto alcun peccato originale da Adam; 

V) e chi nega che per la grazia del battesmo sia rimesso 
il reato del peccato originale, e non sia levato tutto quello 
che ha vera e propria ragione di peccato, ma che sia raso e 


294 


l’istoria del concilio tridentino 


non imputato, restando però nei battezzati la concupiscenza 
per esercizio che non può nocere a chi non li consente; la 
qual chiamata dall’Apostolo peccato, la sinodo dechiara non 
esser vero e proprio peccato, ma esser cosi detta, perchè è 
nata da peccato e inclina a quello. Che la sinodo non ha 
intenzione di comprender nel decreto la beata Vergine, ma 
doversi osservare le constituzioni di Sisto IV, le quali rinnova. 

Il decreto della reformazione contiene due parti: una in 
materia delle lezioni, l’altra delle prediche. Quanto alle lezioni, 
fu statuito che nelle chiese dove è assegnato stipendio per 
legger teologia, il vescovo operi che dallo stipendiato mede¬ 
simo, essendo idoneo, sia letta la divina Scrittura; e non 
essendo, questo carico sia esercitato da un sustituto deputato 
dal vescovo stesso; ma per l’avvenire il beneficio non si dia 
se non a persona sufficiente per quel carico. Che nelle catte¬ 
drali di città populata e nelle collegiate di castello insigne, 
dove non è assegnato alcun stipendio per tal effetto, sia ap¬ 
plicata la prima prebenda vacante, o qualche semplice bene¬ 
ficio, o una contribuzione di tutti li benificiati per instituir la 
lezione. Nelle chiese povere sia almeno un maestro che insegni 
la grammatica e goda i frutti di qualche beneficio semplice, 
o li sia assegnata mercede della mensa capituiare o episcopale, 
o dal vescovo sia trovato qualche altro modo, si che ciò sia 
effettuato. Nelli monasteri de’ monaci, dove si potrà, vi sia 
lezione della Scrittura; nel che se li abbati saranno negligenti, 
siano costretti dal vescovo come delegato pontificio. Nelli 
conventi degli altri regolari siano deputati maestri degni a 
questo effetto. Nelli studi pubblici, dove non è instituita lezione 
della Scrittura, s’instituisca dalla pietà e carità dei prencipi 
e repubbliche; e dove è instituita e negletta, si restituisca. 
Nessun possi esercitar quest’ufficio di lettore o in pubblico o 
in privato, se non è approvato dal vescovo come idoneo di 
vita, costumi e scienza, eccetto quelli che leggono ne’ chiostri 
de monaci. Alli lettori pubblici della Scrittura e alli scolari 
siano conservati li privilegi concessi dalla legge di goder i 
frutti delli benefici loro in assenza. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


295 


Quanto alle predicazioni, contiene il decreto che li vescovi 
e prelati siano tenuti, non essendo impediti, predicar l’Evan¬ 
gelio con la bocca propria; e impediti, siano ubbligati sustituir 
persone idonee. Che li curati inferiori debbino insegnar le 
cose necessarie alla salute, o di propria bocca o per opera 
d’altri, almeno le dominiche e feste solenni; al che fare siano 
costretti dalli vescovi, non ostante qualonque esenzione. E 
allo stesso siano costretti dalli metropolitani, come delegati 
dal papa, li curati delle parrocchiali soggette alli monasteri 
che non sono in diocesi alcuna, se il prelato regolar sarà 
negligente a farlo. Che li regolari non predichino senza l’ap- 
probazione della vita, costumi e scienza dalli superiori loro; 
e nelle chiese del loro ordine, inanzi che principiar la pre¬ 
dicazione, debbino dimandar personalmente la benedizione al 
vescovo; ma nelle altre non predichino senza la licenza epi¬ 
scopale, la qual sia concessa senza pagamento. Se il predicator 
seminerà errori o scandoli, il vescovo li proibisca il predicare; 
e se predicherà eresie, proceda contra lui come la legge ordina 
e secondo la consuetudine; e se il predicator fosse privilegiato, 
lo faccia come delegato, avendo però cura che li predicatori 
non siano molestati per false imputazioni e calunnie, e non 
abbiano giusta occasione di dolersi di loro. Non perinettino 
che, sotto pretesto di privilegi, né regolari che vivono fuori 
del chiostro, né preti secolari, se non conosciuti e approvati 
da loro, predichino, sinché non sia di ciò dato conto al pon¬ 
tefice. Li questori non possino né predicare essi né far pre¬ 
dicare; e contraffacendo, non ostanti privilegi, siano costretti 
dal vescovo ad ubidire. In fine fu assegnato il termine della 
seguente sessione al di 29 luglio. 

Prononciati li decreti dal vescovo celebrante, il secretario 
del concilio lesse le lettere del re di Francia, in quali deputava 
ambasciatore al concilio Pietro Danesio; ed egli fece una longa 
e faconda orazione alli padri, nella quale disse in sostanza: 
che il regno di Francia da Clodoveo, primo re cristianissimo, 
ha conservato la religione cristiana sempre sincerissima; che 
san Gregorio I diede titolo di cattolico a Childeberto in 



296 


l’istoria del concilio tridentino 


testimonio dell’incorrotta religione; che li re mai hanno per¬ 
messo in nessuna parte di Francia setta alcuna né altri che 
cattolici, anzi hanno procurato la conversione degli esteri e 
idolatri ed eretici, e con pie arme costrettili a professare la 
vera e sana religione. Narrò come Childeberto con guerra con¬ 
strinse li visigoti ariani a congiongersi con la chiesa cattolica, 
e Carlo Magno fece trenta anni di guerra con li sassoni per 
ridurli alla religion cristiana. Passò poi a dire li favori fatti alla 
chiesa romana; raccontò le imprese di Pipino e Carlo Magno 
contro longobardi, e come a questo da Adriano nella sinodo 
de’ vescovi fu concesso di crear il papa e di approvar li 
vescovi del dominio suo, e investirli dopo ricevuto da loro 
il giuramento di fideltà, soggiongendo che se ben Lodovico 
Pio suo figliuolo cesse a quell’autorità di crear il papa, riservò 
nondimeno che li fossero mandati legati per conservar l’ami¬ 
cizia, la qual sempre continuò coltivata con scambievoli uffici. 
Per la qual confidenza li romani pontefici nelli tempi difficili, 
o scacciati dalla loro sede, o temendo sedizione, si sono ritirati 
in quel regno. Non potersi narrar quanti pericoli li francesi 
hanno corso, e le eccessive profusioni di denari e sangue per 
dilatar li confini dell’ imperio cristiano, o per ricuperar le cose 
occupate da’ barbari, o per restituir li pontefici, o liberarli 
dai pericoli. Soggionse che, da questi avendo origine, Fran¬ 
cesco re colla medesma pietà nel principio del suo regno, 
dopo la vittoria di Lombardia, andò a trovar Leon X a Bo¬ 
logna per fermar con lui concordia, la qual ha continuato 
con Adriano, Clemente e con Paulo; e in questi ventisei anni, 
essendo le cose della fede ridotte in grand’ambiguità in diverse 
regioni, con molta accuratezza ha operato che non s’innovasse 
cosa alcuna nell’uso comune ecclesiastico, ma tutto fosse riser¬ 
vato alli giudici pubblici della Chiesa. E quantonque sia di 
natura clemente, piacevole e aborrente da sangue, ha usato 
severità e proposti gravi editti; ha operato, con la sua dili¬ 
genza e vigilanza de’ suoi giudici, che in tanta tempesta, che 
ha sovvertito molte città e nazioni intiere, fosse conservato 
alla Chiesa quel nobilissimo regno quieto, nel quale restano 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


297 


la dottrina, riti, ceremonie e costumi vecchi. Laonde poteva 
il concilio ordinare quello che giudicava vero e utile alla 
repubblica cristiana. Disse di più aver il re conosciuto quanto 
sia proficuo alla cristianità aver per capo il vescovo romano: 
onde, ancorché tentato e invitato con utilissimi partiti a se¬ 
guitar l’esempio d’un altro, non ha voluto partirsi dal suo 
parere, e perciò ha perduto l’amicizia de’ suoi confinanti, con 
qualche danno. Che subito intesa la convocazione di concilio, 
inviò alcuni delli suoi vescovi, e dopo che vidde farsi da 
dovero ed esser stabilita l’autorità con più sessioni, ha voluto 
mandar esso oratore per assisterli, procurando da loro che 
statuiscano una volta e pubblicamente propongano la dottrina 
che tutti li cristiani debbino professare in ogni luoco, e che 
indirizzino la disciplina ecclesiastica alla norma dei sacri ca¬ 
noni, promettendo che il cristianissimo re farà osservar il tutto 
nel suo imperio, e averà patrocinio e difesa dei decreti del 
concilio. Aggionse poi che, essendo cosi grandi li meriti dei 
re di Francia, li siano conservati li privilegi concessi dalli 
antichi Padri e dalli sommi pontefici, de’ quali fu in posses¬ 
sione Lodovico Pio e tutti gli altri re di Francia seguenti, 
e che siano confermate alle chiese di Francia, de quali egli 
è tutore, le sue ragioni, privilegi e immunità: il che se il 
concilio farà, tutti li francesi lo ringraziaranno, e li padri 
non si pentiranno d’averlo fatto. 

Fu per nome della sinodo risposto da Ercole Severolo, 
procurator del concilio, con brevi parole, ringraziando il re, 
mostrando che la presenza dell’ambasciatore li fosse gratissima, 
promettendo d’attender con ogni studio allo stabilimento della 
fede e alla riforma de’ costumi, e offerendo ogni favore al 
regno e alla chiesa gallicana. 

Ma li decreti della sessione, usciti in stampa e andati in 
Germania, diedero materia di parlare. Dicevasi che superflua¬ 
mente si era trattato dell’impietà pelagiana, già più di mille 
anni dannata da tanti concili e dal comune consenso della 
Chiesa; e pur quando l’antica dottrina fosse confermata, po¬ 
tersi tollerare aversi ben, conforme a quella, proposta la vera 



298 


l’istoria del concilio tridentino 


universale (dicendo il peccato di Adamo esser passato in tutta 
la posterità), ma poi quella destrutta con l’eccezione. Né gio¬ 
vare il dire che l’eccezione non sia assertiva ma ambigua; 
perché, si come una particolare rende falsa l’universale con- 
tradittoria, cosi la particolare ambigua rende incerta l’univer¬ 
sale. E chi non vede che, stante quella eccezione, eziandio 
con ambiguità, ognuno può concludere: « Adonque non è certo 
che il peccato sia passato in tutta la posterità, perché non è 
certo che sia passato nella Vergine; e massime che la ragione, 
con quale si persuade quella eccezione, può persuaderne molte 
altre » ? Ben esser stato concluso da san Bernardo che la stessa 
ragione, che induce a celebrar la Concezione della Vergine, 
concluderà che sia celebrata quella del padre e madre di quella, 
e delli avi e proavi e di tutta la genealogia, e cosi andar in 
infinito, dice Bernardo: ma non vi si anderebbe, perché, gionti 
ad Abramo, vi sarebbe gran ragione di assentarlo solo dal 
peccato originale. Egli è quello a cui è fatta la promessa del 
Redentore; Cristo è detto sempre seme di Abramo; egli è chia¬ 
mato padre di Cristo e di tutti li credenti, esemplare delli 
fedeli: tutte dignità molto maggiori che il portar Cristo nel 
ventre, secondo la divina risposta, che la Vergine fu più beata 
per aver udita la parola di Dio che per aver lattato e par¬ 
torito. E chi per prerogativa non si lascierà consegnare ad 
eccettuare Abramo, e aver per soda l’antica ragione che Cristo 
è senza peccato per esser nato de Spirito Santo senza seme 
virile, dirà che era meglio seguir il consegiio del Savio, e 
contenersi tra li termini posti dai Padri. Aggiongevano che 
grand’obbligo doveva il mondo portare al concilio, che si 
sia contentato dire che confessa e sente restar nei battezzati 
la concupiscenza, ché altrimente sarebbono costretti gli uomini 
a negar di sentire in loro quello che sentono. 

Nel decreto della riforma s’aspettava che fosse provveduto 
alli scolastici e alli canonisti: a questi, che danno le divine 
proprietà al papa sino a chiamarlo Dio, darli infallibilità e 
far l’istesso tribunale di ambidua, con dir anco che sia piu 
clemente di Cristo; alli scolastici, che hanno fatto fondamento 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


299 


della dottrina cristiana la filosofia d'Aristoteie, tralasciata la 
Scrittura, e posto tutto in dubbio, sino al metter questione se 
ci sia Dio, e disputarlo da ambe le parti. Pareva cosa strana 
che si fosse stato sino a quel tempo a sapere che l’ufficio dei 
vescovi era predicare, che non s’avesse trattato di levar l’abuso 
di predicare vanità e ogn’altra cosa salvo che Cristo, che 
non fosse provveduto all’aperta mercanzia de’ predicatori sotto 
nome di lemosina. 

Alla corte dell’imperatore, andata notizia delli decreti fatti, 
fu ricevuto molto in male che della riforma si fosse trattato 
cose leggieri, anzi non richieste dalla Germania, e in materia 
di fede fossero le controversie per il decreto risvegliate; im¬ 
perocché, essendo già nelli colloqui quasi concordata la contro¬ 
versia del peccato originale, dal concilio, dove si aspettava 
composizione, era provenuto decreto contra le cose concordate. 
E per nome dell’imperatore fu scritto alli suoi in Trento che 
facessero ogn’opera acciò s’attendesse alla riformazione, e le 
cose di fede controverse si differissero all’andata dei prote¬ 
stanti, che Cesare era sicuro d’indurvi; o vero almeno sinché 
fossero gionti li prelati di Germania, che, fatta la dieta, si 
sarebbono incamminati. Ma di queste cose conciliari poco tempo 
si parlò, perché altri accidenti avvennero, che voltarono a sé 
gli occhi e la mente d’ognuno. 

Imperocché in Roma il Cardinal di Trento concluse a’ 26 giu¬ 
gno la lega tra il pontefice e Cesare contro li protestanti di 
Germania, alla quale era stato dato principio dal Cardinal 
Farnese l’anno innanzi in Vormes, come è stato detto, e 
dappoi s’era molte volte per mezzo d’altri ministri trattato. 
Le cause allegate e le condizioni furono, perché la Germania 
da molto tempo perseverava nell’eresie, per provveder a che 
si era congregato il concilio di Trento e già principiato; al 
quale ricusando li protestanti di sottomettersi, il pontefice e 
Cesare, per gloria di Dio e salute della Germania, convengono 
che Cesare si armi contra quelli che lo recusano, e li reduca 
all’obedienza della santa sede. Che per questo il pontefice 
metti in deposito in Venezia cento mila scudi, oltre li cento 


300 


l’istoria del concilio tridentino 


mila già depositati, che non siano spesi in altro; e oltre ciò 
mandi a proprie spese alla guerra dodici mila fanti italiani e 
cinquecento cavalli leggieri per sei mesi; conceda a Cesare 
per l’anno presente la metà delle rendite delle chiese di Spa¬ 
gna, e che possi alienare delle entrate dei monasteri di quei 
regni al valore di cinquecento mila scudi; che duranti li sei 
mesi l’imperatore non potesse accordare con li protestanti 
senza il pontefice, e di qualonque guadagni e acquisti il papa 
avesse certa porzione: e finito quel tempo, se la guerra fosse 
per continuare, si trattassero di novo le convenzioni che pa¬ 
ressero ad ambe le parti più opportune; e che fosse servato 
luogo ad altri di poter entrare in quella lega, participando 
alle spese e agli acquisti. Fu anco un capitolo a parte, qual 
si tenne più secreto, toccando il re di Francia: che se durante 
quella guerra alcun prencipe cristiano avesse mosso arme 
contra l’imperatore, il papa fosse ubbligato perseguitarlo con 
le arme spirituali e temporali. 

Pochi di dopo scrisse il pontefice alli svizzeri invitandoli 
ad aiutarlo, avendo prima con ampiezza di parole mostrata 
la benevolenzia sua verso loro, e il dolore che sentiva perché 
alcuni di essi si erano alienati dalla sua obedienza. E ringra¬ 
ziato Dio di quelli che persevereranno, e lodati tutti che in 
questa differenza di religione stassero tra loro in pace, essendo 
per questa causa altrove vari tumulti, soggionse che per rime¬ 
diar a quelli aveva ordinato il concilio in Trento, sperando 
che nessun dovesse ricusar di sottomettersegli: laonde teneva 
per certo che quelli di loro che sino a quell’ora persevera¬ 
vano nell'obedienza apostolica, obediranno al concilio, e li 
altri non lo sprezzeranno. L’invitava anco a venirci, dolendosi 
che in Germania molti, che si chiamano principi, superbamente 
sprezzassero e vituperassero il concilio, la cui autorità è più 
divina che umana; il che aveva posto lui in necessità di pensar 
alla forza e arme: ed essendo occorso che Cesare ha fatto 
l’istessa resoluzione, è stato necessitato di congiongersi con 
lui e aiutarlo, col suo potere e della chiesa romana, a restituir 
la religione con le arme. Il qual suo conseglio e mente aveva 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


301 


voluto loro significare, acciò congiongessero seco i loro voti, 
e rendessero alla chiesa romana il pristino onore, e li som¬ 
ministrassero aiuti in una causa tanto pia. 

Ma Cesare mostrava di pigliar la guerra non per causa 
di religione, anzi per rispetti di stato, e perché alcuni li ne¬ 
gavano l’obedienza, macchinavano contra di lui con forestieri, 
e ricusando ubidire alle leggi usurpavano le possessioni d’altri, 
massime ecclesiastiche, procurando di far ereditari li vescovati 
e abbazie; ché avendo provato egli diverse vie di piacevolezza 
per ridurli, s’erano sempre fatti più insolenti. 

Li protestanti dall’altro canto procuravano far manifesto 
al mondo che tutto nasceva dalle instigazioni del pontefice 
e del concilio tridentino; raccordavano a Cesare li capitoli 
giurati da lui in Francfort quando fu creato imperatore, e 
protestavano dell’ ingiuria. Ma molti delli medesmi protestanti 
si tenevano dalla parte di Cesare, non potendo credere che 
vi fossero altri rispetti che di stato; e l’arcivescovo di Colonia, 
del quale si è detto di sopra che, se ben sentenziato e privato 
dal papa, nondimeno continuava nel suo governo e aveva 
l’ubedienzia de’ populi, seguiva la parte di Cesare, il quale 
lo riconosceva ancora per elettore e arcivescovo. Li scrisse ri¬ 
cercandolo che nessuno delli suoi sudditi militasse contra di 
lui; nel che anco l’arcivescovo si adoperò sinceramente. Il 
che vedendo l’elettor di Sassonia e il langravio, fecero un 
pubblico manifesto sotto i 15 di luglio, mostrando che quella 
guerra era presa per causa della religione, e che Cesare co¬ 
priva la sua mente con pretesto di vendicare la rebellione 
d’alcuni pochi, per separar li confederati l’uno dall’altro, e 
opprimerli tutti a poco a poco. Allegavano che Ferdinando 
e il Granvella e altri ministri di Cesare avevano attribuita 
questa guerra all'esser sprezzato il concilio; rammemoravano 
la sentenzia del pontefice contra l’elettor di Colonia; aggion- 
gevano che li prelati di Spagna non contribuirebbono tanti 
denari delle proprie entrate per altra causa. Mostravano che 
del rimanente non poteva Cesare pretender alcuna cosa contra 
di loro. 



302 


l’istoria del concilio tridentino 


Ma tra tanto che il pontefice e l’imperatore preparavano 
contra luterani altro che anatemi, il di seguente la sessione, 
18 giugno, si fece congregazione, dove, dopo la solita orazione 
e invocazione dello Spirito Santo, lesse il secretario una scrit¬ 
tura per nome delli legati, formata col parere delli teologi 
principali, in quale si proponeva che, avendo per inspirazione 
divina dannato le eresie concernenti il peccato originale, l’or¬ 
dine delle materie ricercava che fosse esaminata la dottrina 
delli moderni nel capo della grazia divina, la quale è la me¬ 
dicina del peccato, e tanto più conveniva a seguir quell’ordine, 
quanto l’istesso è seguito dalla confessione augustana, quale 
era scopo del concilio condannar tutta. Ed erano pregati 
li padri e li teologi di ricorrere all’aiuto divino con le ora¬ 
zioni, ed esser nelli studi assidui ed esatti, risolvendosi in 
quel capo tutti gli errori di Martino. Imperocché egli dal prin¬ 
cipio, avendo preso ad oppugnar le indulgenze, vidde di non 
poter ottener l’intento suo senza distruggere le opere di pe¬ 
nitenza, in defetto de quali le indulgenze succedono; e li parve 
buon mezzo per far questo quella sua non mai più udita giu¬ 
stificazione per la sola fede; dalla quale poi ha cavato non 
solo che le buone opere non sono necessarie, ma anco una 
dissoluta libertà dell’osservazione della legge di Dio e della 
Chiesa; ha negato l’efficienza nelli sacramenti e l’autorità delli 
sacerdoti, il purgatorio, il sacrificio della messa e tutti li altri 
rimedi per la remissione delli peccati. Onde per la via con¬ 
versa, volendo stabilire il corpo della dottrina cattolica, con¬ 
veniva distruggere quest’eresia della giustizia per la fede sola, 
condannar le biasteme di quell’inimico delle buone opere. 

Letta la scrittura, li prelati imperiali dissero quanto più 
era principale e importante il capo proposto, tanto dover esser 
con maturità e opportunamente trattato; che la missione del 
Cardinal Madruccio al pontefice mostrava che fosse gran ne¬ 
goziazione in piedi, la qual conveniva avvertir di non stur¬ 
bare, ma in questo mentre trattar alcuna cosa della riforma. 
I pontifici dall’altra parte inculcavano che non era dignità 
interromper l’ordine incominciato di trattar insieme in ogni 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


303 


sessione dogmi e riforma, e non potersi dopo il peccato ori¬ 
ginale trattar altra materia che la proposta. Li legati, uditi 
tutti li voti, conclusero che il discutere le materie e prepararle 
non era difinirle, ma bene senza la previa preparazione non 
potersi venir a determinazione; che non era se non bene 
avanzar il tempo e mettersi in ordine, per eseguir poi quello 
che a Roma fosse tra il pontefice e il cardinale per nome 
dell’imperatore risoluto; che il digerir quella materia non 
impediva il trattar la riforma, poiché in quella si occupereb- 
bono li teologi, in questa li padri e li canonisti. Con questa 
risoluzione fu concluso che fossero scelti dalli libri di Martino, 
dalli colloqui, dalle apologie e altri scritti de’ luterani e altri, 
li articoli per propor in discussione e censura: e furono de¬ 
putati tre padri e altrettanti teologi per metter insieme quello 
che fosse raccordato, e ordinare gli articoli. 

La congregazione seguente fu tenuta per dar ordine alle 
materie di riforma: dove disse il Cardinal del Monte, esser 
molti anni che il mondo si duole dell’assenza dei prelati e 
pastori, dimandando quotidianamente residenza; che di tutti 
li mali della Chiesa causa era l’assenza delli prelati ed altri 
curati dalle chiese loro; e potersi comparar la Chiesa ad una 
nave, la sommersione della quale s’attribuisce al nocchiero 
assente, il qual la governerebbe quando fosse presente. Con¬ 
siderò che le eresie, l’ignoranza e la dissoluzione nel populo, 
li mali costumi e vizi nel clero regnano perché, essendo li 
pastori assenti dal gregge, nessun ha curato d’instituir quelli 
e corregger questo. Dall’assenza dei prelati esser nato che 
sono stati assonti ministri ignoranti e indegni, e finalmente 
da questo anco esser introdotto l’abuso di promover al ve¬ 
scovato persone atte più ad ogni altro carico, perché non 
dovendolo amministrar in persona, vanamente si ricerca chi 
abbia attitudine per quello. Onde concludeva che il stabilir 
la residenza era un rimedio policresto per tutti li mali della 
Chiesa, altre volte adoperato anco da concili e pontefici, ma, 
o perché allora le transgressioni fossero poche, o per altra 
causa, non applicato con legature cosi ferme e strette, come 


304 


l’istoria del concilio tridentino 


è necessario far ora che il male è gionto al colmo, con pre¬ 
cetto più severo, con pene più gravi e più temute, e con piu 
facil modi di eseguire. 

Questo fu approvato dalli primi voti de’ prelati; ma quando 
toccò a parlare a Giacomo Cortesi fiorentino, vescovo di Veson, 
egli, lodato quello che dagli altri era detto, aggionse che 
siccome credeva la presenza dei prelati e curati per li tempi 
vecchi esser stata causa di mantener la purità della fede nel 
popolo e la disciplina nel clero, cosi poteva mostrar chiara¬ 
mente che la loro assenza nelli prossimamente passati non 
era causa della sovversione contraria, ed esser stato introdotto 
il costume di non reseder, perché il reseder era totalmente 
inutile. Che nelli prossimi tempi niente potevano far li vescovi 
per conservar la dottrina sana nel popolo, quando li frati e 
li questori hanno autorità di predicar contra il voler loro; 
sapersi che le innovazioni di Germania erano nate per le 
prediche di fra’ Giovanni Techel e di fra’ Martino Lutero; in 
svizzeri il male aver avuto origine per le prediche di fra’ 
Sansone da Milano; e niente averebbe potuto far un vescovo 
residente contra armati di privilegi, se non combatter e per¬ 
dere. Non poter un vescovo procurare vita onesta nel clero, 
poiché, oltre l’esenzione generale di tutti li regolari, ogni ca¬ 
pitolo ha l’esenzione sua, e pochi preti privati sono senza 
quest’arma. Che siano assonti ministri atti al carico, non lo 
può il vescovo per le licenze de promovendo , e per le facoltà 
che hanno li vescovi titolari, dalli quali non li è stato lasciato 
manco il ministerio delle pontificali. E si può in una parola 
dire che i vescovi non risedono perché non hanno che fare, 
anzi di più per non far nascere maggiori inconvenienti, come 
nati sarebbono per la concorrenza e contenzione con li pri¬ 
vilegiati. Concluse che siccome si giudicava necessaria la 
restituzione della residenzia, cosi si trattasse di restituir l’au¬ 
torità episcopale. Dalli vescovi che seguirono questo prelato 
nel parlare fu anco seguita l’istessa opinione, che fosse ne¬ 
cessario comandar la residenza e levare le esenzioni che la 
impedivano. E furono costretti li legati consentire che de am- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


305 


bedue fosse deliberato, che ciascun considerasse e dicesse il 
parere suo, e deputati padri che formassero il decreto per 
esser esaminato. 

Li deputati a raccogliere gli articoli della giustificazione, 
avendo ricevuto gli estratti delle proposizioni notate da cia¬ 
scuno per censurare, non erano intieramente concordi. Una 
parte di loro voleva che si scegliessero quattro o vero sei 
articoli fondamentali delia nova dottrina, e quelli si condan¬ 
nassero, come s’era fatto nella materia del peccato originale, 
adducendo che conveniva seguir il principiato stile e l’esempio 
delli antichi concili, che, dichiarato l’articolo principale e con¬ 
dannata l’eresia, non discesero mai alle particolar proposizioni, 
ma dannando li libri delli eretici, con quell’universale com¬ 
prendevano tutta la dottrina perniciosa: e cosi ricercar il 
decoro del concilio. Ma l’altra parte aveva mira a metter 
sotto censura tutte le proposizioni che potevano ricever sini¬ 
stro senso, con fine di condannare quelle che per ragione 
meritavano; dicendo che questo è l’ufficio del pastore, discer¬ 
nere intieramente le erbe salubri dalle nocive e proibir total¬ 
mente queste al loro gregge, poiché una minima trascurata 
e ricevuta per sana, essendo morbosa, può infettare tutto il 
gregge. E se si vuol seguire l’esempio de’ vecchi concili, 
doversi imitare l’efesino, che sopra la dottrina di Nestorio 
fece li tanti e cosi celebrati anatematismi, che comprendono 
tutto quello che dall’eretico fu detto; e li concili d’Africa 
contra li pelagiani, che descendono alla condanna di tutte le 
proposizioni di questa setta. 

La prima opinione senza dubbio proponeva modo più 
facile, e averebbe piaciuto a chi desiderava presto fine del 
concilio, e lasciava aperta qualche fissura alla concordia che 
il tempo futuro potesse portare. La seconda nondimeno fu 
abbracciata, con dire che era ben esaminar tutte le proposi¬ 
zioni della dottrina luterana, per censurare e dannare quello 
che dopo matura discussione fosse parso necessario e conde¬ 
cente. E furono formati venticinque articoli. 

I. La fede sola, escluse tutte le altre opere, basta alla 
salute e sola giustifica. 


Sarpi, Istoria dpl Concilio Tridentino - I. 


20 



3°6 


l’istoria del concilio tridentino 


II. La fede che giustifica è la fiducia per quale si crede 
li peccati esser rimessi per Cristo, e li giustificati sono tenuti 
a credere certamente che gli siano rimessi li peccati. 

III. Per la sola fede possiamo comparer inanzi a Dio, 
il qual né cura, né ha bisogno di opere. La sola fede fa 
puri e degni di ricever l’eucaristia, credendo di dover in 
quella recever la grazia. 

IV. Gli uomini che fanno cose oneste senza lo Spirito 
Santo, peccano, perché le fanno con cor empio, ed è peccato 
osservar li precetti di Dio senza fede. 

V. La ottima penitenzia è la vita nova, né è necessaria 
la penitenzia della vita passata. E la penitenzia delli peccati 
attuali non dispone a ricever la grazia. 

VI. Nessuna disposizione è necessaria alla giustificazione, 
né la fede giustifica perché disponga, ma perché è il mezzo 
o l’istromento con che s’apprende e si riceve la promessa e 
la grazia divina. 

VII. Il timor dell’inferno non giova per acquistar la giu¬ 
stizia, anzi nuoce ed è peccato, e fa li peccatori peggiori. 

Vili. La contrizione, che nasce dalla discussione, ram¬ 
memorazione e detestazione dei peccati, ponderando la gravità, 
moltitudine e bruttezza di quelli, o vero la perdita della bea¬ 
titudine eterna e l’acquisto della perpetua dannazione, fa 
l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore. 

IX. Li terrori, con quali sono spaventati li peccatori in¬ 
ternamente da Dio, o esternamente dalli predicatori, sono 
peccati, sin tanto che siano superati dalla fede. 

X. La dottrina delle disposizioni distrugge quella della 
fede, e leva la consolazione alle conscienze. 

XI. La sola fede è necessaria, le altre cose non sono né 
comandate né proibite, né vi è altro peccato se non la in¬ 
credulità. 

XII. Chi ha la fede, è libero dai precetti della legge, e 
non ha bisogno di opere per esser salvo, perché la fede dona 
tutto abbondantemente, e sola adempisce tutti li precetti, e 
nessun’opera del fedele è tanto cattiva che possi accusarlo o 
condannarlo. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


307 


XIII. Il battezzato non può perdere la sua salute per 
qualsivoglia peccato, salvo che quando non voglia credere; 
e nessun peccato separa dalla grazia di Dio, se non l’infe¬ 
deltà. 

XIV. La fede e le opere sono tra loro contrarie, e non 
si possono insegnar le opere senza iattura della fede. 

XV. Le opere esterne della seconda tavola sono ipocrisia. 

XVI. Li giustificati sono liberi da ogni colpa e pena, e 
non è necessaria satisfazione in questa vita né dopo la morte; 
e però non vi è purgatorio, né satisfazione che sia parte di 
penitenzia. 

XVII. Li giustificati, ancorché abbiano la grazia di Dio, 
non possono adempir la legge né schivar li peccati, né manco 
li soli mortali. 

XVIII. L’obedienzia alla legge nei giustificati è tenue e 
immonda per se stessa, non grata a Dio, ma accettata per 
la fede della persona reconciliata, quale crede che le reliquie 
delli peccati li sono condonate. 

XIX. In ogni opera buona il giusto pecca, e nessun’opera 
fa che non sia peccato veniale. 

XX. Tutte le opere degli uomini, eziandio santissimi, 
sono peccati. Le opere buone del giusto per misericordia di Dio 
sono veniali, ma secondo il rigor del divino giudicio sono 
mortali. 

XXL Se ben il giusto debbe dubitare che le opere sue 
siano peccati, debbe insieme esser certo che non sono imputati. 

XXII. La grazia e la giustizia altro non sono che la 
divina volontà; né li giustificati hanno alcuna giustizia ine¬ 
rente in loro, e li peccati non gli sono scancellati, ma sola¬ 
mente remessi e non imputati. 

XXIII. La giustizia nostra non è altro che la imputazione 
della giustizia di Cristo, e li giusti hanno di bisogno di una 
continua giustificazione e imputazione della giustizia di Cristo. 

XXIV. Tutti li giustificati sono ricevuti ad ugual grazia 
e gloria, e tutti li cristiani nella giustizia sono ugualmente 
grandi come la Madre di Dio, e ugualmente santi come lei. 



3°8 


l’istoria del concilio tridentino 


XXV. Le opere del giustificato non sono meriti delia 
beatitudine, né si può porre alcuna fiducia in loro, ma nella 
sola misericordia di Dio. 

Dati fuori gli articoli, non fu cosi facile ordinar il modo 
di trattare nelle congregazioni, come mentre si disputò del 
peccato originale, perché in quella materia trovarono gli arti¬ 
coli già trattati dalli scrittori scolastici; ma l’opinione di Lu¬ 
tero della fede giustificante, che sia fiducia e certa persuasione 
della promessa divina, con le consequenze che da quella se¬ 
guono della distinzione tra la Legge e l’Evangelio, e della 
qualità delle opere dependenti dall’una e dall’altra, non fu 
da alcun scrittor scolastico immaginata; per il che nemmeno 
confutata o disputata; onde li teologi avevano da travagliar 
assai, prima per intender il senso delle proposizioni luterane 
e la differenza loro dalle determinate nelle scole, e poi le 
ragioni con che distinguerle. Certo è che nel principio alcuni 
di loro, e li padri per la maggior parte, credevano che, negando 
li protestanti il libero arbitrio, tenessero opinione che l’uomo 
nelle azioni esterne fosse come una pietra; e quando attribui¬ 
scono la giustizia alla fede sola, negando concorrervi le opere, 
tenessero per giusto l’uomo il qual crede solamente l’istoria 
dell’Evangelio, del resto operando quanto si voglia perversa¬ 
mente; ed altre tali assurdità, quanto aliene dal senso comune, 
tanto più difficili da confutare, come avviene a tutte le opi¬ 
nioni contrarie alla manifesta apparenza e alla persuasione 
ricevuta dall’universale. 

Fra li teologi, che sin allora erano cresciuti al numero 
di quarantacinque, la maggior parte era molto tenace nelle 
opinioni ricevute generalmente dalle scole; e dove li scolastici 
erano concordi, impazienti di sentir a parlar in contrario; 
dove le sette scolastiche non convengono, si formalizzavano 
assai in defesa della propria; e più degli altri li dominicani, 
soliti a gloriarsi che per trecento anni la Chiesa per loro 
opera aveva superate le eresie. Non mancavano con tutto ciò 
alcuni d’ingegno destro, atti a suspender il giudicio sinché 
le ragioni fossero pesate. In questo numero era fra’ Ambrosio 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


309 


Catarino senese, dominicano, che poi fu creato vescovo di 
Minori; un franciscano spagnolo, Andrea de Vega; un car¬ 
melitano, Antonio Marinari. Li eremitani, per esser di quel¬ 
l’ordine donde Martino Lutero usci, affettavano di mostrarsi 
più contrari a lui di tutti gli altri, e principalmente il generale 
Gerolamo Seripando. 

Nell’esaminar gli articoli, li primi de’ teologi, per facilitar 
r intelligenza delli tre primi, si diedero a ricercar qual è quella 
fede che giustifica, e quali opere escluda, distinguendole in 
tre sorti : precedenti la divina grazia, de quali parlano li sette 
seguenti sino al dieci; concorrenti nel momento stesso con 
l’infusione di quella; e susseguenti dopo la grazia ricevuta, 
de quali sono gli altri undici. Che la fede giustifichi convenne 
presupporlo per indubitato, come da san Paulo detto e repli¬ 
cato. Per risolvere qual fosse quella fede, e in che modo ren¬ 
desse l’uomo giusto, furono le openioni nel bel principio dif¬ 
ferenti : imperocché attribuendo la Scrittura molte virtù alla 
fede, che alcuni non sapevano applicare ad una sola, ebbero 
la voce per equivoca e la distinsero in molte significazioni, 
dicendo che ora è presa per la obbligazione a mantener le 
promesse, nel qual senso san Paulo dice che l’incredulità 
degli ebrei non rese vana la fede di Dio; alle volte per la 
virtù di far miracoli, come quando disse: « Se averò tanta 
fede che possi transportar li monti ». Ancora è presa per la 
conscienzia, nel qual senso disse: « L’opera che alla fede non 
si conforma, è peccato »; altre volte per una fiducia e con¬ 
fidenza in Dio che la Maestà sua mantenirà le promesse. 
Cosi san Giacomo volle che l’orazione sia fatta in fede senza 
dubitare. Finalmente per una persuasione e assenso fermo, 
non però evidente, alle cose da Dio rivelate. Alcuni aggion- 
gevano altre significazioni : chi al numero di nove, chi fino 
quindici. 

Ma fra’ Dominico Soto, opponendosi a tutti, diceva che 
ciò è un lacerar la fede e dar vittoria a luterani, e che non 
vi erano se non due significazioni: Luna la verità e realtà di 
chi asserisce o promette, l’altra l’assenso in chi l’ascolta; e 



310 l’istoria del concilio tridentino 

la prima esser in Dio, la seconda esser sola la nostra; e ili 
questa intendersi tutti li luochi della Scrittura che della fede 
nostra parlano. E il pigliar la voce « fede » per una fiducia e 
confidenza esser modo non solo improprio ma abusivo, né 
mai ricevuto da san Paulo: esser la fiducia niente o poco dif¬ 
ferente dalla speranza; e però doversi aver per indubitato 
errore anzi eresia quella di Lutero, la fede giustificante esser 
una fiducia e certezza nella mente del cristiano che gli siano 
rimessi li peccati per Cristo. Aggiongeva il Soto, ed era se¬ 
guito dalla maggior parte, che quella tal fiducia non poteva 
giustificare, per esser una temerità e peccato, non potendo 
l’uomo senza prosonzione tener per fermo d’esser in grazia, 
ma dovendone sempre dubitare. Per l’altra parte teneva il 
Catarino, con assai buon séguito, che la giustificazione da 
quella fiducia non proveniva; che il giusto nondimeno poteva, 
anzi doveva tener per fede di esser in grazia. Lina terza opi¬ 
nione portò in campo Andrea Vega: che non fosse temerità 
né meno fede certa, ma si poteva aver una persuasione con¬ 
getturale senza peccato. E questa controversia non si poteva 
tralasciare, perché sopra ciò versava il punto di censurare l’ar¬ 
ticolo secondo: per il che prima leggiermente discussa, poi 
rescaldatesi le parti, divise e tenne in disputa tutto il concilio 
longamente, per le ragioni e cause che si narreranno. Ma es¬ 
sendo tutti concordi che la fede giustificante è l’assenso a 
tutte le cose da Dio revelate o dalla Chiesa determinate per 
essere credute, la qual ora essendo insieme con la carità, ora 
rimanendo senza lei, la distinsero in due sorti: una, che si 
ritrova nelli peccatori, la qual chiamano le scole fede informe, 
solitaria, oziosa o vero morta; l’altra, che è nelli soli buoni, 
operante per carità, e perciò chiamata formata, efficace e viva. 
E qui un’altra controversia fu, volendo alcuni che la fede, 
a cui ascrivono le Scritture la salute, la giustizia e la santi¬ 
ficazione, fosse la sola viva (come anco fu tenuto dalli cattolici 
di Germania nelli colloqui), e includesse in sé la cognizione 
delle cose rivelate, le preparazioni della volontà, la carità 
nella qual s’include tutto l’adempimento della legge; e in 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 3 I I 

questo senso non potersi dire che la sola fede giustifica, perché 
non è sola, poiché è informata dalla carità. Tra questi il 
Marinaro non lodava il dire: « la fede è informata dalla ca¬ 
rità », perché da san Paulo non è usato tal modo di dire; 
ma solo « la fede opera per la carità». 

Altri intendevano che la fede giustificante fosse la fede 
in genere, senza descender a viva o morta, perché l’una e 
l’altra giustifica in diversi modi: o compitamente, e questa 
è la viva; o vero come principio e fondamento, e questa è 
la fede istorica; e di questa parlare sempre san Paulo, quando 
gli attribuisce la giustizia, non altrimenti che come si dice 
che nell’alfabeto è tutta la filosofia, cioè come in una base; 
che è quasi niente, restando il molto, cioè riporvi sopra la 
statua. Era sostenuta questa seconda opinione dalli dominicani 
e franciscani insieme; l’altra era difesa dal Marinaro con altri 
aderenti. Non però fu toccato il ponto dove versa il cardine 
della difficoltà, cioè se l’uomo prima è giusto e poi opera le 
cose giuste, o vero operandole diviene giusto. In un parere 
erano tutti concordi, cioè il dire: « la fede sola giustifica », 
essere proposizione di molti sensi tutti assurdi; imperocché 
Dio anco giustifica, e li sacramenti giustificano, nel genere di 
causa a sé conveniente; onde la proposizione patisce quella 
e altre eccezioni. Cosi la preparazione dell’anima a ricever 
la grazia è essa ancora causa nel suo genere, onde la fede 
non può escludere quella sorte di opere. Però quanto s’aspetta 
agli articoli che parlano delle opere precedenti la grazia, che 
Lutero dannò tutte di peccato, li teologi più in forma d’in¬ 
vettiva che in altra maniera li censurarono per eretici tutti, 
dannando parimente di eresia la sentenzia presa in generale, 
che tutte le opere umane senza la fede sono peccati; avendo 
per cosa chiara esservi molte azioni umane indifferenti, né 
buone né cattive, ed essendo anco altre che, quantonque non 
siano grate a Dio, sono però moralmente buone: e queste 
sono le opere oneste degl’infedeli e cristiani peccatori, le 
quali è repugnanza grandissima chiamar insieme oneste e 
peccati, massime che in questo numero sono incluse le opere 
eroiche tanto lodate dall’antichità. 



312 


l’istoria del concilio tridentino 


Ma il Catarino sostenne che senza aiuto speciale di Dio 
l’uomo non può far alcun’opera, quale si possi chiamar vera¬ 
mente buona, eziandio moralmente; ma solo peccato. Per il 
che tutte le opere degl’infedeli, che da Dio non sono eccitati 
a venir alla fede, e tutte quelle de’ fedeli, peccatori inanzi che 
Dio gli ecciti alla conversione, se ben paressero agli uomini 
oneste, anzi eroiche, sono veri peccati; che chi le loda, le 
considera in genere e nella esterna apparenza; ma chi esa¬ 
minerà le circostanze di ciascuna, vi troverà la perversità. 
E quanto a questo non era da condannar Lutero, ma si ben 
dovevano esser censurati li articoli, in quanto parlano delle 
opere seguenti la grazia preveniente, che sono preparazione 
alla giustificazione, quali sono l’abominazione del peccato, il 
timor dell’inferno e li altri terrori della conscienzia. Per con¬ 
firmar la sentenzia sua portava la dottrina di san Tomaso, 
che per far un’opera buona è necessario il concorso di tutte 
le circonstanze, e per farla cattiva basta il mancamento di una 
sola; onde, se ben considerate le opere in genere, alcune 
sono indifferenti: in individuo però non vi è mezzo tra l’aver 
tutte le circonstanze o mancar di alcuna: per il che ciascuna 
particolar azione o vero è buona o vero è cattiva, né la in¬ 
differente si ritrova. E perché tra le circonstanze uno è il 
fine, tutte le opere riferite a fine cattivo restano infette; ma 
li infedeli riferiscono tutto quello che fanno nel fine della 
loro setta, che è cattivo: per il che, se ben paiono eroiche 
a chi non vede l’intenzione, sono nondimeno peccati; né es¬ 
servi differenza che la relazione al fine cattivo sia attuale o 
abituale, poiché anco il giusto merita, se ben non riferisce 
l’opera sua attualmente a Dio, ma solo abitualmente. Diceva 
di più, portando l’autorità di sant’Agostino, che è peccato 
non solamente riferir al mal fine, ma anco il solo non riferir 
al buono dove si doverebbe; e perché defendeva che senza 
special aiuto di Dio preveniente l’uomo non può riferir in Dio 
cosa alcuna, concludeva che non vi potesse esser opera buona 
morale inanzi. Allegava perciò molti luochi di sant’Agostino, 
mostrando che fu di questa opinione; allegava ancora luochi 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


313 


di sant'Ambrosio, di san Prospero, di sant'Anselmo e d’altri 
Padri; adduceva Gregorio d’Arimini e il Cardinal roffense, 
che nel libro suo contra Lutero senti apertamente l’istesso. 
Diceva esser meglio seguir li Padri che li scolastici contrari 
l’un all’altro, e che conveniva camminar col fondamento delle 
Scritture, dalle quali s’ha la vera teologia, e non per le arguzie 
della filosofia, per quali le scole hanno camminato; che esso 
ancora era stato di quella opinione, ma studiate le Scritture 
e li Padri, aveva trovato la verità. Si valeva del passo del¬ 
l’Evangelio: « L’arbore cattivo non può far frutti buoni », 
con l’amplificazione che soggionse nostro Signore, dicendo: 
« O vero fate l’arbore buono e li frutti buoni, o l’arbore 
cattivo e li frutti cattivi ». Si valeva sopra li argomenti con 
grande efficacia del luoco di san Paulo: «Che agl’infedeli 
nessuna cosa può esser monda, perché è macchiata la mente 
e conscienza loro ». 

Ouesta opinione era impugnata dal Soto con molta acri¬ 
monia, passando anche allo sgridarla per eretica, perché infe¬ 
riva che l’uomo non fosse in libertà di far bene e che non 
potesse conseguir il suo fine naturale: che era negar il libero 
arbitrio con li luterani. Sosteneva egli poter l’uomo con le 
forze della natura osservare ogni precetto della legge quanto 
alla sustanza dell’opera, se ben non quanto al fine; e questo 
tanto esser abbastanza per evitar il peccato. Diceva esser tre 
sorti d’opere umane: una, la transgressione della legge, che è 
peccato; l’altra, l’osservazione di essa per fine di carità, e 
questa esser meritoria e a Dio grata; la terza intermedia, 
quando la legge è ubidita quanto alla sustanza del precetto, 
e questa è opera buona, morale e nel suo genere perfetta, e 
che accomplisce la legge e fa ogni opera moralmente buona, 
cosi schivando ogni peccato. Moderava però quella tanta per¬ 
fezione della nostra natura con aggiongere che altro fosse 
guardarsi da qualonque peccato, che da tutti i peccati insieme; 
dicendo che può l’uomo da qualonque guardarsi, ma non da 
tutti, con l’esempio di chi avesse un vaso con tre forami che, 
avendo due mani sole, non può otturarli tutti, ma ben qualon¬ 
que di essi vorrà, restandone per necessità uno aperto. 



314 


l’istoria del concilio tridentino 


Questa dottrina ad alcuni delli padri non sodisfaceva; per¬ 
ché, quantonque demostrasse chiaro che tutte le opere non sono 
peccati, non salva però intieramente il libero arbitrio, seguendo 
per consequenza necessaria che non sarà libero al schifar tutti 
li peccati. Ma dando titolo di buone a queste opere, il Soto 
si vedeva angustiato a determinare se erano preparatorie alla 
giustificazione: li pareva il si, considerando la bontà di esse; 
li pareva di no, attendendo la dottrina di Agostino approvata 
da san Tomaso e dalli buoni teologi, che il primo principio 
della salute è dalla vocazione divina. Da queste angustie sfuggi 
con una distinzione: che erano preparatorie di lontanissimo, 
non di vicino; quasi che, dando una preparazione di lontano 
alle forze della natura, non si levi il primo principio alla 
grazia di Dio. 

Li franciscani non solo tal sorte di opere volevano che 
fossero buone e che preparassero alla giustificazione veramente 
e propriamente, ma ancora che fossero in un modo proprio 
meritorie appresso la Maestà divina; perché Scoto, autore della 
loro dottrina, inventò una sorte di merito, che attribuì alle 
opere fatte per forza della sola natura, dicendo che de congruo 
meritano la grazia per certa legge e infallibilmente, e che 
per sola virtù naturale l’uomo può aver un dolor del peccato, 
che sia disposizione e merito de congruo per scancellarlo; ap- 
probando un vulgato detto delli tempi suoi, che Dio non manca 
mai a chi fa quello dove le sue forze si estendono. Ed alcuni di 
quell’ordine, passando questi termini, aggiongevano che se Dio 
non dasse la grazia a chi fa quello che può secondo le sue 
forze, sarebbe ingiusto, iniquo, parziale e accettator di per¬ 
sone. Con molto stomaco e indignazione esclamavano che sa¬ 
rebbe grand’assurdità se Dio non facesse differenza da uno che 
vive naturalmente con onestà ad uno immerso in ogni vizio; 
e non ci sarebbe ragione perché dasse la grazia più ad uno che 
all’altro. Adducevano che san Tomaso anco fosse stato di que¬ 
sta opinione, e che altrimenti dicendo, si metteva l’uomo in 
desperazione e si faceva negligente a ben operare, e si dava 
alli perversi modo di scusar le loro male opere e attribuirle 
al mancamento dell’aiuto divino. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 


315 


Ma li dominicani confessavano che san Tomaso giovane 
ebbe quell’opinione, e vecchio la retrattò; la reprendevano, 
perché nel concilio di Oranges, detto arausicano, è determi¬ 
nato che nessuna sorte di merito preceda la grazia, e che a 
Dio si debbe dare il principio; che per quel merito congruo 
li luterani hanno fatto tante esclamazioni contra la Chiesa, ed 
era necessario abolirlo totalmente, si come non era mai stato 
udito nelli antichi tempi della Chiesa in tante controversie 
con pelagiani; che la Scrittura divina attribuisce la nostra 
conversione a Dio, dalla forma del parlar della quale non 
conveniva dipartirsi. 

Intorno le preparazioni, nella sostanza della dottrina, non 
vi fu differenza: tutti tenevano che dopo l’eccitamento divino 
sorge il timore e le altre considerazioni della malignità che 
è nel peccato. Censurarono per eretica l’opinione che fosse 
cosa cattiva perché Dio esorta il peccatore, anzi lo move a 
queste considerazioni; e non si debbe dire che Dio mova a 
peccato. E di più l’ufficio del predicatore non è altro se non 
con questi mezzi atterrir l’animo del peccatore; e perché tutti 
passano per questi mezzi dallo stato del peccato a quello della 
grazia, pareva gran maraviglia che non si potesse passar dal 
peccato alla giustizia se non per il mezzo d’un altro peccato. 
Con tutto ciò non potevano liberarsi dalla difficoltà in con¬ 
trario, perché tutte le opere buone possono star con la grazia; 
quel timore e le altre preparazioni non possono restar con 
quella, adonque sono cattive. Fra’ Antonio Marinaro era di 
parere che la differenza fosse verbale, e diceva che, si come 
passando da un gran freddo al caldo, si passa per un grado 
di freddo minore, il qual non è né caldo né freddo novo, ma 
l’istesso diminuito, cosi dal peccato alla giustizia si passa 
per li terrori e attrizioni, che non sono né opere buone né 
novi peccati, ma li peccati vecchi estenuati. Ma in questo, 
avendo tutti gli altri contrari, fu costretto ritrattarsi. 

Delle opere fatte in grazia non fu tra loro difficoltà, tutti 
affermando che sono perfette e meritorie della vita eterna, 
e che l’opinione di Lutero, che siano tutte peccati, è empia 



3 x 6 


l’istoria del concilio tridentino 


e sacrilega: avendo per biastema che la beata Vergine abbia 
commesso un minimo peccato veniale, come poi potrebbono 
l’orecchie sostenere d’udir che in ogni azione peccasse? Che 
doverebbe la terra e l’inferno aprirsi a tante biasteme. 

Nel capo dell’essenzia della divina grazia per censura delli 
articoli XXII e XXIII, fu comune considerazione che la voce 
« grazia » in prima significazione s’intenda una benevolenza o 
buona volontà, la quale, quando è in chi abbia potere, par¬ 
torisce di necessità anco un buon effetto, che è il dono o 
beneficio, quale esso ancora è chiamato grazia. Li protestanti 
aver pensato che la maestà divina, come che non potendo di 
più, ci faccia solo parte della sua benevolenza; ma la onni¬ 
potenza divina ricercava che ci aggiongesse il beneficio in 
effetto. E perché alcuno averebbe potuto dire che la sola 
buona volontà divina, che è Dio medesimo, non può aver 
cosa maggiore, e che anco l’averci donato il Figliuolo era un 
sommo beneficio, e che san Gioanni, volendo mostrar il gran¬ 
d’amore di Dio verso il mondo, non allegò altro che aver 
dato il Figlio unigenito, soggiongevano che questi sono bene¬ 
fici comuni a tutti, e che conveniva che ci facesse un presente 
proprio a ciascuno. E però li teologi hanno aggiorno una 
grazia abituale, donata a ciascun giusto la sua, la quale è 
una qualità spirituale creata da Dio e infusa nell’anima, per 
la quale vien fatta grata e accetta alla divina Maestà; della 
quale se ben non si trova espressa parola nelli Padri e meno 
nella Scrittura, nondimeno si deduce chiaramente dal verbo 
« giustificare», il quale essendo effettivo per necessità, significa 
« far giusto » con impressione di reai giustizia; la qual realtà 
non potendo esser sostanza, non può esser altro che qualità 
e abito. 

Ed in questa occasione fu trattato longainente contra li lu¬ 
terani, che non vogliono il verbo «giustificare» esser effettivo, 
ma giudiciale e declarativo, fondandosi sopra la voce ebrea 
tzadcik e sopra la greca Sixcuoùv che significano « prononciar 
giusto», e per molti luochi della Scrittura del novo e vecchio 
Testamento; che anco nella traduzione latina è usata in tal 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO V 3T7 

significazione, e se ne allegava sino quindici. Ma il Soto esclu¬ 
deva tutti quelli di san Paulo che parlano della nostra giu¬ 
stificazione, ed in quelli diceva non potersi intender se non 
in significazione effettiva. Di che nacque gran disputa tra lui 
e il Marinaro, al quale non piaceva che si fondasse in cosa 
cosi leggiera; ma diceva l’articolo della grazia abituale non 
poter ricever dubbio, come deciso nel concilio di Vienna e 
sentenzia comune di tutti i teologi ; e questo essere un far 
sodi fondamenti che non possono esser destrutti ; e non voler 
dir che san Paulo Ai romani , quando dice che Dio giustifica, 
non intenda in senso declarativo, contra il testo manifesto 
che mette un processo giudiciale, dicendo che nessun potrà 
accusare né condannar li eletti da Dio, essendo Dio che li 
giustifica; dove li verbi giudiciali « accusar » e « condannar » 
mostrano che il « giustificar » sia voce di fòro parimente. 

Ma li franciscani provavano la grazia abituale, perché la 
carità essa è un abito. E qui fu disputato acremente tra loro 
e li dominicani, se l’abito della grazia era l’istesso con quello 
della carità, come Scoto vuole, o pur distinto, come piacque 
a san Tomaso. E non cedendo alcuna delle parti, si passò 
a cercare se, oltra questa grazia o giustizia inerente, viene 
anco al giustificato imputata la giustizia di Cristo come se 
fosse propria sua; e questo per l’opinione di Alberto Pighio, 
il qual, confessando la inerente, aggionse che in quella non 
conviene confidarsi, ma nella giustizia di Cristo imputata, 
come se nostra fosse. Nessun metteva dubbio se Cristo avesse 
meritato per noi, ma alcuni biasmavano il vocabolo «impu¬ 
tare», e volevano che fosse abolito, non trovandosi usato dai 
Padri, quali si sono contentati delli nomi «comunicazione, 
participazione, diffusione, derivazione, applicazione, copula¬ 
zione, congiunzione». Altri dissero che, constando della cosa, 
non era da far forza sopra una voce, che ognuno vede signi¬ 
ficare precisamente l’istesso che le altre; la quale, se ben non 
da tutti e con frequenza, fu però alle volte usata: si portava 
l’Epistola centonove di san Bernardo per questo. E il Vega 
defendeva che veramente, quantonque il vocabolo non si trovi 



318 l'istoria del concilio tridentino 

nella Scrittura, nondimeno è proprissimo e latinissimo il dire 
che la giustizia di Cristo è « imputata » al genere umano in 
satisfazione e merito, e che continuatamente è anco imputata 
a tutti quelli che sono giustificati e satisfanno per li propri 
peccati ; ma non voleva che si potesse dire che è imputata 
come se fosse nostra. Al che essendo opposto che san Tomaso 
usa di dire che al battezzato è comunicata la passione di Cristo 

in remissione, come se esso l’avesse sostenuta e fosse morto, 

« 

sopra le parole di san Tomaso vi fu longa e gran contenzione. 
11 generai eremitano tenne opinione che nel sacramento del 
battesmo la giustizia di Cristo sia imputata per esser in tutto 
e per tutto comunicata; ma non nella penitenzia, dove ci bi¬ 
sognano anco le nostre sodisfazioni. Ma il Soto disse che la 
parola « imputazione » era popularissima e aveva molto del 
plausibile; perché in primo aspetto altro non significa, se non 
che tutto si debbe riconoscer da Cristo; ma che egli l’aveva 
sempre avuta per sospetta, attese le cattive consequenze che 
da quella li luterani cavano, cioè che questa sola sia suffi¬ 
ciente, e non facci bisogno de inerente, che li sacramenti non 
donano grazia, che insieme con la colpa si scancella ogni 
pena, che non resta luoco alla sodisfazione, che tutti sono 
uguali in grazia, giustizia e gloria: di onde deducono anco 
quella abominevole biastema che ogni giusto è uguale alla 
beata Vergine. Questo avvertimento mise tanto sospetto nelli 
audienti che si vidde manifesta una inclinazione a dannar 
quella voce come eretica, quantunque fossero replicate effica¬ 
cemente le ragioni in contrario. 

Le contenzioni tra teologi nascevano per certo dall’affetto 
immoderato verso la propria setta, ma vi si aggiongeva anco 
fomento da diversi per vari fini. Dall’imperiali, per costringere 
ad abbandonar la giustificazione; dalli cortegiani romani, per 
trovar modo di separar il concilio e fuggir la riforma immi¬ 
nente; e da altri, per liberarsi dalli disagi, che temevano 
maggiori per la carestia o per la guerra imminente, gionta la 
poca speranza di far frutto. 



CAPITOLO VI 

(luglio-agosto 1546). 


[Bolla di Paolo III, che indice un giubileo per la guerra contro i prote¬ 
stanti. — Malcontento di Carlo V, che vuole mascherare il fine reli¬ 
gioso della guerra col fine politico. — Bando imperiale contro l’elet¬ 
tore di Sassonia e il langravio d’Assia. — Timori di Carlo V per la 
politica papale e per uno scioglimento del concilio; sua insistenza 
perché questo si limiti a trattare di riforma. — Discesa delle milizie 
luterane nel Tirolo. — Turbamento del concilio e dei suoi lavori.— 
Arrivo delle truppe papali e imperiali dall' Italia. — Primi dissapori 
fra gli alleati. — Tattica temporeggiatrice dell’imperatore e poco 
accordo negli smalcaldici. — I lavori del concilio: ampia trattazione 
della giustificazione. — La certezza della grazia oppugnata dal Seri- 
pando, dal Vega, dal Soto, difesa dal Catarino e dal Marinari. — 
Trattazione del libero arbitrio (Marinari, Catarino, Luigi da Catania, 
Soto) e della predestinazione. — Il concilio decide di distinguere i 
decreti della dottrina dagli anatematismi o canoni. — Nella determi¬ 
nazione dei decreti opera io spirito conciliativo del legato cardinale 
Cervini. — Dispute sulla residenza e sugli impedimenti di essa. — 
Origine comune dei gradi ecclesiastici e dei benefici; come sorges¬ 
sero poi gli abusi di residenza.— La reazione luterana.— Accesa 
disputa se il dovere di residenza sia de iure divino o canonico. — 
Gli spagnoli propugnano il de iure divino. — Origine e sviluppo 
dell’autorità vescovile: danni causati ad essa ed alla residenza dalle 
esenzioni concesse a monasteri, capitoli, ecc. — I vescovi insistono per 
l’abolizione totale delle esenzioni, ma vengono solo parzialmente 
accontentati.] 

Ma mentre in Trento si fanno queste dispute, il ponte¬ 
fice in Roma a’ 15 di luglio pubblicò un giubileo, col quale 
levò la fatica alli principi di Germania d’investigar o persuader 
ad altri la vera causa della guerra, perché in quella bolla, 
avendo diffusamente esplicato il suo affetto e sollecitudine 
pastorale per la salute degli uomini, narrata la perdizione 



320 


l’istoria del concilio tridentino 


delle anime che continuamente seguiva per l’accrescimento 
delle eresie, che per estirparle era il concilio già incomin¬ 
ciato, si doleva sopra modo della pertinacia degli eretici che 
lo sprezzavano e ricusavano obedirlo e sottoporsi alla difini¬ 
zione di quello; al che per rimediare, egli aveva concluso lega 
con Cesare, per ridur con forza di arme gli eretici all’obe- 
dienza della Chiesa; e per tanto ognuno ricorresse a Dio con 
preghiere e digiuni, confessioni e comunioni, acciò la Maestà 
sua divina concedesse buon esito a quella guerra, presa a gloria 
sua, esaltazione della Chiesa e per estirpar l’eresie. 

Cesare, seguendo la deliberazione di ascondere la causa 
della religione, pubblicò sotto i 20 dello stesso mese un bando 
contra il sassone e il langravio, imputando loro d’aver impe¬ 
dito sempre i suoi disegni, non averlo mai ubidito, aver fatto 
congiure contra lui, mossa la guerra ad altri principi del¬ 
l’Imperio, aver occupato vescovadi e altre prefetture, privato 
molti delle loro facoltà, e tutte queste cose coperte con spe¬ 
cioso e dolce nome della religione, della pace e della libertà, 
avendo però ogn’altro fine. Per tanto come perfidi, rebelli, 
sediziosi, rei di lesa maestà, perturbatori della tranquillità pub¬ 
blica, li proscrive; comanda che nessun li dia aiuto e si con- 
gionga con loro; assolve la nobiltà e populo delli domini loro 
dal giuramento della fedeltà, includendo nel medesmo bando 
tutti quelli che persevereranno nella loro obedienza. 

Al pontefice fu molto molesta la causa della guerra che 
Cesare allegava; e a Cesare molto molesta l’allegata dal pon¬ 
tefice, perché ciascun di loro veniva ad impedir li fini del¬ 
l’altro. Imperocché, quantonque il papa pretendesse d’aver 
fatto questo manifesto, acciò fosse dal populo di tutto il cri- 
stianesmo implorato l’aiuto divino per favorir le armi del¬ 
l’imperatore, egli nondimeno e ogni persona di giudicio molto 
bene conobbero questo esser fatto per notificar a tutto il 
mondo e alla Germania che quella era guerra di religione; il 
che fu anco dalli imprudenti conosciuto poco dopo, perché 
fu pubblicata la lettera da lui scritta alli svizzeri, della quale 
s’è di sopra parlato, mandando copia delli capitoli medesmi 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


321 


del contrattato col Mandruccio. Il fine del pontefice in pub¬ 
blicar il contrario di quello che l’imperatore faceva, era per¬ 
ché ben voleva la depressione de’ protestanti, ma non con 
aumento delle cose di Cesare; e per implicarli con equilibrio, 
pensava di necessitar tutti li professori della nova religione 
ad unirsi contra lui. Certo è che l’azione del papa fu di qual¬ 
che impedimento alli disegni di Cesare; imperocché, avendo 
egli ricercato li medesmi svizzeri a continuare la lega che 
avevano con la casa d’Austria e Borgogna e non aiutare li 
suoi rebelli, li evangelici risposero voler essere prima certi 
che la guerra non fosse per causa di religione. Cosi avvenne 
che non ancora era principiata la guerra, e già erano gettati 
in campo semi di discordia tra quei prencipi novamente col¬ 
legati. 

Li potentati d’Italia restarono stupefatti, e desideravano 
nel papa la solita sua prudenza di tener la guerra lontana 
d’Italia e li principi oltramontani in equilibrio di forze; il 
quale in un ponto stesso aveva operato cosa contraria ad 
ambidue questi fini. Imperocché se l’imperatore avesse sog¬ 
giogata la Germania, restava l’Italia a sua discrezione, senza 
che Francia bastasse ad opporsi a tanta potenza; se anco l’im¬ 
peratore soccombeva, era manifesto l’ardore de’ tedeschi di 
passarsene in Italia. E forse queste ragioni passando per 
mente al papa, lo persuasero, conclusa la lega, ad assicurarsi, 
contrappesando la Germania con l’imperatore. 

Ma Cesare, oltre il disgusto ricevuto per il giubileo, entrò 
anco in sospetto che il papa, ottenuto il fine suo di mover 
guerra a’ protestanti, non procurasse la dissoluzione del con¬ 
cilio, sotto pretesto di differirlo dopo la guerra finita, e sotto 
colore di pericoli per le arme che protestanti preparavano in 
Svevia. Sapeva questa esser mira di tutta la corte, negoziata 
con lui per venticinque e più anni; sapeva la volontà dei 
vescovi congregati in Trento, eziandio delli suoi, esser incli¬ 
nata all’istesso, per li patimenti e disagi; temeva che se la 
separazione fosse seguita, li luterani se ne fossero valsi, con 
dire che fosse stato congregato a fine di trovar pretesto di far 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1. 


21 


322 


l’istoria del concilio tridentino 


loro la guerra: e li cattolici di Germania pensassero che, depo¬ 
sti li interessi della religione e della reforma, egli mirasse solo 
a soggiogar la Germania. Dubitò anco che, seguendosi a trattar 
le materie controverse (come già s’era fatto del peccato origi¬ 
nale, ed era avvisato che si divisava far della giustificazione], 
li potesse esser impedita qualche composizione che s’avesse 
potuto fare, dando speranza alle città che sarebbono udite le 
ragioni, per separarle dalli principi della lega. Vedeva chiaro 
esser necessario che il concilio restasse aperto, ma attendesse 
alla riforma solamente; ma difficile ottenerlo, se non avendo 
il papa congionto in questo. Però spedi in diligenza a certi¬ 
ficarlo che averebbe posto tutto lo spirito e le forze princi¬ 
palmente a far che Trento fosse sicuro; che non dubitasse, 
quantonque andasse fama de eserciti protestanti in Svevia; 
che era ben necessario mantener il concilio per ovviare alle 
detrazioni e calunnie che contra ambidua sarebbono dissemi¬ 
nate, se si dissolvesse; lo pregava efficacemente ad operare si 
che restasse aperto, e le cose controverse non fossero trattate, 
essendo sua ferma intenzione di constringere li suoi aderenti 
protestanti con l’autorità e li inimici con le armi ad interve¬ 
nirvi e sottoporsi. Ma tra tanto non bisognava metter im¬ 
pedimento a questo ottimo disegno, serrando loro la porta 
con decreti contrari fatti in assenza; che questo non poteva 
andar longo; sperava vederne il fine quella state; però si con¬ 
tentasse operare che si trattasse della riforma per allora; o se 
pur si trattasse della religione, si toccassero solo cose leg¬ 
gieri, e che difinite non offendessero li protestanti. Ordinò 
anco che l’istesso ufficio fosse fatto dall’ambasciator suo in 
Trento con li legati. E perché era informato che Santa Croce 
era inclinato alla dissoluzione in qualonque modo, commise 
all’ambasciatore che con lui facesse passata a dirli che, se egli 
avesse operato alcuna cosa contra la mente di Sua Maestà in 
questo, l’averebbe fatto gettar nell’Adice; il che fu anco fatto 
pubblico a tutti, e scritto dalli istorici di questo tempo. 

Il pontefice, se ben averebbe voluto vedersi libero dal 
concilio, e da tutta la corte fosse desiderato l’istesso, giudicò 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


3 2 3 


necessario compiacer Cesare in tenerlo aperto e non trattar le 
controversie; ma l’attender alla sola riforma non li potè pia¬ 
cere né a lui, né alli cortegiani. Però scrisse alli legati che 
non lasciassero dissolvere l’adunanza, che non facessero ses¬ 
sione sinché da lui non fosse ordinato, ma trattenessero li 
prelati e li teologi con fare congregazioni, e con quelle occu¬ 
pazioni ed esercizi che meglio fosse loro parso. Ma in Trento 
alli 25 fu solennemente pubblicato il giubileo in presenza 
delli legati e di tutto il concilio; e acciocché si potesse atten¬ 
der alli digiuni ed altre opere di penitenza secondo il prescritto 
della bolla, fu differita la sessione sino al tempo che fosse 
intimata, e le congregazioni intermesse per quindici giorni. 

In questo tempo medesimo s’accostò l’esercito de’ prote¬ 
stanti al Tirol per occupar li passi alle genti, che d’Italia 
dovevano passare all’aiuto dell’imperatore, e da Sebastiano 
Schertellino fu presa la Chiusa; per il che quel contato si 
pose tutto in arme per impedirli il progresso; e Francesco 
Castelalto, che era a guardia del concilio, andò esso ancora 
in Inspruc, e munita quella città per prevenir l’occupazione 
dei passi, si pose con la sua gente sette miglia di sopra; il 
che fece dubitare che la sede della guerra non dovesse ri¬ 
dursi in quel paese e disturbar intieramente il concilio. Li 
prelati, che desideravano pretesto per poter di là ritirarsi, 
magnificavano li pericoli e li disagi; al che non opponen¬ 
dosi li legati nel principio, diedero sospetto che la mente del 
pontefice fosse aliena dal proseguir il concilio. Partirono al¬ 
quanti prelati delli più timidi, e che non volontieri stavano in 
Trento; e maggior numero sarebbe partito, se il cardinale di 
Trento, tornato di fresco da Roma, non avesse attestato che 
il papa ne averebbe sentito dispiacere, e li timidi non fos¬ 
sero stati confortati da lui e dall’ambasciator cesareo con 
sicurarli, atteso il numero grande che d’Italia veniva, qual 
averebbe costretto li protestanti a partirsi; e s’anco la littera 
scritta dal papa alli legati, sopraggionta in questi moti, non 
li avesse fatti congiongere l’autorità loro e del papa agli uffici 
degli altri. 


324 


l’istoria del concilio tridentino 


Ma se ben riuscì vano il tentativo de’ protestanti, e le cose 
del Tirol restarono in sicuro, che da quel canto non rimase 
dubbio, nondimeno tutto Trento andò in confusione per il 
grande numero de soldati che continuamente d’Italia in Ger¬ 
mania passava; quale, secondo le convenzioni della lega, era 
in tutto al numero di dodici mila fanti e cinquecento cavalli, 
oltre duecento del duca di Toscana e cento del duca di Fer¬ 
rara. Erano condotti da tutti li famosi capitani d’Italia, sotto 
Ottavio Farnese, generai capitano, e Alessandro Farnese, Car¬ 
dinal legato, fratelli, ambi al pontefice nepoti di figlio; e 
seimila spagnuoli, soldati propri di Cesare, tratti di Napoli e 
Lombardia. E mentre durò il passaggio de soldati, che fu sino 
a mezzo agosto, se ben non s’intermessero affatto le pubbliche 
azioni conciliari, si fecero però meno frequenti e meno nume¬ 
rose. Ma acciò che li vescovi e teologi avessero trattenimento, 
il Cardinal Santa Croce teneva in casa propria riduzione de 
litterati, dove si parlava delle cose medesme, ma in modo fa¬ 
miliare e senza ceremonia. 

Pubblicarono in questo tempo li protestanti collegati con- 
tra Cesare una scrittura inviata alli loro sudditi, piena di 
maledicenze contra il pontefice romano, chiamandolo Anti¬ 
cristo, istromento di Satan, imputandolo che per li tempi pas¬ 
sati avesse mandato a taccar fuoco in diversi luochi di Sassonia, 
che ora fosse autore e istigatore della guerra, che avesse 
mandato in Germania per avvenenar li pozzi e acque sta¬ 
gnanti: avvertendo tutti a star diligenti per prender e punire 
quelli venèfici; la qual cosa però pochissimi riputavano veri¬ 
simile, ed era stimata una calunnia. 

Arrivata la gente del papa nel campo che si ritrovava in 
Landisuth, il dì 15 agosto, Cesare diede il collar del Tosone 
ad Ottavio suo genero, che gli aveva donato nella celebra¬ 
zione dell’assemblea di quell’ordine che tenne il dì di sant’An- 
drea, e vidde la mostra delle genti del pontefice, con molta 
approbazione e contento suo di aver il fiore della milizia ita¬ 
liana; e nondimeno li fini del pontefice e imperatore, diversi, 
producevano occasioni di disgusti. Voleva il Cardinal Farnese 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


325 


portare la croce inanzi come legato dell’esercito, e cosi aveva 
ordine dal pontefice di fare, pubblicando anco indulgenze, nel 
modo per li tempi passati solito farsi nelle crociate, dechia- 
rando che quella era guerra della chiesa cattolica; nessuna 
delle qual cose potè ottenere dall’imperatore, il quale aveva 
per fine mostrar tutto il contrario, per dar trattenimento alli 
principi luterani che seco erano, e acciò le città non si osti¬ 
nassero contra lui per quella causa. Il cardinale, vedendo non 
poter star nel campo in altra qualità con dignità del papa e 
sua, fermatosi in Ratisbona, fingendosi ammalato, aspettava 
risposta dall’avo, quale aveva del tutto avvisato. 

Poste da tutte due le parti le genti e le arme in punto, 
quantonque ambedue avessero grosso esercito e si constringes¬ 
sero l’un l’altro presentandosi anco la battaglia, ciascuno 
quando vedeva il vantaggio proprio, e occorressero all’uno o 
l’altro molte buone occasioni di acquistar qualche notabil vit¬ 
toria, nondimeno dal canto de’ protestanti non furono abbrac¬ 
ciate, per esser le genti comandate dall’elettor e dal langravio 
con pari autorità e governo negli eserciti, sempre di pessima 
riuscita; e Cesare ciò conoscendo, per restar superiore senza 
sangue, e per non dar a’ nemici occasione di regolar meglio 
le cose loro, aspettava che il tempo li mettesse in mano la 
certa vittoria, in luoco di quella che poteva sperare con altret¬ 
tanto dubbio, esponendosi alla fortuna d’una giornata; onde 
non fu fatto fazione di momento e conseguenza. 

Li legati in Trento, liberati dalla soldatesca, regolarono, 
secondo lo stile di prima, le congregazioni, ritornandole alli 
giorni ordinari. E pensando tra loro come andar portando il 
tempo inanzi secondo l’intenzione del papa, non trovarono 
altro modo se non con mostrare che l’importanza della ma¬ 
teria ricercava esatta discussione, e con allongare le dispute 
delli teologi, dando adito e aggregando nove materie: del che 
non era da temere mancamento di occasione, attesoché o 
per la connessione, o per intemperanzia d’ingegno, sempre li 
dottori passano facilmente d’un all’altro soggetto. Consegna¬ 
rono anco di fomentar le differenze e varietà di opinioni; 



326 


l’istoria del concilio tridentino 


cosa di facil riuscita, cosi per naturai inclinazione dell uomo 
di vincere nelle dispute, come perché nelle scole, massime 
de’ frati, la soverchia fermezza nell’opinione della propria 
setta è molto accostumata. Il Monte, come di natura ingenua, 
teneva il negozio per difficile, né si prometteva di poter ser¬ 
var constanza in cosi longa dissimulazione, de quale si vedeva 
bisogno. Ma Santa Croce, di natura melancolica e occulta, si 
offerì di pigliar in sé il carico di guidar il negozio. 

Adonque nella congregazione delli 20 agosto, parendo che 
sopra li venticinque articoli fosse tanto parlato che bastasse 
per formar li anatematismi, si propose di deputar padri a com¬ 
porli; e furono nominati tre vescovi e tre generali, e primo 
di tutti il Santa Croce. E fatta una modula de’ canoni, e pro¬ 
posta per discutere nelle congregazioni seguenti, ritornarono 
le medesime dispute per la certezza della grazia, delle opere 
morali de infedeli e peccatori, del merito de congruo , della 
imputazione, della distinzione della grazia e carità; e si parlò 
con maggior efficacia dalli interessati nelle opinioni, aiutando 
il cardinale li affetti con mostrare che le materie erano im¬ 
portanti, che era necessario ben discuterle, e che senza la 
risoluzione di quelle era impossibile far buona deliberazione. 
La sola controversia della certezza della grazia esercitò molti 
giorni li disputanti, e ostinò e divise in due parti non solo 
li teologi, ma anco li prelati. Non però fu resa la questione 
chiara per le dispute, anzi più oscurata. 

Nel principio, come al suo luogo detto abbiamo, una parte 
diceva che la certezza d’aver la grazia è prosonzione; l’altra 
che si può averla meritoriamente. Li fondamenti delli primi 
erano che san Tomaso, san Bonaventura e il comune de’ scola¬ 
stici cosi hanno sentito, causa perché la maggior parte de’ 
dominicani era nell’istessa opinione. Oltre l’autorità de’dot¬ 
tori, aggiongevano per ragioni: non aver Dio voluto che fosse 
l’uomo certo, acciò non si levasse in superbia ed estimazione 
di se medesmo, acciò non si preferisse agli altri, come fa¬ 
rebbe alli manifesti peccatori chi si conoscesse giusto; ancora, 
si renderebbe il cristiano sonnolente e trascurato e negligente 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


327 


all’operar bene. Per questi rispetti, dicevano, l’incertezza esser 
utile, oltreché meritoria, perché è una passione d'animo, che 
lo affligge: la qual sopportata, cede a merito. Adducevano 
anco luochi della Scrittura: di Salomone, che l’uomo non sa 
se sia degno d’odio o amore; della Sapienzia, che comanda 
non esser senza timore del peccato perdonato; di san Pietro, 
che s’attendi alla salute con timore e tremore; di san Paulo, 
che disse di se medesmo: « Quantonque la mia conscienzia non 
m’accusi, non però mi tengo giustificato». Queste ragioni e 
testimoni, insieme con molti luochi de’ Padri, erano portati e 
amplificati, massime dal Seripando, dal Vega e dal Soto. 

Ma il Catarino col Marinaro avevano altri luochi delli 
medesmi Padri in contrario; il che ben mostrava che in que¬ 
sto particolare avessero parlato per accidente, come le occa¬ 
sioni facevano più a proposito, or per sollevar li scrupolosi, 
or per reprimer l’audacia: però si ristringevano all’autorità 
della Scrittura. Dicevano che a quanti si legge nell’Evan¬ 
gelio Cristo aver rimessi li peccati, a tutti disse: « Confidati, 
che li peccati ti sono perdonati»; e sarebbe assordita che Cristo 
avesse voluto porger occasione di temerità e superbia; e se 
fosse utile o merito, che egli avesse voluto privar tutti di 
quello. Che la Scrittura ci obbliga a render a Dio grazie 
della nostra giustificazione, le quali non si possono render se 
non sappiamo d’averla ottenuta; e sarebbe inettissimo e udito 
come impertinente chi ringraziasse di quello che non sa se 
gli sia donato o no. Che san Paulo apertamente asserisce la 
certezza, quando raccorda alli Corinti di sentire che Cristo è 
in loro se non sono reprobi; e quando dice che abbiamo rice¬ 
vuto da Dio uno spirito per saper quello che da sua divina 
Maestà ci è stato donato; e più chiaramente, che lo Spirito 
Santo rende testimonianza allo spirito nostro che siamo figli di 
Dio: ed è gran cosa accusar di temerità quelli che credono 
allo Spirito Santo che parla con loro, dicendo sant’Ambrosio 
che lo Spirito Santo mai parla a noi che non ci faccia insieme 
sapere che egli è desso che parla. Appresso questo, aggionse 
le parole di Cristo in san Gioanni: «che il mondo non può 



328 


l’istoria del concilio tridentino 


ricever lo Spirito Santo, perché non lo vede né conosce, ma 
che li discepoli lo conosceranno, perché abitarà in loro e in 
loro sarà ». Si fortificava il Catarino alla gagliarda, con dire 
esser un’azione da sognatore il defender che la grazia sia rice¬ 
vuta volontariamente, non sapendo d’averla; quasi che a ri¬ 
cever volontariamente una cosa non sia necessario che il 
ricevitor spontaneo sappia che gli è data, che realmente la 
riceve, e dopo ricevuta che la possedè. 

La forza di queste ragioni fece prima ritirar alquanto 
quelli che la censuravano di temerità, e condescender a con¬ 
cedere che si potesse aver qualche congettura, se ben non 
certezza per ordinario; condescendendo anco a dar certezza 
nelli màrtiri, nelli novamente battezzati, e a certi per special 
revelazione; e da congettura si lasciarono condur anco a chia¬ 
marla « fede morale ». E il Vega, che nel principio admetteva 
sola probabilità, vinto dalle ragioni ed entrato poi a favorir 
la certezza, per non parer che alla sentenzia luterana si con¬ 
formasse, diceva esservi tanta certezza che esclude ogni dub¬ 
bio e non può ingannare; quella però non esser fede cristiana, 
ma umana ed esperi mentale; e si come chi ha caldo è certo 
d'averlo, e senza senso sarebbe quando ne dubitasse, cosi 
chi ha la grazia in sé, la sente, e non può dubitarne per il 
senso dell’anima, non per revelazione divina. Ma li altri de- 
fensori della certezza, costretti dagli avversari a parlar chiaro, 
si tenevano che l’uomo potesse averla; o pur anco se fosse 
a ciò tenuto, e se era fede divina o pur umana, si ridussero 
a dire che, essendo una fede prestata al testimonio dello Spi¬ 
rito Santo, non si poteva dire che fosse in libertà, essendo 
tenuto ciascuno a credere alle revelazioni divine; né si poteva 
chiamar fede se non divina. 

E angustiati dall’obiezione che, se quella è fede non 
uguale alla cattolica, non esclude ogni dubbio; se uguale, 
adonque tanto debbe il giusto credere d’esser giustificato, 
quanto gli articoli della fede, rispondeva il Catarino che quella 
era fede divina, di ugual certezza ed escludente ogni dubbio, 
cosi ben come la cattolica; ma non esser cattolica essa. Asse- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


329 


riva esser fede divina ed escludere ogni dubitazione quella 
che ciascuno presta alle divine revelazioni fatte a sé proprio; 
ma quando quelle sono dalla Chiesa ricevute, allora è fatta 
fede universale, cioè cattolica; e che sola questa riguarda li 
articoli della fede; la quale però nella certezza e nella esclu¬ 
sione del dubbio non è superiore alla privata, ma la eccede 
solo nella universalità. Cosi tutti li profeti, delle cose da Dio 
rivelategli, aver prima avuta fede privata; delle quali mede- 
sme, dopo ricevute dalla Chiesa, hanno poi avuto fede cattolica. 
Questa sentenzia alla prima udita parve ardua; e li medesimi 
aderenti al Catarino, che erano lutti li carmelitani (perché 
Gioanni Bacon lor dottore fu di quella opinione), e li vescovi 
di Sinigaglia, Vorcestre e Salpi, al principio mal volentieri 
passavano tanto inanzi; iiia poi, pensata e discussa la ragione, 
è maraviglia come da parte notabile de prelati fu ricevuta, 
sgridando il Soto che fosse troppo a favore de’ luterani, e 
defendendo gli altri che non sarebbe da censurar Lutero, se 
avesse detto che dopo la giustificazione segue quella fede, 
ma ben perché dice che quella è la fede che giustifica. 

Alle ragioni dell’altra parte rispondevano che non si debbi 
attender li scolastici, quali hanno parlato fondati sopra la ra¬ 
gione filosofica, che non può dar giudicio del li moti divini; 
che l’autorità di Salomone non era in quel proposito, poiché 
dicendo « nessun poter sapere se è degno di amore o di 
odio», applicandola qui concluderebbe che il sceleratissimo 
peccatore con perseveranza non sa d’esser in disgrazia di Dio; 
che il detto della Sapienza meno si può applicare, e la tradu¬ 
zione rende inganno, perché la voce greca Uarrjxós non signi¬ 
fica peccato perdonato, come è stata tradotta, ma espiazione 
o perdono: e le parole del Savio sono un’admonizione al 
peccatore di non aggiongere peccato sopra peccato per troppa 
confidenza del perdono futuro, non del passato; che non biso¬ 
gnava sopra un errore dell’interprete fondar un articolo della 
fede. (Cosi in quel tempo li medesimi, che avevano fatto auten¬ 
tica l’edizione Vulgata, parlavano di quella; il che potrà anco 
ognuno osservare dalli libri stampati da quelli che intervennero 



330 


l’istoria del concilio tridentino 


al decreto dell’approbazione). Dicevano che l’operar con 
timore e tremore è frase ebrea che non significa ambiguità 
ma riverenza, perché timor e tremor usano li servi verso li 
patroni, eziandio quando da essi sono commendati e sanno es¬ 
ser in grazia loro; che il luoco di san Paulo faceva a favore, 
quando avesse parlato della giustificazione; perché dicendo: 
« non sono conscio di mancamento, né per ciò son giustifi¬ 
cato», inferirebbe: «ma son giustificato per altro»; e cosi 
proverebbe la certezza. Nondimeno il vero senso essere che 
san Paulo parla del mancamento nell’ufficio del predicare, e 
dice: « La mia conscienzia non m’accusa d'aver in cosa alcuna 
mancato; non però ardisco dire d’aver intieramente sodisfatto, 
ma tutto riservo al divino giudicio». 

Chi non avesse veduto le memorie scritte da quei che 
ebbero parte in queste dispute, e quello che mandarono alla 
stampa, non crederebbe quanto fosse sopra questo articolo 
disputato, e con quanto ardore, non solo dalli teologi, ma anco 
dalli vescovi, parendo a tutti intenderla e aver per sé la ve¬ 
rità; in modo che Santa Croce si vide avere più bisogno di 
freno che di sproni, e col frequente procurare di passar ad 
altro e divertire quella controversia, desiderava metterci fine. 
Due volte fu proposto in congregazione de’ prelati di trala¬ 
sciare quella questione, come ambigua, longa e molesta; con 
tutto ciò vi tornavano, attratti dall’affetto. Pur finalmente il 
cardinale, col mostrar che si era parlato assai e che conve¬ 
niva ripensare le cose dette per risolversene più maturamente, 
ottenne che si parlasse delle opere preparatorie, e dell’osser¬ 
vanza della legge. Con qual occasione fu introdotta da molti 
la materia del libero arbitrio; e dal cardinale non fu trascu¬ 
rata, ma propose se pareva bene trattar insieme anco quel parti¬ 
colare, poiché tanto connesso appariva, che non si sapeva come 
trattarlo separatamente. Adonque furono deputati prelati e teo¬ 
logi a raccogliere li articoli dalle opere de’ luterani per sotto¬ 
porli alla censura. 

Li articoli furono: 

I. Dio è total causa delle opere nostre, cosi buone come 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


331 


cattive, ed è cosi propria opera di Dio la vocazione di Paulo, 
come l’adulterio di David e la crudeltà di Manlio e il tra¬ 
dimento di Giuda. 

II. Nessuno ha potestà di pensar male o bene, ma tutto 
avviene di necessità assoluta; e in noi non è libero arbitrio, 
ma l’asserirlo è una mera finzione. 

III. Il libero arbitrio dopo il peccato d’Adamo è per¬ 
duto, ed è cosa di solo titolo; e mentre fa quello che è in 
sua potestà, pecca mortalmente, anzi è cosa finta, e titolo 
senza cosa soggetta. 

IV. Il libero arbitrio è solamente nel far il male, ma non 
ha potestà di far il bene. 

V. Il libero arbitrio mosso da Dio non coopera in alcun 
conto, e segue come un istromento inanimato, o vero un ani¬ 
male irrazionale. 

VI. Che Dio converte quei soli che gli piace, ancor 
che essi non voglino e recalcitrino. 

Sopra li due articoli primi si parlò più in forma tragica 
che teologica: che la dottrina luterana era una sapienzia fre¬ 
netica; che la volontà umana, come è formata da loro, sa¬ 
rebbe una mostruosità; che quelle parole, «cosa di solo titolo», 
o «titolo senza soggetto», sono portentose; che l’opinione è 
empia e blasfema contro Dio; che la Chiesa l’ha condannata 
contra li manichei, priscillianisti, e ultimamente contra Abai- 
lardo e Vigleffo; che era una pazzia contro il senso comune, 
esperimentando ogni uomo la propria libertà; che non merita 
confutazione, ma, come Aristotele dice, o castigo o prova espe- 
rimentale; che li medesimi discepoli di Lutero s’erano accorti 
della pazzia e, moderando l’assordità, dissero poi esservi 
libertà nell’uomo in quello che tocca le azioni esterne poli¬ 
tiche ed economiche, e quanto ad ogni giustizia civile; le 
quali è sciocco chi non conosce venir dal conseglio ed ele¬ 
zione, restringendosi a negar la libertà quanto alla sola giu¬ 
stizia divina. 

Il Marinaro disse che, si come il dire nessuna azione umana 
esser in nostra potestà è cosa sciocca, cosi non è minor pazzia 


332 


l’istoria del concilio tridentino 


il dire che ognuna vi sia, esperimentando ognuno di non 
aver tutti li affetti in propria potestà. E l’istesso esser il senso 
delle scole che dissero: « nelli primi moti non siamo liberi » : 
la qual libertà avendo li beati, perché essi hanno dominio 
anco sopra li primi moti, esser cosa certa che qualche libertà 
è in loro che non in noi. Il Catarino, seguendo l’opinione 
sua, che senza special aiuto di Dio non poteva l’uomo ope¬ 
rar bene morale, diceva che in questo si poteva dire non 
essere libertà, e però il quarto articolo non era da dannar 
cosi facilmente. Il Vega, dopo aver parlato con tanta ambi¬ 
guità che esso stesso non s’intendeva, concluse che tra la 
sentenzia de’ teologi e de’ protestanti non vi era pivi differenza 
veruna, perché, concludendo al presente questi una libertà alla 
giustizia filosofica e non alla soprannaturale, e alle opere 
esterne della legge, non alle interne e spirituali, tanto preci¬ 
samente è come dir con la Chiesa che non si può esequire 
le opere spirituali spettanti alla religione senza l’aiuto di Dio. 
Se ben egli diceva che si debbe metter ogni studio per la 
concordia, non però era gratamente sentito, parendo in certo 
modo pregiudicio che alcuna delle differenze si potesse ricon¬ 
ciliare; e costumavano di dire che quell’era cosa da colloqui : 
voce abominata, come che per quella fosse usurpata da laici 
l’autorità che è propria delli concili. 

Nacque tra loro una gran disputa: se il credere e non 
credere sia in potestà umana. Li franciscani lo negavano, se¬ 
guendo Scoto, qual vuole che si come dalle demostrazioni 
per necessità nasce la scienzia, cosi dalle persuasioni nasca 
per necessità la fede; e che essa è nell’intelletto, il qual è 
agente naturale e mosso naturalmente dall’oggetto. Allegavano 
l’isperienza che nessun può credere quello che vuole, ma 
quello che li par vero: soggiongevano che nessun mai senti¬ 
rebbe il dispiacere, se potesse credere di non averlo. Li domi¬ 
nicani dicevano che niente è più in potestà della volontà che 
il credere; e per la sola determinazione e risoluzione della 
volontà l’uomo può credere che il numero delle stelle sia pari, 
se cosi vorrà. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


333 


Sopra il terzo articolo, se per il peccato il libero arbitrio 
si perdette, essendo addotte molte e molte autorità di san- 
t’Agostino che espressamente lo dicono, né potendosi in altra 
maniera sfuggire, il Soto inventò il modo, con dire che la 
vera libertà è equivoca, potendo derivare o vero dal nome 
«libero» o vero dal verbo «liberare»; che nel primo senso 
si oppone alla necessità, e nel secondo si oppone alla servitù; 
e che quando disse sant’Agostino che il libero arbitrio è 
perduto, non altro volse inferire se non che è fatto servo del 
peccato e del diavolo: differenza che non fu penetrata, perché 
anzi perciò il servo non è libero, perché non può fare la vo¬ 
lontà sua, ma è costretto seguir quella del patrone; e secondo 
quel suo parere non si poteva biasmar Lutero d’aver intitolato 
un libro: De servo arbitrio. 

Il quarto articolo a molti parve sciocco, quali dicevano 
che libertà s’intende una potestà ad ambidua li contrari, però 
non si poteva dire che vi sia libertà al male, se non è anco 
al bene. Ma questi furono fatti riconoscere, con avvertirli che 
li santi in cielo e li angeli beati sono liberi alla parte solo 
del bene; però non era inconveniente che altri potessero esser 
liberi alla sola parte del far male. 

NeH’esaminar il quinto e sesto articoli del consenso che il 
libero arbitrio presta all’inspirazione divina, o vero grazia pre¬ 
veniente, non solo li francescani e dominicani furono di opi¬ 
nione diversa, contendendo quelli che, potendo la volontà da 
se medesma prepararsi, tanto più è in sua libertà accettar o 
rifiutar la divina prevenzione, quando Dio li porge aiuto inanzi 
che usi le forze della natura; e negando li dominicani che le 
opere precedenti la vocazione siano veramente preparatorie, e 
dando perciò sempre il primo luoco a Dio. 

Fu nondimeno tra essi dominicani contrasto, defendendo il 
Soto che, se ben l’uomo non può acquistar la grazia senza 
l’aiuto speciale di Dio preveniente, nondimeno in certo modo 
la volontà sempre può contrastarvi e ricusarlo; e quando lo 
riceve, è perché presta il suo assenso e cosi vuole; se non ci 
volesse il nostro assenso, non vi sarebbe causa perché tutti 



334 


l’istoria del concilio tridentino 


non fossero convertiti: poiché, secondo 1 'Apocalipsi, Dio sta 
sempre alla porta e batte; ed è detto de’ Padri, fatto anco vol¬ 
gare, che Dio dà la grazia ad ognuno che la vuole: e perché 
la Scrittura divina sempre ricerca da noi questo consenso. Che 
il dir altrementi è levar la libertà della volontà e dire che Dio 
usi violenza. In contrario dicendo fra’ Aloisio di Catanea che 
due sorti di grazia preveniente, secondo la dottrina di san To¬ 
maso, Dio operava nell’animo: una sufficiente, l’altra efficace; 
alla prima può la volontà e consentire e repugnare, ma alla 
seconda non già, ché la contradizione non comporta che alla 
efficacia sia repugnato (allegava per prova luochi di san Gio¬ 
vanni e di san Paulo, ed esposizioni di sant’Agostino molto 
chiare); rispondeva che appunto di qua nasce che tutti non 
sono convertiti, perché tutti non sono efficacemente prevenuti; 
che il timor di offender il libero arbitrio è stato da san Tomaso 
levato, il qual disse che sono le cose mosse violentemente, 
quando da causa contraria; ma da causa sua nessuna è mossa 
per violenza; ed essendo Dio causa della volontà, tanto è che 
sia mossa da Dio, quanto da se stessa. E condannava, anzi 
rideva del modo di parlar de’ luterani, che la volontà segue 
come un inanimato o irrazionale; perché essendo razionale di 
natura, mossa dalla sua causa che è Dio, è mossa come razio¬ 
nale, e come razionale segue. E similmente che Dio converte, 
se ben non vogliono o recalcitrano; perché è contradizione 
che un effetto recalcitri alla sua causa; poter avvenir bene 
che Dio efficacemente converta uno che altre volte prima alla 
prevenzione sufficente abbia recalcitrato, ma non che recalcitri 
allora, essendo consequente alla efficacia della mozione divina 
una suavità nella volontà mossa. 

Diceva Soto, ogni divina inspirazione per sé sola non 
esser più che sufficiente; e quella, a cui il libero arbitrio ha 
consentito, da quel consenso acquistar l’efficacia; non pre¬ 
stando consenso, restar inefficace, non per difetto suo, ma per 
difetto dell’uomo. La qual opinione egli difese con gran timi¬ 
dità, perché l’altro gli opponeva che la distinzione dalli eletti 
alli reprobi venirebbe dal canto dell’uomo, contra il perpetuo 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


335 


senso cattolico; che per la grazia sono distinti li vasi della 
misericordia da quelli dell’ira; che l’elezione divina sarebbe 
per le opere prevedute e non per il divino beneplacito; che 
la dottrina dei Padri e delli concili africani e francesi contra 
pelagiani sempre ha predicato che Dio ci fa volere, il che 
tanto vuol dire quanto Dio ci fa consentire: per il che, met¬ 
tendo in noi consenso, convien attribuirlo all’efficacia divina; 
che non sarebbe più obbligato a Dio quello che si salva, che 
quello che resta dannato, se da Dio fossero stati ugualmente 
trattati. Ma con tutte queste ragioni la contraria opinione ebbe 
però l’applauso universale, se ben molti confessavano che le 
ragioni del Cataneo non gli parevano risolute; e dispiaceva 
loro che il Soto non parlasse liberamente, né dicesse che la 
volontà consenta in certo modo, e che può in certo modo 
repugnar: quasi che tra l’affirmazione e negazione vi sia un 
certo modo intermedio. Li turbava anco il parlar franco del 
Cataneo e d’altri dominicani, che non sapevano distinguer 
quella opinione, che attribuisce quella giustificazione al con¬ 
senso, dalla pelagiana; e che s’avvertisse di non saltar oltra 
il segno per troppa volontà di condannar Lutero; sopra tutto 
essendo stimato quell’argomento: che la divina elezione o pre¬ 
destinazione sarebbe per opere prevedute, che nessun teologo 
admetteva. La qual anco tirò a parlar della predestinazione. 

Laonde fu deliberato per la connessione cavar anco li 
articoli della dottrina de’ protestanti in questa materia. Nelle 
opere di Lutero, nella confessione augustana e nelle apolo¬ 
gie e colloqui non fu trovata cosa da censurare, ma ben molte 
nelli scritti de’ zuingliani, da’ quali furono tratti li seguenti 
articoli : 

I. Della predestinazione e reprobazione non vi è alcuna 
causa dal canto dell’uomo, ma la sola divina volontà. 

IL Li predestinati non possono dannarsi, né li repro¬ 
bati salvarsi. 

III. Li soli eletti e predestinati veramente si giustificano. 

IV. Li giustificati sono tenuti per fede a credere di 
esser nel numero de’ predestinati. 



336 


l’istoria del concilio tridentino 


V. Li giustificati non possono perder la grazia. 

VI. Quelli che sono chiamati e non sono del numero 
de’ predestinati, mai ricevono la grazia. 

VII. Il giustificato è tenuto a credere per fede di dover 
perseverar sino in fine nella giustizia. 

Vili. Il giustificato è tenuto a creder per fermo che, 
cadendo dalla grazia, ritornerà a riceverla. 

Nell’esanime degli articoli, nel primo appunto furono 
diverse le opinioni. Li più stimati tra i teologi tennero l’arti¬ 
colo esser cattolico, anzi il contrario eretico, perché li buoni 
scrittori scolastici, san Tomaso, Scoto e la comune cosi sen¬ 
tono, cioè che Dio inanzi la fabbrica del mondo da tutta 
la massa del genere umano, per sola e mera sua misericordia, 
ha eletto soli alcuni alla gloria, a’ quali ha preparato efficace¬ 
mente li mezzi per ottenerla, che si chiama «predestinare»; che 
il numero di questi è certo e determinato, né si può aggiun¬ 
gervi alcuno; gli altri che non ha predestinato non possono 
dolersi, poiché a quelli ancora Dio ha preparato un aiuto 
sufficiente per questo, se ben in fatti altri che li eletti non ved¬ 
ranno all’efFetto della salute. Per principalissima ragione alle¬ 
gavano che san Paulo A Ili romani , avendo fatto esemplare 
Iacob dei predestinati, Esau dei reprobati, produce di ciò il 
decreto divino prononciato inanzi che nascessero, non per 
le opere, ma per puro beneplacito. A questo soggiongevano 
l’esempio del medesimo apostolo, che si come il vasellaio di 
una stessa massa di luto fa un vaso ad uso onorevole e l’altro 
ad infame, cosi Dio della medesma massa degli uomini elegge 
chi li piace, tralasciati gli altri; e che san Paulo per prova di 
questo portò il luoco dove Dio disse a Mosé: « Userò mise¬ 
ricordia a chi averò fatto misericordia, e userò pietà a chi 
averò avuto pietà »; e concluse esso l’apostolo che per ciò 
non è di chi vuole, né di chi corre, ma di chi Dio ha com¬ 
passione, soggiongendo dopo che Dio ha misericordia di chi 
vuole, e indura chi vuole. Dicevano in oltre che per questo 
rispetto il conseglio della divina predestinazione e reproba¬ 
zione è chiamato dal medesimo apostolo altezza e profondità 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


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di sapienza impenetrabile e incomprensibile. Aggiongevano 
luochi delle altre Pistole, dove dice che niente abbiamo se 
non ricevuto da Dio, che non siamo da noi sufficienti manco 
a pensar il bene; e dove, rendendo la causa perché alcuni si 
rivoltano dalla fede, restando altri fermi, quella disse essere 
perché sta fermo il fondamento di Dio, quale ha questo sigillo, 
cioè: «il Signore conosce li suoi». Aggiongevano diversi 
passi dell’Evangelio di san Gioanni, e autorità di sant’Ago- 
stino innumerabili, perché quel santo in sua vecchiezza non 
scrisse altro che a favor di questa dottrina. 

Ma alcuni altri, se ben meno stimati, a questa opinione 
si opponevano, intitolandola dura, crudele, inumana, orribile 
ed empia, come quella che mostrasse parzialità in Dio, se senza 
alcuna causa motiva eleggesse l’uno ripudiando l’altro; e in¬ 
giusta, se destinasse alla dannazione gli uomini per propria 
volontà, non per loro colpe, e avesse creato una tanta molti¬ 
tudine per dannarla. Dicevano che distrugge il libero arbitrio, 
poiché li eletti non potrebbono finalmente far male, né li 
reprobi bene; che mette gli uomini nell’abisso della despe- 
razione, col dubbio che possino esser reprobati; che dà ansa 
alli perversi di operar sempre male, non curando di penitenzia, 
col pensare che se sono degli eletti, non periranno, se dei 
reprobi, è vano far bene, ché non li gioverà. Confessavano 
che non solo le opere non sono causa della divina elezione, 
perché quella, come eterna, è inanzi loro; ma che né anco 
le opere prevedute possono mover Dio a predestinare; ma che 
per sua infinita misericordia vuole che tutti si salvino, e a 
tutti prepara aiuti sufficienti a questo fine, li quali ciascun 
uomo, essendo di libero arbitrio, o riceve o rifiuta secondo 
che più li piace; e Dio nella sua eternità prevede quei che 
riceveranno li aiuti e se ne vaieranno in bene, e quei che li 
ricuseranno; e questi reproba, quelli elegge e predestina. Ag¬ 
giongevano che altrimenti non si può veder la causa perché 
Dio si doglia nella Scrittura delli peccatori, né perché esorti 
tutti alla penitenzia e conversione, se non li dà delli efficaci 
mezzi per acquistarle; che quell’aiuto sufficiente, dagli altri 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


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338 


l’istoria del concilio tridentino 


inventato, è insufficiente, poiché non ha mai avuto, secondo 
loro, né è per aver effetto alcuno. 

La prima opinione si come ha del misterioso e arcano, 
tenendo la mente umile e rassignata in Dio, senza alcuna con¬ 
fidenza in se stessa, conoscente la deformità del peccato e 
l’eccellenza della grazia divina, cosi questa seconda era plau¬ 
sibile, popolare, a fomento della prosonzione umana e acco¬ 
modata alla apparenza; aggradiva alli frati professori dell’arte 
di predicare, piuttosto che di scienzia di teologia, e alli cor- 
tegiani appariva probabile, come consenziente alle ragioni 
politiche: era sostentata dal vescovo di Bitonto, e quello di 
Salpi se ne fece molto parziale. Li defensori di questa usando 
le ragioni umane prevalevano gli altri, ma venendo alli testi¬ 
moni della Scrittura soccombevano manifestamente. 

Il Catarino, tenendo il parer medesmo, per risolvere li 
luochi della Scrittura che mettevano tutti in travaglio, inventò 
una media opinione: che Dio per sua bontà ha eletto alcuni 
pochissimi fuor degli altri, quali vuole onninamente salvare 
e a’ quali ha preparato mezzi potentissimi, efficacissimi e in¬ 
fallibili; gli altri tutti quanto a sé vuole che siano salvi, e a 
questo effetto ha apparecchiato a tutti mezzi sufficenti, restando 
in loro libertà l’accettarli e salvarsi, o vero, rifiutandogli, dan¬ 
narsi; e di questi esser alcuni che li ricevono e si salvano, se 
ben non sono degli eletti, e di questi il numero è assai grande; 
gli altri che ricusano cooperare a Dio, quale li vuole salvi, 
restano dannati. La causa della predestinazione delti primi 
esser la sola divina volontà; degli altri l’accettazione e buon 
uso e cooperazione al divino aiuto prevedute da Dio; e della 
reprobazione degli ultimi causa esser la previsione della loro 
perversa volontà in rifiutarlo o abusarlo. Che san Gioanni e 
san Paulo, e tutti li luochi della Scrittura allegati per l’altra 
parte, dove tutto è dato a Dio e mostrano infallibilità, s’inten¬ 
dono solamente delli primi e singolarmente privilegiati; e 
quanto agli altri, a chi è apparecchiata la via comune, si veri¬ 
ficano le ammonizioni ed esortazioni e generali aiuti; quali 
chiunque vuole udire e seguire si salva; e chi non vuole, per 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


339 


propria colpa perisce. Di quei pochi, oltre il comune privi¬ 
legiati, esser il numero determinato e certo appresso Dio; di 
quelli altri, che per via comune si salvano, come dependente 
dalla libertà umana, non esser da Dio determinato, se non 
attesa la previsione delle opere di ciascuno. Diceva il Cata- 
rino maravigliarsi molto della stupidità di quelli che dicono 
esser certo e determinato il numero, e nondimeno aggiongono 
che gli altri possino salvarsi; che tanto è dire esser un nu¬ 
mero determinato, il qual però può crescere; e parimente di 
quelli che dicono li reprobati aver un aiuto sufficiente per la 
salute, essendo però necessario a chi si salva averne un mag¬ 
giore, che è dire un sufficiente insufficiente. 

Aggiongeva che l’opinione di sant’Agostino sia inaudita 
inanzi a lui; che esso medesmo confessa non si troverà nelle 
opere d’alcuno che abbia scritto inanzi li tempi suoi; che 
egli stesso non sempre l’ebbe per vera, anzi ascrisse la causa 
della divina volontà alli meriti, dicendo: « Dio compassiona 
chi gli piace e indura chi egli vuole»; ma quella volontà di 
Dio non può esser ingiusta, imperocché viene da occultissimi 
meriti; e che nelli peccatori vi è diversità, e ve ne sono di 
quelli che, quantonque non giustificati, sono degni della giusti¬ 
ficazione: se ben dopo, il calor del disputar contr’a’ pelagiani 
lo trasportò a parlare e sentir il contrario; ma però in quei 
tempi stessi, quando fu udita la sua sentenzia, tutti li catto¬ 
lici restarono scandalezzati, come san Prospero li scrisse. E 
Gennadio massiliense cinquant’anni dopo, nel giudicio che fa 
delli scrittori illustri, dice esserli avvenuto secondo il detto 
di Salomone, che nel troppo parlare non si può fuggir il pec¬ 
cato, e che per il fallo suo esagerato dagl’inimici non era 
ancora nata quistione che partorisse eresia; quasi accennando 
quel buon padre il suo timore di quello che ora si vede, cioè 
che per quella opinione sorga qualche setta e divisione. 

La censura del secondo articolo fu varia e consequente 
alle tre opinioni narrate. Il Catarino aveva la prima parte 
per vera, attesa l’efficacia della divina volontà verso li singo¬ 
larmente favoriti; ma la seconda falsa, attesa la sufficienza 


340 


l’istoria del concilio tridentino 


dell’aiuto divino a tutti, e la libertà umana in cooperarvi. 
Gli altri, che ascrivevano la causa della predestinazione in 
tutti al consenso umano, condannavano l’articolo tutto intiero 
e quanto ad ambedue le parti: ma gli aderenti alla sentenzia 
di sant’Agostino e comune de’ teologi, lo distinguevano che in 
senso composito fosse vero e in senso diviso dannabile: sot¬ 
tilità che confondeva la mente alli prelati. E da chi la diceva 
se ben esemplificata con dire: « Chi si muove non può star 
fermo, in senso composito è vero, perché s’intende mentre 
che si muove; ma in senso diviso è falso, cioè in un altro 
tempo », non era ben intesa; perché, applicando al proposito, 
non si può dire: il predestinato si può dannare in un tempo 
che non sia predestinato, poiché è sempre tale: e general¬ 
mente il senso diviso non ha luoco, dove l’accidente è inse¬ 
parabile dal soggetto. Per tanto credevano altri dichiarare 
meglio, dicendo che Dio regge e move ciascuna cosa secondo 
natura propria, la qual nelle cose contingenti è libera, e tale 
che insieme con l’atto sta la potestà all’opposito; onde insieme 
con l’atto di predestinazione sta la potestà alla reprobazione 
e dannazione. Ma questo era meno inteso che il primo. 

Li altri articoli furono censurati con mirabile concordia. 
Per il terzo e sesto, asserendo esser stata perpetua opinione 
nella Chiesa che molti ricevono e conservano la grazia divina 
per qualche tempo, li quali poi la perdono e in fine si dan¬ 
nano, era allegato l'esempio di Saul, di Salomone e di Giuda, 
uno delli dodici; caso più di tutti evidente per le parole di 
Cristo al Padre: « Ho custodito in tuo nome quelli che mi 
hai dato, de’ quali non è perito se non il figlio del perdi¬ 
mento». Aggiongevano a questi Nicolò, uno delli sette dia¬ 
coni, e altri nella Scrittura prima commendati e poi biasinati; 
e per complemento d’ogni ragione il caso di Lucifero. Contra 
il sesto particolarmente consideravano che quella vocazione 
sarebbe una derisione empia, quando chiamati, e niente man¬ 
cando dal canto loro, non fossero admessi; che li sacramenti 
per loro non sarebbono efficaci: cose tutte piene di assurdità. 
Ma per censura del quinto si portava l’autorità del Profeta 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


341 


appunto contraria in termini, dicendo Dio: «Se il giusto ab¬ 
bandonerà la giustizia e commetterà iniquità, non mi raccor¬ 
derò li suoi benefatti ». S’aggiongeva l’esempio di David, che 
commise l’omicidio e adulterio, di Maddalena, e di san Pietro 
che negò Cristo; si ridevano della inezia de' zuingliani, che 
dicessero insieme il giustificato non poter perder la grazia e 
in ogni opera peccare. Li due ultimi furono dannati di teme¬ 
rità concordemente, con eccezione di quelli a chi Dio ha fatto 
special revelazione, come a Moisé e alli discepoli, a’ quali fu 
revelato come erano scritti nel libro del cielo. 

Finito l’esamine de’ teologi sopra il libero arbitrio e pre¬ 
destinazione, e formati anco li anatematismi in quelle materie, 
furono aggregati a quei della giustificazione alli luochi oppor¬ 
tuni; a’ quali era opposto da chi in una parte, da chi in 
un’altra, dove pareva che vi fosse qualche parola che pregiu¬ 
dicasse all’opinione propria. Ma Giacomo Coco, arcivescovo 
di Corfù, considerò che dalli teologi erano censurati gli arti¬ 
coli con molte limitazioni e ampliazioni, le quali conveniva 
inferire negli anatematismi, acciò non si dannasse assoluta- 
mente proposizione la quale potesse ricever buon senso, mas¬ 
sime stante il debito dell’umanità di ricever sempre l’inter¬ 
pretazione più benigna, e quello della carità di non pensar 
male. Fu da diversi contradetto, prima per l’uso d’antichi 
concili, quali hanno dannato le proposizioni eretiche senza 
limitazione e nude, come sono dagli eretici asserite, e mas¬ 
sime che in materia di fede, per condannar un articolo, basta 
abbia un senso falso che possi indur in errore l’incauti. Pare¬ 
vano ambedue le opinioni ragionevoli: la prima, perché era 
giusto che si sapesse che senso era dannato; la seconda, per¬ 
ché non era dignità del concilio limitar le proposizioni degli 
eretici. S’aggiongeva a questo che tutti li canoni erano com¬ 
posti recitando l’opinione dannabile e soggiongendo per causa 
della condanna li luochi della Scrittura o dottrina della Chiesa 
alla quale s’oppone, pigliata la forma dal concilio di Oranges, 
e a similitudine di quei del peccato originale nella sessione 
precedente. Ma riuscendo nella maggior parte la lezione longa 



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l’istoria del concilio tridentino 


e tediosa, e la mistura di verità con falsità insieme, e delle 
cose reprobate con le approbate, non facilmente intelligibile, 
raccordò opportunamente il Sinigaglia rimedio ad ambidue 
li inconvenienti, che era molto meglio separar la dottrina cat¬ 
tolica dalla contraria e far due decreti: in uno, tutto conti¬ 
nuatamente dechiarar e confermar il senso della Chiesa, nel¬ 
l’altro dannar e anatemizzare il contrario. Piacque a tutti il 
raccordo, e cosi fu deliberato; e prima formati li anatematismi 
separatamente, e poi data opera a formar l’altro decreto, chia¬ 
marono questo il decreto della dottrina, e quello li canoni: il 
qual stilo fu poi seguito anco nella seconda e terza riduzione 
del concilio. 

S’affaticò sopra ogni credenza il Santa Croce per formar 
quei decreti, con evitare quanto fu possibile d’inserirvi alcuna 
delle cose controverse tra scolastici; e quelle che non potè 
tralasciare, toccandole in tal maniera che ognuno restasse 
contento. In ogni congregazione che si faceva, avvertiva 
tutto quello che da alcuno non era approvato, e lo levava, 
o vero racconciava secondo l’avviso, e non solo nelle con¬ 
gregazioni, ma con ciascuno in particolare parlava, intendeva 
li dubbi di tutti, e li pareri ricercava: variò con diversi ordini 
la materia, mutò ora una parte, ora un’altra, intanto che li 
ridusse nella forma nella quale sono, che a tutti piacque e 
da tutti fu approvata. Certo è che sopra queste materie fu¬ 
rono tenute congregazioni parte de teologi, parte de prelati 
al numero di cento, e che dal principio di settembre sino alla 
fine di novembre non passò giorno che il cardinale non met¬ 
tesse mano in quello che prima era scritto, e non facesse 
qualche mutazione. Ebbe avvertenza anco a cose minime. Re¬ 
sta la memoria delle mutazioni ; de quali ne raccontarò qui 
due, come per saggio delle molte che sarebbe noioso ramme¬ 
morare. 

Nel primo capo della dottrina, con assenso comune fu 
prima scritto che né li gentili per virtù della natura, né li 
giudei per la legge di Moisé potevano liberarsi dal peccato; 
e perché tenevano molti che la circoncisione rimettesse li pec- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


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cati, presero sospetto che quelle parole potessero pregiudicare 
l’opinione loro, quantonque in più di un luoco san Paulo in 
termini formali abbia detto l’istesso. Per sodisfarli, il Cardi¬ 
nal, in luoco che diceva: Per ipsam etiam legem Moysi, mutò e 
disse: Per ipsam etiam litteram legis Moysi ; ed ogni mediocre 
intendente della teologia può da sé giudicare quanto bene 
quella voce (litteram) convenga in quel luoco. E nel principio 
dell’ottavo capo non si contentarono quei della certezza della 
grazia che si dicesse li peccati non esser rimessi all’uomo 
per la certezza della remissione e perché si confidi in quella. 
E il cardinale li sodisfece, escludendo la certezza reale e 
constituendo in luoco di quella la iattanza e la confidenza in 
quella sola. E in fine del capo può ognuno chiaramente ve¬ 
dere che la causa doveva esser resa con dire: « perché nessun 
può saper certamente d’aver acquistata la grazia di Dio»; ma 
per sodisfazione d’una parte convenne aggiongere, «con cer¬ 
tezza di fede »; né bastando questo alli dominicani, instarono 
che s’aggiongesse «cattolica». Ma li aderenti al Catarino non 
contentandosi, in luoco di quelle parole «fede cattolica» si 
disse: «fede, la quale non può sottoiacer a falsità». Il qual 
modo contentò ambe le parti; perché li uni inferivano: adonque 
quella certezza di fede che si può aver in ciò, può esser falsa 
e pertanto incerta; gli altri inferivano che tal certezza non può 
aver dubbio di falsità per quel tempo che si tiene; ma per 
la mutazione che può avvenire, passando da stato di grazia a 
quello di peccato, può diventar falsa, si come tutte le verità di 
presente contingenti, ancorché certissime e indubitatissime, con 
la mutazione delle cose soggette diventano false: ma la fede 
cattolica è non solo certa, ma anco immutabile, per aver sog¬ 
gette cose necessarie o passate che non ricevono mutazione. 

E veramente, considerando questi particolari, convien non 
defraudar il cardinale della lode meritata, che sapesse dar so¬ 
disfazione anco alli pertinaci in contrarie opinioni; e quei che 
vorranno rendersi di ciò maggiormente certificati doveranno 
saper che immediate dopo la sessione fra’ Dominico Soto, 
principale tra li dominicani, si diede a scrivere tre libri, che 



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l’istoria del concilio tridentino 


intitolò De yiatura et gratia, per comentari di questa dottrina; 
e con le sue esposizioni vi trovo dentro tutte le opinioni sue. 
E uscita questa opera, fra’ Andrea Vega, più stimato tra li 
francescani, diede in luce esso ancora quindici gran libri per 
commentari sopra li sedici capi di quel decreto, e lo inter¬ 
pretò tutto secondo l’opinione propria; le qual due opinioni 
non solo hanno tra loro gran diversità quasi in tutti gli arti¬ 
coli, ma in molti espressa ed evidente contrarietà. E ambidua 
queste opere si viddero stampate l’anno 1548; e chi le leg¬ 
gerà, osservando che molto spesso danno alle parole del con¬ 
cilio sensi alternativi e dubbiosi, si maraviglierà come questi 
doi soggetti, li primi di dottrina e stima, che più degli altri 
ebbero parte in quello, non fossero consci dell’unico senso e 
vero scopo della sinodo: del quale avendo anco parlato diver¬ 
samente quei pochi degli interessati che dopo hanno scritto, 
non ho mai potuto penetrare se quell’adunanza convenisse in 
un senso, o pur vi fosse una sola unità di parole. Ma tor¬ 
nando al cardinale, come il decreto fu approbato da tutti in 
Trento, lo mandò al pontefice, che lo diede a consultare alli 
frati e altri letterati di Roma; e da tutti fu approvato, per la 
medesima ragione che ognuno lo potè intendere secondo il 
proprio senso. 

Ho narrato tutto insieme quello che fu maneggiato in ma¬ 
teria di fede, per non dividere le cose congionte: ma tra tanto 
qualche giorni fu anco trattato della riforma, e in quelle con¬ 
gregazioni fu proposto di statuir le qualità requisite nella pro¬ 
mozione de’ prelati maggiori e altri ministri della Chiesa. E 
furono dette gravissime sentenze con grande apparato; ma il 
modo d’introdurne l’osservanza non si trovò, perché dove li 
re hanno la presentazione, non si vedeva con che legami 
astringerli; dove l’elezione ha ancora luoco, li capitoli sono 
di persone grandi e potenti: quanto al rimanente, tutte le pre¬ 
lature sono di collazione del papa, e gli altri benefici per più 
di due terzi riservati alla sede apostolica, alla quale non è 
conveniente dare legge; onde dopo molti e longhi discorsi si 
concluse meglio esser il tralasciar questa considerazione. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


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Non furono manco in numero né più brevi li ragiona¬ 
menti in materia della residenza, li quali, se ben non termi¬ 
narono in quella risoluzione che era necessaria e desiderata 
da molti, nondimeno ebbero in questo tempo qualche con¬ 
fusione e prepararono materia ad altri. Per intelligenza delle 
qual cose è necessario ripigliar questa materia dal suo prin¬ 
cipio. 

Li gradi ecclesiastici non furono nell’origine loro instituiti 
come dignità, preeminenze, premi o vero onori, siccome og- 
gidi e da molte centinara d’anni li vediamo, ma come mini¬ 
steri, carichi, detti con un altro nome da san Paulo «opere», e 
da Cristo nostro Signore nell’Evangelio « operarii »: però non 
poteva allora entrar in pensiero ad alcuno di esentarsi dal- 
l’esequirli in persona propria; e se pur uno (il che rare volte 
occorreva) dall’opera si retirava, non vi era ragione che titolo 
o emolumento alcuno li restasse. E quantonque fossero li mi¬ 
nisteri di due sorti: alcuni che anticamente chiamavano «del 
verbo », e al presente si dice « di cura d’anime »; e altri delle 
cose temporali per il vitto e servizio de poveri e infermi, 
come erano le diaconie e altre subalterne opere, ugualmente 
tutti si tenevano ubbligati a quel servizio in propria persona, 
né mai alcuno averebbe pensato di servir per sostituto, salvo 
che in brevissimo tempo per urgenti impedimenti; né meno 
averebbe preso un altro carico che fosse d’impedimento a 
quello. Aumentata la Chiesa, dove il populo cristiano era 
numeroso e libero dalle persecuzioni, altra sorte di ministri 
fu instituita per servir nelle adunanze ecclesiastiche, cosi nel 
leggere le divine Scritture, come in altre funzioni, a fine di 
eccitar la devozione. Furono anco instituiti collegi de mini¬ 
stri, che in comune attendessero ad alcun carico, e altri, come 
seminari, di onde cavare ministri già instrutti. Questi delli 
collegi, non avendo carico personale, poiché la congregazione 
tanto amministrava con un più come con un meno, alle volte 
o per causa di studio, o di maggior instruzione, o per altra, 
restavano assenti dalla chiesa, chi per breve, chi per longo 
tempo, non però tenendo titolo né carico alcuno, né meno 



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l’istoria del concilio tridentino 


ricevendo alcun emolumento. Cosi san Gerolemo, prete an¬ 
tiocheno, ma senza cura particolare, e Ruffino d’Aquileia al 
modo stesso, e san Paulino ordinato prete di [Barcellona], poco 
risedettero. Cresciuto poi il numero di questi, degenerò in 
abuso, e li fu dato nome di clerici vagabondi, perché erano 
fatti, con quel modo di vivere, odiosi; de’ quali spesso si parla 
nelle Leggi e Novelle di Giustiniano; non però mai fu pen¬ 
sato di tener il titolo d’un ufficio e goderne gli emolumenti 
non servendo, se non dopo il Settecento nella chiesa occi¬ 
dentale, quando li ministeri ecclesiastici hanno mutato stato, 
e sono fatti gradi di dignità e onori, e anco premi per ser¬ 
vizi prestati. E si come già nelle promozioni ecclesiastiche, 
considerato il bisogno della Chiesa, si provvedeva di persona 
atta a quel ministerio, cosi dopo, considerate le qualità della 
persona, si provvede di grado, dignità o emolumento che gli 
convenga: dal che è nato l’esercitar l’opera e il ministerio 
per sostituto. Questo abuso introdotto, ha tirato per conse¬ 
guenza un altro seco, cioè riputarsi disubbligato non solo di 
ministrare, ma anco di star presente e assistere a quello che 
opera in suo luoco. E veramente, dove non è eletta la indu¬ 
stria della persona per l’opera, ma è provvisto di luoco e 
grado alla persona, non è ragione che sia astretta ad operare 
per se stessa, né assistere all’operante. 

Il disordine era tanto innanzi passato, che averebbe de¬ 
strutto l’ordine clericale, se li pontefici romani non avessero in 
parte ovviato, comandando che li prelati e altri curati, quanton- 
que per sostituti esercitassero il carico, fossero nondimeno tenuti 
all’assistenza del luoco, che chiamarono «residenza». Al che 
anco volsero ubbligare li canonici, non constringendo a questo 
gli altri chierici beneficiati, né di loro parlando, ma lasciandogli 
alla consuetudine, anzi abuso introdotto; dal qual silenzio nac¬ 
que che si riputarono disubbligati: né alli pontefici dispiacque 
quel volontario inganno, ben vedendo che terminerebbe in gran¬ 
dezza della loro corte. E di qui venne la perniciosa e non mai 
abbastanza detestanda distinzione di benefici di residenza e di 
non residenza, la quale è seguita cosi nella dottrina come nel- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


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l’opera, senza nessun rossore dell’assurdità che seco aperta¬ 
mente porta, cioè che sia dato titolo e salario senza obbligazione. 
E per palliarla, anzi piuttosto farla apparire più vergognosa, 
avendo li canonisti una massima che convince l’assurdità, cioè 
«ogni beneficio è dato per ufficio», Thanno esposta intendendo 
per ufficio le preci orarie del breviario, si che sia data un’en¬ 
trata di mille, di dieci mille e più scudi per questo solo, acciò 
si pigli in mano un breviario e legga con quanta velocità può 
la lingua in sommessa voce, senza attender anco ad altro che 
alla prononcia delle parole. Ma la distinzione delli dottori e la 
provvisione delli pontefici romani aumentarono in poco tempo 
l’abuso, imperocché senza di quelle alcuno pur delli beneficiati 
semplici si sarebbe fatto conscienza, che con quelle ognuno 
ha giustificato l’abuso per cosa lecita. E quanto alli curati, 
introdusse la dispensa pontificia, non mai negata a chi la ri¬ 
cerca in quel modo che fa impetrar ogni cosa a Roma; onde 
li soli poveri, e quelli che ne ricevevano comodo, risedevano; 
e l’abuso, prima in minima parte per leggi pontificie rime¬ 
diato, per le dispense non solo sali al colmo, ma si sparse 
anco fuori, infettando la terra. 

Dopo li moti della Germania nella religione, che diedero 
occasione di parlare e desiderar riforma, ascrivendo ognuno 
il male alla negligenza e poca cura dei prelati, e desiderando 
vederli al governo delle chiese, detestando le dispense, cause 
dell’assenza, furono introdotti discorsi dell’ubbligazione loro; 
e alcuni uomini pii, tra’ quali fra’ Tomaso Gaetano cardinale, 
affermarono l’obbligo della residenza esser di legge divina: e 
avvenne, come in tutte le cose occorre, che la passione pre¬ 
cedente persuadé l’opinione più rigida e l’obbligazione più 
stretta e la disubbligazione più difficile; quest’era dandogli 
vigor di legge divina. Li prelati, vedendo il male, ma desi¬ 
derando che fosse iscusabile e di colpa leggiera, si diedero 
all’opinione che non da Dio, ma dal pontefice erano ubbligati, 
imperocché cosi la dispensa o la taciturnità del papa li sal¬ 
vava. Con queste previe disposizioni di dottrina fu nel con¬ 
cilio proposta la materia, come si è detto; la quale perché 



348 


l’istoria del concilio tridentino 


partorì controversia nel principio non molto grave, ma in pro¬ 
gresso maggiore, e nel fine (che fu negli anni 1562 e 1563) 
grandissima, non è stato fuori di proposito questa recapitola¬ 
zione, né sarà il raccontare qualche particolari occorsi. 

Adonque, se ben li articoli primieramente proposti non 
furono se non di stringere maggiormente li precetti, aggion- 
gerci pene e levar li impedimenti e facilitar l’esecuzione (e 
tutti concordavano, allegando persuasioni cavate dalla Scrittura 
del novo e vecchio Testamento, e da canoni de’ concili e 
dottrina de’ Padri, e anco dalli inconvenienti che dal non re¬ 
sedere erano nati), nondimeno la maggior parte delli teologi, 
e li dominicani massime, passarono a determinare che l’ob- 
bligazione fosse per legge divina. P'rate Bartolomeo Carranza 
e fra’ Dominico Soto spagnoli erano autori principali. Le ra¬ 
gioni più fondate che adducevano furono perché il vescovato 
era instituito da Cristo come ministerio e opera, adonque 
ricerca azione personale, che non può far l’assente; che Cristo 
descrivendo le qualità del buon pastore, dice che mette la vita 
per il gregge, conosce le pecorelle per nome e cammina in¬ 
nanzi loro. Dall’altra li canonisti e li prelati italiani disputa¬ 
vano che l’obbligo fosse per legge ecclesiastica, allegando 
che mai si troverà degli antichi alcuno non residente represo 
come transgressore della divina legge, ma solo delli canoni. 
Che Timoteo, se ben vescovo efesino, più tempo fu in viaggio 
per ordine di san Paulo; che a san Pietro è detto che pasca 
le agnelle, il che s’intende di tutte, e pur non può esser per 
tutto presente: cosi può il vescovo adempir il precetto di pa¬ 
scere senza risedere. Rispondevano anco alle ragioni contrarie, 
dicendo che le condizioni del pastore da Cristo proposte non 
convengono ad altro che a lui proprio. 

Fra’ Ambrosio Catarino, se ben dominicano, era contrario 
agli altri: diceva che il vescovato qual’è instituzione di Cristo 
è un solo, quello che ha il papa; degli altri l’instituzione è 
del pontefice, il quale sì come gli parte la qualità e numero 
delle pecorelle da pascere, così gli prescrive anco il modo e 
la qualità. Per il che al papa sta ordinare a ciascun vescovo 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


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che per se stesso o per sostituto attenda al gregge, si come 
glielo può assegnare e molto e poco, e privarlo anco della 
potestà del pascere. Tomaso Campegio, vescovo di Feltre, 
respondeva in un altro modo: che il vescovo, come san Ge¬ 
ronimo testifica, è instituzione di Cristo, ma la divisione de’ 
vescovati fu instituita dopo dalla Chiesa; che Cristo a tutti 
gli apostoli diede cura di pascere, ma non li legò ad un luoco, 
come anco le azioni apostoliche e delli discepoli loro mo¬ 
strano; l’aver assegnato questa porzione del gregge ad uno 
e quella all’altro fu instituzione ecclesiastica per meglio go¬ 
vernare. 

Queste cose furono trattate con assai passione tra li ve¬ 
scovi. Li spagnuoli non solo aderivano, ma anco fomentavano 
e incitavano li teologi de iure divino , avendo un arcano che 
tra loro soli comunicavano, di aggrandir l’autorità episcopale; 
imperocché se una volta fosse deciso che da Cristo avessero 
la cura di reggere la loro Chiesa, resterebbe anco deciso che 
da lui hanno l’autorità per ciò necessaria, né il papa potrebbe 
restringerla. Questi disegni erano subodorati dalli aderenti 
alla corte: però, attesa l’importanza della cosa, essi ancora 
facevano animo alli difensori della contraria. Li legati giudi¬ 
cavano meglio ovviare al pericolo, mostrando di non accor¬ 
gersi: e a questo fine mirando, per allora dissero che la ma¬ 
teria era difficile e aveva bisogno di maggior esame; per il 
che, dove le cose sono controverse tra li stessi cattolici, non 
è da venire a decisione che danni una parte, per non far 
scisma, e a fine di non seminar contenzioni, per poter unita¬ 
mente attendere a condannar li luterani: però ad un’altra 
sessione era meglio differire la dichiarazione quo iure sia de¬ 
bita. Ad alcuni pareva che bastasse renovar li canoni e decre¬ 
tali vecchi in questa materia, dicendo che sono assai severi, 
avendo la pena di privazione, e anco ragionevoli, ammettendo 
le legittime scuse; restava trovar via che non fossero concesse 
dispense; e tanto era bastante. Altri sentivano che era neces¬ 
sario eccitarlo con nove pene e attendere a levare li impe¬ 
dimenti che più importava; poiché, quelli levati, sarebbe la 



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l’istoria del concilio tridentino 


residenza seguita; e poco rilevava di onde l’obbligo venisse, 
purché fosse esequito; che, fatto questo, s’averebbe potuto di¬ 
scuter meglio la materia. Alla maggior parte piacque che si 
facesse l’uno e l’altro; a che consentirono li legati con questo, 
che delle dispense non si parlasse; ma per far si che non 
fossero richieste, si levassero li impedimenti che provengono 
per le esenzioni : nel che non vi fu meno che dire e che 
contendere tra quelli che tenevano ogni esenzione per abuso 
e quelli che l’avevano per necessaria nella Chiesa, reprobando 
solamente gli eccessi. 

Testifica san Geronimo che nelli primi principi del cri¬ 
stianesimo le chiese erano come in aristocrazia, rette per il 
comune conseglio del presbiterio; e a fine di ovviare alle 
divisioni che s’introducevano, fu instituito il governo monar¬ 
chico, dando tutta la sopraintendenza al vescovo, al quale 
tutti gli ordini della Chiesa ubidivano, senza che venisse ad 
alcuno più pensiero di sottrarsi da quel governo. I vescovi 
vicini, le chiese de’ quali, per esser sotto l’istessa provincia, 
avevano insieme commercio, essi ancora per sinodi si regge¬ 
vano in comune; e per facilitar più il governo, attribuendo 
molto a quello della città principale, li deferivano come a capo 
di quel corpo; e per la comunione più ampia, che tutte le 
provincie d’una prefettura tenevano insieme, il vescovo della 
città dove il prefetto risedeva acquistò certa superiorità per 
consuetudine; queste prefetture essendo la città imperiale di 
Roma con le città suburbicarie, e la prefettura di Alessandria 
che reggeva l’Egitto, Libia e Pentapoli, d’Antiochia per la Soria 
e altre provincie di Oriente. E in altre minori prefetture, in 
greco chiamate eparckic , l’istesso era servato. Questo governo, 
introdotto e approvato dalla sola consuetudine, che lo trovò 
utile, fu stabilito dal primo concilio niceno sotto Constantino, 
e per canone ordinato che si continuasse; e tanto era lontano 
ciascuno dall’esimersi fuori dell’ordine, che avendo il vescovo 
di Gerusalem molte onorevoli preeminenze, forse per esser 
luoco dove Cristo nostro Signore conversò in carne mortale 
e fu origine della religione, il concilio niceno ordinò che 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VI 


35 r 


quelle onorevolezze avessero luoco, ma in maniera che non 
fosse niente detratto della superiorità del metropolitano, che 
era il vescovo di Cesarea. Questo governo, che nelle chiese 
orientali sempre è stato osservato, nella latina prese altera¬ 
zione, con occasione che, essendo fabbricati numerosi e gran 
monasteri retti da abbati di gran fama e valore, che per le 
virtù loro conspicue facevano ombra alli vescovi, nacque qual¬ 
che gara tra questi e quelli; e li abbati, per liberarsi da quelli 
incomodi o reali o finti, per coprir l’ambizione di sottrarsi 
dalla soggezione debita, impetrarono dalli pontefici romani 
d’essere ricevuti sotto la protezione di san Pietro, e immediate 
sotto la soggezione pontificia. Il che tornando molto a conto 
alla corte romana (poiché chi ottiene privilegi, per conser¬ 
varseli è ubbligato di sostentare l’autorità del concedente), 
presto presto tutti li monasteri furono esentati. Li capitoli 
ancora delle cattedrali, essendo per la maggior parte regolari, 
con li medesmi pretesti impetrarono esenzione. Finalmente le 
congregazioni cluniacense e cistercense tutte intiere si esen¬ 
tarono, con grande aumento dell’autorità pontificia, la qual 
veniva ad aver sudditi propri in ciascun luoco, difesi e protetti 
dal papato, e scambievolmente defensori e protettori. Da san 
Bernardo, che fu in quel tempo e in congregazione cistercense, 
non fu lodata l’invenzione, anzi ammoni di ciò Eugenio III 
pontefice a considerare che tutti erano abusi, né si doveva 
aver per bene se un abbate ricusava soggiacer al vescovo, e 
il vescovo al metropolitano; che la Chiesa militante debbe 
pigliar esempio dalla trionfante, dove mai nessun angelo disse: 
« Non voglio esser sotto l’Arcangelo ». Ma più averebbe detto, 
quando fosse vissuto in tempi posteriori; imperocché dopo li 
ordini de’ mendicanti passarono più oltre, avendo non solo 
ottenuto esenzione onniinoda dall’autorità episcopale general¬ 
mente dovunque fossero, ma anco facoltà di fabbricar chiese 
in qualonque luoco, e in quelle anco ministrar li sacramenti. 
Ma in questi ultimi secoli s’era tanto inanzi proceduto, che 
ogni prete privato con poca spesa si impetrava una esenzione 
dalla superiorità del suo vescovo, non solo nelle cause di 


352 


l’istoria del concilio tridentino 


correzione, ma anco per poter esser ordinato da chi li piaceva, 
e in somma di non riconoscere il vescovo in alcuno conto. 

Questo essendo lo stato delle cose, e richiedendo li vescovi 
rimedio, di loro alcuni più veementi ritornavano alle cose 
dette nelle congregazioni precedenti l’altra sessione contra le 
esenzioni de’frati; ma li più prudenti, avendo ciò per tentativo 
impossibile da ottenere, stante il numero e grandezza degli 
ordini regolari e il favore della corte, si contentarono di levar 
quelle delli capitoli e persone particolari, e dimandarono che 
fossero revocate tutte. Ma li legati, con uffici particolari con¬ 
siderandogli che non tutta la riforma si poteva per quella 
sessione ordinare, che conveniva dare principio e lasciar anco 
la parte sua alli tempi seguenti, li fecero star contenti di levar 
esenzione solo nelle cause criminali alli preti particolari e 
frati abitanti fuori del chiostro e alli capitoli, come quelle 
di onde vengono inconvenienti maggiori ; e le facoltà di dar 
li ordini clericali a chi non risiede nella propria diocesi; con 
promissione che si seguirebbe a provveder gli altri abusi nel¬ 
l’altra sessione. 



CAPITOLO VII 

(settembre 1546-gennaio 1547). 


[Richiamo da Ratisbona del cardinale Farnese. — Vittoriosa campagna 
sul Danubio contro la lega smalcaldica. — La Germania meridionale 
si sottomette a Carlo V, che largheggia con essa in concessioni re¬ 
ligiose. — Si riaccende il dissidio fra il papa e l’imperatore: rifiuto 
di rinnovare la lega e ritiro delle truppe papali. — Sesta sessione 
del concilio: decreto dogmatico sulla giustificazione, e di riforma 
sulla residenza. — Consensi e critiche suscitati da questi decreti. — 
Ambiguità di linguaggio usata in concilio e sue conseguenze; ancora 
del contrasto fra il Soto e il Catarino sulla certezza della grazia. — 
Per la sessione seguente si fa oggetto di trattazione dogmatica la 
dottrina dei sacramenti ; per la riforma, gli abusi nel ministero di 
essi, ancora la residenza e la pluralità dei benefici. — Il cardinale 
del Monte s’oppone agli spagnoli, che vorrebbero dichiarato il dovere 
di residenza de iure divino .] 


Mentre in Trento queste cose si trattano, il papa, ricevuto 
l’avviso dal Cardinal Farnese, e considerato con quanto poca 
sua riputazione un legato apostolico stava in Ratisbona mentre 
le sue genti erano in campo, lo richiamò: con lui parti un 
buon numero di gentiluomini italiani della gente pontificia. 
Al mezzo d’ottobre li due eserciti si ritrovarono a Sunthen 
tanto vicini, che solo un picciol fiume era in mezzo tra loro; 
e cosi stando, Ottavio Farnese, mandato da Cesare con le 
genti italiane e con altri tedeschi aggiornili, prese Donavert 
quasi su gli occhi dell’esercito nimico. Il quale, non avendo 
fatto alcuna impresa mentre si era trattenuto in Svevia, se 
non tener l’imperatore impedito, al novembre fu costretto 
abbandonar quel paese, per una gran diversione fatta dalli 
boemi e altri della fazione imperiale contra la Sassonia e 
Assia, luochi delli doi capi protestanti, che si ritirarono alla 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - I. 


23 



354 


l’istoria del concilio tridentino 


difesa delle cose proprie, lasciando la Germania superiore a 
descrezione di Cesare. E fu causa che alcuni principi e molte 
delle città collegate inclinarono ad accomodarsi con lui, avendo 
onesta cauzione di tener la loro religione. Ma egli non volle 
che in scritto se ne facesse menzione, a fine che non paresse 
la guerra fatta per quella causa; ché sarebbe stato un offender 
quelli delli suoi che lo seguivano, difficoltare la dedizione 
degli altri e insospettire anco li ecclesiastici di Germania, che 
speravano veder restituito il rito romano in ogni luoco. Li 
ministri suoi nondimeno davano parola a tutti che non sareb- 
bono molestati nell’uso della religione, scusando il patrone 
se per molti rispetti non poteva sodisfarli di farne capitola¬ 
zione; ed egli operava in maniera che appariva ben chiara la 
deliberazione sua di contentarli con la connivenza. In queste 
dedizioni acquistò Cesare numerosa quantità d’artegliaria, e 
cavò dalle città per ragion di condanna molti denari alla 
somma di assai centenara di migliara, e, quel che più di tutto 
importa, restò assoluto patrone della Germania superiore. 

Questa felicità diede molta gelosia al pontefice e li fece 
metter pensiero alle cose proprie, prima che tutta Germania 
fosse posta in obedienza. Le genti sue sotto il nepote Ottavio 
erano molto diminuite in numero, per li già partiti col Car¬ 
dinal Farnese e per altri fuggiti alla sfilata per li disagi: 
quel rimanente, al mezzo di decembre, ritrovandosi l’esercito 
imperiale alloggiato vicino alla villa di Sunthen, parti tutto 
per ordine del pontefice. Dal quale ebbe il nepote Ottavio 
comandamento di ritornare in Italia e dire al suocero che, 
essendo finiti li sei mesi, il papa non poteva più sostener 
tanta spesa; che era finito il tempo dell’ubbligazione e ridotto 
ad effetto quello per che la lega fu contratta, cioè redotta la 
Germania in obedienza; con gran querela dell’imperatore, che 
fosse abbandonato a ponto nella opportunità di far bene, e 
quando più l’aiuto li bisognava; perché niente era fatto, quando 
non fossero oppressi li capi, quali non si potevano dir vinti 
per esser retirati a difesa delli stati propri ; da che, quando 
fossero liberati, era da temere che ritornassero con maggior 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


355 


forze e ordine che prima. Ma il papa giustificava la ragione 
sua di non continuare nella lega, e la partita de’ suoi, con 
dire che non era fatto partecipe delli accordi fatti con le città 
e principi, che non si potevano stabilire senza lui; e mas¬ 
sime che anco erano conclusi in molto pregiudicio della fede 
cattolica, tollerando l’eresia che si poteva esterminare; che 
egli non aveva, secondo i capitoli della confederazione, parti- 
cipato degli utili della guerra, né delli denari tratti dalle terre 
accordate; che l’imperatore si doleva di lui, quando egli era 
l’offeso e vilipeso, con danno anco della religione. Né con¬ 
tento di questo, negò anco all’imperatore che potesse conti¬ 
nuar a valersi delli denari delle chiese di Spagna oltre li sei 
mesi; e quantonque li ministri di Cesare facessero con lui 
riplicati e potenti uffici, mostrando che la continuazione della 
causa per che furono concessi ricercasse anco che si conti¬ 
nuasse la concessione, e che l’opera resterebbe vana e senza 
frutto quando non si conducesse a fine la guerra, non potèro 
moverlo dalla risoluzione presa. 

Successe anco che, essendo nata una congiura pericolosa 
in Genova, che quasi ebbe effetto, dalla famiglia Fiesca contra 
la Doria, che seguiva le parti imperiali, ebbe l’imperator per 
certo che il duca di Piacenza figlio del papa ne fosse stato 
autore, e credette che dal papa venisse, e non si astenne di 
aggiongere questa querela alle altre. 11 papa teneva per fermo 
che l’imperator sarebbe occupato in Germania per longo 
tempo e senza poterlo offender con forze temporali, ma temeva 
che col far andar li protestanti al concilio potesse eccitarli 
qualche travaglio. Il rimedio di separare il concilio li pareva 
troppo violento e scandaloso, massime essendo stato sette 
mesi in trattazione non pubblicata. Venne in parere di far 
pubblicar le cose già digerite, poiché per quella dichiarazione 
o li protestanti averebbono ricusato andarvi, o andando sareb- 
bono costretti accettarla: nella quale voltandosi il cardine di 
tutte le controversie, la vittoria sarebbe stata la sua. E quando 
non vi fosse altra ragione di farlo, questa sola lo consegliava, 
che, desiderando l’imperatore che si astenesse da decidere le 


356 l’istoria del concilio tridentino 

controversie, questo bastava per concludere esser utile a lui 
il farlo, dovendo esser contrari li consegli di chi ha contrari 
fini. Vedeva bene che l’imperatore l’averebbe ricevuto per 
offesa grave; ma già alli disgusti poco si poteva aggiongere; 
ed era il papa solito, quando nelle deliberazioni si trovava ser¬ 
rato tra le ragioni che lo confortavano o dissuadevano, ad usar 
il motto fiorentino: «Cosa fatta capo ha», e dare mano all’ese¬ 
cuzione della parte necessaria. Però alle feste di Natale scrisse 
alli legati che facessero la sessione e pubblicassero li decreti 
già formati. 11 qual comandamento ricevuto, fecero congre¬ 
gazione il di 3 gennaro: nella quale, dopo aver deliberato che 
s’intimasse la sessione per il 13, con parer e piacer concorde 
di tutti, essendo ad ognuno venuto a noia lo star tanto tempo 
senza resolver niente, proposero li legati di pubblicar li decreti 
formati. Quanto a quelli della fede, li prelati imperiali s’op¬ 
ponevano, con dire che non era ancora opportunità e bastava 
pubblicar la riforma; ma li pontifici instavano in contrario, 
allegando esser già noto a tutto il mondo che per sette mesi 
s’aveva assiduamente ventilata la materia della grazia e giu¬ 
stificazione, ed era anco il decreto stabilito; che sarebbe con 
detrimento della fede, quando il mondo vedesse il concilio 
temer di pubblicare quella verità che era decisa. E per esser 
questi in numero molto maggiore, l’opinione loro, aiutata 
dall’autorità delli legati, superò. Le due seguenti congrega¬ 
zioni furono consumate in releggere li decreti cosi di fede 
come di riforma: li quali, accomodate qualche leggier cosuccie, 
secondo l’avvertimento di quelli che non erano intervenuti 
prima, a tutti piacquero. 

Con le solite ceremonie andati alla chiesa li legati con li 
prelati, il giovedì 13 gennaro, giorno destinato per il pubblico 
consesso, si tenne la sessione: dove cantò la messa Andrea 
Cornaro, arcivescovo di Spalato, e fece il sermone Tomaso 
Stella, vescovo di Salpi, e furono letti li decreti della fede e 
della riforma. 

Il primo conteneva sedici capi con loro proemio e tren- 
tatré anatematismi. In sostanza, dopo d’aver proibito credere 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


357 


o predicare o insegnare altramente di quanto era statuito ed 
esplicato in quel decreto, dechiarava: 

I. Che né li gentili per mezzi naturali, né li giudei per 
la lettera della legge di Moisé hanno potuto liberarsi dal 
peccato; 

II. onde Dio mandò il Figliuolo per riscuoter gli uni e 
gli altri. 

III. Il qual se ben è morto per tutti, nondimeno godono 
il beneficio quei soli a chi il merito di lui è comunicato. 

IV. Che la giustificazione dell’empio non è altro se non 
una transazione dello stato di figlio di Adamo nello stato di 
figlio adottivo di Dio per Gesù Cristo, la quale dopo la pub¬ 
blicazione dell’Evangelio non si fa senza il battesmo o senza 
il voto di quello. 

V. Che il principio della giustificazione negli adulti viene 
dalla grazia preveniente, che gl’ invita a disporsi con accon¬ 
sentirgli liberamente e cooperargli, il che fa di sua volontà 
spontanea, potendola anco rifiutare. 

VI. Il modo della preparazione è credendo prima volon¬ 
tariamente le revelazioni e promesse divine; e conoscendosi 
peccatore, dal timor della divina grazia voltandosi alla mise¬ 
ricordia con sperare il perdono da Dio, e perciò cominciar 
ad amarlo e odiar il peccato; e finalmente proponendo di 
ricever il battesmo, incominciar vita nova, e servar li coman¬ 
damenti divini. 

VII. Che a questa preparazione séguita la giustificazione, 
che non è sola remissione dei peccati, ma santificazione an¬ 
cora; e ha cinque cause: la finale, la gloria divina e vita 
eterna; l’efficiente, Dio; la meritoria, Cristo; l’istromentale, 
il sacramento; e la formale, la giustizia donata da Dio, rice¬ 
vuta secondo il beneplacito dello Spirito Santo e secondo la 
disposizione del recipiente, ricevendo insieme con la remis¬ 
sione dei peccati la fede, speranza e carità. 

Vili. Che quando san Paulo dice l’uomo esser giustifi¬ 
cato per la fede e gratuitamente, ciò si debbe intendere perché 
la fede è principio, e le cose precedenti la giustificazione non 
sono meritorie della grazia. 



35S l’istoria del concilio tridentino 

IX. Che i peccati non sono perdonati a chi si vanta e si 
riposa nella sola fiducia e certezza della remissione: né si debbe 
dire che quella sola fede giustifichi; anzi ognuno, si come non 
debbe dubitare della misericordia di Dio, meriti di Cristo ed 
efficacia dei sacramenti, cosi, risguardando la propria indispo¬ 
sizione, può dubitare, non potendo con certezza di fede infal¬ 
libile saper d’aver ottenuto la grazia. 

X. Che li giusti con l’osservanza delli comandamenti di 
Dio e della Chiesa sono maggiormente giustificati. 

XI. Che non si può dire i precetti divini esser impos¬ 
sibili al giusto, il qual se ben cade nei peccati veniali, non 
resta però di esser tale; che nessun debbe fermarsi nella sola 
fede, né dire che il giusto in ogni buon’opera faccia peccato, 
o vero pecchi se opera per fine di mercede. 

XII. Che nessuno deve presumer di esser predestinato 
con credere che il giustificato non possi più peccare, o pec¬ 
cando debbia promettersi la resipiscenza. 

XIII. Parimente che nessun può promettersi assoluta cer¬ 
tezza di perseverar sino al fine; ma metter la speranza nel¬ 
l’aiuto divino, il quale continuerà, non mancando l’uomo. 

XIV. Che li caduti in peccato potranno riaver la grazia, 
procurando coll’eccitamento divino di recuperarla per mezzo 
della penitenzia, la quale è differente dalla battismale, conte¬ 
nendo non solo la contrizione, ma la sacramentai confessione 
e assoluzione sacerdotale, almeno in voto; e oltra ciò la sati- 
sfazione per la pena temporale, la qual non si rimette sempre 
tutta insieme, come nel battesmo. 

XV. Che la grazia divina si perde non solo per l’infe¬ 
deltà, ma per qualonque altro peccato mortale, quantonque 
la fede non sia per quello perduta. 

XVI. Propone anco alli giustificati l’esercizio delle buone 
opere, per le quali si acquista la vita eterna, come grazia pro¬ 
messa dalla misericordia di Dio e mercede debita alle buone 
opere per la divina promessa. E conclude che questa dottrina 
non stabilisce una giustizia propria nostra, repudiata la giu¬ 
stizia di Dio, ma la medesma si dice nostra per esser in noi ; 
e di Dio, essendo da lui infusa per il merito di Cristo. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


359 


In fine, che per far saper ad ognuno non solo la dottrina 
da seguire, ma anco quella che debbe fuggire, soggionge li 
canoni contra chi dice: 

I. Che l’uomo può esser giustificato senza la grazia per 
le forze della natura umana o per la dottrina della legge. 

II. Che la grazia sia data per viver bene con maggior 
facilità e meritare la vita eterna, potendo l’istesso il libero 
arbitrio, ma con difficoltà. 

III. Che l’uomo possi creder, amare, sperar o pentirsi 
come conviene, senza la prevenzione e aiuto dello Spirito 
Santo. 

IV. Che il libero arbitrio eccitato da Dio non cooperi 
per disporsi alla grazia, né possi dissentir volendo. 

V. Che dopo il peccato d’Adamo il libero arbitrio sia 
perduto. 

VI. Che non sia in potestà dell’uomo il far male, ma 
cosi le cattive come le buone opere avvengano non solo per 
divina permissione, ma per sua operazione propria. 

VII. Che tutte le opere fatte innanzi la giustificazione 
siano peccati, e tanto più l’uomo pecchi quanto più si sforza 
per disponersi alla grazia. 

Vili. Che il timor dell’inferno, che ci fa astener dal 
peccare o ricorrere alla misericordia di Dio, sia peccato. 

IX. Che l’impio sia giustificato per fede sola, senza pre¬ 
parazione che venga dal moto della sua volontà. 

X. Che l’uomo sia giustificato senza la giustizia meritata 
da Cristo, o vero sia giusto per quella formalmente. 

XI. Che sia giustificato per sola imputazione della giu¬ 
stizia di Cristo, o per sola remissione dei peccati, senza la grazia 
e carità inerente, o vero che la grazia della giustificazione sia 
solo il favor divino. 

XII. Che la fede qual giustifica non sia altro che la con- 
fidenzia della misericordia, che rimette i peccati per Cristo. 

XIII. Che per la remissione dei peccati sia necessario il 
credere che siano rimessi, senza dubitar della propria indi¬ 
sposizione. 



360 


l’istoria del concilio tridentino 


XIV. Che l’uomo è assoluto e giustificato, perché lo 
crede fermamente. 

XV. Che sia tenuto per fede a credere d’esser certamente 
nel numero de’ predestinati. 

XVI. Chi dirà esser certo d’aver il dono della perseve- 
ranzia senza special revelazione. 

XVII. Che li soli predestinati ottengono la grazia. 

XVIII. Che i precetti di Dio siano impossibili al giu¬ 
stificato. 

XIX. Che non vi sia altro precetto evangelico che della 

fede. 

XX. Che il giusto e perfetto non sia obbligato ad osservar 
li comandamenti di Dio e della Chiesa, o vero che l’Evan¬ 
gelio sia una promessa, senza condizione dell’osservanza dei 
comandamenti. 

XXI. Che Cristo è dato per redentore, non per legislatore. 

XXII. Che il giustificato possi perseverar senza special 
aiuto di Dio, o non possi con quello. 

XXIII. Che il giusto non possi peccare, o vero possi 
evitar tutti li peccati veniali, se non per privilegio speciale, 
come la Chiesa tiene della Vergine. 

XXIV. Che la giustizia non si conservi e accresca per 
le buone opere, ma siano frutti o segni. 

XXV. Che il giusto in ogni opera pecca mortalmente 
o venialmente. 

XXVI. Che il giusto non debbe sperar mercede per le 
buone opere. 

XXVII. Non esservi altro peccato mortale che l’infedeltà. 

XXVIII. Che, perduta la grazia, si perda la fede, o vero 
la fede rimanente non esser vera, né di cristiano. 

XXIX. Che, peccando dopo il battesmo, non possi 
l’uomo rilevarsi con la grazia di Dio, o vero possi ricuperarla 
con la sola fede, senza il sacramento della penitenza. 

XXX. Che ad ogni penitente vien rimessa la colpa e la 
pena intieramente, non restando pena temporale da pagar in 
questa vita o in purgatorio. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 361 

XXXI. Che il giusto pecca, se opera bene risguardando 
la mercede eterna. 

XXXII. Che le opere buone del giusto sono doni di Dio 
solamente, e non insieme meriti del giustificato. 

XXXIII. Che per questa dottrina sia derogato alla gloria 
di Dio e meriti di Cristo, e non più tosto illustrato la glo¬ 
ria loro. 

Dappoi ch’ebbi tessuta questa abbreviata narrazione del 
decreto, mi cadé in pensiero che fosse cosa superflua, poiché 
tutti li decreti di questo concilio sono in un volume stampati 
e nelle mani di tutti, e che potessi anco nella composizione 
delle azioni seguenti rimettermi a quel libro; e fui per can¬ 
cellare questo foglio. Poi considerai che ad alcuno forse più 
piacerà in un solo libro leggere tutto continuato, e chi averà 
più caro vedere l’origine, potrà tralasciare questa mia abbre¬ 
viazione: ho deliberato non mutare, e anco nelle materie se¬ 
guenti seguire lo stile istesso. E tanto più considerando il 
dispiacere che sento, quando veggo in Senofonte o Tacito 
tralasciata la narrazione d’alcuna cosa alli loro tempi notis¬ 
sima, che, non avendo modo di risaper al presente, mi resta 
incognita; e mi persuade a tenir una massima: che mai un 
libro doverebbe riferirsi ad un altro. Però vengo alla somma 
del decreto della riforma, il qual in sostanza conteneva: 

I. Che volendo la sinodo emendare li depravati costumi 
del clero e populo, stimava dover incominciare dalli prefetti 
delle chiese maggiori: però, confidando in Dio e nel suo 
vicario in terra che quel carico sarà dato a persone degne 
ed esercitate dalla puerizia nella disciplina ecclesiastica, li 
ammoni a far il loro officio, qual non si può esequire se non 
soprastando alla custodia di esso. Nondimeno molti, lasciata 
la mandra e la cura delle agnelle, vagano per le corti ed 
attendono a negozi secolari. Per tanto la sinodo rinnova tutti 
li antichi canoni contra li non residenti ; e oltra ciò statuisce 
che qualonque prefetto a chiesa cattedrale, con qualonque 
titolo si voglia e di qualonque preeminenza egli sia, che senza 
giusta e ragionevole causa starà fuori della sua diocesi sei 



3Ó2 


l’istoria del concilio tridentino 


mesi continui, perda la quarta parte delle entrate: e se per¬ 
severerà stando assente per altri sei mesi, ne perdi un altro 
quarto: e crescendo la contumacia, il metropolitano, sotto 
pena di non poter entrar in chiesa, fra tre mesi debbe denon- 
ciarlo al pontefice, il qual per la sua suprema autorità potrà 
dar maggior castigo e provveder alla chiesa di pastor più 
utile. E se il metropolitano incorrerà in simil fallo, il sufTra- 
ganeo più vecchio sia tenuto denonciarlo. 

II. Ma gli altri inferiori ai vescovi, tenuti a resedere o per 
legge o per consuetudine, siano a ciò costretti dalli vescovi, 
annullando ogni privilegio che esenti in perpetuo dalla resi¬ 
denza; restando in vigore le dispense concesse per tempo, con 
causa ragionevole e vera, provata inanzi l’ordinario; dovendo 
però il vescovo, come delegato della sede apostolica, aver 
carico che sia atteso alla cura delle anime da vicario idoneo, 
con porzione conveniente dell’ intrate, non ostante qualunque 
privilegio o esenzione. 

III. In oltre, che nessun chierico secolare per privilegio 
personale, o regolare abitante fuori del monasterio, per pri¬ 
vilegio dell’ordine suo, sia esente, si che non possi esser 
punito fallando, e visitato e corretto dall’ordinario. 

IV. Similmente, che li capitoli delle cattedrali e altre col¬ 
legiate, in virtù de esenzioni o consuetudini o giuramenti e 
patti, non possino liberarsi dalla visita de’ suoi vescovi e altri 
prelati maggiori, sempre che farà bisogno. 

V. In fine ordinava che nessun vescovo, con pretesto di 
privilegio, possi esercitar atti pontificali nella diocesi d’un 
altro, se non con licenzia di quello, e sopra li suoi soggetti 
solamente. 

E fu deputato il giorno della session seguente a’ 3 di 
marzo. 

In Roma il decreto della fede non diede materia alcuna 
di parlare, non riuscendo novo, cosi perché era stato veduto 
ed esaminato pubblicamente, come s’è detto, e, poiché già a 
tutti era noto che s’avevano a dannar tutte le opinioni tede¬ 
sche, era stato prima veduto e approvato. Ma li vescovi di- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


363 


inoranti in corte, che erano stati molto tempo sospesi per 
l’articolo della residenza che si trattava, restarono contenti, 
tenendo fermo che il decreto del concilio non potesse far 
maggior effetto di quello che li decretali de’ pontefici facevano 
prima. Ben li cortigiani minuti furono ripieni di malconten- 
tezza, vedendo rimesso al vescovo il poterli costringere; si 
dolevano della miseria propria, che per acquistar da vivere 
li convenisse servir tutta la loro vita, e dopo tanta fatica ri¬ 
cever per premio d’esser confinati in una villa, o vero con 
un vii canonicato sottoposti ad un’altra servitù delli vescovi, 
maggiore e più abietta, quali non solo li teniranno ligati come 
ad un palo, ma con le visite e col pretesto di correzioni li 
condurranno o vero ad una soggezione misera, o li teniranno 
in perpetue vessazioni e spese. 

Ma altrove, e per là Germania massime, quando li decreti 
furono visti, più diede da dire quello della fede, qual con¬ 
veniva leggere e releggere molto attentamente e specularci 
anco sopra, non potendosi intendere senza una perfetta cogni¬ 
zione delli moti interiori dell’animo, e senza saper in quali 
egli sia attivo e in quali passivo: cose sottilissime e, per la 
diversa apparenza che fanno, stimate sempre disputabili, ver¬ 
sando tutta la dottrina del concilio sopra questo cardine: « se 
il primo oggetto della volontà operi in lei, o ella in lui, o 
pur ambidoi siano attivi e passivi ». Fu da alcuni faceti detto 
che se li astrologi, non sapendo le vere cause de’ moti cele¬ 
sti, per salvar le apparenze hanno dato in eccentrici ed epicicli, 
non era maraviglia se, volendo salvare le apparenze de’ moti 
sopracelesti, si dava in eccentricità de opinioni. Li grammatici 
non cessavano di ammirar e ridere l’artificio di quella pro¬ 
posizione, che è nel quinto capo: ncque homo ipse nihil om- 
nino quale dicevano non esser intelligibile e non aver 

esempio. Che se voleva la sinodo significare: etiam homo ipse 
aliquid affai, lo poteva pur dire chiaramente, come conviene 
in materia di fede, dove la miglior espressione è la più sem¬ 
plice; e se pure volevano usar un’eleganzia, potevano dire: 
etiam homo ipse nihil affai. Ma interponendosi la voce omnino, 



364 


l’istoria del concilio tridentino 


quell’orazione esser incongrua e senza senso, come sono tutte 
le orazioni di due negazioni che non si possono risolvere in 
una affirmativa; perché, volendo risolvere quella, converrebbe 
dire: etiam homo ipse aliquid omnino agat, che è incongrua, 
essendo inintelligibile quello che possi significare aliquid om¬ 
nino in questo proposito, poiché direbbe che l’uomo abbia 
azione in un certo modo, la quale negli altri modi non sia 
azione. 

Erano difesi li padri con dire che non conveniva esami¬ 
nare la forma del parlare al rigido, che non è altro che ca¬ 
villare. A che replicavano che la benigna interpretazione è 
debita alle forme di parlar usate; ma di chi, tralasciate le 
chiare e usate, ne inventa d’incongrue e che coprono in sé 
la contradizione per cavillare e sdrucciolare da ambe le parti, 
è pubblica utilità che l’arteficio sia scoperto. 

Gl’intendenti di teologia dicevano che la dottrina di poter 
l’uomo sempre rifiutare le divine inspirazioni era molto con¬ 
traria alla pubblica e antica orazione della Chiesa: et ad te 
nostras etiam rebelles compelle propititis voluntates. La qual 
non convien dire che sia un desiderio vano e frustratorio, 
ma sia fatta ex fide , come san Giacomo dice, e sia da Dio 
verso li suoi eletti esaudita. Aggiongevano che non si poteva 
più dire con san Paulo che non venga dall’uomo quello che 
separa li vasi dell’ira da quei della misericordia divina, es¬ 
sendo il separante quell’umano non nihil omnino. Molte sorti 
di persone considerarono quel luoco del settimo capo, dove 
si dice la giustizia esser donata a misura, secondo il bene¬ 
placito divino e la disposizione del recipiente, non potendo 
ambidue queste cose verificarsi : perché se piacesse a Dio 
darne più al manco disposto, non sarebbe a misura della 
disposizione, e se si dà a misura di quella, vi è sempre il 
motivo pel quale Dio opera, e non usa mai il beneplacito. 
Si maravegliavano come avessero dannato chi dicesse non 
esser possibile servare li precetti divini, poiché il medesimo 
concilio, nel decreto della seconda sessione, esortò li fedeli 
congregati in Trento che pentiti, confessati e comunicati os- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


365 


servassero li precetti divini, quantum quisque poterit. La qual 
modificazione sarebbe empia, se il giustificato potesse servarli 
assolutamente, e notavano esservi la medesima voce prczcepta 
per levar ogni forza alli cavilli. 

Li intendenti dell’ecclesiastica istoria dicevano che in tutti 
li concili tenuti nella Chiesa dal tempo degli apostoli fino a 
quell’ora, posti tutti insieme, mai erano stati decisi tanti arti¬ 
coli quanti in quella sola sessione; in che aveva una gran 
parte Aristotele coll’aver distinto esattamente tutti li generi 
de cause; a che se egli non si fosse adoperato, noi mancavamo 
di molti articoli di fede. 

Li politici ancora, se ben non debbono esaminare le cose 
della religione, ma seguirle semplicemente, trovarono che dire 
in questo decreto: vedendo nel capo decimo posta l’obbliga- 
zione d’ubidir alli precetti di Dio e della Chiesa, e l’istesso 
replicato nel canone vigesimo, restavano con scandolo perché 
non fossero anco poste l’obbligazioni alli precetti de’ principi e 
magistrati. Esser più chiara assai nella Scrittura divina l’obe- 
dienzia debita a questi; la legge vecchia esserne piena; nel 
Testamento novo esser dottrina chiara di Cristo proprio e di 
san Pietro e di san Paolo espressa e trattata a longo. Che 
quanto alla Chiesa, si trova obbligo espresso di udirla, ma 
di ubidirla non è cosi chiaro; si ubidisce chi comanda di 
suo, si ode chi promulga l’alieno. Né si sodisfacevano questa 
sorte d'uomini d’una scusa che era allegata, cioè li precetti 
dei prencipi esser inclusi in quelli di Dio; che perciò a loro 
si debbe obedienzia, per aver Dio comandato che siano ubi¬ 
diti ; perché replicavano per tal ragione maggiormente doversi 
tralasciar la Chiesa: ma che questa era espressa, e quelli tra¬ 
passati con silenzio, per l’antico scopo degli ecclesiastici d’in- 
trodur nel popolo quella perniciosa opinione che a loro si 
sia tenuto obidire per conscienzia, ma alli principi e magi¬ 
strati solo per evitar le pene temporali, e del rimanente po¬ 
tersi senza altro rispetto trasgredire li loro comandamenti ; e 
per questa via metter in odio, rappresentare per tirannico e 
sovvertir ogni governo; e dipingendo la soggezione alli preti 


3 66 


l’istoria del concilio tridentino 


per via unica e principale d’acquistar il cielo, tirar in sé 
prima tutta la giurisdizione, e finalmente in consequenza tutto 
l’imperio. 

Del decreto della riforma si diceva esser una pura e mera 
illusione; perché il confidar in Dio e nel papa che sarebbe 
provvisto di persone degne al governo delle chiese è opera 
più tosto di chi facesse orazione che di riformazione. L’in¬ 
novare li antichi canoni con una parola sola e cosi generale 
era confermarli nell’introdotta dissuetudine maggiormente, che 
volendo restituirli da dovero, bisognava levar le cause che 
gli hanno posti in oblivione e darli vigore con pene e depu¬ 
tazione d’esecutori, e altre maniere che introducono e conser¬ 
vano le leggi. In fine non aversi altro operato, se non stabilito 
che, col perdere la metà delle entrate, si possi star assente 
tutto l’anno; anzi insegnato a starvi per undici mesi e più 
senza pena alcuna (interponendo quei trenta o meno giorni 
nel mezzo dell’altro tempo dell’anno), e destrutto anco a fatto 
il decreto con l’eccezione delle giuste e ragionevoli cause: 
quali chi sarà cosi semplice che non sappia fare nascere, do¬ 
vendo avere per giudici persone a chi mette conto che la 
residenza non si ponga in uso? 

Questo luoco ricerca che si faccia menzione d’un partico¬ 
lare successo, il quale incominciato in questo tempo, se ben 
non ebbe fine se non dopo quattro mesi, appartiene tutto alla 
presente sessione; e a penetrare che cosa fosse allora il con¬ 
cilio di Trento, e che opinione avessero di lui quelle mede¬ 
sime persone che vi intervenivano. Per intelligenza del quale 
non resterò di replicare che fra’ Dominico Soto, tante volte 
di sopra nominato, quale ebbe gran parte, come s’è detto, 
nella formazione del li decreti del peccato originale e della 
giustificazione, e che avendo notato tutti li pareri e le ragioni 
che furono usate in quelle discussioni, pensò di comunicarle 
al mondo e tirare le parole del decreto al suo proprio senso, 
mandò in stampa un’opera continente il tutto intieramente, 
intitolandola De natura et gratia\ e quella dedicò con una 
epistola alla sinodo, per esser (cosi egli nella dedicatoria 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 3O7 

scrisse) un comentario delli doi decreti suddetti. In questa, 
venendo all’articolo della certezza della grazia, disse in longo 
discorso, la sinodo aver dechiarato che l’uomo non può saper 
d’avere la grazia con tanta certezza, quanta è quella della 
fede, ita che ogni dubitazione sia esclusa. Il Catarino, fatto 
novamente vescovo de Minori, che aveva difeso il contrario 
e tuttavia perseverava nell’opinione sua, stampò un libretto 
con dedicatoria alla medesima sinodo, lo scopo del quale era 
dire e defendere che il concilio non intese di condannare 
l’opinione di chi asseriva il giusto poter credere d’aver la 
grazia tanto certamente quanto ha per certi gli articoli della 
fede; anzi la sinodo aver deciso che è tenuto a crederlo, quando 
nel canone vigesimo sesto ha dannato chi dice che il giusto 
non debbe sperar e aspettare la mercede, essendo ben neces¬ 
sario che chi debbe sperare, come giusto, sappia d’esser tale. 

In questa contrarietà d’opinioni, non solo ambidoi affer¬ 
mativamente scrivendo al concilio dissero ciascuno che la 
sua sentenzia era quella della sinodo, ma dopo scrissero anco 
e stamparono apologie e antiapologie, querelando l’uno l’altro 
alla sinodo che gl’imponesse quello che ella non aveva detto, 
e inducendo diversi delli padri testimoni per comprobare la 
propria opinione, quali anco testificavano chi per uno, chi 
per l’altro. Si che li padri erano divisi in due parti, eccetto 
alcuni buoni prelati, che come neutrali dicevano non avere 
ben intesa la differenza, ma prestato il consenso al decreto 
nella forma promulgata, perché ambe le parti erano conve¬ 
nute. Il legato Santa Croce testificava per il Catarino: il Monte 
diceva esser stato del terzo partito. 

Questo evenimento pare che levi ad ognuno la speranza 
di saper la mente del concilio, poiché in quel tempo gli stessi 
intervenienti, e li principali, non concordavano. Fa anco 
nascere difficoltà chi era quella sinodo che deliberò l’articolo, 
alla quale scrissero e provocarono il Soto e il Catarino, 
stimandola ambidua aderente a sé; onde nel conoscerla era 
necessario che o uno di loro o ambidua s’ingannassero. E 
che sarà degli altri, poiché a questi cosi avvenne? Si potrebbe 


3 68 


l’istoria del concilio tridentino 


dire che fosse l’aggregato di tutti insieme, al quale lo Spirito 
Santo assistendo facesse determinar la verità, eziandio non 
intesa da chi la determinava, come Caifas profetò per esser 
pontefice senza intender la profezia, come il vescovo di Bitonto 
disse nel suo sermone; quando questa risposta non avesse due 
opposizioni: l’una, che alli reprobi e infedeli Dio fa profetare 
senza intelligenza, ma alli fedeli con l’illuminar l’intelletto; 
l’altra, che li teologi concordemente dicono li concili non 
deliberar della fede per inspirazione divina, ma per investi¬ 
gazione e disquisizione umana, alla quale lo Spirito assiste 
per guardarli dagli errori, tanto che non possono determinare 
senza intender la materia. Darebbe forse nel vero chi dicesse 
che, dibattendosi le opinioni contrarie nel formar il decreto, 
ciascuna parte rifiutasse le parole di senso contrario alla sua, 
onde tutti si fermassero in quelle che ciascuno pensava potersi 
accomodare al senso suo, onde l’espressione riuscisse capace 
di contrarie esposizioni. Se ben questo non servirebbe a risol¬ 
vere la dubitazione proposta e a trovar quale fosse il concilio, 
poiché sarebbe darli unità di parole e contrarietà di animi. Ma 
quello che è narrato in questo particolare, e avvenne forse in 
molte materie, non occorreva nel dannar le opinioni luterane, 
dove tutti convenivano con unanimità esquisita. 

Non è da tralasciare in questo proposito un’avvertenza 
dell’istesso Catarino, scritta alla sinodo nel medesimo libro, 
meritando l’autore di non esser defraudato dell’invenzione 
sua. Egli considerò esser repugnante il dire che l’uomo riceve 
volontariamente la grazia, e che non è certo d’averla; perché 
nessuno può volontariamente ricevere cosa che non sa essergli 
data, e senza esser certo di riceverla. 

Ma tornando alle cose conciliari, il di seguente la sessione, 
si ridusse la congregazione generale per deliberare e ordinare 
la materia da digerire per la sessione futura. E quanto alla 
parte spettante alla fede, essendo già deliberato di seguir l’or¬ 
dine della confessione augustana, si faceva inanzi il capo 
del ministerio ecclesiastico, il quale li luterani dicono esser 
autorità di annonciare l’Evangelio e ministrar li sacramenti; 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


369 


e attendendo alcuni la prima parte, proponevano che si trat¬ 
tasse della potestà ecclesiastica, dechiarando tutte quelle fon- 
zioni spirituali e temporali che Dio li ha concesso sopra li 
fedeli, le quali dalli luterani erano negate. E questo piaceva 
all’universale delli prelati, perché era materia di facile intel¬ 
ligenza, senza spinosità scolastica, e dove averebbono potuto 
aver la parte loro. Alli teologi non era grato, non essendo 
quelle materie trattate da scolastici, onde non averebbono 
avuto che disputare, e sarebbe convenuto rimettersene per il 
più a’ canonisti. Dicevano che li augustani non trattano di 
tutta l’autorità ecclesiastica, ina di sola quella di predicare, 
della quale nella precedente sessione si era decretato quanto 
bastava: ma nella seconda parte era ben materia connessa e 
conseguente la giustificazione, cioè li sacramenti, che sono li 
mezzi per esser giustificati, e che questi era piu conveniente 
far soggetto della seguente sessione. A questa aderivano li 
legati e li dependenti loro; in apparenza per le medesime 
ragioni, ma in loro segreto per un’altra più potente, perché 
in quell’altra considerazione s’averebbe trattato dell’autorità 
delli concili e del pontefice, e proposte molte materie scabrose 
e da non muovere. 

Risoluto di trattar la materia de’ sacramenti, si considerò 
che era molta e ampia, e non potersi comprendere in una 
sessione, né manco potersi facilmente determinare in quante 
parti dividerla. Dalli augustani esser fatta breve coll’aver 
levati quattro sacramenti, de’ quali tanto più esattamente si 
doveva trattare per restabilirli; pertanto esser bene che si 
(lasse principio a discutere prima delli sacramenti in univer¬ 
sale. E fu dato carico di ordinare li articoli tratti dalla dot¬ 
trina luterana, descendendo anco alli sacramenti in particolare, 
de quanti fosse parso potersi far discussione; e acciocché la 
riforma seguisse la difinizione della fede e dogmi, consequen- 
temente si mettessero insieme gli abusi occorrenti nel mini- 
sterio delli sacramenti, ordinando una congregazione de prelati 
e altri canonisti che discorressero li rimedi e sopra formassero 
decreti; con ordine che, occorrendo nel medesimo giorno 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1. 


24 



370 


l’istoria del concilio tridentino 


ambidue, alli teologi presedesse il Cardinal Santa Croce, alli 
canonisti quello del Monte, e ambidua insieme nelle congre¬ 
gazioni generali. Ma oltre di questo, attesa la promessa di 
continuare anco la materia della residenza, non si tralasciasse 
di trattarne qualche articolo delli più principali. In questo 
non fu cosi facile convenire, avendo li legati, con li loro 
aderenti, fini contrari agli altri vescovi. 

Questi erano entrati in speranza e miravano quasi tutti, 
ma li spagnuoli sopra gli altri, a racquistar l’autorità episco¬ 
pale che anticamente si esercitava da ciascuno nella diocesi 
propria, quando erano incognite le reservazioni de’ benefici, 
dei casi o d’assoluzioni, le dispense e altre tal cose; le quali 
solevano dire in ragionamenti privati e fra poche persone 
che l’appetito di dominare e l’avarizia l’avevano fatto proprie 
alla corte romana sotto finto colore di maneggiarle meglio, e 
più con pubblico servizio di Dio e della Chiesa per tutta la 
cristianità, che li vescovi nelle città proprie, attesa qualche 
imperfezione e ignoranza loro: cosa però non vera, poiché 
non entrò nell’ordine episcopale dissoluzione né ignoranzia, 
se non dopo che furono costretti andar per servitori a Roma. 
Ma quando bene s’avesse visto un mal governo allora nelli 
vescovi, che avesse costretto levarli l’autorità propria, ora 
che si vede pessimo nella corte romana, l’istessa ragione 
maggiormente costringere di levarli quel maneggio che non 
è proprio suo, e da lei è sommamente abusato. 

Ottima medicina era stimata da questi prelati, per rimedio 
al mal passato e preservativo all’avvenire, il decreto che la 
residenza sia de iure divino. Perché se Dio ha comandato ai 
vescovi di reseder perpetuamente alla cura del gregge, per 
necessaria consequenza li ha prescritto anco il carico, e dato 
loro la potestà per ben esercitarlo; adonque il papa non potrà 
né chiamarli né occuparli in altro, né dispensarli, né restrin¬ 
ger l’autorità data da Dio. Però facevano instanza che si ve¬ 
nisse alla determinazione, dicendo esser necessario risolver 
quell’articolo, dopo che era discusso abbastanza. Il Cardinal 
del Monte, premeditato già, lasciò prima parlare alli più fer- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO VII 


371 


venti, acciò esalassero parte del calore, poi con destro modo 
si oppose, dicendo che era ben necessario farlo, poiché il 
mondo tutto era in quell’espettativa, ma anco conveniva farlo 
in tempo opportuno; che la difficoltà era stata trattata con 
troppo calore, e in molti aveva eccitato più gli affetti che la 
ragione; onde era necessario lasciar sbollire quel fervore e 
interponer un poco di tempo, tanto che, scordati delle conten¬ 
zioni, vivificata la carità, si dia luoco allo Spirito Santo, senza 
il qual non si può decider la verità. Che la Santità del sommo 
pontefice, la qual con dispiacere ha inteso le contenzioni pas¬ 
sate, ricerca l’istesso per poter egli ancora far discuter la 
materia in Roma e aiutar la sinodo di conseglio. Concluse 
in fine, con parole più resolute di quello che si doveva infe¬ 
rire da cosi modesto principio, che non se ne parlasse più 
inanzi la sessione, che cosi era risoluta volontà del papa, 
ma ben si attendesse alla riforma degl’inconvenienti che sono 
stati causa d’introdur l’abuso di non risedere. Questa mistura 
di remostranze e imperio fu causa che da alcuni delli padri, 
che dopo mandarono trattati in stampa in questa materia, 
fosse detto e posto in stampa che dalli legati era stato proibito 
il parlar di tal questione, e da altri fosse negato con invettiva 
contra li primi, dicendo che derogassero alla libertà del con¬ 
cilio. Fu, per fine della congregazione, risoluto di ripigliar 
le cose tralasciate nella precedente sessione, e trattare di levar 
gli impedimenti che costringono a non risedere; fra’ quali 
occorrendo, come principalissimo, la pluralità delli benefici, 
essendo impossibile riseder in più luoghi, si deliberò trattar 
di quella. 


CAPITOLO Vili 

(gennaio-febbraio 1547). 


[Trattazione dei sacramenti. — Fissazione ed esame degli errori su di essi 
in generale, sul battesimo e sulla confermazione.— Particolari dispute 
sul numero e necessità dei sacramenti, sul modo come operano, 
sull’ intenzione di chi li amministra. — Del battesimo e della confer¬ 
mazione. — La congregazione per la riforma fissa il decreto sugli 
abusi nel ministero dei sacramenti. — Dispute sulla gratuità dell’am- 
ministrarli. — Si fissano i canoni.] 

Ma per non confonder le materie narrerò tutt’ insieme 
quello che alli sacramenti aspetta, dove non occorre se non 
considerazione per il più speculativa e dottrinale, per non 
interromper il filo della materia beneficiale, nella quale occor¬ 
sero cose che aprirono la via ad importanti e pericolosi acci¬ 
denti. In materia dei sacramenti furono formati articoli dai 
deputati, e prescritto alli teologi il modo di parlar sopra di 
quelli in un foglio comunicato a tutti, con ordine che dices¬ 
sero se tutti erano eretici o vero erronei, e se dalla sinodo 
dovevano esser condannati; e quando forse alcuno non meri¬ 
tasse dannazione, adducessero le ragioni e autorità. Appresso 
esplicassero qual sia stato in tutti quelli il parere delli con¬ 
cili e delli santi Padri, e quali degli articoli si ritrovino già 
reprobati, e quali restino da condennare; e se nella proposta 
materia ad alcuno occorresse qualche altro articolo degno di 
censura, l’avvertissero; e in tutto ciò fuggissero le questioni 
impertinenti, de quali si può disputar l’una e l’altra parte 
senza pregiudicio della fede, e ogni altra superfluità o lon- 
ghezza di parole. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


373 


Delli sacramenti in universale erano quattordici articoli. 

I. Che li sacramenti della Chiesa non sono sette, ma 
sono manco quelli che veramente possono esser chiamati sa¬ 
cramenti. 

II. Che li sacramenti non sono necessari, e senza loro 
gli uomini possono acquistar da Dio la grazia per mezzo della 
fede sola. 

III. Nessun sacramento esser più dell’altro degno. 

IV. Che li sacramenti della legge nova non danno la 
grazia a quelli che non vi pongono impedimento. 

V. Che li sacramenti mai hanno dato la grazia o la re¬ 
missione dei peccati, ma la sola fede del sacramento. 

VI. Che immediate dopo il peccato di Adamo da Dio 
sono stati instituiti i sacramenti, per mezzo de’ quali fu donata 
la grazia. 

VII. Per li sacramenti esser data la grazia solamente a 
chi crede che li peccati gli sono stati remessi. 

Vili. Che la grazia non è data nei sacramenti sempre 
e a tutti, quanto s’aspetta ad esso sacramento, ma solo quando 
e dove è parso a Dio. 

IX. Che in nessun sacramento è impresso carattere. 

X. Che il cattivo ministro non conferisce il sacramento. 

XI. Che tutti li cristiani di qualsivoglia sesso hanno 
ugual potestà nel ministerio della parola di Dio e del sacra¬ 
mento. 

XII. Che ogni pastor ha potestà di allongar, abbreviar 
e mutar a beneplacito suo le forme dei sacramenti. 

XIII. Che l’intenzione dei ministri non è necessaria, e 
non opera cosa alcuna nelli sacramenti. 

XIV. Che li sacramenti sono stati instituiti solo per nu¬ 
trir la fede. 

Del battesimo erano articoli diciassette. 

I. Che nella chiesa romana e cattolica non vi è vero 
battesmo. 

II. Che il battesmo è libero, e non necessario alla 


salute. 



374 


l’istoria del concilio tridentino 


III. Che non è vero battesmo quelio che è dato dagli 
eretici. 

IV. Che il battesmo è penitenzia. 

V. Che il battesmo è segno esteriore, come la terra 
rossa nelli agnelli, e non ha parte nella giustificazione. 

VI. Che il battesmo si debbi rinnovare. 

VII. Il vero battesmo esser la fede, qual crede che li 
peccati sono rimessi ai penitenti. 

Vili. Che nel battesmo non è estirpato il peccato, ma 
solamente non imputato. 

IX. Esser la medesma virtù del battesmo di Cristo e 
di Gioanni. 

X. Che il battesmo di Cristo non ha evacuato quello 
di Gioanni, ma gli ha aggiorno la promessa. 

XI. Che nel battesmo la sola immersione è necessaria, 
e gli altri riti usati in esso esser liberi e potersi tralasciar 
senza peccato. 

XII. Che sia meglio tralasciar il battesmo dei putti che 
battezzarli mentre non credono. 

XIII. Che li putti non debbono esser battezzati, perché 
non hanno fede propria. 

XIV. Che li battezzati in puerizia, arrivati all’età di 
discrezione, debbono esser rebattezzati, per non aver creduto. 

XV. Che quando li battezzati nell’infanzia sono venuti 
in età, si debbono interrogare se vogliono ratificar il batte¬ 
smo, e negandolo, debbono esser lasciati in libertà. 

XVI. Che li peccati commessi dopo il battesmo sono 
rimessi per la sola memoria e fede d’esser battezzato. 

XVII. Che il voto del battesmo non ha altra condizione 
che della fede, anzi annulla tutti gli altri voti. 

Della confermazione erano quattro articoli. 

I. Che la confermazione non è sacramento. 

II. Che è instituito dai Padri, e non ha promessa della 
grazia di Dio. 

III. Che ora è una ceremonia oziosa, e già era una 
catechesi, quando li putti gionti all’età rendevano conto della 
sua fede inanzi la Chiesa. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


575 

IV. Che il ministro della confermazione non è il solo 
vescovo, ma qualonque sacerdote. 

Nelle congregazioni tutti li teologi convennero in asserire 
il settenario numero e dannar per eresia la contraria senten¬ 
zia, atteso il consenso universale delle scole, incominciando 
dal Maestro delle sentenzie, che primo ne parlò determinata- 
mente, sino a questo tempo. A questo aggiongevano il decreto 
del concilio fiorentino per gli armeni, che determina quel 
numero; e per maggior confermazione era aggiorno l’uso della 
chiesa romana, del quale concludevano che conveniva tenerlo 
per tradizione apostolica e articolo di fede. Ma per la seconda 
parte dell’articolo non concordavano tutti, dicendo alcuni che 
era assai seguir il concilio fiorentino, qual non passò più 
inanzi; poiché il decidere li sacramenti propri non esser né 
più né meno presuppone una decisione: qual sia la vera e 
propria essenza e difinizione del sacramento, cosa piena di 
difficoltà, per le molte e varie difinizioni portate non solo 
dalli scolastici, ma anco dalli Padri, delle quali attendendo 
una, converrà dire che sia proprio sacramento quello che, 
considerando l’altra, doverà esser escluso dal numero. Esser 
anco questione tra li scolastici se il sacramento si possi difi¬ 
nire, se abbia unità, se sia cosa reale o vero intenzionale; e 
non esser cosa ragionevole in tanta ambiguità delli principi 
fermar con tanto legame le conclusioni. Fu raccordato che 
san Bernando e san Cipriano ebbero per sacramento il lavar 
dei piedi; e che sant’Agostino fa ogni cosa sacramento, cosi 
chiamando tutti li riti con che si onora Dio; e altrove, inten¬ 
dendo la voce più ristrettamente che la proprietà non com¬ 
porta, fece sacramenti soli quelli di che espressamente vien 
parlato nella Scrittura del novo Testamento, e in questo signi¬ 
ficato pose solamente il battesmo e l’eucaristia, se ben in un 
luoco dubitò se alcun altro ve n’era. 

Per l’altra parte si diceva; esser necessario stabilire per 
articolo che li sacramenti propri non sono né più né meno, 
per reprimere l’audacia cosi delli luterani che li fanno ora 
due, ora tre, ora quattro, come anco di quelli che eccedono 



376 l’istoria del concilio tridentino 

li sette; e se nei Padri si trova alcune volte numero maggiore 
e alcune volte minore, questo esser nato perché allora, inanzi 
la determinazione della Chiesa, era lecito ricevere la voce ora 
in più ampio, ora in più restretto significato. E qui per sta¬ 
bilire il proprio e, come li scolastici dicono, la sufficienza 
di questo settenario, cioè che né più né meno sono, fu usata 
longhezza noiosa nel racconto delle ragioni dedutte da sette 
cose naturali, per quali s’acquista e conserva la vita, dalle 
sette virtù, dalli sette vizi capitali, dalli sette difetti venuti 
per il peccato originale, dalli sei giorni della creazione del 
mondo e settimo della requie, dalle sette piaghe dell’Egitto, 
e anco dalli sette pianeti, dalla celebrità del numero settenario, 
e da altre congruità usate dalli principali scolastici per prova 
della conclusione; e molte ragioni perché le consecrazioni delle 
chiese, del 1 i vasi, delli vescovi, abbati e abbadesse e monache 
non siano sacramenti, né l’acqua benedetta, né il lavar dei 
piedi di san Bernardo, né il martirio, né la creazione de’ 
cardinali o la coronazione del papa. 

Fu raccordato che per raffrenar gli eretici non bastava 
condannare l’articolo, chi non nominava anco singolarmente 
ognuno delli sacramenti, acciò qualche mal spirito non esclu¬ 
desse alcuno delli veri e sostituisse delli falsi. Fu appresso 
raccordato un altro ponto essenziale all’articolo, cioè il deter¬ 
minar l’institutore di tutti li sacramenti, che è Cristo, per 
condannar l’eresia de’ luterani, che ascrivono a Cristo l’ordi¬ 
nazione del solo battesmo ed eucaristia; e che per fede debbia 
esser tenuto Cristo per institutore, era allegato sant’Ambrosio 
e sant’Agostino, e sopra ogni altro la tradizione apostolica. 
Dal che nissun discordava; ma bene altri dicevano che non 
conveniva passar tanto inanzi, ed era assai star tra li termini 
del concilio fiorentino, massime atteso che il Maestro delle 
sentenzie tenne che l’estrema onzione fosse da san Giacomo; 
e san Bonaventura con Alessandro che la confermazione avesse 
principio dopo gli apostoli; e l'istesso Bonaventura con altri 
teologi fanno gli apostoli autori del sacramento della peni- 
tenzia. E del matrimonio si troverà che da molti vien detto 



I-IBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


377 


che da Dio nel paradiso fu instituito; e Cristo stesso, quando 
di quello parla (che era il luoco proprio per dirne l’autore), 
non allora a sé, ma al Padre nel principio attribuisce l’insti- 
tuzione. Per tanti rispetti consegnavano che quel ponto non 
fosse aggiorno, acciò non si condannasse opinione da cattolici 
tenuta. Li dominicani in contrario, con qualche acerbità di 
parole, affermavano che si possono esponere quei dottori e 
salvarli con varie distinzioni, perché essi si sarebbono sempre 
rimessi alla Chiesa; ma non era da trapassar senza condanna 
l’audacia luterana, che con sprezzo della Chiesa ha introdotto 
quelle falsità; e non esser da tollerar ai luterani temerari 
quello che si comporta ai santi Padri. 

Il secondo articolo della necessità dei sacramenti volevano 
altri che non fosse dannato cosi assolutamente, ma fosse di¬ 
stinto, essendo certo che non tutti sono assolutamente neces¬ 
sari. Un’altra opinione era che si dovesse dannare chi diceva 
non esser li sacramenti necessari nella Chiesa, poiché certo 
è non tutti essere necessari ad ogni persona, anzi alcuni 
esser incompatibili insieme, come l’ordine e il matrimonio. 
La più comune nondimeno fu che l’articolo fosse dannato cosi 
assolutamente per due ragioni: l’una, perché basta la neces¬ 
sità di uno a far che l’articolo, come giace, sia falso; l’altra, 
perché tutti sono in qualche modo necessari, chi assoluta- 
mente, chi per supposizione, chi per convenienza, chi per 
utilità maggiore; con maraviglia di chi giudicava non con¬ 
venire con equivocazione tanto moltiplice formar articoli di 
fede; per sodisfar li quali, quando furono li canoni compo¬ 
sti, si aggionse, condannando chi teneva li sacramenti non 
necessari, ma superflui, con questo ultimo termine ampliando 
la significazione del primo. 

Dell’altra parte dell’articolo molti erano di parere che si 
omettesse, poiché, per quel che tocca alla fede, già nella ses¬ 
sione precedente era difinito che sola non bastasse; e la di¬ 
stinzione del sacramento in voto, diceva il Marinaro, è ben 
cosa vera, ma dalli scolastici soli usata, all’antichità inco¬ 
gnita e piena di difficoltà; perché negli Atti degli apostoli 



378 l’istoria del concilio tridentino 

nell’instruzione del centurione Cornelio l’angelo disse che le 
orazioni sue erano grate a Dio, prima che sapesse il sacra¬ 
mento del battesmo e li altri particolari della fede; e tutta 
la casa sua, intentendo la concione di san Pietro, ricevette lo 
Spirito Santo prima che fosse instrutta della dottrina de’ sacra¬ 
menti; e dopo ricevuto lo Spirito Santo, fu da san Pietro 
insegnata del battesmo, onde non avendone notizia alcuna, 
potè riceverlo in voto. E il ladro in croce moribondo, illu¬ 
minato allora solamente della virtù di Cristo, non sapeva de’ 
sacramenti per potersi a quelli votare; e molti santi martiri 
nel fervore della persecuzione, convertiti nel veder la costanza 
d’altri, e immediate rapiti e uccisi, non si può, se non 
divinando, dire che avessero cognizione de’ sacramenti per 
votarsi. Però esser meglio lasciar la distinzione alle scole, e 
tralasciar di metterla nelli articoli di fede. A questo repugnava 
la comune opinione, con dire che, quantonque le parole della 
distinzione fussero nove e scolastiche, però si doveva credere 
il significato esser insegnato da Cristo e aversi per tradizione 
apostolica: e quanto agli esempi di Cornelio, del ladro e 
martiri, doversi sapere che sono due sorti di voto del sacra¬ 
mento, uno esplicato e l’altro implicato, e questo secondo 
almeno esser necessario; cioè che attualmente non avevano 
il voto, ma l’averebbero avuto se avessero saputo: le quali 
cose erano concesse dagli altri per vere, ma non obbligatorie 
come articoli di fede. Ma queste difficoltà, dove non potevano 
convenire, si rimettevano alla sinodo, cioè alla congregazione 
generale. 

Si come avvenne anco del terzo articolo; il quale quan¬ 
tonque ognuno l’avesse per falso, imperocché tutti accorda¬ 
vano che, risguardando la necessità e utilità, il battesmo pre¬ 
cede, ma attendendo la significazione, il matrimonio; chi 
guarda la dignità del ministro, la confermazione; chi la 
venerazione, l’eucaristia; ma non potendosi dire qual sia più 
degno senza distinzione, esser meglio tralasciar a fatto l’arti¬ 
colo che non può esser inteso senza sottilità. Un’altra opinione 
era che si dovessero esplicare tutti i rispetti della dignità. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


379 


Una media fu che all’articolo si aggiongesse la clausola, cioè 
« secondo diversi rispetti », la qual era più seguitata; ma con 
dispiacere di quelli a chi non poteva piacere che la sinodo 
s’abbassasse a queste scolasticarie inette (che cosi le chiama¬ 
vano) e volesse credere che Cristo introducesse queste tenuità 
d’opinione nella sua fede. 

Nel quarto tutti furono di parere che l’articolo fosse con¬ 
dannato; anzi aggionsero che era necessario amplificarlo, con¬ 
dannando specificatamente la dottrina zuingliana, qual vuole 
che li sacramenti non siano altro che segni, per quali li fedeli 
dalli infedeli si discernono, o vero atti ed esercizi di profes¬ 
sione della fede cristiana, ma alla grazia non abbino altra 
relazione, se non per esser segni d’averla recevuta. Appresso 
ancora raccordarono che si dannassero cosi quelli che negano 
li sacramenti conferire la grazia a chi non pone impedimento, 
ma ancora chi non confessa la grazia esser contenuta nelli sa¬ 
cramenti e conferita non per virtù della fede, ma ex opere 
operato. Ma, venendo ad esplicare il modo di quella conti¬ 
nenza e causalità, ognuno concordava che per tutte quelle 
azioni che eccitano devozione s’acquista grazia, e ciò non 
nasce dalla forza dell’opera medesima, ma dalla virtù della 
devozione che è nell’operante, e queste tali nelle scuole si 
dice che causano la grazia ex opere operantis. Altre azioni 
sono che causano la grazia non per la devozione di chi opera 
o di chi riceve l’opera, ma per virtù dell’opera medesima. 
Cosi sono li sacramenti cristiani, per quali la grazia è rice¬ 
vuta, purché nel soggetto non vi sia impedimento di peccato 
mortale che l’escluda, quantonque non vi sia devozione al¬ 
cuna. E cosi per l’opera medesima del battesimo esser data 
la grazia ad un fanciullo che non ha moto alcuno d’animo 
verso quello, e parimente ad un nato pazzo, perché non vi 
è impedimento di peccato. L’istesso fa il sacramento della 
cresma e quello dell’estrema onzione, quando bene l’infermo 
abbia perduta la cognizione. Ma s’un averà peccato mortale, 
nel quale perseveri attualmente o vero abitualmente, per la 
contrarietà non riceverà grazia, non perché il sacramento non 



380 


l’istoria del concilio tridentino 


abbia virtù di produrla ex opere operato , ma perché il recipiente 
non è capace, per esser occupato da una qualità contraria. 

Ma convenendo tutti in questo, erano differenti perché li 
dominicani asserivano che, quantonque la grazia sia una qua¬ 
lità spirituale creata immediate da Dio, nondimeno nelli sacra¬ 
menti è una virtù instrumentale ed effettiva, la quale causa 
nell’anima una disposizione per riceverla; e pertanto si dice 
che contengono la grazia, non che sia in loro come in un 
vaso, ma come l’effetto è nella sua causa, adducendo un sottil 
esempio: si come lo scalpello è attivo non solo nello sca¬ 
gliare la pietra, ma anco nel dar la forma alla statua. Li fran¬ 
cescani dicevano non potersi capire come Dio, causa spirituale, 
per un effetto spirituale, che è la grazia, adoperi istromento 
corporeo: assolutamente negavano ogni virtù effettiva o di¬ 
spositiva nei sacramenti, dicendo che l’efficacia loro d’altro 
non viene se non perché Dio ha promesso che qualonque volta 
sarà ministrato il sacramento, egli donerà la grazia. Per il che 
si dice contenerla come in segno efficace, non per virtù che 
sia in lui, ma per la divina promissione d’una infallibile assi¬ 
stenza a quel ministerio; il quale perciò è causa, perché, quello 
posto, segue l’effetto non per virtù che in lui sia, ma per pro¬ 
messa divina di donar la grazia allora, si come il merito si dice 
causa del premio, non per attività alcuna. Il che non solo 
provavano per l’autorità di Scoto e di san Bonaventura loro 
teologi, ma per quella anco di san Bernardo, qual dice che si 
riceve la grazia per li sacramenti, si come il canonico s’investe 
per il libro e il vescovo per l’anello. La prolissità con che 
erano esposte le ragioni da ambe le parti era grande, e non 
minore l’acrimonia. Censuravansi fra loro: li dominicani dice¬ 
vano che l’altro parere era prossimo al luterano, e gli altri 
che il loro essendo impossibile, dava materia agli eretici di 
calunniare la Chiesa. Non fu possibile ad alcuni buoni prelati 
metter concordia, con dire che, essendo concordi nella con¬ 
clusione che li sacramenti contengono e sono causa della grazia, 
poco importasse dirlo più in un modo che nell’altro; anzi che 
meglio fosse, non descendendo ad alcuno di essi, star nell’uni- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


331 


versale; replicando li frati che non si trattava di parole, ma 
dello stabilire o dell’annichilare li sacramenti. Non si sarebbe 
fatto fine, se il legato Santa Croce non avesse ordinato che 
si passasse al rimanente, e che in fine si sarebbe tornato a 
questo passo ed esaminato se era necessario decidere il ponto 
o tralasciarlo. 

Dalli legati furono chiamati li generali degli ordini, e pre¬ 
gati a far officio con li suoi di trattar con modestia e carità, 
e non con tanto affetto alla setta propria; mostrando che non 
erano chiamati se non per trattare contra l'eresie, al che era 
molto contrario il farne nascer di nove con le dispute. E fu 
anco da loro dato conto a Roma, e mostrato quanto fosse 
pericolosa la libertà che li frati s’assumevano, e dove potesse 
terminare; e posto in considerazione al pontefice che una mo¬ 
derazione fosse necessaria, perché andando fama di quelle 
dissensioni e delle censure che una parte prononciava contra 
l’altra, non poteva se non nascer scandolo e poca riputazione 
del concilio. 

Il quinto articolo fu stimato da tralasciare, come deciso 
nella precedente sessione. Ma fra’ Bartolomeo Miranda raccordò 
che Lutero, per quel suo paradosso che li sacramenti non 
danno la grazia se non eccitando la fede, cavò anco conclu¬ 
sione che siano di ugual virtù quei della legge vecchia e del¬ 
l’evangelica, la qual opinione era da condannare come contraria 
alla dottrina de’ Padri e della Chiesa, avendo tutti detto che 
li sacramenti vecchi erano segni solamente della grazia, ma li 
novi la contengono e la causano. Alla conclusione nessun 
contradisse; ma li franciscani proponevano che non si dovesse 
dire della legge vecchia, ma della mosaica, atteso che la cir¬ 
concisione essa ancora causava la grazia, ma non era sacra¬ 
mento mosaico; la qual da Cristo fu anco detto esser non da 
Moisé, ma dai padri, e anco perché altri sacramenti innanzi 
Abramo conferivano e causavano la grazia: replicando li domi¬ 
nicani che san Paulo disse chiaro Abramo aver ricevuto la 
circoncisione solo in segno; che essendo egli il primo a chi fu 
data, tanto vuol dire quanto che in segno solamente è instituita. 



382 l’istoria del concilio tridentino 

E sopra il modo di causar e contener la grazia torna¬ 
vano le questioni in campo. Fra’ Gregorio di Padoa in questo 
proposito disse essere cosa chiara appresso li dialettici che le 
cose del medesmo genere hanno identicità tra loro e differenzia. 
Se li sacramenti vecchi e novi avessero sola differenza, non 
sarebbono tutti sacramenti, se non con equivocazione; se solo 
convenienza, sarebbono in tutto l'istessa cosa. Però esser da 
avvertire di non metter difficoltà in cose chiare per qualche 
diversità di parole; che sant’Agostino aveva detto questi e 
quelli esser diversi nel segno, ma pari nella cosa significata: 
e in un altro luoco, esser diversi nella specie visibile, ma 
gl’istessi nell’intelligibile significazione; e altrove pose la dif¬ 
ferenza, perché quelli furono promissivi e questi indicativi: il 
che in un altro luoco esprime con altro termine, dicendo 
quelli prenonciativi e questi contestativi. Da che appar chiaro 
che molte sono le convenienze e molte le differenze, le quali 
nessun uomo sensato poteva negare; e però con prudenza 
quell’articolo non esser stato posto da principio, né esser a 
proposito toccarlo nel decreto presente. Usci fuori un’altra 
opinione, qual senti che, senza descendere a particolari, si do¬ 
vesse dannar l’opinione de’ luterani e zuingliani: imperocché 
essi dicono nessun’altra differenza trovarsi tra li sacramenti 
vecchi e novi, se non nelli riti. Ma si è mostrato che altre ve 
ne sono; adonque condannarli di questo solo: non metter altra 
differenza, senza descendere a dire qual ella sia. 

Ma il sesto era censurato dalli dominicani, con dire esser 
proprio delli sacramenti evangelici il dar la grazia, e dagli 
antichi non esser stata ricevuta se non per virtù della devo¬ 
zione, essendo tale l’opinione di san Tomaso. Per principal 
fondamento adducevano la determinazione del concilio fioren¬ 
tino: che li sacramenti della legge vecchia non causavano la 
grazia, ma figuravano che doveva esser data per la passione 
di Cristo. Ma perché san Bonaventura e Scoto sostennero che 
la circoncisione conferiva grazia ex opere operato (anzi ag- 
gionse Scoto che immediate dopo il peccato di Adamo fu 
instituito un sacramento, nel quale alli fanciulli era data una 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


333 


grazia per virtù di quello, cioè ex opere operato ), li francescani 
dicevano l’articolo contener il vero e non poter essere censu¬ 
rato; e facevano gran fondamento che, col dire di san Tomaso 
li fanciulli inanzi Cristo esser salvati per la fede paterna, 
non per virtù di sacramenti, si faceva lo stato de’ cristiani di 
peggior condizione. Perché non giovando adesso alli fanciulli 
la fede paterna senza battesmo, e dicendo sant’Agostino che 
si dannò un fanciullo essendo morto mentre dal padre era 
portato per esser battezzato, se in quel tempo la sola fede 
bastava, la condizione delli figli de’ cristiani era deteriore. In 
queste difficoltà da molti fu proposto che l’articolo, come 
probabile, fosse omesso. 

Del tralasciar il settimo e l'ottavo fu somma concordia. 
Ma nel nono, del carattere, proponeva fra’ Dominico Soto da 
dechiarare che ha fondamento nella Scrittura divina ed è stato 
tenuto sempre nella Chiesa per tradizione apostolica; ancor 
che da tutti li Padri non sia stato usato il nome, la cosa signi¬ 
ficata nondimeno esser antichissima. Da altri non li fu con¬ 
cesso una tanta ampiezza, perché non si vedeva che né Gra¬ 
ziano né il Maestro delle sentenzie ne avessero fatto menzione; 
anzi Gioanni Scoto disse che per parole della Scrittura o delli 
Padri non era necessario porlo, ma solo per l’autorità della 
Chiesa: modo consueto a quel dottore di negar le cose con 
maniera di cortesia. Degno era sentire che cosa intendevano 
fosse, e dove situato, per le molte e varie opinioni de’ sco¬ 
lastici; ponendolo alcuni qualità, fra quali erano quattro opi¬ 
nioni, secondo le quattro specie della qualità. Chi lo disse 
una potestà spirituale, altri un abito o disposizione, altri una 
spiritual figura; e non era senza approbatori l’openione che 
fosse una qualità sensibile metaforica. Chi la volse una reai 
relazione, altri una fabbrica della mente, restando a questi il 
dechiarare quanto fosse lontano dal niente. Del soggetto dove 
stia, la stessa varietà era molesta, essendo posto da chi nel¬ 
l’essenza dell’anima, da chi nell’intelletto, da altri nella vo¬ 
lontà; e non mancò chi li diede luoco nelle mani e nella 
lingua. Era parere di fra’ Geronimo portughese dominicano 



384 


l’istoria del concilio tridentino 


che si statuisse tutti li sacramenti imprimere una qualità spi¬ 
rituale inanzi che sopravvenga la grazia, qual essere de due 
generi: una, che mai si può scancellare; l’altra, che può per¬ 
dersi e racquistarsi; quella chiamarsi carattere, questa esser 
un certo ornamento. Li sacramenti che donano la prima, non 
replicarsi, poiché il suo effetto sempre dura; quelli che danno 
l’ornato, replicarsi quando il loro effetto è perduto: cosa di 
bell’apparenza, ma da pochi approvata, per non trovarsi altro 
autore di quell’ornato che san Tomaso: qual anco, se ben lo 
partorì, non lo giudicò degno di educazione. Ma quantonque 
tutti concordassero in questo generale, che tre sacramenti 
hanno il carattere, alcuni usarono modestia, dicendo doversi 
approbare come cosa più probabile, non però necessaria; in 
contrario altri, che era articolo di fede, per averne fatto men¬ 
zione Innocenzio terzo, e per esser poi cosi difinito dal con¬ 
cilio fiorentino. 

Che la bontà del ministro non sia necessaria, fu l’articolo 
tanto ventilato da sant’Agostino in tanti libri contra li dona¬ 
tisti, che ebbero li teologi materia di parlare concordemente; 
e oltre quello, fu per fondamento principale allegato che l’arti¬ 
colo fu condannato dal concilio di Costanza fra gli errori di 
Giovanni Viglef. 

L’undecimo, tutti li voti furono per condannarlo, come 
contrario alla Scrittura, alla tradizione, all’uso della Chiesa 
universale. 

Il duodecimo, delle forme dei sacramenti, fu distinto, come 
quello che due sensi può ricevere: o vero per forma inten¬ 
dendo le parole essenziali, secondo che si dice ogni sacra¬ 
mento aver la sua materia, l’elemento sensibile, e la forma, la 
parola; o vero per forma intendendo tutta la formula o rito 
del ministerio, che include molte cose non necessarie, ma 
condecenti; e però consegnarono che se ne facessero due ca¬ 
noni. Per il primo fosse dannato per eresia chi dice che la 
forma possi esser mutata, essendo da Cristo instituita: ma 
per il secondo senso, se ben le cose accidentali possono rice¬ 
ver mutazione, però quando alcun rito è introdotto con pub- 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


385 


blica autorità, o ricevuto e confermato dall’uso comune, non 
debbe esser in potestà di ognuno, ma solamente del ponte¬ 
fice romano, come capo universale di tutta la Chiesa, mutarlo, 
quando per qualche novo rispetto convenga. 

Per il terzodecimo, della intenzione del ministro, non pote¬ 
vano dissentire dal concilio fiorentino che l’ha per necessaria; 
ma che intenzione si ricerca, era difficile da esplicare, per 
la varietà delli sensi umani circa il valore ed efficacia delli 
sacramenti; per il che non può essere T istessa intenzione di 
doi che abbiano diversa opinione. La risposta comune era 
che basta aver l’intenzione di fare quello che fa la Chiesa; 
la qual esposizione riponendo le difficoltà medesme (perché, 
per la varia openione degli uomini qual sia la Chiesa, anco 
l’intenzione loro nel ministrar il sacramento riuscirebbe varia), 
pareva che si potesse dire non esser differente, quando tutti 
hanno l’istessa mira di fare quello che da Cristo è stato insti- 
tuito e la Chiesa osserva, se ben si avesse per vera Chiesa 
una falsa, pur che il rito di questa e di quella sia l’istesso. 

In questo particolare dal vescovo di Minori fu proposto 
cosa degna d’esser commemorata qui, e da tutti riputata e 
stimata di gran considerazione. Egli disse che alli luterani, 
quali non danno altra virtù alli sacramenti che di eccitar la 
fede, la qual però può esser destata in altra maniera, poco 
importa ricever il vero sacramento; onde anco dicono che 
non sia necessario; e pur tuttavia hanno per inconveniente 
che la malizia dell’empio ministro, che non avesse intenzione 
di conferir il vero sacramento, possi nuocer, convenendo atten¬ 
dere quello che il fedel riceve, non quello che gli sia dato. 
Ma alli cattolici, che, secondo la verità, danno al sacramento 
efficacia per donar la grazia a chi non pone impedimento, 
poiché rarissime volte occorre che per altro mezzo s’ottenga 
la grazia, li fanciulli certo e molti di poco senno non hanno 
la salute per altro mezzo. E gli uomini ordinari hanno cosi 
tenue disposizione, che senza il sacramento non mai sarebbe 
bastante. E quei pochi che, come fenici, hanno disposizione 
perfetta, ricevono grazia maggiore per il sacramento; onde 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1 . 


25 



3 86 


l’istoria del concilio tridentino 


molto importa al cristiano esser certo se lo riceve vero ed 
efficace. Se un sacerdote, che tenga cura di quattromila o 
vero cinquemila anime, fosse un incredulo, ma solenne ipo¬ 
crita, e nell’assolvere li penitenti, nel battezzar li putti e nel 
consecrar l’eucaristia avesse secreta intenzione di non far 
quello che la Chiesa fa, converrebbe dire che li putti fossero 
dannati, li penitenti non assoluti, e tutti senza il frutto della 
comunione. Né giova dire che la fede supplisce, perché alli 
putti certo no; agli altri, secondo la dottrina cattolica, non 
può far l’effetto del sacramento; e se lo può fare nel caso 
della malizia del ministro, che può esser anco ordinaria, per¬ 
ché non può farlo sempre? E l’attribuir tanta virtù alla fede 
sarebbe un levar la virtù alli sacramenti e dar nell’opinione 
luterana. 

Considerava che afflizione averà un padre di tenero amore 
verso il suo figliuolino moribondo, se dubiterà dell’intenzione 
del prete battezzante. Similmente uno, che si senti con im¬ 
perfetta disposizione e sia per battezzarsi, che ansietà doverà 
aver che forsi il prete non sia un finto cristiano e se ne 
burli, e non abbia intenzione di battezzarlo, ma lavarlo o 
bagnarlo per irrisione! E il medesmo si consideri nella con¬ 
fessione e nel ricevere l’eucaristia. Soggiongeva: se alcuno 
dicesse che questi casi sono rari, Dio volesse che cosi fosse 
e in questo corrotto secolo non vi fosse da dubitare che siano 
frequenti, ma siano rarissimi, e sia anche un solo. Sia un tristo 
prete che finga, e non abbia intenzione di ministrar il vero 
battesmo ad un fanciullo; questo poi, fatto uomo, sia creato 
vescovo d’una gran città e vivi in quel carico molti anni, 
si che abbia ordinato gran parte delli preti: bisogna dire che 
quello, come non battezzato, non è ordinato, né meno sono 
ordinati li promossi da lui; onde in quella gran città non vi 
sarà il sacramento dell’eucarestia, né della confessione, che 
non può esser senza il vero sacramento dell’ordine, né questo 
senza il vero vescovo, né può ricever l’ordine chi non è bat¬ 
tezzato. Ecco per malizia d’un ministro in un solo atto milioni 
di nullità de sacramenti; e chi vorrà che Dio supplisca con la 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


387 


sua onnipotenza in tanta frequenza, e vorrà che con rimedi 
estraordinari provegga alle cose quotidiane, più tosto farà cre¬ 
dere che Dio per sua provvidenza abbia provvisto che simil 
accidenti non possino occorrere. Però, diceva il vescovo, ad 
ogni inconveniente Dio ha provveduto con aver ordinato che 
sia vero sacramento quello che è amministrato col rito insti- 
tuito da lui, se ben interiormente il ministro portasse altra 
intenzione. Aggionse però che ciò non repugna alla dottrina 
comune de’ teologi e alla determinazione del concilio fioren¬ 
tino; che l’intenzione si ricerca perché ciò s’intende non della 
interna, ma di quella che per l’opera esteriore si manifesta, se 
ben interiormente vi fosse una contraria: e cosi sono levati 
tutti gl’inconvenienti, che altrimenti sarebbono innumerabili. 
Molte altre ragioni addusse per prova, e in fine portò un esempio 
scritto da Sozomeno: che essendo ridotti li putti di Alessandria 
al mare per giocar tra loro, si diedero ad imitar scherzando le 
azioni solite farsi in chiesa; e Atanasio, creato da loro vescovo 
del gioco, batteggiò altri fanciulli non prima batteggiati; la 
qual cosa intesa da Alessandro, vescovo alessandrino di cele¬ 
bre memoria, si conturbò, e chiamati li putti, e interrogato 
quello che il finto vescovo aveva loro fatto e detto, ed essi 
risposto, e inteso che tutto il rito ecclesiastico fu osservato, 
col conseglio de altri sacerdoti approvò il battesmo: la qual 
approbazione non si potrebbe sostenere, quando si ricercasse 
una intenzione tale, come gli altri dicevano, ma si ben nel 
modo ch’egli esprimeva. 

Questa dottrina non fu approvata dagli altri teologi, ma 
ben restarono storditi tutti dalla ragione, non sapendo risol¬ 
verla; restando nondimeno nella dottrina appresa, che l’in¬ 
tenzione vera del ministro sia necessaria, o attuale o virtuale, 
e che con una intenzione interna contraria, non ostante qua- 
lonque esterna demostrazione, il sacramento non sia valido. 
Non debbo restar di narrar anco, se ben questo sarà un anti¬ 
cipar il tempo proprio, che quantonque la sinodo dopo deter¬ 
minasse assolutamente che l’intenzione del ministro è neces¬ 
saria, come ognuno può vedere, questo prelato nondimeno restò 


388 


l’istoria del concilio tridentino 


nel suo parere, anzi un anno dopo scrisse un libretto di questa 
materia, dove afferma che la sinodo tridentina fu del suo 
parere, e che secondo il senso suo si debbe intendere la deter¬ 
minazione del concilio. 

Dell’ultimo articolo, per le cose dette negli altri, non vi 
fu difficoltà che da tutti non fosse condennato. 

La materia del battesmo fu di maggior espedizione. Nel 
terzo articolo, di quello che è dato dagli eretici, tutti fonda¬ 
rono sopra la dottrina delle scole, ricevuta dal concilio fio¬ 
rentino, che il sacramento ricerca materia, forma e intenzione; 
e che l’acqua è materia, forma l’espressione dell’atto nel nome 
del Padre, Figlio e Spirilo Santo, l’intenzione, di fare quello 
che la Chiesa fa. Onde fermarono la conclusione per indubi¬ 
tata, che hanno vero battesmo quegli eretici che convengono 
con noi in queste tre cose; e tanto asserivano aversi per tra¬ 
dizione apostolica, ed esser stato stabilito già sino da Stefano 
primo, pontefice romano, principiando il terzo secolo, e appro¬ 
vato da tutta la Chiesa seguente; se ben li intendenti l’anti¬ 
chità ben sanno che questo non fu il parer di Stefano, né 
in quei tempi si sapeva forma, materia o intenzione; e quel 
pontefice assolutamente senti che non si dovevano battezzar 
li conversi da qualsivoglia eresia, non facendo eccezione di 
alcuna; anzi che in quei tempi gli eretici, fuor che pochi 
montanisti, erano gnostici che usavano stravaganti battesmi, 
per le esorbitantissime opinioni che avevano della divinità e 
della persona di Cristo; e quei battesmi è certo che non ave¬ 
vano la forma usata ora, e nondimeno riceveva la chiesa 
romana allora a penitenza ogni sorte di eretico indifferente¬ 
mente senza battezzarlo. Si come li vescovi di Africa con quei 
di Cappadocia erano per diametro opposti, dicendo che con¬ 
veniva rebattezzar tutti gli eretici, il concilio niceno tenne via 
di mezzo, statuendo che li catari non si rebattezzassero, ma 
si ben li paulianisti e montanisti. La sinodo constantinopoli- 
tana numerò molti eretici che dovessero esser rebattezzati, e 
altri che fossero ricevuti col loro battesmo, in quali sarebbe 
cosa molto diffìcile mostrare che usassero la nostra forma. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


389 


Ma quel che più di tutto importa è che san Basilio attesta 
che in Roma non si rebattezzavano li novaziani, encratici e 
saccófori, quali egli rebattezzava, non avendo quel santo per 
assurda questa diversità; solo dicendo che sarebbe stato bene 
congregar molti vescovi per risolver di operar concordemente. 
Ma a queste cose non attendendo più che alla favola, si atten¬ 
nero alla corrente dottrina che l’eretico veramente battezza, 
se usa le parole e ha l’intenzione della Chiesa. 

Il quarto articolo, che il battesmo sia penitenza, attesa la 
forza del parlare suo, da molti non fu tenuto per falso, alle¬ 
gando che 1’ Evangelista dicesse san Gioanni aver predicato 
il battesmo della penitenzia, e che Agli ebrei , al sesto, san 
Paulo chiamasse il battesmo con nome di penitenza; e cosi 
abbiano parlato anco molti Padri. Onde l’articolo non poteva 
esser condennato, se non quando dicesse il battesmo esser il 
sacramento della penitenza: ma perché in questo senso pareva 
il medesimo col decimosesto articolo, i più furono di parere 
di tralasciarlo. 

Il nono e decimo, pertinenti al battesmo di Gioanni, molti 
erano di parere che fossero tralasciati, poiché non parlandosi 
di quelli della legge vecchia, meno conveniva parlar di quello 
che fu intermedio, essendo lo scopo di trattar delli sacramenti 
della nova legge. Ma dall’altra parte fu detto che la mente 
degli eretici non è di alzare il battesmo di Gioanni al pari 
di quello di Cristo, ma di abbassar quello di Cristo a quel 
di Gioanni, inferendo che si come questo non dava la grazia, 
ma era pura significazione, cosi anco il nostro: il che è for- 
m al issi ma eresia. 

Nell’undecimo, dei riti, volevano alcuni che si distin¬ 
guessero li sustanziali dagli altri, dicendo che quei soli non 
si possono tralasciar senza peccato. Altri volevano escluder 
il caso della necessità solamente, fuor della quale non fosse 
lecito tralasciare manco li non sustanziali; poiché avendoli la 
Chiesa, che è retta dallo Spirito Santo, instituiti, hanno neces¬ 
sità per il precetto, se ben non per la sustanza del sacramento. 
Allegarono molti capitoli de’ pontefici e concili, che di alcuno 


39° 


l’istoria del concilio tridentino 


di quei riti parlano; li quali tutti resterebbono vani, quando 
fosse concessa libertà ad ognuno di far mutazione. Quella 
parte che della immersione parla, se ben è più espressa figura 
della morte, sepoltura e resurrezione di Cristo, era nondimeno 
da tutti dannata con allegare molti luochi de’profeti, dove si 
parla d’aspersione o effusione di acqua, quali tutti litteral- 
mente dicevano doversi intender del battesmo. 

Contra quei tre, che del battesmo de’ putti parlano, fu il 
parer di tutti con allegare la dottrina delli antichi Padri e 
delli scolastici; e molte invettive furono fatte contra Erasmo, 
attribuendoli l’invenzione del decimoquinto, qualificandola per 
empia e perniciosa, e che aprirebbe una via di abolir a fatto 
la religione cristiana: aggiongendo che se li fanciulli degli 
ebrei circoncisi, venendo all’età, erano debitori di servar tutta 
la legge ed erano puniti per le trasgressioni, molto più era 
cosa giusta constringer li figli de’ fedeli ad osservar la cristiana; 
che meritamente l’università di Parigi aveva condannato quel¬ 
l’articolo, e la sinodo lo doveva condannare. Il sedicesimo 
concludevano esser compreso negli articoli superiori, perché 
leverebbe la penitenzia, un altro delli sette sacramenti. Ma 
l’ultimo tutti dissero esser contrario al proprio ininisterio del 
battesmo, nel bel principio del quale vien avvertito il cate¬ 
cumeno che, volendo andare alla vita eterna, è necessaria 
l’osservanza di tutti i comandamenti. 

Per li articoli circa la confirmazione non vi fu alcuna dif¬ 
ferenza, per aver fondamento nel concilio fiorentino, il qual 
da tutti era allegato; e quello che nel terzo articolo si dice, 
che già li giovani rendessero conto della sua fede in presenza 
della Chiesa, generalmente fu deciso con dire che, non usan¬ 
dosi in questi tempi, si doveva credere che mai per il passato 
fosse stato usato, perché la Chiesa non averebbe intermessa 
quella ceremonia. Furono portati molti luochi de’ concili e 
scrittori antichi con menzione del crisma e di onzione, che 
non possono convenir ad instruzione né esame. Per il che 
conclusero dover esser riputata vanissima l’ignoranza di chi 
vuol al presente, contra al comun senso di tutta la Chiesa, 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


391 


mutar un sacramento tanto principale in un rito, che forse in 
qualche particolar luogo fu una volta usato, ma non mai fu 
universale come l’onzione del crisma. 

Sopra l’ultimo articolo fu molta difficoltà, per il fatto di 
san Gregorio papa, che concesse quel ministerio alli semplici 
preti. Nel che li franciscani, per la dottrina di san Bonaven¬ 
tura che, seguito da Gioanni Scoto e dall’ordine loro, attri¬ 
buiva al solo vescovo questo ministerio, avendo per nullo l’at¬ 
tentato da un prete (il che fu anco tenuto da papa Adriano IV), 
rispondevano che quella fu permissione, e per quella volta 
sola, e contra il voler del papa per fuggir lo scandolo di 
quei popoli; o vero che quell’onzione da Gregorio permessa 
non era sacramento della confermazione. La qual risposta 
non essendo piaciuta a san Tomaso, perché non libera total¬ 
mente il papa dall’aver errato, egli trovò temperamento con 
dire che, quantonque il vescovo sia ministro della confer¬ 
mazione, possi nondimeno esser ministrato dal prete con per¬ 
missione del papa. Al che opponevano gli altri la dottrina 
della chiesa romana esser assoluta; che da Cristo sono insti - 
tuiti li ministri delli sacramenti, a’ quali se ben il papa può 
comandare quanto all’esercizio del ministerio, non può però 
in modo alcuno fare che il sacramento ministrato da altri sia 
valido, né che il conferito dal ministro instituito da Cristo, 
eziandio contra il precetto di esso papa, sia nullo: e però se 
Cristo ha instituito il vescovo per ministro, il papa non lo 
può conceder al prete; se Cristo ha concesso che il prete 
possi, non lo può impedire il papa; parendo gran cosa che 
negli altri sacramenti, tutti di maggior necessità, Cristo avesse 
prescritto il ministro, senza lasciar nessuna libertà agli uomini; 
e in questo, che si può ad ogni meglior opportunità differire, 
avesse usato una singolarità, della quale per seicento anni, 
che furono sino a Gregorio, nessuno avesse mai fatto minima 
menzione: e far un articolo di fede sopra quattro parole dette 
per occasione, ché se quell’Epistola si fosse perduta, mai nes¬ 
suno averebbe inventato quella distinzione insolita in tal ma¬ 
terie, né applicabile ad altro che a questo luoco di Gregorio. 



392 


l’istoria del concilio tridentino 


Non sodisfacendosi altri delle resoluzioni né dell'una né 
dell’altra parte, proposero alcuni che si pigliassero le parole 
del concilio fiorentino e non si cercasse più oltre; altri piglia¬ 
rono termine che si condennasse solo chi dirà il prete e non 
il solo vescovo esser ordinario ministro, lasciando che con 
quella parola ambe le opinioni potessero valersi, essendo libero 
l’inferire: « adonque ci è un altro ministro straordinario», o 
vero dire: « adonque non ve ne può esser altro, perché li sa¬ 
cramenti non hanno ministro se non ordinario». 

Mentre li articoli sopra detti furono discussi dalli teologi, 
nella congregazione de’ canonisti, formata per raccogliere e 
rimediare agli abusi concernenti le materie stesse delli sacra¬ 
menti in generale, e del battesmo e confirmazione, fu formato 
un decreto continente sei capi, che in sustanzia diceva: 

Che la sinodo, volendo levar gli abusi introdotti dagli uo¬ 
mini o dai tempi, e insegnare li ministri delle chiese e gli altri 
fedeli come si debbono governare nel custodirli, ministrarli e 
riceverli, ordina: 

I. Che li sacramenti ecclesiastici siano liberalmente con¬ 
feriti, e per ministrarli nessuna cosa sia riscossa o vero addi- 
mandata sotto qualsivoglia pretesto, né sia posto in mostra 
cassetta, vaso, drappo o altra tal cosa, per quale tacitamente 
appaia che si dimandi; né meno sia negato o differito il sacra¬ 
mento sotto pretesto di qual si voglia longa e antica consue¬ 
tudine di non conferirli se non ricevuta prima determinata 
mercede, o vero anco sodisfazione di qualche cosa del resto 
debita; atteso che né il pretesto di consuetudine, né la longhezza 
del tempo sminuisce, anzi accresce il peccato, e li contraf¬ 
facenti sottogiacciono alle pene statuite dalle leggi contra li 
simoniaci. 

II. Il sacramento del battesmo non sia conferito in luo- 
chi profani, ma solo nelle chiese, salvoché per urgente neces¬ 
sità, ed eccettuati li figliuoli dei re e principi, secondo la 
costituzione di Clemente V; la qual però non abbia luoco in 
tutti quelli che hanno dominio, ma solo nelli principi grandi: 
né li vescovi diano la cresma se non vestiti con paramenti 
condecenti, e nelle chiese, luochi sacri o case episcopali. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


393 


III. Il sacramento del battesmo sia amministrato da sacer¬ 
doti periti e idonei nelle chiese matrici solamente, nelle quali 
sia il fonte battismale, eccetto che se, per la gran difficoltà 
di andar a quelle, paresse alli vescovi concederlo anco in altre 
chiese, o da immemorabil tempo sia stato concesso; nelle qual 
chiese sia custodita l’acqua benedetta presa dalla chiesa ma¬ 
trice, in un vaso mondo e condecente. 

IV. Nel battesmo e cresma non sia admesso più che 
uno per padrino, il quale non sia infame, né scomunicato, 
né interdetto, né sotto la pubertà, né monaco, o altro che non 
possi esequir quello che promette: e nella cresma non sia rice¬ 
vuto per padrino chi non è cresimato esso. 

V. Per levar l’abuso in molti luochi introdotto di portar 
l’acqua del battesmo in volta, o vero condur li putti cresi¬ 
mati con la fronte legata (a fine di fare molti compadri col 
lavar delle mani e col scioglier la fronte), atteso che nessuna 
compaternità con questi modi si contrae, non permettino li 
sacerdoti che l’acqua del battesmo sia portata fuori di chiesa, 
ma subito sia gettata nel sacrario, e il fonte battesmale sia 
serrato; e li vescovi, quando danno la cresma, facciano star 
due chierici alla porta della chiesa, quali sleghino e lavino 
le fronti dei cresmati, e non lascino uscir della chiesa alcuno 
ligato. Abbiano ancora li vescovi diligente cura di non con¬ 
firmare alcuno scomunicato né interdetto, né che sia in pec¬ 
cato mortale. 

E quantonque con maggior facilità li canonisti fossero con¬ 
venuti in questi decreti che li teologi nelle loro discussioni, 
con tutto ciò vi furono tra loro alcune differenze, nella resolu¬ 
zione de quali non potendo convenire, dopo averle longamente 
disputate formarono li dubbi, rimettendo la decisione di quelli 
alla congregazione generale. Era il primo dubbio, se alle parole 
del decreto, cioè « nessuna cosa sia riscossa, o vero addi- 
mandata », si doveva aggiongere ancora: « né ricevuta ». Il se¬ 
condo, se si doveva anco aggiongere: « eziandio sotto pretesto 
di qualsivoglia consuetudine ». Il terzo, se era bene aggion- 
gersi qualche parole per significare che la sinodo non proi- 


394 


l'istoria del concilio tridentino 


bisce le oblazioni volontarie, o vero che le proibisce solo 
quando sono date per risguardo del sacramento, e non per 
altri rispetti di pietà; o pur se il decreto si debbe lasciar nella 
sua universalità. 

Ma nella congregazione generale fu la medesima difficoltà, 
la quale non fu possibile concordare. Quelli che volevano le 
aggionte per proibir anco il ricevere e il pretesto della consue¬ 
tudine, allegavano l’Evangelio: « Date liberalmente quello che 
liberalmente avete ricevuto », e molti canoni con anatemi a 
chi dà e a chi riceve cosa temporale per la spirituale. Che la 
consuetudine contra la legge divina e naturale è una corrut¬ 
tela, e non può aver luoco; che nel titolo di simonia è represa 
e dannata la consuetudine di dar o ricever per il possesso de' 
benefici, per le benedizioni delle nozze, per le sepolture, bene¬ 
dizione del crisma o vero olio, e ancora per la terra della 
sepoltura: il che tanto maggiormente si debbe applicare alli 
sacramenti; che non proibendo la consuetudine, non sarà fatto 
niente, perché la corruttela è introdotta per tutto, e cgnutio 
si scuserà con quella; che si come nel decreto si ha dannato 
la consuetudine di ricever alcuna cosa inanzi, per la mede- 
sma ragione si debbe dannar la consuetudine di recever dopo, 
perché altramente con aver condannato quella sola, si vien 
ad approvar questa. E quanto alle oblazioni volontarie, vole¬ 
vano che generalmente fosse proibito il dare e ricever alcuna 
cosa poco inanzi o poco dopo, per qualonque respetto si 
voglia, imperocché per ragion del tempo si ha da presumere 
che sia dato per il sacramento: e per questo era allegata la 
glosa, la qual dice che, quantonque il metter danari nella 
cassetta sia opera di pietà, nondimeno il farlo al tempo del 
sacramento ricevuto induce suspizione di simonia; doversi 
aver rispetto al tempo nel quale la cosa, che del rimanente 
sarebbe stimata buona, ha specie di malizia; esser precetto 
divino levar ogni occasione di scandolo e astenersi da ogni 
apparenza di male, e per far che li sacramenti siano ammi¬ 
nistrati con purità, proibir assolutamente le offerte spontanee 
nelli tempi che li sacramenti sono amministrati, esortando li 
fedeli a quelle nelli altri tempi e occasioni. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


395 


Per l’altra parte era detto che un canone del concilio car¬ 
taginese quarto concede che sia ricevuto quello che è offerto 
da chi fa battezzar i suoi figli; che li teologi, dopo aver deter¬ 
minato che per li sacramenti niente di temporale può esser 
ricevuto, insieme consentono che si possi ricever per la fatica 
nelPamministrarli; e molto più quando non è dato o ricevuto 
per rispetto del sacramento, ma per ragion di limosina; che 
questo sarebbe un levar a’ laici le occasioni di esercitar le 
opere di pietà; che levando le offerte volontarie, li poveri 
curati non averanno di che sostentarsi. Allegavano l’autorità 
di san Paulo, che non sia lecito metter la musarola all’ani- 
mal che batte il grano nell’ara, e chi serve all’altare, dell’al¬ 
tare debbe vivere. Non doversi mai confessare che vi sia 
alcuna consuetudine introdotta di dare o ricevere alcuna cosa 
per il ministerio de’ sacramenti, perché essendo quella gene¬ 
rale per tutto, sarebbe un dire che nella Chiesa universale sia 
stato tollerato, anzi approbato un abuso pernicioso; e però 
non fa bisogno parlar di levar una consuetudine la qual non 
è introdotta: e pensando di voler porger rimedio a quello che 
non è male, ma è stimato tale per la fiacchezza della con¬ 
scienza d’alcuni, far una piaga mortale nella Chiesa. Per ra¬ 
gione principalissima dicevano che Innocenzio III, nel concilio 
generale, capitolo Ad apostolicam, de simonia, non solamente 
dechiara per lodevole la consuetudine in questa materia di 
oblazione nel ministerio dei sacramenti e ordina che sia os¬ 
servata, ma ancora che il vescovo debbia punir chi tenta di 
mutarla. Per il che il determinar adesso il contrario sarebbe 
con immenso scandolo condannar un pontefice e un concilio 
generale, come approbatori e difensori d’un error pernicioso. 

Era replicato dall’altra parte che lo statuto del concilio car¬ 
taginese condanna severamente l’esazione, tollerando l’offerta 
spontanea; ma è però emendato dal concilio eliberitano, il 
quale proibisce l’uso introdotto che il battezzato metteva qual¬ 
che danaro nel vase. Che la invenzione de’ teologi distin¬ 
guendo il ministerio del sacramento dalla fatica nel ministrarlo, 
e la distinzione di ricever per rispetto del sacramento o d’altro, 



396 


l’istoria del concilio tridentino 


insieme con quell’altra di primaria e secondaria intenzione, 
erano metafisiche e chimeriche, poiché le parole dell’Evan¬ 
gelio sono dette in termini assoluti, non soggette a cavilli né 
a glosse che distruggono il testo. Che Dio per Moisé e san 
Paulo nel proibir la musarola intendono che non sia negato l’a¬ 
limento all’animal affamato, ma che non sia concesso al satollo 
di riempirsi superfluamente. Che non si può pretender povertà 
dell’ordine clericale, avendo non solamente competenti, anzi 
anco abbondanti entrate; ma l’abuso essere che li rettori delle 
chiese non fanno residenzia nei benefici, e pur vogliono per 
sé tutti li frutti, e affittano anco li incerti a poveri pretucci, 
li quali sono sforzati a vender tutto per vivere. Doversi piut¬ 
tosto provvedere che tutti resedano nel suo beneficio, che ave- 
ranno di che vivere e abbondare, e non usaranno vender li 
sacramenti ecclesiastici. E con questa occasione tornavano a 
dilatarsi sopra la residenza e sopra li beni che sarebbono se¬ 
guiti dechiarandola de iure divino ; soggiongendo poi che, se 
pur qualche beneficio curato è tenue, se gli provegga con 
l’unione d’altri benefici semplici; e quando non vi sia altro 
modo, si procuri che il populo li dia da viver. Esser meglio 
e grato a Dio il confessar l’error passato e rimediarlo, più 
tosto che defenderlo e perseverar in quello. E il Cardinal del 
Monte, che del rimanente pareva a tutti poco inclinato a rifor¬ 
mazione, in questo nondimeno sentiva vivamente per questa 
parte; e a quelli che allegavano l’autorità di Innocenzo III e 
del concilio generale rispondeva che facevano gran torto a 
quel pontefice e a quei padri ad attribuirli che defendessero 
un tanto abuso, e mostravano la loro ignoranza, imperocché, 
leggendo li tre capi del medesmo concilio precedenti inanzi, 
averebbono veduto chiaro l’intenzione, e come quei padri proi¬ 
birono ogni esazione, condannando anco la consuetudine in 
contrario; e in quel capitolo non si approvano le consue¬ 
tudini di dar alcuna cosa per il ministerio de’ sacramenti, ma 
le altre lecite e oneste introdotte a favor delle chiese, come 
le decime, primizie, oblazioni solite a farsi all’altare, porzioni 
canoniche e altre tali lodevoli usanze, allegando che cosi era 
inteso il capitolo da Bartolo e da Romano. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO Vili 


397 


Ancora li padri deputati a formar li decreti in materia 
della fede, considerate le sentenzie delli teologi e le conclu¬ 
sioni in quali erano convenuti, tralasciati e distinti li articoli 
secondo il ricordo loro, e ordinatigli anco in serie più con- 
sequente, formarono tredici anatematismi sopra li sacramenti 
in universale, quattordici del battesmo e tre della cresma, espli¬ 
cati con tal forma che non restava censurata alcuna delle opi¬ 
nioni cattoliche, e stando sul comune sodisfaceva a tutte le 
parti. Ma nel componer li capi per esplicare la dottrina, come 
s’era fatto della giustificazione, non fu possibile farlo che, 
usando li termini d’una delle opinioni, non paresse reprobata 
l’altra; cosa che né alli dottori piaceva per affetto alla propria 
setta, né alli legati e neutrali, per non seminar cause di novi 
scismi. Ma non essendo possibile esplicar la dottrina cosi deli¬ 
catamente che non si pendesse più da una delle parti, remisero 
alla congregazione generale il difinire il modo come li sacra¬ 
menti contengano e causino la grazia. 

Nella congregazione non fu minor perplessità di quella 
che li deputati avevano: con tutto ciò una parte delli padri 
inclinava più tosto a tralasciar affatto il capo della dottrina e 
passar con li soli anatematismi, come s’era fatto del peccato 
originale. L’altra parte voleva onninamente li capi della dot¬ 
trina, allegando le ragioni usate quando si deliberò di trattar 
cosi la giustificazione, e che l’esempio introdotto allora era 
necessario seguire. Doversi usar ogni accuratezza per farlo 
con sodisfazione di tutte le parti; ma finalmente esser neces¬ 
sario farlo, e non esservi pericolo di alcuna divisione. Perché 
si come li teologi presenti in concilio, se ben acremente de¬ 
fendono la propria opinione, si rimettono nondimeno alla 
sinodo, il che essendo certa cosa che faranno anco li assenti, 
non si debbe restar di far cosa perfetta per convincere li 
eretici. 

Averebbe prevalso questa sentenzia, se non se gli fosse 
opposto vivamente Giovanni Battista Cigala, vescovo di Al- 
benga e auditore della camera, il quale disse che per la 
lezione delle istorie non s’averebbe mai ritrovato che alcuno, 



39§ 


L’ISTORIA DEL CONCILIO TRIDENTINO 


se non costretto, deponesse l’opinione propria per esser con¬ 
dannata: e se ben tutti li cattolici dicono di rimettersi al 
giudicio della chiesa romana, con tutto ciò, se l’opinione 
sua fosse reprobata, non la muterebbono, ma più pertinace¬ 
mente la defenderebbono, maggiormente fortificandosi per 
l’opposizione; onde di sètte nascono eresie. Le quali per im¬ 
pedire, il vero modo esser tollerar tutte le opinioni e operare 
che nessuna danni l’altra, ma si viva in pace; né mai esser 
una tanto repugnante all’altra, che usando questa moderazione 
possi nascere alcun inconveniente; dove che senza questo, una 
differenza verbale, un apice minimo è sufficiente a divider 
tutto il mondo. Che molte delle opinioni de’ moderni inno¬ 
vatori s’averebbono potuto tollerare, se le avessero asserite 
con modestia, e senza dannar la chiesa romana e la dottrina 
delle scole. Questo avere costretto Leone a ritorcer contra 
Lutero quelle saette che egli prima tirò contra la sede apo¬ 
stolica. In somma diceva e replicava il savio prelato che le 
solite protestazioni de’ dottori di rimettersi alla Chiesa erano 
termini di creanza e riverenza, a’ quali era necessario corri¬ 
spondere con altrettanto di rispetto, conservandosi neutrale tra 
le contrarietà; comportar cosi li termini del vivere che rispetti 
quello il quale vuol esser rispettato; e non creder mai che 
chi dice di rimettersi e sottoporsi abbia animo di farlo, se 
l’occasione venisse. Di che aver dato manifesto indicio Lutero, 
il quale, mentre ebbe da far con li soli frati questori in Ger¬ 
mania in materia delle indulgenze, e anco con li dottori da 
Roma, sempre disse che si rimetteva al papa; e subito che 
Leone ricevette la promessa per reale, la qual era detta per 
pura apparenza, non solo Martino non attese la promessa, 
ma inveì maggiormente contra il pontefice, che non aveva fatto 
contra li questori in Germania. 



CAPITOLO IX 

(gennaio-febbraio 1547). 


[Delle qualità e condizioni dei vescovi. — Dispute sulla pluralità dei be¬ 
nefici. — Sguardo all’origine e progressi di questo abuso. — Rimedi 
proposti. — I legati, per istruzioni avute da Roma, cercano di limi¬ 
tare l’azione riformativa del concilio, a difesa della supremazia pa¬ 
pale. — Malcontento dei prelati spagnoli per la limitata libertà conci¬ 
liare. — Essi presentano undici articoli di riforma sui benefici. — 1 
legati, preoccupati, referiscono a Roma, dove vengono esaminati e 
corretti i suddetti articoli. — Istruzioni ai legati per la sessione. — 
Preoccupato del contegno indipendente del concilio, pericoloso al¬ 
l’autorità papale, e della potenza e ostilità dell’imperatore, Paolo III 
pensa alla traslazione di quello a Bologna, e dà segrete disposizioni 
ai legati.] 


Di tutte le cose deliberate, e delle difficoltà rimanenti cosi 
nella materia di fede come di riforma degli abusi, li legati 
mandarono copia a Roma, richiedendo ordine di quello che 
dovessero risolversi, tra tanto non tralasciando di reesaminare 
le medesme materie, ma trattando però più seriamente la ma¬ 
teria della pluralità de’ benefici, già, come si è detto, proposta, 
e parte in questo tempo medesmo ventilata. Della quale, per 
narrarla continuatamente, ho portato il tutto in questo luoco. 

Nella congregazione delli 15 gennaro, quando furono dati 
fuori gli articoli delli sacramenti, continuandosi la materia 
incominciata il giorno inanzi, alla pluralità s’aggionse di trattar 
le qualità e condizioni delli vescovi, poiché assai non risedono 
per non esser atti ad esercitar il carico: e molte cose furono 
dette, preso principio da quello che san Paulo ricerca nelli 
vescovi e diaconi, facendo gran riflesso sopra le parole «ir¬ 
reprensibile, dedito all’ospitalità, non avaro, non nuovo nella 



400 


l’istoria del concilio tridentino 


religione, e stimato anco dagli esteri ». Appresso furono por¬ 
tate altre condizioni requisite da molti canoni; né in questo 
occorse alcuna contenzione, declamando tutti concordamente 
contra li vizi e defetti de’ prelati e dell’ordine ecclesiastico; 
il che non dispiaceva alli legati, vedendo volentieri li prelati 
a trattenersi con questa immagine di libertà. Ma nel fervore 
del parlare, Gioanni Salazar vescovo di Lanciano attribuì l’ori¬ 
gine del male alla corte romana, la quale nella distribuzione 
de’ vescovati avesse mira non alla sufficienza delle persone, ma 
alli servizi ricevuti. A che replicò con molto senso il vescovo 
di Bitonto, che poco dopo lui parlò, dicendo che immerita- 
mente a quella corte era attribuito quello che veniva per colpa 
altrui, poiché in Germania ancora li vescovati si danno per 
elezione; in Francia, Spagna e Ongaria per nominazione regia; 
in Italia molti sono de iure patronatus , ed anco nelli liberi 
li principi vogliono sodisfazione, e con le raccomandazioni, 
che sono preghiere a quali non si può dar la negativa, le¬ 
vano la libertà al pontefice; e chi vorrà non correr dietro 
all’opinione né lasciarsi trasportar da affetti, ma con sin¬ 
cero giudicio risguardar, vederà che li vescovi fatti libera¬ 
mente a Roma sono forse li migliori di tutta Europa. Che 
la pluralità de’ benefici, male incognito all’antichità prima, 
non è stato introdotto dalla corte di Roma, ma dalli vescovi 
e principi, inanzi che li pontefici assumessero il carico di 
regolare la materia beneficiale in tutta cristianità, senza le 
provvisioni de’ quali, che si vedono nel Corpo canonico, il 
disordine sarebbe gionto al colmo. Fu udita questa conten¬ 
zione con piacere e dispiacere, secondo li affetti : ma ben 
ognuno scopriva che tal materia non si poteva maneggiare 
senza pericolo, come mostrarono le trattazioni delle seguenti 
congregazioni. 

Ma perché questo particolare merita esser ben inteso, sarà 
cosa giovevole narrar l’origine dell’abuso, e come sia perve¬ 
nuto a questo colmo. Tralasciato di parlar di quei felici tempi 
quando il nome di Chiesa era comune a tutta l’adunanza de’ 
fedeli, alla quale ancora apparteneva l’uso e il dominio delli 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


401 


beni che si chiamano ecclesiastici, quando da una massa co¬ 
mune era preso il vitto e vestito delli poveri e delli ministri, 
anzi si provvedeva più principalmente alli bisogni di quelli 
che di questi; né facendo menzione di quando per la imper¬ 
fezione si smontò un grado, e si fece di una massa quattro 
parti, ponendo nell’infimo luoco quella de’ poveri, che secondo 
l’uso dinanzi doveva esser nel primo; ma pigliando principio 
dopo che, escluso dal nome di Chiesa il populo di Cristo e 
appropriatolo alli soli chierici per appropriarli insieme l’uso 
e il dominio delli beni, fu a pochi applicato quello che di 
tutti era, e alli opulenti quello che prima serviva agl’indigenti: 
nel principio, dico, di quei tempi, avendo li chierici partito 
tra loro tutte l’entrate della Chiesa, li carichi che prima erano 
chiamati ministeri e uffici della cura spirituale ebbero per 
principale il temporale, e furono nominati benefici. E per 
allora, vivendo tuttavia li canoni antichi che uno non fosse a 
doi titoli ordinato, nessun poteva aver se non un beneficio. 
Ma succedendo per guerre o inondazioni la diminuzione del- 
l’entrate, si che non restassero sufficienti per il vitto, era quel 
beneficio conferito a chi un altro ne teneva, ad un tale però 
che potesse attendere ad ambidua; il che s’introdusse fare 
non a favor del beneficiato, ma della Chiesa, la qual non po¬ 
tendo aver un proprio ministro, avesse almeno qualche altro 
servizio che li potesse esser prestato. Sotto pretesto che un 
beneficio non fosse sufficiente al vitto e non si trovasse chi 
li servisse, s’allargò a concederne più ad uno, quantonque 
non apparisse necessario per servizio delle chiese; e pian piano 
levata la maschera, non s’ebbe per vergogna far l’istesso a 
favor del beneficiato, di che ricevendo il mondo scandalo, 
convenne moderare e onestare l’introduzione. Laonde, poiché 
si vedeva accettata la distinzione di ubbligati alla residenza e 
non ubbligati, della quale di sopra s’è detto, in conseguenza 
fu aggionta un’altra de compatibili e incompatibili, chiamando 
incompatibili tra loro quelli di residenza, e compatibili gli 
altri con questi e tra loro; sempre però al color dell’onestà 
era reservato il primo luoco con la glossa de’ canonisti : che 


Sarpf, Istoria del Concilio Tridentino - 1 . 


26 


402 


l’istoria del concilio tridentino 


più benefici non siano dati se non quando uno non basta per 
vivere. Ma questa sufficienza la tagliavano molto larga, pro¬ 
porzionandola non alla persona, ma anco alla qualità; non 
avendo per sufficiente ad un prete dozzenale se non fosse 
bastante per sé, per la fameglia de’ parenti, per tre servitori 
e un cavallo; ma se fosse nobile o vero litterato, tanto più. 
Per un vescovo è maraviglia quanto l’allargano, per il decoro 
che li convien tenere. Delli cardinali basta considerare il vol- 
gar detto della corte, che s’uguagliano alli re; dal che con¬ 
cludono che nessuna entrata sia eccessiva in loro, se non è 
soprabbondante alla condicione regale. Introdotta la consuetu¬ 
dine, e non potendo il mondo né l’equità resistere, li pontefici 
romani riservarono a sé soli il poter dispensare degl’incom¬ 
patibili, e dell’averne più de doi degli altri. 

Ma per trovar modo di metter in pratica, che avesse del 
colorato, si diede mano alle commende, cosa anticamente ben 
instituita e poi adoperata solo a questo fine. Già quando, per 
qualche rispetto di guerre, pesti e altre cause tali, non si 
poteva cosi presto far l’elezione o provvisione, il superiore 
raccomandava la chiesa vacante a qualche persona di bontà 
e valore, che oltra la cura della propria governasse anco la 
vacante, sinché fosse provvisto di rettore proprio e titulario: 
questo allora non aveva facoltà sopra le entrate, se non di 
governarle e consegnarle. In progresso li commendatari, sotto 
vari pretesti di necessità e onestà, si valsero de’ frutti, e per 
goderli più longamente attraversavano vari impedimenti alla 
provvisione; onde per rimedio fu preso ordine che la commenda 
non potesse durar più di sei mesi. Ma li papi, con l’autorità 
loro di plenipotenza, passarono a commendare per più longo 
tempo, e finalmente anco a vita del commendatario, e con 
facoltà di usar per sé li frutti oltre le spese necessarie. Questa 
buona invenzione cosi degenerata si usò nelli tempi corrotti 
per palliare la pluralità al possessore d’un beneficio, com¬ 
mendandone un altro o più; cosi servando le parole della 
legge, di non darne ad una persona salvo che uno, ma frau¬ 
dando il senso, poiché il commendatario a vita in esistenza 


LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


40 3 


e realtà non è differente dal titolarlo. Erano commesse gravi 
esorbitanze nel numero de’ benefici commendati, tanto che in 
questo secolo, dopo nati li moti luterani, e mentre tutto il 
mondo dimandava riforma, non ebbe rispetto né vergogna 
papa Clemente VII, nel 1534, di commendare ad Ippolito car¬ 
dinale de’ Medici, suo nepote, tutti li benefici di tutto il 
mondo, secolari e regolari, dignità e personati, semplici e 
curati vacanti, per sei mesi dal di che ne avesse presa la 
possessione, con facoltà di disponer e convertir in suo uso 
tutti li frutti: la qual esorbitanza si come fu il colmo, cosi 
nelli tempi inanzi non ardiva la corte valersi di questo, dando 
in commenda ad uno numero molto grande. 

Però fu inventato di valersi, per palliar la pluralità, d’un 
altro uso antico, trovato per buon fine, che è l’unione. Questa 
era usata prima, quando una chiesa era destrutta o vero le 
entrate occupate, che si transferiva quel poco rimanente al 
vicino, insieme con il carico, facendo tutto un solo beneficio. 
L’industria del cortegiano trovò che anco fuor di questi ri¬ 
spetti s’unissero più benefici ad uno, si che con collazione di 
quello la pluralità si copriva affatto, quantonque a favore di 
qualche cardinale o gran personaggio fossero uniti insieme 
trenta e quaranta benefici posti in diversi luochi della cri¬ 
stianità. Nasceva però un inconveniente, che si diminuiva il 
numero de’ benefici, e la grazia fatta ad uno era poi fatta a’ 
molti che succedevano, senza che la meritassero e impetras¬ 
sero, con gran danno della corte e della cancelleria; e in 
questo fu rimediato con sottile e argutissima invenzione, di 
unire quanti benefici al papa piaceva in una massa, durante 
solamente la vita di quello a cui era conferita; per la morte 
del quale l’unione s’intendesse ipso facto dissoluta, e li bene¬ 
fici ritornati nel loro stato primiero. Con questa maniera si 
venne all’apice delle belle trovate, potendosi cosi conferir un 
beneficio in apparenza, che in esistenza ne tirava molti, e 
confessarsi come quello, che disse aver rubato una briglia da 
cavallo, tacendo che fosse con quella imbrigliato l’animale. 

Per rimediare alla pluralità era necessario levar l’uso di 


404 


l’istoria del concilio tridentino 


questi tre pretesti, il che era molto ben conosciuto dalli pre¬ 
lati prudenti: onde alla prima proposta fu uniforme il parere 
di tutti, che fosse vietato, e nessun, di qualonque condizione 
si voglia, potesse ottener numero maggiore che di tre benefici. 
Alcuni anco aggionsero, quando doi di quelli non ascendono 
alla somma di quattrocento ducati d’oro d’entrata, volendo 
che qualonque persona, quantonque sublime e graduata, fosse 
soggetta alla regola di non poter aver più che uno, quando 
ascende a quella somma, o di due, se quelli vi giongono; in 
fine non più di tre, o arrivino o non arrivino: sopra che vi 
fu assai a disputare. Ma molto più quando Alvise Lippomano, 
vescovo di Verona, aggionse che questo decreto fosse esteso 
a quelli che di presente allora possedevano numero maggiore, 
li quali, non eccettuato alcuno di qual si voglia grado ed 
eminenzia, fossero constretti, ritenendone tre, rinonciar li altri, 
essendo in Italia fra sei mesi, e fuori d’Italia fra nove: il 
che non facendo, fossero senz’altra dechiarazione privati, e 
questo non ostante che li benefici fossero uniti, o vero com¬ 
mendati, o con qualonque altro titolo possessi. Il vescovo di 
Feltre aderì all’istessa opinione, moderandola però con distin¬ 
guere le dispense, commende e unioni, altre fatte per utilità 
delle chiese e altre per favore del beneficiato; volendo che 
le prime di quanti si voglia benefici dovessero restar valide, 
ma le fatte per privata utilità de’ beneficiati fossero regolate. 
Non admesse questa distinzione il vescovo di Lanciano, con 
dire che, volendo fare legge durabile, convien non darli ec¬ 
cezioni in corpo, attesoché la malizia umana sempre è pronta 
a trovare finti pretesti di mettersi nel caso dell'eccezione e 
liberarsi dalla regola. Il vescovo d’Albenga con longa orazione 
mostrò che le buone leggi danno forma alli futuri negozi so¬ 
lamente, e non risguardando li passati; e quelli che, uscendo 
delli ragionevoli termini, vogliono emendare anco il preterito, 
eccitano sempre tumulti, e in luoco di riformar disformano 
maggiormente: esser una gran cosa voler privar del suo quelli 
che l’hanno posseduto per molti anni, e credere di persua¬ 
derli a contentarsene. Soggionse che, facendosi tal decreto, 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


405 


prevedeva che non sarebbe ricevuto; e se pur lo fosse, da 
quello ne nascerebbono resinazioni palliate e simoniache e 
altri mali, peggiori che il ritener più benefici. Quanto anco 
all’avvenire, parerli la provvisione superflua, perché non ri¬ 
cevendo alcuno più benefici, se non con dispensa del papa, 
basta assai che egli si risolva di non concederla. 

In quella congregazione, tra le molte esclamazioni tragiche 
che da diversi furono fatte, Bernardo Diaz vescovo di Calaorra 
disse che la chiesa di Vicenza, essendo trascorsa in molti di¬ 
sordini, come era notissimo a tutti, ricercherebbe un apostolo 
per vescovo; tassando il Cardinal Ridolfl, che oltre tanti altri 
benefici godeva quel vescovato senza averne alcun governo, 
senza l’ordine episcopale, senza vederlo mai, non curando 
né sapendo se non le rendite dell’affitto, e motteggiando cia¬ 
scuno la grande inconvenienza che era, che nobilissime chiese 
non vedessero mai il suo vescovo, per esser occupato o in 
altri vescovati o in dignità più fruttuose. Molti dicevano che 
il solo pontefice potrebbe a questo provvedere, e alcuni comin¬ 
ciavano ad entrare nella opinione di Albenga, che il pontefice 
facesse quella riforma da sé: cosa che alli legati piaceva, cosi 
per dignità del papa, come per liberarsi da gran travaglio di 
questa materia, che dalle varie opinioni e interessi giudicavano 
di difficile digestione; sperando anco che, quando s’avesse 
fatto il passo di lasciare questa riforma al papa, facilmente 
si ottenesse di lasciarli anco il capo della residenza, più duro 
ancora a smaltire per esser populare, e tirarsi appresso la re- 
cuperazione dell’autorità e giurisdizione episcopale. 

Entrati adonque li legati in speranza che questo si potesse 
ottenere, massime se si fosse proposto come cosa fatta e non 
come da fare, diedero immediate conto al pontefice, a cui la 
nova riusci molto grata, perché ormai tutta la corte ed egli 
medesimo stava in pensiero dove avessero a terminare li tenta¬ 
tivi e disegni dei prelati. E parendoli di non differir a batter 
il ferro mentre era caldo, fece il passo più longo della estesa 
significatagli dalli legati, e spedi una bolla, per la quale 
avocava a sé tutta la materia della riforma. Ma, mentre in 



406 


l’istoria del concilio tridentino 


Trento s’aspettava la risposta da Roma, non fu però inter¬ 
messa l’incominciata trattazione. Si fece una minuta di de¬ 
creto, che nessun potesse aver più che un vescovato; e chi 
più ne aveva, ne ritenesse un solo; che all’avvenire chi otte- 
nirà più benefici inferiori incompatibili, sia privato senz’altra 
dechiarazione; e chi già ne possedè più d’uno, mostri le sue 
dispense all’ordinario, che procedi secondo la decretale d’In¬ 
nocenzo IV, Ordinarti. Nel dir li voti sopra questi capi molti 
fecero instanza che si aggiongesse che all’avvenire dispense 
non fossero concesse. E a pochi piacque il mostrar le già con¬ 
cedute, e procedere secondo il decreto d’Innocenzo, dicendo 
che era un farle approvar tutte e far il mal maggiore, attese 
le condizioni poste da Innocenzo, dove dice che, trovate le 
dispense buone, siano admesse, e se vi sarà dubbio, s’abbia 
ricorso a Roma; non potendosi dubitare che ogni negozio 
almeno non si risolvesse in dubbio, il quale a Roma avesse 
dechiarazione conforme alla concessione. Che mentre passa¬ 
vano cosi, le persone stavano con timor della provvisione, 
quando fossero esaminate; e approbate (ché tutte sarebbono 
senza dubbio), l’abuso sarebbe confermato. Molti erano di 
parere che si vietassero a fatto le dispense; repugnando altri, 
con la ragione che la dispensa è stata sempre nella Chiesa ed 
è necessaria: il tutto sta in ben usarla. 

Marco Vigerio, vescovo di Sinigaglia, usci con una opinione 
che, se fosse stata ricevuta e creduta, averebbe facilmente ri¬ 
formato tutto l’ordine clericale. Diceva egli potersi ad ogni 
inconveniente rimediare dalla sinodo con fare una dechiara¬ 
zione, che per la dispensa sia necessaria una legittima causa; 
e chi senza quella la concede, pecca, e non può esser assoluto 
se non revocandola; e chi l’ottiene, non è sicuro in conscienzia, 
se ben ha la dispensa, e sempre sta in peccato, sin che non 
depone li benefici cosi ottenuti. Ebbe l’opinione contradittori, 
perché si levarono alcuni con dire che chi concede licenza 
di plurità senza causa legittima, pecca, ma però la dispensa 
vale; e chi l’ottiene è sicuro in conscienzia, se ben conscio 
dell’illegittimità della causa. E più giorni si contese, dicendo 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


407 


questi che era un levar tutta l’autorità al papa, e quelli che 
l’autorità pontificia non s’estendeva a far che il male non 
fosse male. Da questo s’entrò in un altro dubbio, se la plu¬ 
ralità de’ benefici fosse vietata per legge divina o vero umana. 
E da quei della residenza de iure divino era detto che per 
divina, e però il papa non poteva dispensare; li altri dicevano 
che per legge canonica solamente. E con difficoltà fu la con¬ 
tradizione sopita dalli legati, essendo da loro tenuta per pe¬ 
ricolosa, cosi per rimetter in campo la residenza, come perché 
toccava l’autorità del papa, se ben non era nominato; e mag¬ 
giormente perché quella sottile discussione del valor delle 
dispense le metteva tutte in compromesso. Essendo molta con¬ 
fusione, Diego di Alaba, vescovo di Astorga, disse che, non 
potendo convenire sopra le dispense, proibissero le commende 
e le unioni, quali sono li pretesti per palliare l’abuso; e contra 
l’uno e l’altro parlò assai. Disse le unioni e le commende 
ad vitam esser piene d’assurdità, perché apertamente si con¬ 
fessava con quelle di non aver risguardo al beneficio della 
Chiesa, ma della persona; che erano di gravissimo scandalo 
al mondo, inventate già poco tempo per saziare l’avarizia e 
ambizione; che era una grande indegnità il mantenere un 
abuso cosi pernicioso e tanto notorio. Però li vescovi italiani, 
che in gran parte erano interessati in uno di questi, non sen¬ 
tivano volontieri proposizioni cosi assolute, lodando che si 
facesse qualche provvisione, ma non tale che le togliesse via 
a fatto. 

In principio di febbraro arrivò da Roma la risposta e la 
bolla pontificia, che fu dalli legati stimata troppo ampia: pur 
tuttavia, per tentare di valersene, proposero di novo la ma¬ 
teria, facendo replicare dalli suoi la medesima sentenzia, che, 
attese le difficoltà e diverse opinioni, era bene liberarsi e ri¬ 
metter il tutto al pontefice. Li imperiali, anco quelli mede¬ 
simi che per il passato non si erano mostrati alieni, ripiglia¬ 
rono gagliardamente, dicendo che non sarebbe stato onor del 
concilio. E a questo parere s’accostò la maggior parte, ritor¬ 
nando sulle medesime cose dette, anzi confondendo le cose 



4 o8 


l’istoria del concilio tridentino 


sempre più; si che viddero li legati non esser occasione di 
valersi della bolla mandata, e rescrissero non potersi sperare 
che fosse rimessa tutta la riforma a Sua Santità, ma ben ave¬ 
vano per fattibile dividerla, si che il pontefice facesse quella 
parte che è più propria a lui, come sarebbe la moderazione 
delle dispense e delli privilegi, aggiongendovi la reformazione 
delli cardinali; il che quando Sua Santità si risolvesse di fare, 
sarebbe ben valersi della prevenzione, pubblicando in Roma 
una bolla sotto nome di reformazione della corte. Perché 
nessuno potrebbe dire che il papa non potesse reformare da 
sé la corte sua e quello che tocca a lui ; la qual bolla non 
sarebbe necessario pubblicar in concilio; e alla sinodo si po¬ 
trebbe, avendo da trattar il rimanente che alla corte non 
tocca, dare ogni sodisfazione; avvertendo però la Santità sua 
che il concilio non si quieterà mai per sola provvisione all’av¬ 
venire, ma ricercherà sempre che si provveda alle concessioni 
scandalose anco presenti. 

Finita quella congregazione, li prelati spagnoli con altri 
che li seguivano, capo di tutti fattosi il Cardinal Paceco, ri¬ 
dotti al numero di venti e ragionato insieme, conclusero che 
nella maniera introdotta nelle congregazioni non si poteva 
venir mai a risoluzione che valesse, perché quel di buono 
che era detto, era dissimulato da chi reggeva le azioni, o vero 
con le contenzioni oscurato: però esser necessario mutar modo, 
e dar in scritto le dimande, che cosi si venirà a conclusione. 
E fecero una censura sopra i capi proposti, e la posero in 
scritto, presentandola alli legati nella congregazione che si 
tenne il 3 febbraro. 

La censura conteneva undeci articoli. 

I. Che tra le qualità de' vescovi e parrochi siano poste 
tutte le condizioni statuite nel concilio lateranense ultimo, 
parendo che nel modo tenuto si apra troppo la strada alle 
dispensazioni, le quali al tempo d’oggi, per le eresie che 
causano e per li scandali che danno al mondo, è necessario 
levar a fatto, facendo una più stretta reformazione. 

II. Che si specifichi apertamente che i cardinali siano 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


409 


tenuti resedere nei loro vescovati almeno sei mesi dell’anno, 
come agli altri vescovi è comandato nella sessione passata. 

III. Che inanzi ogni altra cosa si dechiari la residenza 
de’ prelati esser de iure divino. 

IV. Che si dechiarasse la pluralità delle chiese catte¬ 
drali esser abuso grandissimo, e si ammonisse ciascuno, spe¬ 
cificando etiam i cardinali, a restar con una sola e lasciar le 
altre infra certo termine breve, e prima che finisca il concilio. 

V. Che si togliesse la pluralità delle chiese minori con 
proibirla non solo per l’avvenire, ma ancora per il passato, 
revocando tutte le dispense concesse, senza eccezione de car¬ 
dinali o altri, se non per giuste e ragionevoli cause da esser 
prodotte e provate inanzi l’ordinario. 

VI. Che le unioni ad vitam, eziandio le già fatte, si 
revocassero tutte, come indottive della pluralità. 

VII. Che ognuno che ha beneficio curato e altri bene¬ 
fici che ricercano residenza, non risedendo, incorra nella pri¬ 
vazione, e nessuna dispensazione abbia da suffragare, se non 
in casi dalla legge permessi. 

Vili. Che qualonque ha beneficio curato potesse esser 
esaminato dal vescovo; e trovato illitterato, vizioso o per altra 
causa inabile, fosse privato, e il beneficio dato ad un degno 
per rigoroso esame, e non a volontà degli ordinari. 

IX. Che nell’avvenire i benefici curati non si dassero, 
se non con esanime e inquisizione precedente. 

X. Che nessun si promovesse a chiesa cattedrale senza 
processo, il qual si facesse in partibus , almeno sopra li natali, 
vita e costumi. 

XI. Che nessun vescovo potesse ordinare nella diocesi 
dell’altro senza licenza dell’ordinario, e persone di quella 
diocesi solamente. 

Li legati si turbarono, non tanto vedendo posti a campo 
molti articoli, e tutti con mira di ristringere l’autorità ponti¬ 
ficia e aggrandire l’episcopale, quanto per l’importanza del 
principio di dar in scritto le petizioni e unirsi molti insieme 
in una dimanda; e senza mostrar qual fosse il pensiero loro, 


4to 


l’istoria del concilio tridentino 


solo allegando l’importanza della proposta, presero tempo a 
pensarvi sopra, dicendo che tra tanto non si starebbe in ozio, 
essendo da stabilire altri capi di riforma; e diedero minuto 
conto al pontefice di tutte le cose passate, aggiongendo che 
li prelati ogni giorno pigliavano libertà maggiore, che non si 
astenevano di parlare dei cardinali senza rispetto e dir pale- 
samente che è necessario regolarli; e della Santità sua ancora 
con poca riverenza parlavano, che non dà se non parole, e 
che usa il concilio per trattener il mondo in speranze, e non 
per far vera riforma. Aggionsero che per l’avvenire sarebbe 
difficile tenerli in regola, che facevano spesse adunanze e con¬ 
gregazioni tra loro. Misero in considerazione che sarebbe bene 
far qualche riforma in Roma con effetto, e pubblicarla inanzi 
la sessione. Mandarono anco le censure delli spagnoli, pon¬ 
derando quanto importasse il tentativo loro, e dove all’avve¬ 
nire potesse arrivare, non essendo verisimile che tanto ardis¬ 
sero senza l’appoggio e fomento, e forse anco incitamento di 
qualche gran principe; facendo instanza di ricever comanda¬ 
mento di quello che dovevano fare, e dicendo che sarebbe 
parer loro di persistere e non cedere in parte alcuna, cosi 
per l’importanza delle cose, come per non lasciar aprire questo 
passo, che possino li prelati per sedizione e forza ottener 
quello che non li è concesso spontaneamente, ché sarebbe un 
dependere dalla mercé loro e incorrer pericolo di qualche 
sinistro accidente: che per quanto doverà passar nelle depu¬ 
tazioni non erano per lasciarsi superare. Ma in fine dopo le 
disputazioni, se li contrari non vorranno cedere, sarà forza 
venire al più e manco voti, li quali nel concludere non si 
ponderano, ma si numerano; però, non convenendo mettersi 
ad alcun rischio, ma ben certificarsi di restar superiori nel 
giorno della sessione, sarebbe necessario comandar stretta- 
mente a quelli che sono andati a Venezia sotto pretesto di 
fare il principio di quaresima nelle loro chiese, ma con in¬ 
tenzione forse di non tornar più, che tornassero subito e senza 
replica; perché nella sessione seguente starà quasi tutta l’im¬ 
portanza della riforma, massime in quella parte che è tra il 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 4H 

pontefice e li vescovi, e secondo che succederà questa volta 
alli ammutinati, cosi o piglieranno animo di opporsi nelle 
altre occasioni, o si renderanno quieti e ubidienti. 

Ispedito l’avviso a Roma, nelle seguenti congregazioni pro¬ 
posero li legati di reformar diversi abusi. 11 primo fu di quelli 
che, ricevuto un beneficio e titolo, non pigliano l’ordine sacro 
o la consecrazione rispondente a quello. Tutti detestarono 
l’abuso, laudarono che si rimediasse. Ma il cardinale Paceco 
disse che ogni rimedio sarebbe deluso, se non si levavano 
le commende e unioni, essendo chiaro che una cattedrale può 
esser commendata anco ad un diacono; e chi vorrà una par¬ 
rocchiale senza ordinarsi in sacris, la farà unir ad un beneficio 
semplice che non ricerca ordine, e cosi la tenirà in conse¬ 
quenza di quello, senza esser consecrato. Le altre riforme fu¬ 
rono sopra a diverse esenzioni dalle visite episcopali, dalli 
esamini loro, dalla cognizione delle cause civili, e dalla re¬ 
visione del governo de ospitali, nel che credevano li legati 
acquistar la grazia dei vescovi allargando la loro autorità; 
ma, come avviene a chi pretende ragione nel tutto, che resta 
offeso per la restituzione della metà, pareva (alli spagnoli 
massime) che li fosse fatto torto maggiore con rimediare ad 
alcune. Ma crescendo il numero di italiani che alli legati ade¬ 
rivano, li spagnoli si restrinsero a parlar più riservatamente, 
tanto più aspettando risposta da Roma sopra le proposizioni 
loro, essendosi scoperto che là erano state remesse. 

Il pontefice, ricevuto l’avviso, immediate scrisse a Venezia 
lettere efficacissime, ma insieme amorevolissime, al noncio suo 
per far ritornar li prelati, quali erano ancora quasi tutti in 
quella città; e dal noncio l’ufficio fu fatto con tal modo, che 
tutti ebbero per favore il far il viaggio, poiché si trattava 
tanto servizio del pontefice. Messe in consultazione con li de¬ 
putati la censura de’ spagnoli, e il rimanente, che più impor¬ 
tava, ponendolo insieme con le altre cose prima avvisategli, 
riserbò alla deliberazione propria. 

La congregazione delli deputati, ripensato lo stato delle 
cose, considerò che il partito proposto dalli legati era più 


412 


l’istoria del concilio tridentino 


onorevole e, riuscendo, il più utile; ma se non fosse riuscito, 
era il più pernicioso: e in cose di tanto momento non esser 
prudenza correre si gran rischi; esser ugualmente pericoloso 
negar tutto, come tutto cedere; concludendo che, se li legati 
non erano più che certi di superare, potevano concedere o 
parte o tutte le infrascritte modificazioni, secondo che il ne¬ 
gozio stesso sul fatto consultasse: le quali erano digeste in 
forma di risposta ad articolo per articolo della censura spa¬ 
gnola. Al primo, d’innovare il concilio lateranense nelli due 
capi, par che si possa satisfare alli prelati, purché nel resto 
li canoni che si faranno siano ragionevoli. Al secondo, d’obbli¬ 
gare i cardinali alla residenzia, per quelli che stanno in Roma 
e che servono actu la Chiesa universale, la dimanda non è 
conveniente; e agli altri Sua Santità provvederà, come è detto 
nella lettera. Al terzo, di statuire che la residenzia sia de iure 
divino, prima, il decreto forse non sarebbe vero, applicato 
alle chiese particolari; dopo, quanto all’effetto, non può ser¬ 
vire se non a maggior confusione, repugnando massime che 
il decreto si faccia, e insieme si permetta, almeno tacitamente, 
il contrario per la metà dell’anno. Al quarto, di dechiarare 
abuso la pluralità delle chiese, si può dire il medesimo che 
al terzo: e quanto alii cardinali, che Sua Santità provvederà 
per se stessa, come è detto di sopra. Al quinto, della pluralità 
delle chiese minori, la provvisione proposta dalli legati pare 
che doverebbe esser bastante; e nondimeno quando circa il 
passato sia giudicato bene farla più severamente, Sua Santità 
se ne rimette, avvertendo che il troppo rigore in questa parte 
può causare effetto contrario, per la resistenza che si ha da 
presumere che sarà fatta da quelli che possedono; e conside¬ 
rando insieme che il lasciar semplicemente il giudicio nelle 
dispensazioni agli ordinari può esser mal usato, e senza par¬ 
torire altro effetto che accrescere loro autorità. Al sesto, di 
revocare le unioni a vita, non ostante che la Santità sua 
abbia pensiero di farci conveniente provvisione, nondimeno, 
quando si desideri levarle, etiam in tutto, si può concederlo, 
purché si dia spacio onesto a chi possedè li benefici di poter 




LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


413 


dispor di quelli. Al settimo, che la non residenzia de’ benefici 
curati porti seco precisamente la privazione, e che nessuno 
si dispensi se non in casi dalla legge permessi, è troppo ri¬ 
gore, e tale che, quando bene si determinasse, mal si potrebbe 
osservare. All’ottavo, che chi ha beneficio curato e si trova 
illitterato o vizioso possa esser privato dall’ordinario, inten¬ 
dendosi di tal inabilitade che de iure lo meriti, questa pena 
si può concedere; altrimenti non è dimanda onesta, perché 
non sarebbe altro che lasciar il tutto all’arbitrio degli ordinari. 
Al nono, che li benefici curati non si diano se non per dili¬ 
gente esamine precedente, essendo necessario lasciar il modo 
e qualità dell’esame alla conscienza di chi ha da conferire i 
benefici, pare che l’aggiongere sopra questo altro decreto sia 
o superfluo o inutile. Al decimo, di far il processo in partibus 
di quelli che si promovono alle chiese cattedrali, non si vede 
né il modo né il frutto di questa diligenza, essendo cosi facile 
trovar chi deponga il falso in partibus come in Roma. Dove 
quando si possa aver, come quasi si può sempre, tanta notizia 
che basti, è superfluo cercar altro. All’undecimo, che nessuno 
si ordini se non dal suo vescovo, pare che il rimedio della 
bolla possi bastare, e tanto più, quanto che per essa si prov¬ 
vede per più d’un modo alli inconvenienti che si pretendono 
circa questo capo. 

Spedi il pontefice immediate la risposta a Trento, con 
rimettere alla prudenza delli legati che, ben consegliati con 
li amorevoli, risolvessero, come meglio avessero giudicato sul 
fatto, di conceder o parte o tutte le cose richieste, dentro 
però delli termini consultati dalli deputati in Roma; rimettendo 
parimente a loro il negare ogni cosa, se si fossero veduti in 
stato di poterlo fare. Li avvisò deH’ufficio fatto con quelli che 
erano in Venezia, soggiongendo che tenessero la sessione al 
debito tempo, tralasciando a fatto li capi di dottrina dei sa¬ 
cramenti, e pubblicando li soli anatematismi, in quali tutti 
sono convenuti, poiché quella dottrina non si può esplicare 
senza qualche pericolo; che tralasciassero a fatto il decreto 
degli abusi dei sacramenti del battesmo e confermazione, non 


414 l’istoria del concilio tridentino 

essendo possibile toccar quella materia senza offender tutto 
l’ordine de’ poveri preti e frati e dar troppo gran presa agli 
eretici, confessando d’aver approvato per li passati tempi no¬ 
tabili assurdità. Aggionse in fine che del rimanente operassero 
si che la sessione riuscisse più quieta che si potesse, ma con 
dignità della sede apostolica. 

Poi ruminando il papa gli avvisi avuti da Trento e dal 
noncio suo di Germania fra se stesso con li suoi intimi, restò 
pieno di sospetto che il concilio non dovesse partorir qualche 
gran mostruosità a pregiudicio di lui e dell’autorità pontificia. 
Considerava le fazioni tra’ teologi, massime dominicani e 
franciscani, antichi emuli e contrari di dottrina, che in concilio 
avevano preso animo di trapassar il segno delle contenzioni, 
dalli prudenti con difficoltà composte; fra quali essendo delle 
differenze non minori di quelle che si hanno con luterani, ed 
essi assai arditi nel tassarsi l’un l’altro, li quali se non si 
starà sempre nell’accordarli, esservi pericolo che non succe¬ 
desse qualche grave inconveniente. Faceva gran riflesso sopra 
la disputa della residenza, se è de iure divino, e sopra l’au¬ 
dacia di fra’ Bartolomeo Carranza, il qual, fomentato da molti, 
era passato a chiamare l’opinione contraria dottrina diabolica. 
Vedeva quanto facilmente potesse nascer un altro male simile 
a quello di Lutero, e che se si fosse fatto della residenza 
un articolo di fede, il papato era ridotto a niente. Conside¬ 
rava che tutte le riforme miravano a restringere l’autorità del 
papa e ampliare quella de’ vescovi ; avverti quanto poco fosse 
stata l’autorità sua stimata, avendo il concilio dato speranza 
di rimetter a lui la riforma (di che anco aveva formato la 
bolla, avocandola tutta a sé), e poi senza rispetto di lui s’aveva 
trattata più acremente. Ebbe gran sospetto dello spirito e ani¬ 
mosità de’spagnoli; considerava le qualità della nazione, av¬ 
veduta e che non opera a caso, mostra maggior riverenza che 
non porta, sta unita in se stessa, e non fa un passo senza 
aver la mira a cento pili inanzi; li parve gran cosa l’aver 
preso a ridursi insieme e l’aver formato una censura per 
comune; li pareva verisimile che ciò fosse ardito per fomento 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO IX 


415 


dell’imperatore, essendoci un suo ambasciatore che trattava 
quotidianamente con loro. Aveva anco per altro suspetto Ce¬ 
sare, considerando la prosperità della fortuna che in quel 
tempo correva, la qual suol indur gli uomini a non saper 
metter fine alli disegni: faceva reflesso sopra il permettere la 
religione per convinienza, attribuendo che fosse a fine di ac¬ 
quistar la grazia de’ luterani. Considerava le querimonie usate 
non solo dall’imperatore, ma anco dalli ministri al partir 
delle genti italiane; l’aversi doluto d’esser abbandonato nel 
bisogno: dubitava di lui, sapendo che attribuiva al duca di 
Piacenza suo figlio la sedizione di Genoa; sopra tutto ponde¬ 
rava le parole dette al noncio, di non aver maggior nimico 
del papa. Temeva che, se li fosse venuto fatto di stabilir in 
Germania un’autorità assoluta, fosse poi entrato in pensiero 
di far l’istesso in Italia, adoperando il concilio per opprimere 
il pontificato. Vedeva che restava come arbitro, attesa l’incu¬ 
rabile indisposizione del re di Francia e la prossima morte 
che si prevedeva; del dolfino non sapeva quanto potersi pro¬ 
mettere, come di giovane non ancora esperto. Teneva per 
fermo che li prelati, quali sino allora aderivano alla corte 
romana, quando l’imperator avesse fatto la scoperta, s’ave- 
rebbono dechiarato per lui, o per timore della maggior po¬ 
tenza, o vero per emulazione che tutti hanno alla grandezza 
pontificia, la qual scoprirebbono, quando vedessero aperta 
strada sicura di moderarla. 

Questi rispetti lo fecero risolvere a sicurarsi del concilio 
in qualche maniera: il finirlo non pareva cosa fattibile, attesa 
la moltiplicità delle cose che restavano da trattare; la sospen¬ 
sione ricercar qualche gran causa, e nondimeno esser una 
provvisione leggiera, perché sarebbe immediate ricercato di 
levarla. La translazione in luoco dove egli avesse autorità 
assoluta pareva il miglior conseglio. E poiché questo si aveva 
a fare, farlo in maniera che rimediasse a tutti li pericoli; che 
non poteva avvenire se non celebrandosi nelle terre sue. A 
queste pensando, non giudicò bene trattar di Roma, per non 
far tanto parlare alla Germania. Bologna li parve ottima, come 



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l’istoria del concilio tridentino 


la più vicina a chi viene di là dai monti, fertile e capace. 
Al modo pensando, risolvette di asconder in questo la persona 
sua, e operare che fosse fatto dalli legati come da loro, per 
l’autorità che gli aveva data per la bolla data il 22 febbraro 
e mandatagli nell’agosto 1545. Che cosi facendo, se sopra la 
translazione fosse nata qualche opposizione, sarebbe addossata 
alli legati, ed egli come non interessato averebbe più facilità 
a mantenerla; e quando per qualche accidente occorresse mu¬ 
tar pensiero, lo potrebbe far con intiera sua dignità. Adonque 
risoluto di tanto, spedi un privato gentiluomo familiare del 
Cardinal del Monte con lettere di credenza, a fare ad ambi 
li legati quest’ambasciata, ordinandoli che non giongesse in 
quella città inanzi il tempo della sessione, e li commettesse 
di trasferire il concilio a Bologna, facendo nascere qualche 
apparente causa, o vero valendosi d’alcuna che fosse in essere; 
ma venendo all’esecuzione tanto presto che, dopo data la 
prima mossa all’impresa, si venisse al fine prima che d’altrove 
potesse esser frapposto alcun impedimento. 



CAPITOLO X 

(febbraio-marzo 1547). 


[L’imperatore depone l’arcivescovo elettore di Colonia. — Morte di En¬ 
rico Vili.— Il decreto di riforma viene discusso in congregazione.— 
Obbiezioni alla clausola: «salva in tutto l’autorità apostolica».— 
Dispute sulle qualità dei vescovi e curati, sulla residenza, sull’in¬ 
cludere nel decreto i cardinali. — Sessione settima: canoni dei sacra¬ 
menti, del battesimo e della confermazione. — Decreto di riforma 
degli abusi. — Ricevute segrete istruzioni da Roma per la traslazione, 
i legati, approfittando di un’epidemia scoppiata a Trento, propongono 
al concilio che si deliberi il trasferimento. — Vivace opposizione dei 
prelati imperiali, disposti soltanto ad una sospensione. — Sessione 
ottava: si vota la traslazione a Bologna. — I dissidenti rimangono a 
Trento. — Morte di Francesco I.] 

Ma in Germania essendo accomodate con Cesare gran 
parte delle città attorno il Reno, e avendo anco l’elettore 
palatino fatti desistere li ministri, da lui introdotti, dal passar 
più oltre, vedendo l’imperator occasione di poter escludere 
l’arcivescovo di Colonia, mandò doi commissari, facendo 
ridur tutti gli ordini acciocché l’abbandonassero e ricevessero 
per vescovo e principe Adolfo coadiutore, e li rendessero 
obedienzia e giurassero fedeltà. Gli ecclesiastici furono pronti 
a farlo, per le cause altre volte dette. La nobiltà e li amba¬ 
sciatori delle città ricusarono, con dire di non poter abban¬ 
donare il principe a cui avevano giurato. Il duca di Cleve, 
avendo li suoi stati vicini, si interpose; mandò all’arcivescovo, 
e fece che vi andassero anco i primi della nobiltà, per pre¬ 
garlo di trovar modo come tutto lo stato non fosse dissoluto, 
con danno estremo delli populi vicini. L’arcivescovo mosso 
a compassione, per non metter una guerra in quel dominio, e 
acciò il populo innocente non patisse, generosamente renonciò 


Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino - 1. 


27 



418 


l’istoria del concilio tridentino 


lo stato e assolvè li sudditi dal giuramento; e cosi fu ricevuto 
Adolfo per suo successore, il quale egli aveva sempre amato 
da fratello, e participatoli tutte le cose che faceva per riforma 
della Chiesa; e ora si vedeva di altro parere, o perché fosse 
mutato, o per altra causa. 

In Trento nel mezzo di febbraro andò avviso della morte 
del re d’Inghilterra, successa nel mese inanzi, di che li padri 
resero grazie a Dio, e andarono quasi tutti a visitar il vescovo 
di Vorcestre, congratulandosi con esso lui che il regno ed 
egli medesimo fossero (dicevano) liberati dalla tirannide d’un 
acerbo persecutore, attribuendo anco a miracolo che fosse 
passato di questa vita lasciando un figlio in età di nove anni, 
acciò non potesse imitare le vestigia paterne. E veramente 
non le imitò in tutto, perché Enrico, se ben aveva levato a 
fatto l'autorità del pontefice sopra quel regno e imposto pena 
capitale a chi gli aderisse, nondimeno ritenne sempre costan¬ 
temente nel resto la dottrina della chiesa romana. Ma Edoardo 
(che cosi era il nome del figlio), governato dal duca di So- 
merset suo zio materno, inclinato alla dottrina de’ protestanti, 
mutò la religione, come a suo luoco si dirà. 

Gionte le lettere del pontefice, il Cardinal Santa Croce era 
di parere che si ammollisse l’animo delli prelati congionti, con¬ 
cedendo alcuna delle petizioni che da Roma erano permesse, 
ché facilmente con quella determinazione si sarebbono acquie¬ 
tati. In contrario il cardinale del Monte diceva che il conde- 
scendere all’inferiore (e alla moltitudine massime) non era 
altro che dar pretensione d’aver sodisfazione maggiore; che 
voleva prima tentar l’animo degli amorevoli, e quando s’avesse 
trovato fortificato di numero maggiore, esser disposto a non 
ritirarsi pur un passo; quando avesse trovato altramente, ave- 
rebbe usato la prudenza. Dopo molti discorsi, come avviene 
tra colleghi, Santa Croce cedette al Monte, che camminava 
con affetto maggiore. Ebbero avviso che li prelati assenti si 
sarebbono ritrovati in Trento inanzi il fine di febbraro, e, ten¬ 
tati gli animi di diversi, si ritrovarono aderenti alle cose del 
pontefice: quali confermati con le speranze, e tiratone anco 



I.IBRO SECONDO - CAPITOLO X 


419 


altri con la medesima esca che il pontefice averebbe ricono¬ 
sciuti i meriti di ciascuno, fecero formar il decreto con quin¬ 
dici capi, e quello proposero in congregazione. 

Sopra che furono maggiori difficoltà di prima: nel proe¬ 
mio, per una eccezione qual diceva: « salva sempre in tutte 
le cose l’autorità apostolica». Da ogni stolido sarebbe stato 
conosciuto dove mirava, ché non inferiva se non una perti¬ 
nace ostinazione negli abusi, mentre si trattava rimediarli, 
conservando le cause. Però nessun ardi opporsegli, se non il 
vescovo di Badajoz, il qual disse che aveva bisogno di de- 
chiarazione, perché il concilio non doveva né poteva intaccar 
l’autorità di alcuno, non che della sede apostolica, ricono¬ 
sciuta per capo da tutti li veri cattolici; ma che le parole poste 
in quel luoco pareva significassero che in Roma si dovesse 
procedere in quelle materie al modo di prima, e che la rego¬ 
lazione non avesse rigore sopra le despense e altri modi, con 
quali è stata sempre enervata l’autorità delli canoni vecchi. 
In difesa della eccettiva era detto che le leggi delli concili 
non sono come la naturale, dove il rigore e l’equità sono 
una medesima cosa; che elle sono soggette al defetto comune 
di tutte le leggi, che per la universalità conviene siano dal¬ 
l’equità regolate nei casi non preveduti, e dove l’esequirle 
sarebbe ingiusto. Ma non essendovi sempre concilio, al quale 
si possi per questo ricorrere, né meno, quando ben vi è, 
avendo modo di attendere a questo, esser necessaria l’autorità 
pontificia. Ma si replicava che, avendo tutte le leggi il defetto 
dell’universalità, nondimeno tutte si promulgano senza met¬ 
terci dentro eccezione; che cosi si debbe anco al presente 
fare, perché il porvela non è altro se non un dire che per 
l’ordinario, e non nelli casi rarissimi e impreveduti, il papa 
possi dispensare in contrario. 

Questo parere non fu approvato in parole da tutti quei da 
chi fu tenuto in conscienzia, onde il legato Monte fortificatosi 
diceva che questa era sottilità per non deferire alla sede aposto¬ 
lica quanto erano tenuti, e fece tacer tutti. Dimandò il vescovo 
di Badajoz che in quel proemio si dovesse far menzione che 



4 20 


l’istoria del concilio tridentino 


l’articolo della residenza non era tralasciato, ina differito. A che 
risposero li legati che ciò era un diffidare delle promesse loro, 
anzi del pontefice, e un obbligarsi vanamente a cosa che sem¬ 
pre è in potestà: con tutto ciò, per dare sodisfazione in cosi 
intenso desiderio, si sarebbe aggiorno nel proemio che tutto si 
decretava proseguendo l’incominciato negozio della residenza, 
con che si mostrerebbe che non fu finito nell'altra sessione, 
e ne rimane anco parte da trattare. 

Sopra li capi delle qualità de’ vescovi e altri curati, disse 
l’arcivescovo Torre che quelli non solo non davano rimedio 
alle corruttele introdotte, anzi snervavano li remedi vecchi, 
perché con termini cosi universali di età, costumi, scienzia, 
abilità e valore si poteva canonizzar ognuno per abile; e 
l’allegar decreti di Alessandro esser un annullar tutti gli altri 
canoni che prescrivono altre condizioni, poiché sempre nomi¬ 
nato uno e studiosamente taciuti gli altri, pare che se gli abbia 
derogato. Che sarebbe necessario dir una volta chiaro qual è 
questa gravità di costumi, questa scienzia di lettere; il che 
se fosse fatto per l’una e l’altra qualità, sarebbe escluso per 
sempre ogni cortegiano. Li costumi ricercati esser molto ben 
raccontati da san Paulo, e tuttavia a quelli non s’attende. La 
perizia e dottorato che san Paulo ricerca, esser cognizione della 
dottrina cristiana e delle littere sacre; e non esser da imitar 
Onorio III, quale privò un vescovo della Sassonia inferiore 
per non aver imparato grammatica né letto mai il Donato, 
perché (dice la glosa) egli non poteva insegnare grammatica 
al populo; quasi che la materia della predica debbia esser le 
regole grammaticali e non l’Evangelio. 

Aggionse a questo il vescovo di Huesca che non li piaceva 
il rimettersi o vero allegare decreti o constituzioni, perché o si 
fa per dar autorità maggiore a quelle, o per riceverla da loro, 
o vero per far un aggregato di forza maggiore di quelle con 
questa sinodo; e a tutti i modi esser cosa poco convenevole, 
e diminuir l’autorità di ambedue. Esser ben cosa ragionevole 
farlo dove la lunghezza d’una constituzione non comportasse 
che fosse riferita; ma quando non contiene se non l’istesso, 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO X 


421 


non esserci causa di farlo, e dar occasioni di liti inestricabili, 
disputando se quelle constituzioni siano approvate come la 
lettera semplicemente suona, o pur con limitazioni e amplia- 
zioni dette dalli dottori, e con le varie intelligenzie, che è un 
confonder il mondo. Esservi bisogno di decreti che mettano 
pace, carità e seria riformazione nella Chiesa, non che diano 
occasioni di litigi e nuovi inconvenienti. A che poteva servire 
nei tempi presenti dar agli ordinari le pene del canone Grave 
nimis , l’esecuzione de quali è commessa alli concili provinciali 
che sono desusati, se prima non è preso modo come ritornarli 
in uso? Poi, essendo il numero de’ benefici conferiti dagli 
ordinari, per diverse riserve, minore d’una decima parte, a che 
buono provveder a questa minima, e lasciar correre l’abuso 
nelli nove decimi che la corte conferisce? Similmente, volendo 
rimediare la pluralità, l’approvar la constituzione De multa 
non esser altro che un stabilirla maggiormente, poiché in 
quella le dispense sono permesse. 

Longhissima disputa fu sopra gli articoli, dove li spa¬ 
gnoli instavano che li cardinali fossero specificati ; dicendosi 
per l’altra parte che non conveniva per la grandezza di quel¬ 
l’ordine, primo nella Chiesa, pieno d’uomini di singoiar me¬ 
rito, mostrare cosi apertamente che in quello vi fossero cor¬ 
ruttele degne di emendazione, ed essi stessi non emandassero 
se medesimi; ma bastava bene farl’istesso effetto con parole 
generali che includessero anco loro, come il comandare ad 
ogni persona di qual si voglia dignità, grado e preminenzia. 
Dicevano in contrario gli altri che li canonisti hanno già 
dechiarato sotto nessun termine generale comprendersi li car¬ 
dinali, se non sono nominatamente espressi; però non restare 
altra via di provvedere al cattivo esempio che il mondo riceve, 
se non con riformar loro particolarmente; esserci poco bisogno 
di riforma nel clero minuto, le corruttele del quale sono 
leggieri, ed egli necessitato a seguir li maggiori; doversi 
nel curar un corpo infermo attender alli mali gravi e alle 
parti principali; le altre (sanate quelle) o da sé guariscono, 
o con leggier rimedi. All’abuso delle unioni perpetue dicevano 


422 


l’istoria del concilio tridentino 


che ben pareva provvisto assai a bastanza col rimetter ai ve¬ 
scovi di esaminar le già fatte, e presumer surrettizie quelle 
che non si trovassero fondate sopra cause ragionevoli; ma 
tutto era destrutto con la modificazione seguente, cioè se 
altramente non sarà giudicato dalla sede apostolica, il che 
era un stabilirle, anzi metter il vescovo in liti e -spese. Fu 
anco di novo richiesto che fossero vietate le unioni a vita e 
annullate le già fatte. 

Ma il numero maggiore approvò li decreti come furono 
proposti, parte per propria inclinazione alle cose romane, e 
parte per esser stati praticati; e alcuni buoni anco, a’ quali 
era fatta promessa che il papa con una sua bolla averebbe 
levato e quelli e molti altri disordeni ; ma esser dovere che 
per riputazione di quella santa sede lo facesse egli medesimo, 
e non paresse che la sinodo l’avesse costretto contra suo vo¬ 
lere a ricever leggi. E questi posti insieme ascendevano alli 
tre quarti di tutto il numero della sinodo. 

Instando il tempo della sessione, e reietti gli anatematismi, 
da qualcuno fu ricercato che si aggiongesse la dottrina, da 
altri fu richiesto perché non si risolveva il decreto degli abusi. 
Quanto a questo, furono fermati con dire che non era bene 
discusso, e che era luoco piu opportuno portarli dopo tutti 
li sacramenti, rimediando insieme alli abusi occorrenti nel 
ministerio di ciascuno e alli universali in tutti. Per render 
ragione deU’ommissione della dottrina, il più concludente ar¬ 
gomento fu che cosi s’era fatto nella sessione del peccato 
originale, e che la dechiarazione per modo di dottrina è 
necessaria quando senza quella li anatematismi non possono 
esser intesi; però nel decreto di iustificazione essere stata di 
necessità, ma in questo delli sacramenti li anatematismi da 
sé esser tanto chiari che servono anco per dottrina. Il tempo 
instante e il consenso del numero maggiore fece che si risol¬ 
vesse per questa opinione, e fossero costretti tacer quelli che 
dimandavano la dottrina e riforma delli abusi sopra detti. 

Accomodati li decreti, se ben con le difficoltà narrate, e 
venuto il 3 marzo, e col solito ordine ridotti li prelati in 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO X 


423 


chiesa per celebrar il consesso, fu cantata la messa da Gia¬ 
como Coco, arcivescovo di Corfù. Doveva far il sermone 
Coriolano Martirano, vescovo di San Marco, il qual per li 
disgusti ricevuti nella congregazione, non parendo che fosse 
decoro d’intervenirvi e non persistere nella medesma opinione, 
né essendo sicuro il contradire nel pubblico consesso, elesse 
di finger indisposizione e rimanersene, onde si restò per quella 
mattina senza sermone, come se nel numero di sessanta ve¬ 
scovi e trenta frati teologi esercitati nel predicare non vi fosse 
uno atto a dir quattro parole con premeditazione di quattro 
ore. E negli atti fu notato che sermone non fu fatto, per 
esser rauco il vescovo di San Marco a ciò deputato; e cosi 
si mandò anco in stampa: il che si come non si debbe attri¬ 
buire se non ad una maniera dolce del secretario che scrisse, 
cosi è fermo documento che allora non si pensava dover 
venir tempo quando si stimasse che tutte le azioni di quel¬ 
l’adunanza fossero pari a quelle degli apostoli, quando erano 
congregati aspettando la venuta dello Spirito Santo. 

Ma finita la messa e le altre ceremonie, li due decreti 
furono letti. Il primo, appartenente alla fede, conteneva in 
sustanza che, per complemento della dottrina difinita nella 
precedente sessione, conveniva trattar dei sacramenti, e, a fine 
di estirpar le eresie eccitate, la sinodo per ora vuol statuire li 
seguenti canoni, per aggionger poi li altri al suo tempo. 

Erano li canoni o vero anatematismi delli sacramenti in 
comune tredici: 

I. Contra chi dice che li sacramenti della legge nova 
non siano stati tutti instituiti da Cristo, o vero esser più o 
meno di sette, o alcun di loro non esser vera e propriamente 
sacramento. 

II. E che non sono differenti da quelli della vecchia 
legge, se non nelle cerimonie e riti. 

III. E che alcun di loro in nessun rispetto sia più degno 
dell’altro. 

IV. Che non sono necessari alla salute, e che la grazia 
di Dio si può acquistare per la sola fede, senza quelli o 
senza il proposito di riceverli. 



424 


l’istoria del concilio tridentino 


V. Che siano ordinati solo per nudrir la fede. 

VI. Che non contengono in loro la grazia significata, 
o non la danno a chi non vi fa repugnanzia, ma siano segni 
esterni della giustizia e caratteri della professione cristiana, 
per discernere li fedeli dagl’infedeli. 

VII. Che non sempre e non a tutti sia data la grazia 
per li sacramenti, quanto s’aspetta dalla parte di Dio, purché 
siano legittimamente ricevuti. 

Vili. Che per li sacramenti non è data la grazia in 
virtù dell’amministrazione di quelli, chiamata opus operatomi, 
ma che basti la sola fede alla divina promessa. 

IX. Che nel battesmo, confirmazione e ordine non sia 
impresso nell’anima un carattere spirituale che non si può 
scancellare; per il che non si possono ricever, salvo che 
una volta. 

X. Che tutti li cristiani hanno potestà di amministrar 
la parola e tutti i sacramenti. 

XI. Che nel ministrar li sacramenti non sia necessaria 
nel ministro l’intenzione, almeno di far quello che fa la 
Chiesa. 

XII. Che il ministro in peccato mortale non dia il vero 
sacramento, se ben osserva tutte le cose necessarie. 

XIII. Che li riti approvati dalla Chiesa e soliti possino 
esser sprezzati o tralasciati da ogni pastor, o vero mutati 
in altri. 

Del battesmo erano anatematismi quattordici: 

I. Contra chi ‘dice che il battesmo di Gioanni avesse la 
stessa virtù con quello di Cristo. 

II. Che l’acqua vera e naturale non sia necessaria al 
battesmo. 

III. Che nella chiesa romana, madre e maestra di tutte 
le chiese, non è la vera dottrina del battesmo. 

IV. Che il battesmo, dato dagli eretici nel nome del 
Padre, Figlio e Spirito Santo con intenzione di far quello 
che la Chiesa fa, non sia vero. 

V. Che il battesmo sia libero e non necessario alla salute. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO X 


425 


VI. Che il battezzato non può perder la grazia, se ben 
pecca, pur che non resti di credere. 

VII. Che li battezzati sono debitori di creder solamente, 
e non di servar la legge di Cristo. 

Vili. Che non sono tenuti a servar li precetti della 
Chiesa. 

IX. Che per la memoria del battesmo tutti li voti dopo 
fatti si conoscono per nulli, come deroganti alla fede e pro¬ 
fessione battesmale. 

X. Che li peccati dopo il battesmo commessi, per la 
fede e memoria di esso, sono rimessi o fatti veniali. 

XI. Che si debbe rinnovar il battesmo a quello che averi 
negato la fede. 

XII. Che nessun debbe esser battezzato, se non nell’età 
di Cristo o nel tempo della morte. 

XIII. Chi non mette in numero delli fedeli i putti bat¬ 
tezzati, o dice che convien rebattezzarli negli anni della di¬ 
screzione, o che sia meglio tralasciar il battesmo loro. 

XIV. Che li battezzati in puerizia, venuti in età, debbino 
esser ricercati di ratificar la promessa per nome loro fatta; 
e non volendo, lasciarli nel loro arbitrio, non costringendoli 
alla vita cristiana, se non con la proibizione degli altri sa¬ 
cramenti. 

Della confirmazione i canoni furono tre: 

I. Contra chi dice che è ceremonia oziosa, non sacra¬ 
mento propriamente, o vero che già era, a fine che li putti 
dassero conto in pubblico della loro fede. 

II. Che il dar virtù al cresma sia far ingiuria allo Spi¬ 
rito Santo. 

III. Che ogni semplice sacerdote sia ministro ordinario 
della confirmazione, e non il solo vescovo. 

Fu letto dopo il decreto della riforma, dandogli negli 
atti titolo: Canone sopra la residenza ; e conteneva in sustanza: 

I. Che nessuno sia creato vescovo, se non di legittimo 
matrimonio, di età matura, scienza di lettere e gravità di 
costumi. 


42Ó 


l’istoria del concilio tridentino 


II. Che nessun possi ricever o ritener più vescovati in 
titolo o commenda, o con qualonque altro nome; e chi al 
presente ne ha più, retenutone uno ad elezione, lasci gli altri 
fra sei mesi, se sono di libera collazione del papa; altramente 
fra un anno: il che non facendo, s’abbiano per vacanti tutti, 
eccetto l’ultimo. 

III. Che gli altri benefici, e massime curati, siano dati 
a persone degne che possino esercitar la cura d’anime; altra¬ 
mente il collatore ordinario sia punito. 

IV. Che qualonque per l’avvenire riceverà più benefici 
incompatibili, per via di unione a vita, commenda perpetua 
o altramente, o ritenerà li ricevuti contra li canoni, resti pri¬ 
vato de tutti. 

V. Che agli ordinari siano mostrate le dispense di quelli 
che hanno più benefici curati o incompatibili, provvedendo 
appresso alla cura d’anime e altri obblighi. 

VI. Che le unioni perpetue fatte da quaranta anni in qua 
possino esser riviste dagli ordinari come delegati, e annullate 
le indebite; e quelle che non sono effettuate, o che per l’av¬ 
venire s’averanno da fare, si presumino surrettizie, se non 
saranno fatte per cause ragionevoli e con citazione degl’inte¬ 
ressati, e dalla sede apostolica altro non sarà dechiarato. 

VII. Che li benefici curati uniti siano visitati ogni anno 
dalli ordinari, e li siano assegnati vicari perpetui o temporali, 
con quella porzione de frutti che parerà loro, senza riguardo 
d’appellazioni o esenzioni. 

Vili. Che gli ordinari visitino ogni anno con autorità 
apostolica le chiese esenti, provvedendo alla cura d’anime e 
agli altri debiti servizi, senza rispetto di appellazioni, privi¬ 
legi e consuetudini prescritte. 

IX. Che li vescovi creati siano consecrati nel tempo 
ordinato dalla legge, e le allongazioni del termine più di sei 
mesi non vaglino. 

X. Che li capitoli delle chiese, vacante il vescovato, 
non possino conceder dimissorie agli ordini, se non a chi 
sarà obbligato per causa di beneficio. 



LIBRO SECONDO - CAPITOLO X 


427 


XI. Che le licenzie di poter esser promosso da qual si 
voglia vescovo non vagliano, se non sarà espressa la causa 
legittima per quale non possino esser promossi dal suo; e 
in quel caso siano ordinati dal vescovo residente nella sua 
diocesi. 

XII. Che le facoltà di non recever li debiti ordini non 
servino se non per un anno